Omaggio alla penna di Valeria Parrella

Valeria Parrella

Viaggio tra le pagine della scrittrice Valeria Parrella

Divido l’appartamento con una Forza che mi proibisce di essere puntuale. La sua abilità sta nell’assumere sempre nuovi aspetti: ultima telefonata, articolo di giornale sfuggito, calzini abbinati male, malessere, ripensamento. 

Inizia così, in un lontano 2003, sotto gli archi di Porta di Massa, il mio amore per Valeria Parrella. Una copertina coloratissima con quattro volti stilizzati di donne e un titolo alquanto singolare, Mosca più balena, edito da Minium Fax.

Scrittrice giovane, nata a Torre del Greco, laureata in Glottologia e un incipit sulla mancata puntualità: tanti segni, troppi per me, allora studentessa di Lettere Classiche, napoletana più che italiana e ritardataria cronica. 

Sei racconti di donne, su donne, una penna veloce, pungente, originale e un esordio che promette così bene da essere consacrato con il Premio Cappiello – Opera Prima. 

Non tarda il secondo libro a confermare la potenza narrativa che Valeria Parrella riesce a racchiudere nella durata breve di un racconto. Per grazia ricevuta, pubblicato nel 2005: quell’appuntamento per cui aspetti prima ancora di averlo in agenda. Storie di uomini, ma soprattutto di donne, che armate di ironia e coraggio inseguono i loro desideri, rincorrono quella vita che proprio fatica a essere come loro vorrebbero.

Mai avrei voluto questo per me. Io voglio scenate, porte sbattute. E fughe senza ritorno. Voglio atti unici con finali a effetto, verità urlate in faccia. Sesso per l’ultima volta a farsi male. Voglio disperarmi perché l’amore non era finito. Ce n’era ancora da grattare sul fondo. Voglio mille volte essere lasciata, abbandonata, il mio posto di un’altra. Invece una mattina l’ho visto nel letto addormentato e ho saputo che non lo amavo più. 

Dai racconti al romanzo, dalla Minium Fax all’Einaudi: siamo nel 2008 e sugli scaffali delle librerie campeggia Lo spazio bianco. Ancora una donna, ancora una scrittura che sa graffiare l’anima, medicandola con la delicatezza della speranza. Una storia di attese, di tempi dilatati, che Francesca Comencini porta sul grande schermo dando a Maria corpo e voce di Margherita Buy. 

Io non sono buona ad aspettare. Non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. 

Prolifica e mai banale, Valeria Parrella non ha mai smesso di raccontare storie, perché quando lo sai fare bene, perché dovresti smettere? Con pennellate vivaci dipinge la vita, coi suoi guizzi di colore, ma anche perdendosi nelle sue zone d’ombra. Senza troppi filtri, dipana le difficoltà del vivere, scavando a fondo, eppure facendolo con leggerezza. Da ogni parola, pensiero, emerge prepotente il suo essere donna, una donna forte che demolisce convenzioni, una donna libera che racconta il sesso senza censure e dopo una serie di pubblicazioni (Ma quale amore, Tempo di imparare, Enciclopedia della donna, Troppa importanza all’amore, Almarina) che scivolano da un sentimento all’altro, arriva l’ultimo e imperdibile romanzo: Quel tipo di donna (2020).

Quattro amiche, quattro donne e un viaggio on the road attraverso la Turchia, lontano da Napoli, lontano da un dolore insanabile. Abbinate per segno zodiacale, a bordo di una Mercedes, esplorano i misteri di città sotterranee, facendo i conti in realtà con i loro meandri interiori. Promesse e passato, dolori ed errori, solitudine e letti sfatti e tuttavia fierezza di essere quel tipo di donne, libere, capaci di trasformare in forza i propri limiti, capaci di accettarsi per ciò che si è, con le proprie crepe, grazie alle proprie crepe. 

No: non siamo quel tipo di donne lì o quel tipo di uomini, dico quelli che stendono una tovaglietta sotto il piatto per mangiare da soli. Abbiamo mangiato da sole tante volte, che l’avessimo scelto o no, che ci sia piaciuto o no, con i figli che gattonavano d’intorno e comunque sole su quel piatto. Ma per la tovaglietta non abbiamo avuto tempo: c’è sempre stato altro da fare, da leggere, da passare il badge, o da consegnare un pezzo, o da occupare un bene confiscato, entrare in un carcere, organizzare uno spettacolo, cercare le mutande nel letto disfatto di un altro.

Ancora una volta le coordinate giuste di una storia: verità, malinconia, leggerezza, libertà. Ancora una volta, un libro ben riuscito. 

Fonte foto: Il Domenicale

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A proposito di Rossella Capuano

Amante della lettura, scrittura e di tutto ciò che ha a che fare con le parole, è laureata in Filologia, letterature e civiltà del mondo antico. Insegna materie letterarie. Nel tempo libero si diletta assecondando le sue passioni: fotografia, musica, cinema, teatro, viaggio. Con la valigia sempre pronta, si definisce “un occhio attento” con cui osserva criticamente la realtà che la circonda.

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