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Eroica Fenice

Mariano Menna

Poesia ed esistenza: intervista a Mariano Menna

Marianno Menna è un giovane poeta. Nato nel 1994 a Benevento, ha pubblicato due raccolte di poesie:  “La grande legge” e “La pagina bruciata” presso  Marco Del Bucchia.
Nel 2012 è risultato vincitore nella sezione “Minori” del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, successivamente  secondo nella sezione “Giovani” del concorso Nazionale “Città di San Giorgio a Cremano” con la poesia  Iris.
Mariano Menna si è classificato terzo nel concorso “Le parole dell’anima“, secondo al “Premio Napoli Cultural Classic” con la poesia Il crepuscolo e primo al premio di poesia “I Moti dell’Anima” .

“La pagina bruciata” ha vinto il premio della critica del Concorso  “Tra le parole e l’infinito” ed attualmente sta preparando la sua nuova raccolta, “Temporali d’estate”. Gli abbiamo posto qualche domanda riguardo il suo percorso di scrittore.

Intervista a Mariano Menna

Mariano Menna, da cosa è scaturita la tua passione poetica?

Inizio col dire che io tendo a distinguere il “poeta” dall’individuo che scriva poesie: poeta è Montale, mentre io scrivo versi come tanti.
Iniziai a comporne a circa nove anni; verso i quindici anni, sono “passato” ai testi per canzone, e così ho compreso di più la bellezza della poesia sviluppando parallelamente il mio interessamento per la musicalità di testi di cantautori come De Andrè e Guccini.
Non avevo mai avuto veri riscontri prima del 2012, quando un mio professore mi propose di partecipare al concorso “Scrittura attiva” di Tricarico, inviai “La ballata del vagabondo” che in origine era stata pensata come testo di canzone. 
Mi classificai al primo posto nella sezione “Minori” e, da quel momento, decisi di dedicare tutto me stesso alla poesia.
Le mie prime letture sono state ottocentesche (“I fiori del male” di Baudelaire), successivamente, mi sono immerso nella letteratura del Novecento – Montale, Pavese, Rilke; dei poeti contemporanei guardo molto a Zagajewski, e in Italia, a Giancarlo Pontiggia. Credo che ogni poeta/scrittore/uomo, possa darmi qualcosa. Anche le mie letture filosofiche mi influenzano costantemente.

Nella poesia “Majorana” pronunci la frase “io rinnego la scienza”, cosa intendi?

La frase “io rinnego la scienza”, fatta pronunciare da Ettore Majorana, è una provocazione; la scienza di cui parlo è antitetica rispetto alla moralità e punta ciecamente al “progresso”;  dunque la mia critica non è rivolta alla scienza, ma alla mancanza di umanità che deriva dall’accordo stipulato tra scienza, progresso e fama.
Ritengo che la corsa agli armamenti nucleari e i tragici eventi verificatisi in Giappone nell’agosto 1945 mostrino come l’uomo di scienza abbia subordinato il valore originario di questa al mero utile del singolo.
Ho letto di nuove scoperte sul caso Majorana; forse peccando di ingenuità, mi piace credere che Majorana, data la sua predisposizione a giungere più rapidamente di altri a conclusioni scientifiche, abbia compreso in anticipo la tremenda portata delle scoperte di quegli anni in ambito nucleare e abbia deciso di ritirarsi a vita privata. Ho voluto rendere eroico Majorana, perchè paradossalmente ancora umano.

Poesia del silenzio tra noi due”  ha segnato la svolta poetica. A cosa ti ispiri?

Per me la poesia deve cercare di coniugare universalità e particolarità. Cerco di attingere al quotidiano, e allo stesso tempo, ricercare i paradigmi universali dell’esistenza (l’angoscia derivante dalla consapevolezza di essere finito, l’unidirezionalità del tempo…). “Poesia del silenzio tra noi” è diversa; credo che esprima uno stile più essenziale, “oscuro”, dovuto all’influenza di Giancarlo Pontiggia. Attualmente sto approfondendo Ungaretti, la mistica, e  sono in cammino (almeno credo) verso una poesia “oracolare”, che dia più importanza al rapporto immagine – suono- mistero.
La raccolta “Temporali d’estate” è il frutto di un lavoro estenuante, durato più o meno due anni. Credo che in essa sia esplicitata anche la mia crescita a livello individuale: in due anni, un uomo può cambiare radicalmente.

Per Mariano Menna, com’è essere poeti oggi?

Credo che essere poeti sia stato sempre difficile, perché essi sono sensibili e risentono maggiormente degli effetti del mondo esterno; ciò può risultare ancor più problematico oggi, in un mondo che trascura le arti, la bellezza, l’umanità, e che si fonda soltanto sull’economia e sulla politica (siamo diventati automi).
Ho già riscontrato più volte la contraddizione tra la bellezza della poesia e il freddo meccanismo che si cela dietro al mondo letterario: il business è anche legge dell’editoria e quando si parla di soldi, subentrano inevitabilmente brutture.
Tutto ciò può mettere in crisi un autore e portare ad un’ambiguità del valore estetico. L’importante è accettare ogni critica ma senza prenderle per oro colato. Dare ascolto a tutti i pareri con umiltà, facendone tesoro, ma continuando comunque a lavorare liberamente