La tregua di Primo Levi | Recensione

La tregua di Primo Levi | Recensione

La tregua di Primo Levi è un libro pubblicato nel 1963 da Einaudi dove si narra il viaggio verso la libertà dopo l’internamento nel lager nazista.
Il secondo libro di Primo Levi comincia con l’arrivo delle truppe russe nel 1945 nel piccolo lager di Buna-Monowitz.

La tregua di Primo Levi: tra memoria e speranza

Ne La tregua di Primo Levi, lo scrittore riesce a far trapelare la sofferenza per i soprusi subiti nei lager nazisti. Il ritorno a casa, seppur tanto bramato in innumerevoli occasioni, vuol dire affrontare prove ignote, confrontarsi con ciò che è stato, riuscire a tenere a bada la memoria, i ricordi che riaffioreranno uno dopo l’altro, quell’orrore che non andrà via, e che in Primo Levi sembra trovare la massima espressione. Ricordiamo infatti che l’intellettuale italiano si uccise, proprio dopo esser rientrato da un campo di concentramento.

Troppi ricordi.
Troppo pesante il peso sulle spalle.
Macigni difficili da sopportare e impossibili da distruggere.

Quell’ambiente continuava a perseguitarlo, come vediamo ne La Tregua di Primo Levi: << Sono in un ambiente placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone. Sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno. La ferita di Auschwitz, con il suo strascico di orrore e di dolore, non cessa di dolere anche una volta rimarginata, impietosamente l’Olocausto, che invano si è tentato di esorcizzare, continua a mietere le sue vittime >>.

Il viaggio dell’intellettuale italiano è pieno di persone, racconti, valutazioni, riflessioni personali grazie alle quali emergono le tragiche condizioni dei sopravvissuti. Ne La tregua di Primo Levi, l’autore stesso diventa acuto osservatore, conservando la capacità di stupirsi e di riconoscere i caratteri di determinati ambienti. Uno dei temi principali del libro è il trauma, ma anche l’umiliazione subita, oramai sedimentate nell’animo tormentato dell’uomo.
La tregua di Primo Levi narra di cosa succede dopo il ritorno dal campo di concentramento. Il racconto si apre con i soldati nazisti intenti a fuggire e cancellare le prove del genocidio, mentre i sovietici sono pronti a liberare Auschwitz. Nonostante la liberazione, il clima nel campo è profondamente mortifero, caratterizzando la narrazione.

La tregua rappresenta il tentativo di sopravvivere alla morte e soprattutto la volontà di recuperare la libertà per troppo tempo. Il testo descrive i luoghi e anche le malinconie, le angosce, comuni a tutti i deportati.

Per gli altri è finita, ma Primo Levi, invece, si ritrova di fronte un sogno ricorrente che lo tormenta, una parola in particolar modo, temuta e attesa: alzarsi, «Wstawać», che all’intellettuale continua a far ribrezzo. La liberazione stessa diventa una “tregua”, come il titolo del libro suggerisce, perché dopo la felicità iniziale, i ricordi tornano a far rumore come un martello che non smette di martellare. 
La testimonianza è importante e Levi utilizza ogni mezzo e ogni strumento a disposizione per far sì che quanto scritto diventi testimonianza storica, che non si dimentichi ciò che è stato. 

Fonte immagine in evidenza: Amazon 

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