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Eroica Fenice

vento di terra rumiz

L’Istria di Vento di terra di Paolo Rumiz torna in libreria

Dopo ventisei anni dalla prima edizione, Bottega Errante ripubblica Vento di terra, il diario di viaggio in cui Paolo Rumiz percorre un sinuoso itinerario tra villaggi e paesi, comunità e sentieri, monti e coste della regione istriana, fino ad arrivare a Fiume, oggi Rijeka, ascoltando le voci di coloro che vivono queste terre sospese nella storia e allo stesso tempo così tanto calate in essa.

Paolo Rumiz scrive Vento di terra nel 1994 da inviato per ‘Il Piccolo’ di Trieste nella penisola più settentrionale del Mediterraneo, quando ancora imperversava la guerra nei Balcani. Proprio la prossimità dell’Istria e della Bosnia, e la loro comune storia di dolorosi conflitti e reciproci drammi, ispirano il peregrinare insidioso di Rumiz per queste terre, alla ricerca della dimostrazione, o forse della speranza, che per l’Istria, a differenza della Bosnia, era ancora possibile diventare uno «spazio di collaudo» per l’Europa.

Bottega Errante Edizioni, con una bellissima e rinnovata veste grafica, riporta in libreria dopo quasi trent’anni il reportage di Rumiz che non ha perduto la sua attualità.

Vento di terra, vento di frontiera

Nella letteratura di viaggio, e in ogni viaggio, la prima cesura da superare è, ovviamente, la frontiera. Vero e proprio baricentro in Vento di terra e punto di osservazione privilegiato di Rumiz, la frontiera è il sensore di ciò che accade: i confini sono mobili, si spostano, si pongono e si tolgono, e i confini orientali dell’Italia sono la materializzazione dei mutamenti di mezza Europa, ma sono anche il luogo dell’incontro, della sovrapposizione e del risentimento. In questi interstizi tra i territori, nei quali si annidano meraviglie e tormenti umani, Rumiz si muove agilmente, perché è egli stesso uomo di frontiera: triestino, viandante-giornalista e osservatore attento, l’Istria diventa per lui una irresistibile calamita. Cos’era l’Istria nel 1994 non è facile a dirsi, e ancora oggi resta un’incognita su cui si è tanto scritto e detto, molto è stato deformato e poco si è ancora compreso. Rumiz è stato tra i primi cronisti a raccogliere le impressioni della dissoluzione della Jugoslavia. Arrivarono in Istria e Dalmazia i profughi croati e bosniaci, sfollati di quella sanguinosissima guerra, e sull’Istria si concentravano le preoccupazioni del governo di Zagabria: cosa sarebbe accaduto in questo territorio così pressato dalle tensioni della storia eppure in grado di ospitare pacificamente istro-veneti, italiani, croati, sloveni, bosniaci tutti insieme? Quando cittadinanza e nazionalità non coincidono, l’Istria risponde come una «terra plurale senza paura», e si rafforza nella contaminazione e nell’interazione delle diversità. Lì dove si sono conosciuti nazionalismi, tragedie, pulizie etniche, continui spostamenti di confine, manipolazioni toponomastiche, e la sofferenza umana è stata già troppa, qualcosa dà la forza a chi vive quei luoghi di affrontare il dolore di dover emigrare e la solitudine di dover restare. Da dove viene questa forza?

Uliveti e bora, il ‘vento di terra’ di Rumiz

Questa forza attraversa tutta l’Istria, la sprigiona la terra, priva di senso i confini, mescola le lingue, i dialetti, le ricette, le preghiere e infine restituisce agli occhi di Rumiz una realtà unica, complessa e inafferrabile. Non c’è purezza etnico-linguistica, ma la vitale contaminazione che fa risorgere tutte le anime dell’Istria. Risorgono gli italiani, dopo mezzo secolo di ibernazione, e rivendicano la loro cultura neolatina e veneta ricordando che «l’italianità qui non è vent’anni di fascismo, ma cinquecento anni di Venezia» e custodendo nel portafoglio i versi che Dante dedica a Pola e al Quarnero, «ch’Italia chiude»; gli olivi di Dignano, devastati dal totalitarismo, rivivono nelle loro varietà, olive buse, rossignole, carbonazze, rovignesi, e producono ricchezza in luoghi che erano stati ridotti in malora; e gli idiomi che si incrociano, difficili da catalogare e declinati in innumerevoli dialetti, si contaminano con matrimoni misti, nuovi innesti e vecchi ricordi; la radice musulmana che lentamente si assimila al territorio, e infine, le nuove generazioni, figlie della cultura della tolleranza etnica, e per le quali le minoranze andrebbero portate fuori dai bastioni dell’isolamento e dell’immobilismo in cui si sono confinate. Questo è il genius loci in cui Rumiz, abbandonando i preconcetti e le ambiguità politiche, riconosce sia la vera identità dei popoli dell’Istria mediterranea che la nota distintiva di questa regione dal resto dei Balcani. La vera separazione è tra due culture, quella della costa mediterranea e quella dell’entroterra montano, e la loro frontiera autentica e secolare è quel ‘vento di terra’, la bora, che soffia dal crinale carsico, sfiora Trieste, e si abbatte sull’Istria.

I Balcani ventisei anni dopo

La riedizione nel 2020 di un reportage ‘balcanico’ del 1994 offre soprattutto un’occasione di riflessione sulla sua rinnovata attualità. Rumiz non manca di sottolineare, nei suoi incontri tra la gente, le manipolazioni della storia: in un momento storico come quello attuale, in cui sembra che i nazionalismi e sovranismi sparsi per l’Europa stiano avendo nuova vita, vale la pena ripercorrere l’itinerario spazio-temporale di Rumiz lungo territori così a rischio e in un periodo catastrofico, e recuperare la lezione che i protagonisti di quell’itinerario hanno insegnato.
E soprattutto può essere interessante, alla fine di Vento di terra, chiedersi se Rumiz aveva ragione a ritenere l’Istria «spazio di collaudo» per l’Europa. Qualche indizio per la risposta: a luglio 2021 ricorrono i primi 30 anni di vita e di attività dell’Unione Italiana, la principale organizzazione che rappresenta gli italiani in Slovenia e Croazia, unica minoranza italiana autoctona nel mondo, e che unisce le 53 comunità sul territorio. Di queste comunità, Fiume è stata Capitale Europea della Cultura 2020, ed è stata presentata per il titolo del 2025 la candidatura delle comunità italiane dell’Istria di Pirano, Isola, Capodistria, Ancarano. Il titolo per il 2025 è stato però conquistato dalla candidatura congiunta di Gorizia e Nova Gorica (la parte slovena di Gorizia), due città che un tempo erano materialmente separate dalla cortina di ferro e che propongono la prima candidatura congiunta transfrontaliera per la Capitale Europea della Cultura. Segno non solo dell’Europa che si fa Unione, ma facendo un salto geografico, che abbraccia tutta l’ampia regione balcanica e i ventisei anni trascorsi dalla prima edizione di Vento di terra, è segno anche che ancora una volta «alle semplificazioni nazionali l’Istria risponde, beffarda, con l’affascinante complessità delle sue contaminazioni».

 

Foto di copertina: Bottega Errante Edizioni

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