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Eroica Fenice

Il carro dorato del sole a cura di Larisa Poutsileva

Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva (III)

Le immagini poetiche che ne Il Carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa nel XX secolo, a cura di Larisa Poutsileva (Cartacanta edizioni, 2019) procedono  in una partitura che da intima si fa oggettiva, andando e riassumere il valore civile, non solo intimistico, di cui il volume è rivestito. L’immagine che dà il titolo alla raccolta esprime, infatti, il senso di un rinnovamento culturale, una speranza per le venture generazioni.

Tra poesia intima e civile, dunque, si muovono le parole della curatrice, che si ringrazia per la pazienza e per aver condiviso pensieri e riflessioni sui significati poetici e civili espressi in questa antologia.

Il carro dorato del sole: intervista alla curatrice

È forte il senso di appartenenza al proprio paese nei poeti che compongono la silloge del Carro dorato del sole: tra i vari, penso ad alcuni versi Uladzimir Doboǔka, Maksim Tank e Rygor Baradulin; essi sembrano esprimere il radicarsi dell’identità di un uomo nella terra (coltura/cultura, per riprendere il binomio di Durkaim), un tema, questo, che nella poesia contemporanea si esprime pare anche in certi casi in Ales’ Badak e Aksana Danilčyk attraverso una sorta di disincanto con ogni probabilità dovuto al contesto politico-culturale a cui si è fatto riferimento. Letterariamente, tenendo presente la sensibilità di ognuno, come cambiano, da una sensibilità all’altra, i simboli della poesia bielorussa? 

È una domanda molto capiente, è difficile parlare di tutto l’universo della poesia bielorussa che è molto eclettica, perché è rappresentata da varie generazioni di poeti con le esperienze diverse: i più anziani si sono formati  nell’epoca del totalitarismo, degli altri – alla vigilia o subito dopo la Perestrojka –, molti sono stati segnati dal disastro di Cernobyl. I più giovani sono entrati nella letteratura nell’epoca post-sovietica, non hanno nessuna idea del Muro; conoscono bene, invece, la dittatura. Sono diversi, ma c’è un  simbolo che accomuna, anche se in varia misura, tutti i poeti bielorussi compresi quelli inclusi nell’Antologia. È proprio quel simbolo che Lei ha notato: “il radicarsi dell’identità di un uomo nella terra”, aggiungerei “nella propria Terra” in senso la “Patria”,  la Patria sofferente, la Patria libera. Direi che questo concetto della Patria con la “P” maiuscola, non è molto comune per la poesia italiana contemporanea; un poeta italiano, a mio avviso, ha un po’ di timidezza a pronunciare “la mia amata Italia”. Questo amore forse potrebbe addirittura essere considerato come una manifestazione del “sovranismo”. In questo senso, la poesia bielorussa avrebbe potuto essere accolta con passione da un catalano o un irlandese piuttosto che da un italiano. O forse sbaglio? Comunque Davide Rondoni nella sua prefazione al libro ha colto, con la sua solita sensibilità, l’essenza di questa poesia: “ La voce della poesia Bielorussa… si chiama libertà”. È stato difficilissimo selezionare i poeti e i testi senza sovraccaricare il lettore con argomenti politici e sociali di cui la nostra poesia abbonda. Mi piaceva creare un “mosaico” multicolore e multigenere, dove si intrecciano sofferenza e gioia, tradimento e fedeltà, amore e delusione, proprio come nella vita. I traduttori avevano una libera scelta di poeti e di poesie. E alla fine così è successo, il nostro “mosaico” comprende una vasta gamma di simboli poetici, oltre il comune “la Patria libera”, basati su differenti percezioni, impressioni e  comprensioni del mondo. Troviamo, ad esempio, nei poeti dell’inizio del Novecento, che deliberatamente avvicinavano la loro poesia al folklore, un’aquila come la personificazione della libertà, una quercia come la forza (Aloisa Paškevič);  la natura – boschi, fiumi, paludi – come l’ambiente vitale dell’anima del popolo (Ja. Kolas); i simboli metafisici: un seme dimenticato nel vaso di terracotta come la promessa di nuova vita (M. Bahdanovič); l’Esodo quasi biblico dei Bielorussi verso la nuova vita (Ja. Kupala). L’amore in questo libro assume i volti diversi e sboccia nelle immagini simboliche: la bellezza di una donna e il rogo (M. Tank), la rosa selvatica e la patria sofferente (Ul. Doboǔka), le rughe e l’eternità dell’amore  (P. Broŭka). Per gli autori delle nuove generazioni l’amore può diventare un’essenza della vita (Nella Vostra voce di L. Dranko-Majsjuk, Un uomo. Una donna… A.Vjarcinski, D.Plax) o può coesistere con un “non amore” in uno spazio paradossalmente interconnesso (Donne sovietiche di A. Danilcyk). Un altro simbolo che attraversa molte poesie dell’Antologia è il mondo paradossale: il mondo che perde le coordinate (M. Skobla), il mondo capovolto (A. Globus), il mondo “arrestato” (A. Badak), il mondo contaminato (E. Akulin), il mondo virtuale (V. Žybul’. A. Hadasevič) e cosi via. Le riflessione sul mondo, le delusioni, l’amarezza, la mancanza di speranza, il dolore, i poeti li raccontano attraverso i simboli: la neve bianca, il quadrato, le tombe, la notte silenziosa, la mela che cade, i girasoli che coprono i campi e molti altri.          

