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Eroica Fenice

Piste ulteriori per oggetti dirottati di Pasquale Del Giudice

Piste ulteriori per oggetti dirottati di Pasquale Del Giudice

Piste ulteriori per oggetti dirottati è una raccolta poetica del giovane autore Pasquale Del Giudice, pubblicata per Ensamble Edizioni. Ogni componimento rappresenta, come il titolo stesso suggerisce, una prospettiva nuova per qualcosa di consueto; oggetti quotidiani che la mente ha ormai registrato e che l’occhio non ha più l’esigenza di sfiorare, grazie allo sguardo dell’autore e all’attenzione prestatagli, da “oggetti orfani” vengono riportati al ruolo di cose -per citare Remo Bodei- se non addirittura di soggetti, umanizzati e ai quali vengono attribuite sensazioni ed emozioni propriamente umani. In questo modo l’autore fa proprio l’esercizio primordiale del poeta, giocando con la propria fantasia e immaginazione, riportando sulla carta quello che è la vita immaginaria delle cose o appunto “piste ulteriori”.

Piste ulteriori per oggetti dirottati, la raccolta poetica

Il punto di partenza per l’autore Pasquale Del Giudice sembra risalire alla notte dei tempi, il vuoto, il buio assoluto del nulla e poi uno scoppio. “Il sogno creatore” non a caso è il titolo del primo componimento.

«Una massa informe conteneva tutte le combinazioni,

l’Universo si sta espandendo e raffreddando»

Lo sguardo sulle cose è però distaccato dalla consuetudine, si rinnova e rinasce e così tutto ciò che circonda l’autore sembra essere nuovo. Le cose assumono nuovi contorni, appena uscite dagli stampi della sua immaginazione. I componimenti seguono la traiettoria di un vero e proprio processo di formazione; una volta fuori dal caos primordiale, si è quasi costretti ad imparare e l’unica strada possibile è quella dell’errore. Cadendo, graffiandosi, si impara dove e come mettere un piede d’avanti all’altro. La soggettività nei primi componimenti è mantenuta; è l’uomo che impara. E ciò che impara, le sue passioni e attitudini lasciano segni evidenti sulla sua pelle, sul suo “involucro esteriore”, tracce visibili dell’invisibile.

«Il corpo si modella come acqua / al suo recipiente abituale, al proprio mestiere / la schiena degli studiosi si ingobbisce, / le dita dei chitarristi sviluppano calli / si ammalano di artrosi, quelle dei benzinai / assumono strane colorazioni / le mani dei pittori sono tavolozze / sbiadite dall’acquaragia, i fumatori incalliti / hanno i polpastrelli e i denti ingialliti, / i pugili il naso rotto e graffi e rabbia in volto.»

E risulta subito evidente quanto questo soggetto sia consapevole della propria fragilità della quale deve necessariamente imparare a prendersi cura per combattere la decadenza a cui va incontro. Il corpo umano assume sempre di più sembianze meccaniche, e come per uno scambio equivalente, gli oggetti si umanizzano; così i volantini pubblicitari diventano carne stracciata, buttata qua e là, ma capace ancora di desiderare.

I componimenti, come lucidi flussi di coscienza, si srotolano sulla pagina mettendo ordine nel caos e indicando una direzione differente e nuova. Il corpo umano non scompare; è ancora un relitto che lascia tracce più o meno consapevoli. L’occhio dell’autore è una lente ad ingrandimento sui dettagli dimenticati, sulle imperfezioni. Gli ambienti, coi rispettivi oggetti, diventano qualcos’altro, assumono forme e funzioni distanti da quelli abituali, che diventano reali e concreti nelle sue parole, prendendo vita, animandosi. I componimenti sono una prosa frammentata che ha bisogno del verso, di andare a capo, liberando attraverso le parole imprigionate dalla metrica la protesta delle cose. Negati l’antropocentrismo e l’astrattismo della poetica tradizionale, è forte l’esigenza di tornare alla concretezza; gli oggetti hanno la stessa dignità dell’io. Si legge tra le righe l’eco di Ponge di ricominciare tutto da capo, partire dalle cose e dagli oggetti come fossero sconosciuti e senza rapporto di referenzialità, ritornando alla materia originaria.

«Siamo librerie sgombrate dalla nascita / da costruire, da rifare; il compito / di ognuno è ritrovare ciò che conteneva, / accoppiando Platone e Borges, / riconoscere la biblioteca rimossa / che si portava in sé[…]»

Ad unire gli oggetti in combinazioni insolite è l’intrinseco senso di precarietà. La crescita a un certo punto implica decadenza; è nella poesia che si esplica l’estremo tentativo di salvare qualcosa che è per natura destinato a perire. E tutto implica necessariamente anche il suo opposto, così gli oggetti umanizzati diventano metafora del nostro agire, nonché metafora della vita stessa.

Lo sguardo sulle cose alla fine però si fa interiore; per evocare qualcosa bisogna ricordarla, e quindi ricostruirla in una stanza della mente, ma il ricordo implica sempre la distorsione dell’oggetto ricordato, e quindi appunto, una pista ulteriore, una prospettiva nuova che passa attraverso il filtro della soggettività dell’autore.

«Innamorato dell’inanimato, del cosmo domestico / di vasi, bottiglie, sedie, mensole / torno sulla strada dell’immaginazione, / la mia specie mi fa specie, adoro invece / intrattenermi con le suppellettili, con la fragilità / delle superfici, con le forme, con i materiali / studiarne la consistenza, amo la trasparenza / sovrannaturale dei vetri, […] per suggellare, una volta per tutte, la mia appartenenza / il mio giuramento alla sfera delle cose».

Fonte immagine: Ufficio stampa.

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