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Kuadra: Cosa ti è successo. L'ultimo album | Intervista

Kuadra: Cosa ti è successo. L’ultimo album | Intervista

I Kuadra sono Yuri La Cava (voce), Emanuele ‘Zavo’ Savino (chitarra), Van Minh Nguyen (batteria) e Simone Matteo Tiraboschi e Cosa ti è successo è il loro quarto disco uscito lo scorso 7 ottobre per Maninalto Records!. Sotto la direzione artistica di Giulio Ragno Favero (One Dimensional Man, Teatro degli Orrori), tra sonorità rock, nu-metal con forti contaminazioni elettroniche, prendono vita le liriche rap dal forte gradiente immaginifico e onirico di Yuri che si sviluppano su temi politici ma anche su scene di vita quotidiana. Quella raccontata dai Kuadra è un’umanità degradata e sconfitta che, però, nel raccogliere i propri cocci e le proprie forze, riesce sempre ad afferrare un barlume di riscatto. In attività dal 2005, la band ha macinato in questi tanti chilometri, collezionando moltissimi concerti in Italia ma anche in Europa.

Sulle loro attività e in particolare sul loro ultimo lavoro, abbiamo rivolto qualche domanda ai Kuadra durante la nostra intervista.

Intervista ai Kuadra

Come è nato il gruppo?

Il gruppo è nato per condividere qualcosa insieme, come tutte le band che nascono quando si è giovani. Suonare perché suonare è la ricompensa di sé stesso. Trasformarlo in un progetto artistico solido è stato graduale. Il segreto è la comunione d’intenti. Nessuno di noi ha mai scelto il calcetto al posto delle prove o il compleanno della zia.

Riguardo l’album cosa potete dirmi?

Abbiamo discusso molto prima di metterci a comporre. Yuri ha deciso che il disco avrebbe parlato direttamente con il pubblico e che i testi avrebbero raccontato di tutti attraverso dei personaggi chiave, degli archetipi. Dopo un disco molto introspettivo avevamo l’esigenza di un disco espressivo, forte e aperto verso l’esterno.

Qual è stata la direzione artistica che Giulio Ragno Favero ha voluto dare al disco?

Partiamo dal presupposto che se facessimo una lista dei nostri 10 dischi italiani preferiti degli ultimi 25 anni Giulio apparirebbe nei primi 5 o come musicista o come produttore o come tecnico del suono. È stata la nostra prima scelta. Gli abbiamo spedito le preproduzioni il sabato e il lunedì ci ha risposto dicendoci che il materiale gli piaceva parecchio e che avremmo dovuto parlare di persona. Siamo andati da lui e ci ha detto come poteva valorizzare la parte più interessante del disco: sviluppare i temi musicali dei pezzi e aggiungere quella parte elettronica che non avevamo sviluppato completamente. Ci siamo fidati. È uno straordinario direttore artistico, di una sincerità disarmante nel bene e nel male. Poi ora abbiamo Kole alle tastiere che fa la differenza dal vivo. Focale.

Punti di continuità e differenza con i tre precedenti lavori?

I testi di Yuri sono uno dei fili conduttori, la sua retorica rap si è evoluta, si è raffinata fino all’intimismo del disco scorso. Questo disco ha preso il meglio e l’ha trascritto creando undici ritratti nitidi. Per quanto riguarda la musica sono cambiati diversi elementi, gli ultimi due dischi hanno la formazione attuale. Ci diamo la possibilità di suonare sia con il piglio vecchio che come ci va ora, con rigore ma senza preconcetti. Quello che viene fuori è inaspettato e finché rimarremo sorpresi continueremo.

Che riscontro avete avuto dal pubblico nel primo mese di tour?

Questa scaletta è incentrata su Cosa ti è successo, ma nell’apertura e nella chiusura suoniamo pezzi dei dischi precedenti. L’effetto è duplice: chi ci conosce canta i vecchi brani e si affeziona ai nuovi, quelli che non ci avevano mai sentiti prima si affezionano a quelli nuovi e si godono quelli vecchi. Il fatto che la parte calda del live sia fatta dai pezzi nuovi e la gente si diverta per noi è fondamentale.

Avete alle spalle anche tanti concerti all’estero. A quale tappa si lega il ricordo più prezioso?

A Brno (Repubblica Ceca, nda) ci si è chiuso il furgone con dentro backline e bagagli. Nel bel mezzo di una piazza Zavo si è messo a scassinarlo e i ragazzi tedeschi che erano con noi in tour facevano il tifo. Alla fine, Zavo ha aperto un finestrino e ha infilato dentro Simone per aprire le portiere dall’interno. I ragazzi tedeschi hanno urlato “italian job!” attirando la curiosità delle forze dell’ordine locali. Quando sei molto lontano da casa la tua musica diventa come l’inno nazionale. Noi cantiamo in italiano ma la gente comprende lo stesso il messaggio, spesso ci chiedono di tradurgli i testi a fine live ma il significato già l’avevano compreso. Questo fa riflettere molto sulla composizione.

Fonte immagine: Ufficio stampa Conza

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