Jacu di Paolo Pintacuda: tra misticismo e crudo realismo

Paolo Pintacuda

Per la Collana Le strade è uscito, questo febbraio 2022, il nuovo romanzo di Paolo Pintacuda edito Fazi Editore: il suo titolo è Jacu.

Il pomeriggio del 12 dicembre 1899, a Scurovalle, “un paesino di case squadrate come un frammento di roccia e confuse con l’ambiente”, sta per nascere Giacomo, che tutti soprannomineranno Jacu, l’ultimo settimino del secolo che, secondo una credenza “appassionata più antica del paese stesso”, avrebbe posseduto il dono di curare ogni malattia col solo tocco delle mani. Quella che si prefigura essere una vita da piccolo-grande eroe si rivelerà invece, per Jacu, una vita difficilissima, fatta di malelingue e odio da parte degli stessi abitanti della piccola ed esigua Scurovalle. Svariati sono i prodigi a cui Jacu dà vita fin da piccolissimo, lunga è la fila di pellegrini che si accostano alla sua porta di casa per chiedere il miracolo: in poco tempo è noto, è anzi una verità per tutti, che Jacu possa guarire col tocco nudo delle mani.

«La verità è che attorno alle vicende di Jacu si consolidò presto l’abitudine ad alterare la realtà. E, come accade spesso nelle piccole comunità, assieme all’interesse morboso crebbero con la stessa rapidità storie talvolta troppo improbabili perfino per essere valutate come leggende di paese».

Dopo la prima parte del libro di Paolo Pintacuda, che si figura come un libro adatto ai più, grandi e piccini, dalle atmosfere fiabesche di incredulità seppure mai prive di un velo di dolore e sofferenza, la seconda parte di questo libro prende una piega ancor più triste tanto quanto veritiera e cruda. La svolta del romanzo si ha quando, per un errore anagrafico, Jacu, a differenza di tutti i ragazzi di Scurovalle nati nel suo stesso anno, non viene chiamato alle armi. Tra gli abitanti del paesino si diffonde allora un senso di disprezzo e odio nei confronti del settimino “miracolato”, non condannato a morire come i loro figli. È per questo che Jacu deciderà di arruolarsi volontariamente, più che per senso di giustizia, per senso del dovere. Il suo è un dono che diventa una missione e in guerra, tra le trincee e gli orrori di sangue, il suo punto fisso sarà quello di trovare i suoi compaesani per curari, per salvarli, con le sue mani. Le scene di guerra che costruisce Paolo Pintacuda fanno del suo, un romanzo crudo, seppure mantenga sempre quel tono di mistico che lo contraddistingue. Ciò non esclude come “Jacu” riesca perfettamente a descrivere l’alienazione degli uomini di fronte la guerra, la perdita di sanità fisica e mentale che rade l’uomo al suolo, laddove per la sua “pazza” impresa, anche Jacu sarà considerato fuori di testa. Eppure, nell’irragionevolezza di una guerra, nell’irrazionalità di un secolo, il dono di poter curare di un bambino appare la cosa più ragionevole di tutte.

La genesi che Pintacuda ricostruisce del suo romanzo, rivela l’essenza di questo libro: il primo seme di Jacu, spiega lo scrittore, nasce dai racconti che di suo nonno gli faceva il padre. Suo nonno, nato settimino, si ritrovò a diciassette anni a combattere una guerra da antimilitarista. Racconti che giungevano a Pintacuda postumi e che gli valsero da ispirazione quando, riflettendo sul conflitto personale di un uomo in guerra che mai vorrebbe ritrovarsi ad ammazzare qualcuno, lo scrittore si chiede: «cosa sarebbe accaduto a un giovane vissuto in quegli anni senza speranza, se si fosse trovato di fronte al terrore di uccidere, ma possedendo il potere di guarire?».

Non a caso, Pintacuda affida la narrazione a un personaggio esterno, vivo dopo molto tempo dalla morte di Jacu e che, attraverso ricerche e testimonianze di chi aveva vissuto con lui, ricostruisce la storia di Jacu. Jacu diventa uomo in guerra e, come molti dei suoi coetanei di guerra, non vuole sporcarsi le mani del sangue di altri uomini. Ma Giacomo rimane, nel suo paese, un giovane bistrattato e dalla reputazione maligna, per tutti in paese non è più il settimino che fa miracoli, ma l’uomo privilegiato il cui dono non fa che salvaguardare solo lui stesso.

L’intento di questo romanzo e quello di chi lo racconta è, allora, solo uno, quello di dargli giustizia. Chi è che racconta, lo scopriamo, con piacevole sorpresa, solo alla fine.  

 

Fonte immagine di copertina: Fazi Editore

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