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Eroica Fenice

Maldestro

Intervista a Maldestro: Mia madre odia tutti gli uomini

“Mi dicevano ‘prendi allo stomaco’ ed io non sapevo se fosse una cosa positiva o negativa. Allora ho mandato due mie canzoni ad alcuni premi per cantautori e li ho vinti tutti”. (Maldestro)

È uscito il 9 novembre il nuovo album di Maldestro, Mia madre odia tutti gli uomini, pubblicato da Arealive e distribuito da Warner Music. Anticipato dai singoli Spine e La felicità, il disco si profila come l’album più autobiografico scritto dall’artista, che ha deciso di spogliarsi degli abiti del narratore delle vite altrui per dar vita a un disco che vede l’io al centro dei riflettori. Tra in-store e concerti in tutta Italia, Maldestro si profila come un paroliere e cultore della parola, in grado di aggiungere con la sua voce malinconica, una forza comunicativa dal grande potenziale, che trasforma il valore del singolo in verità universale.

L’intervista a Maldestro

Mia madre odia tutti gli uomini, perché questo titolo? Quali ricordi e quali emozioni hai deciso di incidere in questo album?

Il titolo è nato dopo aver registrato il disco, in modo naturale. Ho scelto di scrivere di alcuni avvenimenti della vita che mi hanno segnato e con il titolo “Mia madre odia tutti gli uomini” avevo la possibilità di spiegare cosa si raccontasse nell’album. È un titolo che rappresenta l’intenzione autobiografica di questo lavoro. Infatti se si ascolta la prima traccia, già si può comprendere che ho fatto percorso, durato un anno e mezzo, in cui hanno scritto canzoni su canzoni, con la volontà di raccontare della mia vita, senza nascondermi nelle storie di altri, come invece è successo negli album precedenti.

Dal primo album pubblicato, ad oggi, con la pubblicazione del singolo La Felicità. Cosa è cambiato in Maldestro e di quale messaggio oggi ti senti di essere portavoce?

Ho acquisito una maggiore consapevolezza, umana piuttosto che artistica: questi anni mi hanno portato alla decisione di spogliarmi completamente e scrivere un album dove si raccontasse di me. La parola portavoce mi rende responsabile, io non mi sento così; credo che la bellezza stia nello scrivere qualcosa di autobiografico, e nonostante questo, le persone riescano a immedesimarsi. Un miracolo, un regalo e un premio, poiché il proprio vissuto diventa universale.

Maldestro, raccontaci due tracce del disco che non vorresti passassero inosservate all’ascoltatore.

Due tracce che rappresentano a pieno il disco: Spine, perché stilisticamente, se potessi, mi piacerebbe scrivere sempre come ho fatto in Spine: in quel pezzo sono riuscito a comporre quella che io chiamo “canzone teatrale” a cui sono molto legato. Poi, La felicità, perché prende per mano tutte le canzoni e chiude il cerchio: dal dolore, si passa per l’accettazione del dolore, per poi arrivare alla felicità.

La produzione artistica è affidata a Taketo Gohara, che ha firmato lavori di Brunori Sas, Motta, che fanno parte, come te, di tutta una fetta di artisti della canzone d’autore. Cosa significa essere cantautore oggi? Quali sono i suoni che si cercano e quali sono i punti chiave di questo genere, oggi nel 2018?

Per fortuna, nonostante le mode – che è giusto ci siano – la canzone d’autore è un qualcosa di importante, anche se a volte cade nel dimenticatoio, altre volte però arriva alle vette. Oggi, per fortuna, ci sono 4-5 esponenti che portano avanti questa missione del cantautorato, come Brunori, Mannarino. Per quanto riguarda i suoni, quello che cerco è di giocare, senza star fermo su un unico modo di fare musica, con un unico vestito: sento l’esigenza di nuovi stimoli. Dico sempre che mi piacerebbe restare un emergente, che fa la musica che lo fa star bene, perché la musica è prima di tutto una cura mia personale; la condivisione e la crescita la puoi ottenere solo se stai bene con te stesso. Se stai bene con te stesso, allora puoi far star bene gli altri.

Nel 2017 hai vinto il premio della critica con Canzone per Federica, nel 2018 sei stato nella commissione di Sanremo premiando Mirkoeilcane. Come vivi e cosa pensi della tua parentesi sanremese?

Sanremo l’ho vissuto come un gioco, mi sono divertito, restando staccato quel centimetro giusto, per evitare di cadere nel vortice. Sanremo è una settimana, una giostra; sicuramente una bella vetrina, che mi ha permesso di fare qualche gradino in più, di ottenere diversi riconoscimenti e condividere tutto questo con il pubblico. Credo però che tutte le cose bisogna viverle come un gioco, come diceva Eduardo: “il teatro è un gioco, un gioco serio”, anche la musica lo è.

Perché scrivi? E perché proprio la strada del cantautorato e non un’altra forma d’arte, come il teatro?

Scrivo perché se no “me jetto abbàscio”. È un’esigenza fisiologica: tutte le inquietudini le terrei dentro e sarebbe un macello. Scrivere è l’unico modo per potermi liberare e arrivare ai momenti di pace e di felicità. Più della musica, più del teatro, la scrittura: non toglietemi la penna! Sono diventato cantautore, anche se prima avevo vergogna di cantare; poi 5 anni fa mi capitava di andare con la chitarra da amici e lì cantavo le mie canzoni. Loro mi dicevano “prendi allo stomaco” ed io non sapevo se fosse una cosa positiva o negativa. Allora ho mandato due mie canzoni ad alcuni premi per cantautori e li ho vinti tutti; allora ho capito che forse io non me ne ero accorto, ma gli altri sì.

Come vedi Napoli in campo musicale? È una città ancora in grado di offrire una possibilità nella musica, o è necessario trovare un’ alternativa?

Napoli, come la Campania, è la culla dell’arte italiana, solo che noi non lo sappiamo, oppure lo sappiamo ma siamo strafottenti. Il limite del napoletano è il napoletano stesso; spesso ci si isola, ce la si canta e la si suona da soli, anche se ci sono realtà molto interessanti, ma sono in dialetto, proprio per questo è difficile che vadano oltre Caianiello. Forse l’unico movimento uscito fuori è Liberato, al di là del gusto, comunque è riuscito in un grande progetto, poiché anche a Torino durante il suo concerto le persone cantavano le sue canzoni in dialetto. Sicuramente se non ci si accontenta e si vogliono fare cose diverse bisogna andare via da Napoli: da noi c’è la materia prima, ma a Milano, a Roma, ci sono le strutture.

Grazie a Maldestro per il tempo dedicatoci.