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Eroica Fenice

Nessuna città

Nessuna Città, il nuovo romanzo di Francesco Amoruso

Nessuna Città di Francesco Amoruso esce per l’editore Scatole Parlanti a ridosso del periodo di sconvolgimento che ci ha colpiti globalmente, costringendo ognuno di noi a rifugiarsi al chiuso della propria dimora, come sotto una campana di vetro che ci protegge dai pericoli esterni; così la Città immaginaria – ma non troppo – dell’Amoruso è protetta da una cupola quasi invisibile, per evitare che venga ulteriormente danneggiata e corrosa, dall’esterno.

Nessuna Città, nel cuore del romanzo

La Città non è lo sfondo ma è la vera protagonista di Nessuna Città, nonostante l’aggettivo che la precede, resa quasi una persona, un organismo vivente da quell’iniziale sempre maiuscola, ma mai nominata, come a non volerla scoprire troppo, a preservarla e proteggerla, ancora, lasciandola indefinita. Per contrasto, come nel titolo, però, i connotati ci sono tutti e in un certo qual modo i personaggi che l’attraversano la caratterizzano e la arricchiscono, percorrendone le strade in lungo e largo e presentandole al lettore; da quelle più note a quelle più buie e nascoste, punti cechi per la – presunta – sorveglianza sempre vigile che però non riesce a penetrare quei cunicoli stretti, i vicarielli, dove l’umano, indisturbato, dà sfogo al suo animo più brutale e oscuro. Quei connotati li riconosciamo tutti, dai Quartieri Spagnoli a Via Toledo, sebbene il tempo della narrazione sia un futuro prossimo, il 2022, ma che sin dalle prime pagine ci appare utopico (ma non troppo): l’Ipaper ha preso il posto del giornale cartaceo e, non a caso, sulle prime pagine campeggia sempre la solita straziante notizia.

Man mano scopriamo che il governo della città ha attuato numerose norme al fine di garantire la sicurezza e la tranquillità, talvolta anche a scapito della libertà, in maniera silente e remissiva, però; tra queste viene realizzata una cupola che ricopre la Città, per proteggerla da agenti esterni, dove si snodano i fili intricati del racconto: le vite dei protagonisti si sfiorano appena e quell’involucro sembra quasi fare da cassa di risonanza per i sentimenti e le emozioni dei personaggi. Questi si presentano quasi rovesciati dall’interno, raccontati attraverso dialoghi essenziali e un narratore onnisciente; un groviglio di sentimenti ed emozioni, di bile, fegato e cuore intrecciati e stretti assieme. E la Città si fa reale attraverso questi “racconto da dentro”; quadri impressionisti che evidenziano una prospettiva che è un binocolo allungato nei sentimenti e nello stomaco dei protagonisti. Prima di sapere chi sono, sappiamo cosa provano e sentono; la nostalgia del ritorno e l’amarezza per qualcosa che resta sempre uguale, l’esigenza di provare a cambiare, quando l’unica realtà possibile sembra essere quella dell’inganno e della frode verso i più deboli, la rassegnazione di una vita da mariulo che è tutta ansia e acido in gola, anche se ci si crea un proprio alibi e una sottospecie di morale. Nessuno è esente da sentimenti contrastanti in Nessuna Città e poi l’elemento caratterizzante della Città, il mare, diviene l’emblema dell’avidità e dell’incuria. Nei quartieri esclusi dove il sole picchia forte troviamo le storie di coloro che la società ha scartato o escluso, o di chi non si è adattato a una situazione nella quale non si riconosce, personaggi che si librano sull’orlo, sulla soglia, come Liberato che legge libri sulla soglia delle chiese.

E nei via vai della metropolitana tutti si ritrovano in una corsa finale che sembra uno scontro ma che per qualcuno si rivela un incontro. La cupola sembra aprire e mettere in rilievo più che serrare e rinchiudere ciò che è più intimo e nascosto, in un romanzo dove le passioni si schiudono al buio di una serra.

Nella Città con la maiuscola riecheggia la “Napoli -che- è tutto il mondo” per Capaccio, una città che però è anche la Città.

L’uso delle parole è essenziale e il linguaggio ha a tratti la consistenza delle nuvole, ma anche la pesantezza del piombo: per quanto non conosciamo il nome della Città, la sua parlata, il suo dialetto emergono evidenti nei pochi ma essenziali dialoghi del romanzo dell’Amoruso.

“Certe notti, quando nemmeno le ombre avrebbero voluto toccarsi e la vergogna era tale che non riuscivi nemmeno a portarla via col sonno, potevi sentire il borbottio dei topi nella spazzatura, le grida soffocate coi graffi del buio e le puzze e le sputacchiate di naso e di gola, pure il calpestio sordo dei piedi sulle coperte vecchie, tra i cartoni di casa modellati con la fantasia, sentivi; e al sole, le ombre ora più lunghe comunque ridevano, in un piglio di orgoglio che, in questa città, sembrava utile a niente, manco ai cani; e sentivi i pianti, il freddo nei denti, le scatolette vuote cadere sul marcia­piede, il caldo della fronte, le bestemmie che si mescolavano con la ninna nanna di una madre che coccolava il suo bambino, e ne intuivi le fiabe, e sorridevi amaro alle bugie che gli raccontava, va tutto okay a mamma; e poi il nottambulismo di un padre insonne, più inconsolabile dei figli, lui.”

 

 

Fonte immagine: ufficio stampa

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