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Mauro Giancaspro, la nuova edizione de Il vecchio che parlava alle piante (Recensione)

La vita di alcuni monaci immersa nella tranquillità della natura incontaminata, lontana dal caos del presente, viene sconvolta dall’arrivo di un architetto e di un funzionario, con al seguito l’idea di un progetto che rivoluzionerà la quiete dell’abbazia e la sua antica tradizione. Appena pubblicato dalla Alessandro Polidoro Editore, ecco la nuova edizione de Il vecchio che parlava alle piante di Mauro Giancaspro, un altro titolo che va ad aggiungersi alla collana Perkins dedicata alla narrativa contemporanea.

Padre Gregorio, un anziano e benevolo monaco che fa dell’antica arte della spezieria la sua ragione di vita, ama essere circondato dalla natura e perdersi in essa; nell’abbazia di Massombrosa, infatti, passa la maggior parte delle sue giornate ad occuparsi del giardino dei semplici e a curare le amiche di sempre, le sue erbe, a coltivare piante medicinali per farne sciroppi, pomate e medicamenti, seguendo rituali antichi nel placido silenzio del verde. In realtà, a fargli compagnia oltre ai suoi tre giovani novizi Giacinto, Marcello e Vincenzo, sono proprio le stesse rose, i cespugli di rosmarino, la lavanda, il basilico, che inebriano l’aria di odori e sono capaci di una piccola e misteriosa magia. Tutti, infatti, sono a conoscenza della bonaria stramberia di padre Gregorio, presa in eredità dal suo predecessore, padre Timoteo: quella di riuscire a comunicare con le piante.

Insieme a padre Gregorio, ci sono altri monaci, immersi nella contemplazione dell’abbazia e delle faccende quotidiane che si alternano alle preghiere di tutti i giorni, come Chiaffredo, custode di una maestosa e antica biblioteca, o l’abate, che cerca con la sua saggezza di organizzare la comunità e placare i dissapori nei momenti opportuni. Uno di questi è proprio l’arrivo a Massombrosa dell’architetto Mafalda Manganetto con il suo assistente Pasquale Basso e di Marzio Osvaldo Rossi dal Ministero, che comunicano ai monaci la notizia di un nuovo progetto di ristrutturazione che coinvolgerà l’abbazia, perfetta per la costruzione di una sede museale destinata ai turisti e di un ambiente che, secondo soprattutto le intenzioni dell’architetto, non lascerà spazio al recupero della tradizione di quell’antico luogo fermo nel tempo.

Tradizione e modernità, due forze contrapposte nel romanzo di Mauro Giancaspro

Da questa notizia confessata già nelle prime pagine del libro, Mauro Giancaspro dà il via ad una alternanza di situazioni diverse, tra antico e moderno, tra l’esigenza di cambiamento e la paura di cancellare tracce di un passato glorioso. Così, attraverso l’ambientazione monastica, l’autore prende spunto per discutere, implicitamente, di temi come la caducità della vita, l’importanza della tradizione come quella del ricordo (molti, soprattutto per bocca di padre Gregorio, sono gli aneddoti della vecchia vita in abbazia che vengono raccontati al lettore, come l’organo abbandonato o il grammofono ritrovato in una cella disabitata), le difficoltà nel lasciare spazio al presente e far ripartire l’orologio, soprattutto se questo scorre ad una velocità disarmante.

Per questa frenetica corsa verso il futuro, infatti, l’uomo potrebbe dimenticarsi da dove è partito, potrebbe dimenticarsi delle sue origini, della bellezza delle cose prime, essenziali, un meccanismo che non appartiene alla natura primigenia: “Perciò, senza radici nel terreno, noi uomini dimentichiamo che veniamo dalla terra e alla terra dobbiamo tornare. La mobilità ci inorgoglisce, ci rende tracotanti e ci fa organizzare viaggi folli e folli spedizioni, col pretesto della conoscenza. Vivendo con voi, ho capito che la mancanza della radice ci dà solo una falsa idea di libertà. Ne aveva di saggezza da vendere il fiore del deserto!”.

Che cosa ne sarà dell’abbazia? È davvero impossibile moderare il vigore rivoluzionario che porta con sé l’infaticabile Manganetto, dedita solo al lavoro e mai attenta alla contemplazione di quei luoghi sacri?

Non è un caso che ad intervenire nella lotta tra queste due potenze, la tradizione e il progresso, è il personaggio di Tito Bevagna, critico d’arte, l’intermediario assunto per ricostruire gli albori dell’abbazia, una storia che risale fin dal Medioevo sotto fasti e regine. Egli rappresenta appunto sia la malinconia che deriva dall’abbandono di una memoria necessaria, sia allo stesso tempo l’importanza di andare avanti e fare di quella tradizione un mattone sul quale ricominciare. Sarà in grado inoltre di salvare l’abbazia contro l’ineluttabile forza promotrice?

Il vecchio che parlava alle piante si sviluppa, in ogni caso, seguendo il flusso placido della natura, sotto forma delle lunghe passeggiate tra il verde di padre Gregorio, con al seguito un pasto frugale e un accompagnatore scelto, che di volta in volta lo segue ascoltando ammirato le sue storie, i suoi pensieri più semplici ma anche più profondi, come se fosse egli stesso l’unico in grado di poter sciogliere i nodi della matassa. Ma, così come tutto il romanzo che prosegue ostacolo dopo ostacolo, probabilmente una soluzione definitiva non c’è, se la memoria continua, risoluta e rigeneratrice, il suo corso nel tempo, per quanto tremendamente veloce possa scorrere.

Ilaria Casertano

Fonte immagine: alessandropolidoroeditore.it

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