Racconti dall’Irpinia di Giuseppe Tecce | Recensione

Racconti dall'Irpinia di Giuseppe Tecce | Recensione

Graus Edizioni pubblica nel maggio 2025 Racconti dall’Irpinia, l’ultima opera di Giuseppe Tecce, giornalista e scrittore beneventano pluripremiato. Un viaggio in dodici storie che fondono vissuto, leggenda e l’identità profonda di una regione.

Un viaggio nell’Irpinia eterna e senza tempo

È sempre delicato parlare dell’Irpinia, di quella terra arcaica, misteriosa, ferita. L’autunno ne è forse la stagione più rappresentativa, quel momento dell’anno in cui il passaggio da una fase all’altra dell’antico tempo circolare veniva celebrato. Ed ecco che oggi le celebrazioni sono sicuramente più diffuse, frequentate da avventori di sagre, da gitanti fuori porta e da raccoglitori amatoriali di prodotti del sottobosco. Eppure, c’è qualcosa che, ancora, rimane solo ricordato o forse sussurrato, e questo “incoglibile” Giuseppe Tecce prova a restituirlo ai lettori con maestria.

Racconti dall’Irpinia contiene dodici storie nate dall’intreccio sapiente tra il vissuto e l’immaginato; ognuna testimonia lo sforzo degli abitanti di quei luoghi remoti di provare a dare un senso all’inspiegabile, alla sofferenza, alla meraviglia, affratellandosi, così, a tutta la storia del narrare umano. Seguendo questa logica, Tecce fa in modo che il luogo sia sempre ben riconoscibile, da Ariano Irpino a Nusco, da Acerno a Bagnoli Irpino, da Calitri a Sturno, e che il tempo, invece, appaia sfumato: non c’è nostalgia di un passato o totale negazione di esso ma piuttosto una fusione delle prospettive in una dimensione atemporale tipica del mito. Nello svolgersi dei dodici racconti si avverte sempre di più la sensazione di una realtà che pensa attraverso i personaggi, provando a farsi identità. Come sottolinea Giuseppe Cresta nella postfazione, questo libro è, in definitiva, un invito a non dimenticare.

Tra il fiabesco e il popolare: le due anime dei racconti

Dal tono a volte fiabesco, a volte arcaico, a volte boccaccesco, Racconti dall’Irpinia svela la sua natura rituale fin dal principio. Nella prefazione, Luigi Tecce prende idealmente il via da Rocca San Felice, luogo evocativo e mitico in cui in una pozza di fango ribolle la Vecchia Mefite dei popoli italici, porta dell’Ade dalla notte dei tempi. Ai visitatori non è dato avvicinarsi troppo poiché il suo fetore uccide, prendendoti senza lasciarti capire cosa veramente ti stia uccidendo, come apprendono Filargina e Carosena in Filargina, la janara di Sturno. La raccolta segna dunque il primo passo con una metaforica discesa agli inferi, per cercare di riportare a galla racconti e leggende che ormai «fanno eco nel vento». Non sempre l’autore guarda negli occhi i propri personaggi: non tutti dichiarano il proprio nome, ma senza dubbio tutti raccontano la propria storia, una condizione dell’anima.

Di contro, alcuni racconti più spiccatamente di stile ironico e boccaccesco (il desiderio e il destino inesorabile di Sabino, il ciabattino di Ariano irpino; la carne, il parroco e il peccato ne Il chianchiere di Nusco; la fame e il potere della parola ne Le cannazze di Calitri e il venditore di sogni; il libero arbitrio e le convenzioni in Sisina Paparulo, la Maccaronara e l’Aglianico re Patierno) sondano l’altro lato del racconto popolare, dialogando direttamente con motivi ricorrenti e predecessori illustri nella nostra letteratura: il riso, lo scherno, il carnevalesco, la badessa con le brache in testa del Decameron, il proverbiale ingegno dei personaggi de Lo cunto de li cunti. Il piccolo mondo Irpino, pure con il suo sincretismo, vive delle norme e delle aberrazioni di una qualsiasi altra comunità arcaica: la fame, l’onore, l’amore sensuale, la persuasione, l’uomo-padrone, la moglie devota, le signorine sotto chiave.

Questo contrappunto alla purezza dei racconti più prossimi a una narrazione dei primordi rende Racconti dall’Irpinia un’opera completa e assolutamente realistica, sia a livello tematico sia a livello stilistico: l’autore non sceglie di abbracciare solo una tendenza evocativa e nostalgica ma anche una più pragmatica, quella degli animi semplici che pure devono cercare, con mille espedienti, di avere salva la vita, l’onore o semplicemente il pasto quotidiano.

Fonte immagine: Graus Editore

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