Il mio posto migliore di Spina | Intervista

Il mio posto migliore di Spina | Intervista

A cinque anni da Sogni Strani, Spina torna con il suo primo vero album, Il mio posto migliore, un lavoro che mette a fuoco inquietudini personali e crepe generazionali senza mai perdere un’urgenza autentica. Nato in parte durante il silenzio sospeso della pandemia, il disco prende forma tra pianoforte, appunti sparsi e lunghe ore in studio, diventando nel tempo un rifugio ma anche uno spazio di confronto con sé stessi.

Dentro queste undici tracce convivono fragilità e rabbia, slanci e cadute: Spina scrive partendo da sé, ma finisce per raccontare qualcosa in cui è facile riconoscersi. Il suono, diretto e imperfetto, restituisce proprio questa tensione, senza filtri. E se la ricerca di un posto migliore resta aperta, tra le righe emerge almeno una certezza: per ora, quel posto coincide con la musica.

Tutti i dettagli sul nuovo album di Spina: Il mio posto migliore

Elemento chiave Dettaglio dell’album
Artista Spina
Titolo dell’album Il mio posto migliore
Lavoro precedente Sogni Strani (uscito 5 anni fa)
Numero di tracce 11
Produttori Claudio Domestico (Gnut) e Stefano Piro
Tematiche affrontate Pandemia, disagio generazionale, ricerca di sé, inquietudini

Intervista all’artista Spina

Il titolo Il mio posto migliore sembra parlare di un posto sicuro: è qualcosa che hai trovato davvero o è ancora una ricerca aperta?

In questo momento della mia vita credo di averlo trovato: oggi il mio posto migliore è il palco, lo studio di registrazione, la sala prove, il quaderno e la penna, ma non credo sia la mia soluzione definitiva. E’ sicuramente una ricerca ancora aperta ma per ora, quando tutto va male, so bene dove rifugiarmi.

Hai iniziato a lavorare a questo disco in piena pandemia: quanto ha inciso quel periodo, anche a livello personale, su quello che poi è diventato l’album?

Ad essere sincero, per quanto io mi reputi una persona abbastanza socievole, ho sempre amato passare molto tempo da solo, soprattutto a casa nel mio studio. Non ho sofferto particolarmente il lockdown, ma quel lungo periodo di pausa mi ha dato il tempo di imparare a suonare il pianoforte e alcuni pezzi sono nati da lì, quindi in questo senso direi che ha influito positivamente sulla nascita del disco.

Nei brani si intrecciano cose molto intime e un disagio che sembra condiviso da tanti: quando scrivi pensi più a te o a una generazione intera?

Quando scrivo penso solo a me, a quello che provo in quel determinato momento, alle mie esperienze e a quello che vorrei fare. Ma poi, puntualmente, mi accorgo che non volendo nelle mie canzoni racconto un disagio (strettamente personale) in cui si rivedono tanti miei coetanei. Questo mi fa piacere, perché mi fa sentire utile in qualche modo e sicuramente meno solo nelle mie paranoie.

Il suono è molto diretto, a tratti ruvido, con richiami al rock più classico: è venuto fuori così in modo naturale o c’era proprio l’idea di evitare qualcosa di troppo pulito?

La matrice dei pezzi che compongono il disco è senza dubbio “sporca”, in quanto sono usciti fuori da un periodo molto turbolento della mia vita. Il sound è uscito in modo molto naturale, e su questo devo ringraziare i miei produttori Claudio Domestico (Gnut) e Stefano Piro, che sono riusciti subito ad inquadrare la mia personalità e la mia sensibilità, riuscendo a conservare negli arrangiamenti del disco il mio marcio ma anche le mie debolezze, creando un contrasto in cui mi rivedo tanto.

In canzoni come “Anni 20” racconti bene certe sensazioni legate alla tua età: secondo te oggi è più difficile trovare il proprio posto rispetto a prima?

Confrontandomi anche con persone più grandi di me mi sono reso conto che è sempre stato difficile per un giovane trovare la propria strada e quindi il proprio posto nel mondo. Sicuramente il contesto sociale e culturale fa tanto, e per la mia generazione è una bella gatta da pelare, ma penso che inseguire i propri sogni comporti sempre grandi difficoltà, e forse è un po’ anche questo il bello.

Il disco passa anche da momenti pesanti, però nel finale sembra aprirsi uno spiraglio: è una cosa che senti davvero o volevi lasciare un messaggio a chi ascolta?

Di solito quando scrivo non mi chiedo mai quale sia il messaggio che voglio lasciare, più che altro di solito sono le canzoni stesse a rivelarmelo man mano che passa il tempo, per cui sono io il primo ad “imparare” da loro cose su me stesso. Non mi ero prefissato l’obiettivo di dare uno spiraglio di luce, ma per fortuna è uscito da sé.

fonte immagine: ufficio stampa

 

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