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Eroica Fenice

Gennaro Ferraro

Gennaro Ferraro: il trombettista jazz esordisce con It’s Right

Gennaro Ferraro è un trombettista jazz, che con It’s Right, il suo disco d’esordio, propone una nuova interpretazione di alcuni standard jazz, lasciando intravedere anche una vena compositiva, data la presenza di due brani originali all’interno dell’album. Il jazz suonato da Ferraro fotografa un determinato suono immerso all’interno di una concezione di libertà dello strumento: attraverso i sei brani pubblicati, infatti, il musicista delinea un sound che riprende il jazz nordeuropeo ma sottolinea la musicalità melodica intrinseca all’interno di ogni strumento, strutturando brani piacevoli all’ascolto anche per chi non è conoscitore del genere. La contaminazione blues, bossanova e swing riecheggia nell’album, definendo una tracklist vivace con un suono corposo ed attento. Nel primo album di Ferraro sono tanti gli artisti ed i musicisti presenti: Mario Nappi al pianoforte, Daniela de Mattia alla voce, Corrado Cirillo al contrabbasso e Luca Mignano alla batteria.

Abbiamo intervistato Gennaro Ferraro

It’s right è il tuo primo disco da solista e si apre con un brano di Freddie Hubbard che, come hai anticipato è l’artista che ti ha influenzato negli ultimi anni di studio. Il terzo brano è di Miles Davis, il quarto di Benny Golson. Come mai la scelta, in un primo lavoro, di inserire standard jazz oltreché brani di propria composizione?

Come primo album ho pensato più a spingere sul mio suono, volendo soffermarmi su ciò che mi ha formato in questi anni. Ho poi scelto due brani di mia composizione che fossero in linea con il discorso musicale che stavo portando avanti in questo disco. I lavori futuri si baseranno di più sull’idea di me “compositore”, in “It’s right” volevo si caratterizzasse un suono, il mio suono, per questo ho utilizzato anche standard, proprio perché si evidenziasse il mio modo di improvvisare e di suonare.

Qual è l’idea di suono alla base di It’s right?

La scelta stilistica ha lo scopo di trasmettere alle persone il mio modo di suonare in un determinato momento storico; il disco l’ho registrato a Giugno e già adesso sento di star cambiando il mio suono. Per questo avevo voglia di immortalare, come in una fotografia, la mia idea musicale di quel determinato periodo: ho perciò preso brani di diversa tipologia, dandogli la stessa idea di insieme, la stessa impronta, creando un unico discorso musicale.

Appena dodicenne inizi a frequentare il Conservatorio di Musica “G. Martucci” di Salerno, conseguendo il diploma di solfeggio con il maestro Tancredi e frequentando la classe di tromba con il docente Nello Salza. Dopo tre anni sei al Conservatorio di Benevento “Nicola Sala”, proseguendo gli studi, privatamente, con il maestro Nicola Coppola. Una vita segnata dagli studi. Quanto conta oggi lo studio accademico per un musicista?

Dipende da ciò che si vuole. Il conservatorio è secondo me importante per due fattori: innanzitutto per formare la disciplina da musicista, la dedizione allo strumento; poi c’è la possibilità di fare esperienze e di conoscere nuove persone: io ho girato un bel po’ di conservatori, avendo prima intrapreso il percorso classico poi quello moderno. Lo studio accademico mi ha portato ad approfondire molte lacune, avendo anche maestri con una preparazione e sensibilità che mi hanno aiutato particolarmente. Grazie ai conservatori, in particolare quello di Avellino, ho avuto modo di vivere l’esperienza musicale in sé, con numerose esibizioni. Per me è necessaria la formazione accademica se si vuole fare il musicista: mentre l’artista lavora sulla sensibilità, ascoltando e ricercando, dunque con lo studio può arrivare fino ad un certo punto, il musicista con l’approccio accademico impara come funziona lo strumento.

Hai sempre avuto una passione per questo genere oppure è stata particolarmente segnata dai maestri con cui hai studiato?

La passione del jazz l’ho sempre avuta, dall’inizio che ho studiato tromba. Ero in una scuola cristiana, il mio maestro di tromba era un prete e suonavo classico, poi ho cambiato docente ed è stato lui a regalarmi un disco di Chet Baker: avevo 11 anni, da lì ho vissuto una passione vera e propria, che mi ha portato a ricercare maestri che avessero un’impostazione jazzistica. Girando molti conservatori, mi sono circondato di tanti maestri, anche frequentando master, ho avuto sempre più la possibilità di aprirmi mentalmente. Nel jazz non conviene chiudersi a un solo metodo di studio, o a un solo un docente, ma prendere pareri dappertutto.

Spesso il jazz è associato alla libertà, in quanto da un tema si passa poi all’improvvisazione per poi ritornare al tema stesso, in una struttura circolare, che però ha sempre delle sfumature differenti ogni qualvolta si suona. Cosa pensi dell’associazione jazz-libertà? Ti ci rivedi?

Nel mio modo di suonare sono abbastanza libero: venendo da uno studio più libero rispetto alla chitarra, al pianoforte, in quanto la tromba reputo abbia una maggiore libertà di espressione, mi ritengo slegato da schematizzazioni e tecniche che si utilizzano per improvvisare. Da quando il jazz è stato accademizzato, la forma di libertà si è un po’ persa, anche perché si è creato uno sviluppo dei brani ben preciso. Il mio suono è libero, ha delle schematizzazioni ma sono io che le sfrutto, non loro che usano me.

Quali sono i due brani cardine di It’s right?

I 2 brani sono “Milestones” e “Lullaby”. Il primo perché rende bene l’idea del suono, della mia idea musicale e del modo di approcciarmi all’improvvisazione, anche per conoscere quanto sia libero nelle esposizioni: è vero ci sono schemi armonici ma sono totalmente libero nell’interplay. Il secondo, Lullaby, perché con questo brano si può conoscere Gennaro Ferraro a livello compositivo, comprendere la mia sensibilità, il mio modo di improvvisare distaccato dalla tecnica e più vicino alla melodia.

Ringraziamo Gennaro Ferraro per l’intervista

[foto di Ufficio Stampa]

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