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Eroica Fenice

Gennaro Vitiello

“La magia della farfalla”: Gennaro Vitiello riadatta Federico Garçía Lorca

La collana Teatro Oltremodo: si parte col primo adattamento della rassegna teatrale, “La magia della farfalla”, traduzione e riadattamento di Gennaro Vitiello a “El maleficio de la mariposa” di Federico Garçía Lorca.

Una collana di teatro che ama, svela e accarezza le contraddizioni, Teatro Oltremodo.
Il nome ne suggerisce le asperità che si risolvono e si sciolgono spontaneamente, partendo dal volto cangiante di Partenope, alveo e porto franco del teatro più smodato, incondizionato e poliedrico.
Una collana che, come suggerisce lo scritto del direttore Egidio Carbone Lucifero, parte dai sampietrini della città tentacolare e quasi famelica, dallo stridore della metropolitana e da quel viaggio sulle sedie del teatro, iniziato ai tempi di un’infanzia piena di luci e giostre che avevano l’odore dei luoghi del San Ferdinando.
Una collana, edita da GM Press, che nell’idea di chi l’ha concepita è una lotta contro la polvere del silenzio dell’oblio e del deserto.

Il primo appuntamento porta il nome di Gennaro Vitiello, regista e attore teatrale, nato a Torre del Greco, e depositario quasi illuminato di una vera e propria biblioteca teatrale, sconfinata e senza orizzonti.
Il suo nome è legato a doppio filo con quello del Teatro Esse in via Martucci, dove il 27 dicembre 1966 ha portato in scena “La magia della farfalla”, testo inedito in Italia, traduzione e riadattamento di “El maleficio de la mariposa” del poeta, drammaturgo e regista teatrale spagnolo Federico Garçía Lorca.
“El maleficio de la mariposa”, risalente al 1920, è la prima opera teatrale di quest’ultimo; non ebbe un buon successo di pubblico, e venne cancellata dopo essere stata rappresentata solo quattro volte al Teatro Eslava di Madrid.
Di cosa parla l’opera? Di una farfalla ferita, fragile e palpitante simulacro della caducità della vita terrena, che sceglie di volar via nonostante l’amore che uno scarafaggio nutre per lei.
I temi della farfalla, della vita sottile come un soffio di vento e dell’amore castrato e mai pienamente realizzato, sono i poli del Garçía Lorca maturo, sviluppati attraverso la fusione e la contaminatio tra forme artistiche diverse.
Il bagaglio vivo e in fieri di quest’opera trasognata e che non ebbe il successo che avrebbe forse meritato, è stato accolto dalle larghe spalle di artigiano e maniscalco del teatro che era Gennaro Vitiello, che ne ha dato una traduzione e un riadattamento dai toni impressionistici e onirici, eppure saldamente lucidi e definiti.
Dal marmo del poeta spagnolo, Gennaro Vitiello ha scolpito “La magia della farfalla”, commedia in due atti e un prologo, sgorgata direttamente dal magma delle “Obras completas” ma rivitalizzata con linfa nuova.
Già dal prologo, il lettore viene informato circa ciò che i suoi occhi accarezzeranno: maneggerà una commedia umile e inquietante, i cui personaggi provengono dal sottobosco degli insetti.
Gli insetti vivevano in una sorta di Eden puro e atavico, dove l’amore era uno smeraldo vecchio e prezioso, da cui scrostare la polvere e da lucidare con mansuetudine e discrezione. Si bevevano gocce di rugiada, in una sorta di Saturnia tellus, e l’amore veniva goduto placidamente sull’erba umida e baciata da sole mattutino.
Un insetto bevve però dal calice proibito, quel calice riempito dalla sostanza vischiosa che solo i poeti sanno mescere con meticolosità da alchimisti.
Osò leggere da un libro di versi abbandonato sul prato, che recitava “t’amo donna impossibile”. Non bisogna mai lasciare libri di versi sui prati, perché l’animo potrebbe infettarsi di amore e passione, la rosa potrebbe germogliare da un teschio e una donna sensuale e docile potrebbe svelare il suo vero volto incappucciato con una falce affilata; inutile dire che il povero insetto morì, dopo essersi abbeverato da quelle righe d’inchiostro più tossiche del veleno dei Borgia.

Gennaro Vitiello e la sua storia di insetti

Vale la pena di ascoltare una storia che narra di insetti? Certo che sì, perché l’uomo che ripugna la larva e rifugge il lombrico non ama il vero volto della natura. D’altronde il vecchio Silfo si era così espresso al poeta: “Prestissimo verrà il regno degli animali e delle piante; l’uomo dimentica il proprio creatore, e l’animale e la pianta sono vicinissimi alla sua luce; di’, poeta, agli uomini che l’amore nasce colla stessa intensità in tutti i piani della vita; che lo stesso ritmo che ha la foglia agitata dall’aria ha la stella lontana e che le stesse parole che dice la fontana all’ombra le ripete con lo stesso tono il mare; di’ all’uomo che sia umile, tutto è uguale nella natura!
Lo svolgersi de “La magia della farfalla” è un sottile gioco di contrappunto tra pietre azzurre e preziose, insetti parlanti e sentimenti umani, stemperati nell’oro liquido di un mondo di animali puro e complesso come il gioco del mondo. Ogni personaggio è cesellato con finezza umana, dalla donna scarafaggio allo scarafaggio negromante, ritratto con un cappello di fata e un manto di muschio, creatura silvestre e avvolta da estasi pànica. Gli insetti sussultano, amano e dialogano e quasi divengono antropomorfi, dalle loro bocche sgorgano stralci onirici, narrano di sogni e incubi, in una tessitura perturbante che rievoca il sonno della ragione.
El Nene, scarafaggio che usava dipingersi la punta delle antenne e la zampa destra col polline dei gigli, rappresenta l’originalità impressionistica di un mondo in miniatura ma che ha gli stessi tormenti e meccanismi dell’umanità, gli stessi drammi e la stessa spasmodica ricerca di quel pozzo di poesia nascosto oltre il velo di Maya.
Gli insetti mendicano amore, supplicano altri per intercedere al fine di ottenere quell’amore negato e mutilato, si innamorano pateticamente, quasi in un delirio infantile, e vengono respinti (è il caso della scarafaggetta Silvia, che è innamorata di El Nene, ma non ricambiata), fino a a giungere al culmine con la farfalla ferita.
Sarà morta? Avrà amato una stella? Le sue ferite potranno essere ripulite da un filo d’erba? La farfalla ha fame di volo, vuol volare e giungere alle stelle, perché è tra le stelle il suo tesoro fatti di steli d’erba e amore. Le gocce fresche di rugiada parlano di alberi infiniti e nuovi orizzonti, ma nemmeno l’amore di un insetto potrà salvare la farfalla.
El Nene è innamorato di lei, la curerà con baci e ferite, per farla divertire le offrirà cicale e usignoli, le offrirà gocce pure di rugiada direttamente dalle labbra. Ma le ali di cera della farfalla sono flebili, e il fuoco delle parole dello scarafaggio non è riuscito a incendiarle e salvarle.

Il finale confezionato e riadattato da Gennaro Vitiello è aperto, troncato e mutilo come i sentimenti goffi e leggiadri dei protagonisti, che amano e soffrono distillando rugiada e lacrime.
Forse “La magia della farfalla” di Vitiello è proprio questa: farci sentire sulle labbra quella rugiada che non è mai riuscita ad abbeverare quella farfalla.
E farci tornare ad avere sete.

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