La silloge, infine, riprende il titolo da una poesia di Larysa Henijuš e al contempo sembra rimandare a un complesso simbolico-mitico legato alla cultura classica: l’Oriente, dove nasce il sole, come culla della civiltà. Come mai ha scelto proprio quest’immagine per intitolare la silloge?

A dire il vero, qualcuno mi ha detto che in questa immagine si sente un’allusione a qualcosa di romano o egiziano, a qualche Ben Hur e così via. Veramente è un’immagine non tipica per la cultura bielorussa. Le immagini archetipo bielorusse sono i tumuli antichi, la cicogna bianca, il bisonte europeo (sopravvissuto solo in Belarus e Polonia), il mitico fiore di felce, il fiordaliso (diventato il logotipo della compagnia aerea nazionale Belavia). Ma quando ho letto la poesia di Larysa Henijuš “Il carro dorato del sole”, sono stata colpita da questa metafora. Parafrasando Jorge Luis Borges che ha parlato della poesia in generale, potrei dire che la metafora “è sempre in agguato, ci può balzare addosso in ogni momento”. Sono rimasta meravigliata come la poetessa, vittima di purghe staliniane, attraverso questa immagine ha saputo ribaltare l’atmosfera tragica della sua poesia e portare il lettore alla speranza e alla fede nella vittoria. Quanto al significato, è poco probabile che L. Henijuš  intendesse l’Oriente, dove nasce il sole, come un simbolo religioso o una culla di civiltà, considerando che il pericolo per l’indipendenza della Belarus’ veniva spesso dall’est a partire dal ‘500, dai tempi di Ivan il Terribile. Presumo che il sole per lei significava soprattutto la speranza, la vita, la luce nel cammino del suo paese verso la libertà. Vorrei aggiungere che nell’attuale periodo drammatico, le metafore della poetessa risuonano ancora oggi: la sua primavera con “il bianco fumo dei ciliegi” si ricorda nel nome del Centro per i diritti umani “Viasna” (Primavera); “la bandiera della liberta”, l’unica storica, bianco-rossa-bianca, vietata da Lukashenko, è, nonostante ciò, quella che accompagna tutte le proteste; “il carro dorato del sole” rappresenta la vittoria per la quale la Resistenza bielorussa lotta oggi. Sono felice che la pittrice Elena Miele abbia colto correttamente lo spirito della poesia bielorussa: la sua copertina introduce subito il lettore in questa aspirazione alla libertà!

Fonte immagine di copertina: Cartacanta edizioni

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