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Eroica Fenice

Teatro

FAKEminismo, il nuovo spettacolo di Daniele Fabbri | Recensione

L’ultima volta di Daniele Fabbri a Napoli risale a non molto tempo fa, allo scorso 27 Aprile, a quando, terminato il tour di Fascisti su Tinder, aveva portato al Kestè i suoi Nuovi Monologhi. Sabato 5 ottobre, il palco del Kestè Abbash lo ha di nuovo accolto, ospitandolo per il suo nuovo monologo FAKEminismo, inaugurando così la nuova stagione di stand up comedy del locale, giunta alla sua quinta edizione. FAKEminismo, il racconto della serata Ore 22:00, iniziano a scendere le prime persone nella saletta di Abbash che si riempie in poco tempo, sotto le note di grandi classici del rock come Wish you were here, Whiskey in the jar, Smoke on the water e Stairway to heaven. Ad aprire le danze di questa quinta stagione ci pensa Flavio Verdino, uno dei protagonisti principali dei tanti open mic al Kestè. Dopo aver scherzato sulla sua somiglianza con Umberto Smaila, inizia il suo monologo sulla rivalutazione della mediocrità. Una mediocrità come una serie di step da rispettare per combattere la tossicità delle aspettative sociali che portano le persone ad una lesionista gara per essere il migliore. Verdino è dissacrante, senza scrupoli, è a suo agio nel profanare tabù inviolabili come la morte. E lo fa mettendo in gioco se stesso, con sicurezza e forse anche con una sorta di piacere perverso. La sua esibizione è convincente, un’ottima prova per riscaldare gli animi del pubblico che accoglie con un’ovazione il principale protagonista della serata: Daniele Fabbri. Prima di iniziare il monologo, Fabbri chiede a una ragazza del pubblico di completargli il trucco sull’occhio destro e di farsi schiaffeggiare, un invito accettato con un po’ di ritrosia. FAKEminismo nasce dalla volontà del comedian di immedesimarsi, quanto più possibile, nel mondo femminile e, nel farlo, inizia facendosi carico di uno dei suoi simboli: il trucco. Come il precedente monologo, Fascisti su Tinder, la premessa è la stessa: l’emancipazione dal retaggio cattolico e dal patriarcato maschile. Qui, però, si sviluppano nuovi esiti e nuove riflessioni. Con sagacia demolisce, tassello dopo tassello, i vincoli insensati di una certa cultura cattolico-patriarcale che sono invisibili, ma che incombono sulle dinamiche sociali del nostro paese, soprattutto nei rapporti con l’altro sesso. Il femminismo che racconta è fatto di empatia e uguaglianza, non di isterica censura, non in una guerra a chi è più discriminato. Uno dei maggiori danni fatti dal patriarcato (raffigurato da Fabbri nell’immagine di tre vecchietti scorbutici e superdotati) non sta soltanto nel riduttivo ruolo assegnato alla donna, ma anche in quell’imperativo di rimuovere il dolore e di costante obbligo di mostrare la propria mascolinità che crea in tanti uomini ansie e angosce. Oltre ai momenti maieutici di riflessione, non mancano quelli più scanzonati. Piccole gag costruite con fervida immaginazione, dei piccoli bozzetti fumettistici (non è certo un caso). Anche con questo spettacolo, il comedian romano dimostra di essere uno dei migliori esponenti della stand up comedy italiana. La sua è una comicità fatta di quell’acume in grado di ribaltare un pregiudizio, che fa della risata uno […]

