Jason Mott: Che razza di libro! | Recensione

Che razza di libro! Jason Mott

Che razza di libro ho letto! e Che razza di libro ha scritto Jason Mott? sono certamente due delle più frequenti esclamazioni di chiunque abbia letto, o stia leggendo in questo momento, Che razza di libro! di Jason Mott, recentissima pubblicazione NN Editore: il romanzo è risultato vincitore del National Book Award 2021, per la sua prosa ammaliante, per l’intreccio giocoso ed onirico e per la sua tematica d’impegno, per l’urgenza delle domande che spinge il lettore a porsi di continuo, catturato tra le spire della narrazione, tra realtà ed immaginazione, e tra le pieghe di un reale che non si ha la forza, o la strenua volontà di modificare – ed è questo uno dei più cocenti interrogativi del romanzo: siamo davvero disposti ad ammettere l’esistenza della discriminazione e cambiare, o invece è più semplice ed economico distogliere lo sguardo, fingendo commossa partecipazione?

Che razza di libro! La metanarrazione secondo Jason Mott

Che razza di libro! è un romanzo sulla razza, ma è anche un romanzo sulla narrazione, sul motore del racconto e sulle sue tecniche. Al centro delle vicende vi è il narratore-autore del romanzo Che razza di libro!, del quale non si scopre mai il nome e si scopre il colore della pelle solo a metà libro: un vero bestseller, il cui tema e la cui trama, quando richieste, sembrano costruite a tavolino, e probabilmente è così, per rispondere alla domanda “Di cosa parla questo romanzo?” posta dall’ennesimo intervistatore che il narratore è costretto ad incontrare durante l’ennesima tappa del tour promozionale che i suoi agenti hanno organizzato per lui.
Un uomo che, più che esporsi pubblicamente e fornire risposte preparate da altri sul suo romanzo, voleva semplicemente scrivere e ha composto un romanzo per questo, molto più che per diventare uno scrittore, e che, non riconoscendosi in questo ruolo e in tutto ciò che questo ruolo comporta, trova difficile dire la sua, formarsi un’opinione su tutto, sentirsi obbligato a dire l’ultima parola, quella definitiva, su ogni spinosa questione venga posta alla sua attenzione, soprattutto sulla questione razziale, sulla quale si pretende che il narratore debba necessariamente dire la sua, essendo nero, perché non è possibile che un autore nero non parli di come ci si senta ad essere nero in America nel ventunesimo secolo, e non è possibile non riuscire a sentire null’altro che un tiepido dispiacere alla notizia dell’ennesima morte di un ragazzo nero per mano della polizia.
Eppure, questo è ciò che il narratore prova, non perché sia una brutta persona ma perché  vi è un limite al dolore che l’essere umano può ospitare in sé stesso senza impazzire.
Ed il lettore può dirsi tanto diverso dal narratore, in fondo al suo cuore?

La sua terapista ritiene che egli stia sublimando nella letteratura un grande dolore dal quale cerca di sfuggire, un trauma che ha rimosso, ma che ha lasciato in lui una traccia indelebile, senza la quale, tuttavia, non sarebbe uno scrittore: in Che razza di libro!, Jason Mott rompe il patto narratore-lettore, delineando la figura di un narratore inattendibile, che mente di continuo al lettore e a sé stesso, senza, per altro, neppure averne coscienza. Il narratore è un uomo malato di una rara sindrome, un disturbo dell’immaginazione che gli impedisce di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, nel mezzo delle vicende e delle immagini che si affastellano davanti ai suoi occhi e sulla pagina. Il risultato è un labirinto vorticoso di fatti e persone dal quale è impossibile uscire illesi, ed il primo a risentirne è il narratore stesso, impegnato in un continuo dialogo, realistico ed insieme onirico, con il Ragazzino più nero del mondo, Nerofumo, del quale non si scoprirà mai il nome di battesimo. Un ragazzino che continua a ripetere di non essere un frutto della mente contorta del narratore, né un parto della sua più che fervida immaginazione, ma che nessuno, a parte lui, può vedere, perché ha imparato dai suoi genitori l’arte di essere Non Visto, di sparire affinché il male del mondo non lo raggiunga.

Che razza di libro! è un eccellente esperimento letterario, un romanzo brillante, profondo e acuto, che solleva domande, più che fornire risposte. 

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A proposito di Giorgia D'Alessandro

Laureata in Filologia Moderna alla Federico II, docente di Lettere e vera e propria lettrice compulsiva, coltivo da sempre una passione smodata per la parola scritta.

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