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Eroica Fenice

Elena Mearini

I passi di mia madre, il romanzo di Elena Mearini

I passi di mia madre è il nuovo libro di Elena Mearini, edito da Morellini editore. Il racconto di una donna piena di vuoti, di dipendenze che non sopperiscono alla mancanza fondamentale, quella legata al primo contatto umano, prima traccia del cammino di chiunque, quella materna. Una madre la cui assenza diviene l’ossessione della vita di Agata, la protagonista di questo romanzo intenso e intrigante.

Elena Mearini vive a Milano ed è autrice e docente di scrittura creativa e poesia. Ha pubblicato una raccolta di poesia per Liberaria editore, Strategie dell’addio, e due per Marco Saya Editore. Nella narrativa ha esordito con 360 gradi di rabbia per Excelsior 1881, e poi ha pubblicato A testa in giù, Morellini Editore, Bianca da morire, per Cairo Editore, selezionato al Premio Campiello, ed È stato breve il nostro lungo viaggio, Cairo Editore, selezionato per lo Strega nel 2018 e finalista al Premio Scerbanenco. Nel 2019 ha pubblicato per Perrone Editore, Felice all’infinito. Nel 2020 ha curato l’antologia Tra Uomini e Dei per Morellini, ed è presente in diverse antologie di narrativa, tra cui Lettere alla madre (2018) e Lettere al padre (2019), sempre per Morellini, a cura di Anna di Cagno.

I passi di mia madre, la trama del libro di Elena Mearini

Agata fa l’editor e vive a Milano, nel quartiere di Chinatown, dove le insegne dei negozi sono segni indecifrabili anche per lei che per mestiere deve necessariamente entrare negli intrighi degli altri e scioglierne i nodi più indistricabili, per far scorrere placide le storie.

La sua vita è però segnata da grovigli, i cui fili riportano tutti a quel primo abbandono, quello di una madre poco mamma e molto donna, la cui ombra rimane impigliata nelle trame della vita della figlia, che cerca in tutti i modi di riempire quel vuoto con sostanze o persone che riescono solo a rattopparlo; la profondità e la sua vertigine sono onnipresenti e vivide.

Il rapporto col cibo e la relazione con Samuele sono due delle toppe di cui Agata si serve, insieme all’immancabile compagno di viaggio: il flacone di Xanax.

A tratti solo suo padre sembra essere un affetto stabile e non vacillare sulla sua voragine, a patto che non stiano troppo vicini troppo a lungo.

Nulla è abbastanza né sufficiente, e ormai Agata ne è consapevole; l’unico modo per andare avanti è ripercorrere le tracce di colei che quel vuoto lo ha provocato, sua madre. 

Così la voce della protagonista si sdoppia e il rimedio alla vertigine diventa il dialogo; Agata presta le sue dita a una voce che sembra provenirle da dentro e inizia a tracciare il percorso di sua madre a partire dalla sua scomparsa, immaginando per lei una via verso la redenzione, al fine di espiare le sue colpe, scrivendone a partire dalle rade testimonianze di avvistamenti di lei nei pressi di un convento. Dando voce a sua madre, ripercorrendone i passi, le azioni, i sentimenti, è come se la protagonista riuscisse a colmare la distanza e insieme a calmare le sue ansie.

La fine è sempre schivata da Agata, che però in questo caso risponde a un’esigenza interna di conclusione, di approdo; solo così forse riuscirà ad uscire dall’indeterminatezza nella quale si è trincerata per tutta la sua vita.

Il racconto della vita dell’autrice è coinvolgente come una spirale, un turbinio; e così man mano le parole che disegnano i gesti e i giorni della madre sembrano riempirla più del cibo che non è mai sufficiente o dei momenti strappati a Samuele.

Il percorso di redenzione che sua madre compie attraverso la parola imprigionata e mai sfuggente subirà però una svolta, così come la vita della protagonista. Le ragioni dell’abbandono saranno esattamente quelle che Agata si era prefigurata? E se i luoghi che è stata in grado di rievocare esistessero in un qualche posto lontano ma reale?

Le parole saranno come fili di un destino che tirati insieme sbrogliano la matassa e il campanello finale è il punto a due storie fatte di assenze e vuoti, che possono riempirsi solo colmando l’assenza di senso.

Un romanzo intenso e avvolgente, che vorresti non terminasse, grazie all’abile maestria nel manipolare le parole dell’autrice Elena Mearini, al fine di rievocare e avvicinare al lettore luoghi, sensazioni, ossessioni.

Fonte immagine: ufficio stampa.

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