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Musica

C.R.E.O., il concorso per giovani musicisti under 35

Promosso da  Machiavelli Music il concorso C.R.E.O. è una call for artist per musicisti o gruppi di musicisti di musica strumentale under 35 residenti in Italia. Creato con la partecipazione di Artemista, un’associazione culturale no-profit che si occupa di progetti artistici, culturali, ambientali e socio-educativi, e finanziato con il sostegno del MiBACT e di SIAE, il progetto permetterà ai sei musicisti, o ai sei gruppi, selezionati di trascorrere 14 giorni nel centro culturale di Artemista di Spessa (Pavia), una suggestiva location immersa nel verde, in un’antica cascina ristrutturata adibita ad ostello e sede di tanti workshop e progetti culturali. L’ideale per sviluppare nel migliore dei modi le proprie idee.  Un’ottima occasione di crescita e formazione professionale, ma, soprattutto, di confronto tra i musicisti che potranno, non solo confrontarsi tra di loro, ma anche essere seguiti da professionisti del settore. La Machiavelli Music, infatti, lavora da 30 anni nell’ambito della post-produzione per l’audiovisivo, la musica per la comunicazione, ovvero, opera ovunque ci sia bisogno di sincronizzare la musica alle immagini: musica per pubblicità, cinema, TV, documentari e siti web. Il team di professionisti seguirà i ragazzi nel percorso di creazione. Un brano di ciascun artista (o gruppo) sarà inserito in un album che sarà poi pubblicato dalla stessa Machiavelli Music su tutti i maggiori store digitali. L’album andrà ad aggiungersi ai tantissimi cataloghi di musica gestiti dalla compagnia. Oltre all’occasione di pubblicazione, si aggiunge la possibilità di suonare in un concerto che sarà trasmesso in live streaming. Ad ogni partecipante spetterà una borsa di studio, 600 euro in caso di artista singolo o duo e 1200 euro in caso di gruppi di più di due persone. C.R.E.O, come partecipare e i criteri di scelta Attivo dall’11 settembre, gli aspiranti producer potranno presentare la propria candidatura entro il 10 ottobre inviando all’indirizzo [email protected]: il modulo della richiesta di partecipazione compilato in tutte le sue parti e scansionato insieme al documento d’identità, una scheda che descriva il progetto artistico, un’altra scheda con il curriculum vitae del candidato e il file audio con il provino (non verrà valutata la qualità della registrazione). La giuria addetta a scegliere i sei candidati valuterà le proposte secondo i seguenti criteri: Parametri tecnici (intonazione, timing, omogeneità del gruppo), punteggio: da 0 a 5; Musicalità (espressività, qualità del suono, carattere dello strumento), punteggio: da 0 a 5; Curriculum artistico, punteggio: da 0 a 4; Originalità, punteggio: da 0 a 6. Ogni candidato potrà raggiungere un massimo di 20 punti. Un’occasione rara «Penso che sia importante che ci siano queste opportunità perché non ce ne sono molte. Il bando nasce proprio dalla constatazione del fatto che ci siano poche opportunità per i giovani artisti», Elisa Boccaccini, responsabile della comunicazione di Machiavelli Music, ci racconta C.R.E.O. con queste parole.  A questo si aggiunge un’altra esigenza: «C.R.E.O nasce dall’esigenza di scoprire nuovi talenti musicali», un’opportunità che può portare giovamento sia ai giovani producer che alla Machiavelli Music. In questo modo possono portare avanti un’esperienza innovativa di formazione e crescita.  Il tutto viene arricchito […]

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Musica

Jacopo Facchi esordisce da solista con Stray Dogs | Intervista

Dopo alcuni progetti con gruppi come gli Odd Trio e gli Even, Jacopo Facchi trova la sua dimensione musicale individuale nella chitarra acustica. Pubblicato lo scorso 20 settembre Stray Dogs, il suo EP d’esordio da solista, esprime bene la spiccata propensione cantautoriale di Jacopo Facchi. Influenzato dallo stile di chitarristi acustici come Chet Atkins e Mark Knopfler, il cantautore bresciano classe ‘90 racchiude in cinque tracce i pensieri, le riflessioni e le esperienze maturate dopo un intenso anno e mezzo passato negli Stati Uniti. Un viaggio di lavoro diventato un’opportunità di crescita e definizione non soltanto musicale ma anche umana. Attraverso le sonorità acustiche e folk di Stray Dogs, Jacopo Facchi rievoca quelle atmosfere sognanti e avventurose, di quell’America dei grandi viaggi e degli spazi sconfinati. La bussola di questo breve ma intenso viaggio è stata soltanto una, la sua chitarra acustica: la condizione senza la quale non sarebbe partito. Intervista a Jacopo Facchi Incuriositi dagli immaginari evocati da Jacopo Facchi, abbiamo deciso di intervistarlo. Siamo riusciti a contattarlo telefonicamente mentre era a Berlino, questa volta non per un viaggio di lavoro ma per una vacanza e senza la chitarra (dannate policy di Ryanair!).  Stray Dogs nasce dopo un anno e mezzo passato negli Stati Uniti, cosa puoi raccontarci a riguardo? Sì, praticamente io sono andato negli Stati Uniti per lavoro. La domanda è stata: «Ti va di andare un anno e mezzo negli Stati Uniti?», ho detto subito di sì, l’unica condizione era di portare la chitarra con me. Fa un po’ ridere però è davvero l’unica cosa che ho chiesto. Dunque, sono partito con questa chitarra acustica e, una volta là, soprattutto all’inizio, ci sono stati molti momenti da solo. Quindi ho avuto l’occasione di suonicchiare nei pub e in quei momenti suonavo tanto. È stata una bella spinta, suonavo con la chitarra acustica e di conseguenza sono nati questi pezzi molto incentrati su chitarra e voce. Da lì la decisione di unire alcuni brani in un EP. Dal punto di vista concettuale, le canzoni non sono molto legate una all’altra: alcune parlano di viaggi, altre di pensieri… Però rappresentano un po’ quella che è stata la successione di pensieri durante questo annetto. Una volta registrato il disco ho aggiunto altri strumenti però l’idea di presentarlo in giro in acustico è per riproporre i brani così come sono stati scritti. Infatti, sto cercando di suonare in locali piccoli, non troppo luminosi, sempre abbastanza intimi. Qual è il tuo lavoro? Sono un solution architect, un lavoro che non c’entra nulla con la musica. Lavoro con software e automazione, macchinari praticamente. Il mio ruolo è creare progetti. Il lavoro negli Stati Uniti riguardava appunto questo quindi. Quel lavoro riguardava la stessa azienda che ha anche una sede in America. Ai tempi lavoravo al supporto tecnico e mi era stato chiesto di mettere in piedi il reparto del supporto tecnico nella sede americana e quindi sono andato lì per quello. Poi dopo un anno e mezzo il reparto si era formato […]

