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Eroica Fenice

Zana Muhsen

Vendute! di Zana Muhsen, sposa bambina

Zana Muhsen si racconta in Vendute!. Questa è la sua storia –

«Mi hanno comprato il corpo ma non la testa. E qui dentro per loro c’è odio e per me il sogno della libertà, la cosa più preziosa di tutte».

Zana Muhsen, autrice e protagonista del libro Vendute!, nelle prime pagine si descrive così: «Ho un nome e un cognome yemenita, ma sono inglese fino alla radice dei capelli, e soprattutto lo sono nel cervello». A quindici anni, affidata a due amici del padre, Abdul Khada e suo figlio Mohammed, parte per lo Yemen per trascorrere le vacanze estive e conoscere i suoi fratelli, Ahmed e Leilah, cha vivono con i nonni paterni; la sorella Nadia la raggiungerà dopo qualche giorno. Il padre ha sempre parlato alle sue figlie del paese natio «come una specie di paradiso terrestre, un paesaggio stupendo, gite nel deserto a dorso di cammello, le case a picco sugli scogli sopra il mare blu, la sabbia dorata, i palmizi, il sole, i castelli sulle dune, i colori delle case».

Giunta a Sanaa, Zana è ospitata nella casa di Abdul Khada isolata sulle colline di Maqbana, ma il paesaggio è tutt’altro che paradisiaco: le case intorno, tutte uguali, sono costruite in pietra e sterco di vacca; la polvere si deposita nei polmoni e il sole acceca lo sguardo; i campi aridi e selvaggi circondano la casa e il puzzo delle chapatis infesta la casa di primo mattino.

Dopo qualche giorno Zana Muhsen scopre di essere stata venduta dal padre e data in sposa al figlio quattordicenne di Abdul, Abdullah. Non riesce a crederci: la testa le gira, si sente soffocare: sposa a quindici anni e il cuore le si ferma quando scopre che anche sua sorella Nadia sarà data in sposa a Samir, figlio di Gowad, un altro “amico” del padre.

Costretta a dormire con suo marito, Zana pensa alle bambine yemenite costrette a sposarsi, vendute dal padre a uomini più grandi di loro e subisce il primo di una serie di rapporti sessuali, cercando di distaccarsi da quello che, contro la sua volontà, le accade: «Sono totalmente insensibile, protetta nella mia immobilità di statua. Non sta succedendo niente, non a me. Non sono io che soffoco. Non ci sono. (…) I miei occhi di pietra contemplano per tutta la notte le lucertole sul soffitto, sole testimoni di quest’atto immondo. Mi hanno imprigionato in questo orrore, ma loro malgrado la mia testa resterà libera. Non mi importa più niente del tempo che passa, le iene e i lupi dai loro monti intonano il più lugubre dei concerti. Sono loro che urlano al posto mio».

L’incubo è iniziato anche per Nadia Muhsen che conoscerà quelle stesse violenze, di cui la madre in Inghilterra è ignara e alla quale Zana rivolge una richiesta di aiuto per la sorellina: «Aiutaci mamma. Quello che io sono in grado di sopportare, Nadia non lo può. Faranno di lei una morta vivente». Schiava di pesanti lavori domestici, moglie, madre, privata della sua dignità e libertà, della voglia di vivere, Zana sopravvive, alternando tentativi di ribellione al marito e al suocero a momenti di disperazione e sottomissione.

Dopo otto anni di sofferenze, Zana Muhsen riesce a tornare in Inghilterra grazie alla mobilitazione della stampa e all’aiuto della diplomazia inglese, ma deve lasciare il figlio Marcus al marito. La sorella, madre di due bambine, non vuole seguirla e vive ancora in Yemen, temendo che alle figlie capiti la stessa sorte, l’essere vendute dal padre.

La storia di Zana e Nadia Munsen, raccontata nella sua crudezza e violenza, è un’importante testimonianza del tristemente noto fenomeno delle spose bambine yemenite. L’appello conclusivo di Zana al lettore invita a non dimenticare: «Lascia che risuoni in te il mio grido e quello di tante altre donne, tutte quelle che la legge dimentica e tradisce, dove il diritto è fatto dagli uomini e per gli uomini, che le considerano meno che bestie e rubano loro corpo, anima e figli».

Non possono non tornare alla mente echi di tragedie recenti, come la morte di Rawan, 8 anni, dopo la sua prima notte di nozze con il marito di 40 ad Hardh, nello Yemen occidentale, a causa delle lesioni interne, o il caso di Ahman Kassim, 11 anni, data in sposa durante quella che credeva essere una vacanza estiva in Yemen. Le storie di queste spose- bambine yemenite sembrano così irreali che Zana Muhsen, commentando il suo matrimonio precoce, scrive: «Pensavo si trattasse semmai di una promessa di matrimonio, non di una situazione reale». Eppure, nella loro insensatezza, sono assolutamente attuali: secondo alcuni recenti dati Unicef, il 14% delle bambine yemenite si sposa prima di compiere i 15 anni e il 52% di coloro che lo fanno prima dei 18, ma nel 2005 l’Università di Sanaa ha denunciato che in alcune aree rurali vengono date in sposa persino bambine di otto anni.

Nell’aprile 2014 è stata presentata dal ministro per gli Affari giuridici Mohammad Makhlafi una legge che potrebbe istituire l’età minima dei 18 anni per potersi legare in matrimonio. Un tentativo simile era già stato fatto nel 2009, quando il Paese era ancora nelle mani di Ali Abdullah Saleh, ma gli esponenti più conservatori e i religiosi si erano opposti, affermando che era una violazione della legge islamica che non pone limiti all’età per le nozze.

La richiesta di aiuto di Zana e il silenzioso grido delle altre donne si dissolvono nel vento di speranza che la situazione possa cambiare e che questo paese richiami alla mente luoghi di incontestabile bellezza e profonda cultura e non ennesimi episodi di violenza.


 

Vendute! di Zana Muhsen

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