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Eroica Fenice

Un’estate in montagna, recensione del romanzo di Elizabeth Von Arnim

Un’estate in montagna, recensione del romanzo di Elizabeth Von Arnim

Lo scorso 12 luglio è stato pubblicato da Fazi Editore “Un’estate in montagna”, un romanzo in forma diaristica della scrittrice anglo-australiana Elizabeth Von Arnim, pseudonimo di Mary Annette Beauchamp. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1920, ha un carattere autobiografico. Fu infatti scritto dalla Von Armin tra il luglio e l’ottobre del 1919, in un momento difficile della sua vita. A causa della guerra l’autrice aveva perso molti amici e l’amato fratello. Inoltre, in Germania era venuta a mancare la figlia sedicenne Felicitas. Nel volume la Von Armin racconta dunque della perdita della sua felicità e del tentativo di ritrovarla tra la pace dei monti svizzeri.

“Il peggior dolore è ricordare la felicità di un tempo nel presente infelice”.

Il luogo in cui sono ambientate le vicende dei protagonisti del romanzo s’ispira allo chalet svizzeroSoleil”, dove la scrittrice era solita trascorrere alcuni periodi dell’anno in compagnia di amici intellettuali.

Un’estate in montagna: la trama

Siamo nel luglio del 1919. Sconvolta dagli orrori della guerra Elizabeth (il nome dell’io narrante in realtà non è mai menzionato, ma viene spontaneo associarlo a quello dell’autrice) si rifugia nel suo chalet di montagna, in Svizzera, per trovare conforto nella solitudine, nella quiete e nella bellezza del posto. Tra i pendii svizzeri, laddove era solita andare fino a pochi anni prima della guerra, Elizabeth decide di trascorrere l’estate. Tuttavia, mentre un tempo la casa era piena di amici, ora è silenziosa. Sono tutti morti ed Elizabeth si sente sola: è stanca e angosciata. Il giorno del suo compleanno, però, si imbatte in due sconosciute, due sorelle inglesi, giunte per caso allo chalet in cerca di un posto dove riprendere fiato dopo la lunga passeggiata e trovare riparo dal sole. Elizabeth le accoglie con entusiasmo, prima per un pranzo, poi per un tè, infine per qualche settimana. È l’occasione per ritrovare speranza e serenità. Successivamente arriva allo chalet anche lo zio sessantenne di Elizabeth, Rudolph, un pastore anglicano rimasto vedovo. L’uomo giunge in Svizzera con l’intento di riportare indietro la nipote, ma finisce per innamorarsi della più giovane delle due ospiti di Elizabeth, Dolly. La donna nasconde un passato ingombrante…

Un’estate in montagna: il potere terapeutico della natura

Con uno stile semplice, lineare ed elegante la Von Arnim racconta il senso di solitudine e tristezza scaturito dalle brutture della guerra.

“Sì, ho una gran paura della solitudine, mi dà i brividi e mi scuote nel profondo. Non parlo della banale solitudine fisica, ma piuttosto della tremenda solitudine dello spirito che rappresenta la tragedia suprema di ogni vita umana. Se ci arrivi veramente, a quella solitudine priva di speranza e di vie di fuga, allora muori; non ce la fai a sopportarla, e muori”.

Non è facile dimenticare la devastazione portata dalla guerra, nemmeno tra la pace dei monti svizzeri. Tuttavia, il suo animo sofferente trova sollievo di fronte alla bellezza e alla quiete della natura, che ha un potere terapeutico. Elizabeth ritrova pian piano se stessa e la voglia di vivere. Affida le sue afflizioni al suo diario nel tentativo di lasciarsele alle spalle e guardare finalmente avanti e ricominciare.

L’autrice sottolinea, attraverso l’ausilio di pochi ma ben delineati personaggi, l’importanza delle piccole gioie quotidiane  e delle relazioni sociali, invitando a godere della bellezza circostante. Inoltre, attraverso la figura delle due ospiti dello chalet, la scrittrice affronta il tema dell’emancipazione femminile, parlando delle difficoltà della donna e del suo ruolo nella società.

“Un’estate in montagna” risulta un libro malinconico e  dal ritmo lento, soprattutto nella prima parte, quando l’autrice racconta di intere giornate passate in silenzio, sdraiata in mezzo all’erba ad osservare il cielo e a godere della pace del luogo che però contrasta col tumulto che si porta dentro. Tuttavia, nella seconda parte, con l’arrivo delle due sorelle inglesi e, infine, dello zio Rudolph, il racconto si rianima.

La maestria della Von Arnim sta nel non lasciare nulla al caso. Il racconto risulta infatti molto dettagliato; le descrizioni del luogo in cui è ambientato sono minuziose, così come quelle degli stati d’animo dei protagonisti. Inoltre, a dispetto della lentezza, la Von Arnim affronta diverse tematiche importanti. Oltre a quelle già citate, l’autrice parla di nazionalismi/patriottismi, di xenofobia e della spirale di odio provocata dal conflitto mondiale, ma anche di solidarietà e amicizia.

“Possibile che un tedesco non smetta d’essere tale neppure da morto? Non può tendere, grazie al semplice passare del tempo, a stemperare nella neutralità? Mi pare disumano volerlo inseguire fin nelle estreme propaggini  dell’eternità come nemico straniero. Insomma, la guerra è finita, mi pare”.

Consigliato agli amanti della scrittrice anglo-australiana e del suo stile raffinato, nonché agli amanti della natura.