Julián López, il primo romanzo: Una ragazza molto bella

Julián López

Una ragazza molto bella, romanzo di Julián López, è tra i titoli del 2021 uscito per Alessandro Polidoro Editore.

Una muchacha muy bella, pubblicato nel 2013, è il primo romanzo di Julián López. Lo scrittore di Buenos Aires, classe ’65, ha esordito nel panorama letterario con la raccolta di poesia Bienamado. Alle prime esperienze in versi è poi seguita la carriera da prosatore: Una ragazza molto bella, eletto “Libro dell’anno 2013”, nonché titolo più venduto in Argentina nel 2014; il romanzo La ilusión de los mamíferos nel 2018. Nel 2020 l’autore si dedica nuovamente alla poesia con la raccolta Meteoro. Nel 2021 arriva in Italia il suo primo romanzo, tradotto da Sara Papini, ospitato nella collana I Selvaggi di Alessandro Polidoro Editore.

Lo scrittore Julián López racconta di una madre attraverso gli occhi di suo figlio. Di lei, il lettore scopre fin dalla prima pagina la bellezza sensuale, descritta nel cromatismo della sua figura (la pelle «quasi […] azzurrina», i capelli neri) e nella simmetria delle sue forme. Questa silhouette di donna diventa presto personaggio parlante, dal linguaggio privo di presunzione e vivo di ingenua curiosità. La sua lingua è definita rigorosa e persuasiva. L’accento che il protagonista pone sulla descrizione fisica della madre cade regolarmente dopo ogni momento più diffusamente narrativo, come un monito. Madre diventa un termine anaforico e costante, insieme all’espressione formulare che l’accompagna come un epiteto: «una ragazza molto bella».

La voce narrante restituisce sotto forma di memoriale le immagini della sua infanzia, trascorsa seguendo i passi di sua madre, descritta come una figura in continuo movimento. La tecnica narrativa si basa su una sequenza di cameo, immagini ora veloci, ora a rallentatore, del quotidiano della madre. Accurate sono le frequenti descrizioni del suo modo di camminare, «delicato, voluttuoso ed elegante». L’ossessivo ritorno a immagini di movimento dopo brevi momenti di stasi è il continuo presagio di un distacco necessario: la madre si muove, negli occhi del bambino, verso un punto distante. Il loro rapporto è scandito dai passi, descritti nella loro inesorabile disarmonia: lenti quelli del figlio; svelti quelli della madre. Nella maggior parte degli episodi il figlio guarda da fermo le vicende della madre, che con i passi o con i movimenti delle mani diventa agli occhi del lettore una figura sfocata.

Il figlio trova nel momento dell’abbandono da parte del padre la sua incarnazione. Il suo stesso modo di descriversi evidenzia la sua sensazione di essere stato plasmato dalla madre, di esserne un’emanazione: i suoi capelli sono «la selva selvaggia che le dita di mia madre mi avevano lasciato in testa». I suoi passi seguono fedelmente quelli della genitrice: «ognuno dei nostri passi aveva delle conseguenze». L’iniziazione del narratore avviene in un vivace gineceo in cui si staglia la figura materna. Una donna molto bella è, prima di tutto, la storia di chi ha deciso di immortalarla.

Il giovane protagonista del romanzo di Julián López ricorda, nel suo rapporto simbiotico con la figura materna, la voce narrante — che andava a letto presto — della Ricerca del tempo perduto di Proust. In entrambi vive la disarmante consapevolezza del necessario distacco dalle “sottane della madre”: «la sua gamma di espressioni cambiava e, sebbene da fuori quella trasformazione fosse impercettibile, capivo che si stavano avvicinando gli attimi di solitudine». A questa sensazione di abbandono si associa un senso di necessario pudore: «vederla tornare era una festa che per qualche ragione facevo in modo di non celebrare». L’unico momento in cui i due personaggi riescono a tenersi stretti è il sonno: «doveva essere stanca perché si addormentò all’istante, in mezzo alla mia felicità più assoluta, in mezzo alla mia festa immobile e silenziosa: mia mamma mia ama».

La consapevolezza del figlio dell’amore di sua madre si accosta a quella di un separazione incombente, per quanto inspiegabile. Una donna molto bella è la vicenda di come la storia di un singolo individuo debba, in un processo forzoso e innaturale di crescita, scontrarsi con la Storia degli uomini. Le vicende di quelle due figure che si stagliano nel corso di tutto il romanzo mano nella mano sono incorniciate dalla dura realtà, quella delle lotte politiche a Buenos Aires negli anni ’70, che le costringerà a una dura e irreversibile lontananza.

«Un uomo deve conoscere la sua terra, mi rimbombava nella testa il consiglio grave dello zio, ma quella non era la mia terra, la mia terra era il parquet logoro di camera mia, e in quella terra un bracciante di campagna stava aprendo la pancia a un animale scemo, con una coltellata netta.»

Immagine: Alessandro Polidoro Editore

A proposito di Carolina Borrelli

Carolina Borrelli nasce a Napoli nel 1996. A Portici (NA) consegue il diploma presso il Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco”. Il suo ardore per lo studio di «come l’uom s’etterna», la guida nella scelta universitaria, la facoltà di Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, dove si laurea nel 2018. Nel 2020 conclude il percorso di laurea magistrale in Filologia moderna. Ha scritto in passato nel giornalino della scuola in una sua rubrica di arte e cultura, nonché sul blog “ewriters”, pubblicando brevi racconti. Il suo motto, «Χαλεπὰ τὰ καλά» (le cose belle sono difficili), la incoraggia ogni giorno a dare il meglio di sé, per quanto sappia di essere solo all’inizio di una grande avventura.

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