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Attualità

Beeing e l’apicoltura urbana | Intervista a Roberto Pasi

Beeing è una startup fondata da Roberto Pasi e Gabriele Garavini, con sede a Faenza, che offre assistenza e consulenza agli apicoltori. Tra i servizi offerti, la startup vende delle innovative arnie come B-Box che permettono anche ai più inesperti di avvicinarsi all’apicoltura in modo semplice ed immediato: senza dover indossare guanti, maschere e altre ingombranti protezioni. Grazie all’attivazione di un dispositivo montato e creato da Beeing sulla B-Box, le api potranno soltanto uscire nella parte in cui producono il miele. In modo tale che, una volta uscite tutte, si possa recuperare il miele senza alcun fastidio. Alla produzione autonoma di miele si unisce l’aspetto di design, accurato e innovativo, e  anche quello ecologico per combattere il trend negativo della moria delle api. L’inquinamento ambientale e l’uso spropositato di pesticidi mettono infatti a rischio la vita delle api e con esse un intero ecosistema con la relativa filiera agri-alimentare. Questi insetti dalla caratteristica tinta gialla e nera svolgono un ruolo fondamentale nella gestione e nella manutenzione del nostro ecosistema essendo le responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali presenti sul pianeta. In questo modo garantiscono circa il 35% della produzione mondiale di cibo. (Dati Ispra) Di questo e di tanto altro abbiamo parlato con Roberto Pasi, fondatore di Beeing. Intervista a Roberto Pasi, fondatore di Beeing Inizierei chiedendoti com’è nata la vostra startup. Tutto nasce da quando da piccolo aiutavo mio nonno, che faceva l’apicoltore, a gestire le api, facendo quello che può fare un bambino insomma. Mi sono appassionato con lui. Da quando è mancato mio nonno ho portato avanti io le arnie, una quindicina di arnie che avevamo di famiglia. In seguito, ho iniziato a lavorare come coordinatore di un acceleratore di startup e quindi mi sono appassionato a tutto ciò che riguardava il mondo dell’innovazione digitale. Lavorando con l’innovazione ho conosciuto Gabriele che è attualmente il mio socio. Chiacchierando con lui del mio hobby sono venute fuori varie idee di come il digitale e le innovazioni digitali anche semplici potessero semplificare un po’ il lavoro degli apicoltori. Le prime idee sono nate quindi due anni fa e da lì abbiamo iniziato a creare i primi dispositivi digitali: antifurti, gps, strumenti per misurare temperatura, umidità dentro le arnie. Poi dopo abbiamo iniziato a lavorare sul tema dell’apicoltura urbana e sviluppare le nostre arnie per la città. Uno dei vostri progetti è appunto la B-Box, un’arnia per la casa. Esatto, uno dei progetti principali, l’ultimo e il più nuovo è appunto la B-Box. Nasce dal fatto che sono sempre più le persone interessate a dare un contributo diretto per salvare le api e sono sempre di più le persone interessate a consumare miele, un prodotto molto più sano di tutti gli altri zuccheri raffinati. Tra l’altro le api iniziano a soffrire pesantemente le tecniche di agricoltura intensiva e quindi si è scoperto che in città spesso stanno meglio che in campagna, perché i fiori di città, che sono molti e tra l’altro le città hanno […]

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Food

L’olio d’oliva, un’eccellenza mediterranea

Olio d’oliva, una ricca disamina L’estate è finita e con l’arrivo di settembre, l’autunno è alle porte. L’arrivo di questa stagione non comporta soltanto il ritorno dalle vacanze e la ripresa delle consuete attività quotidiane, ma porta con sé anche importanti tradizioni agro-alimentari. Tra queste, la raccolta delle olive che generalmente avviene tra ottobre e gli inizi di dicembre. Dalle olive si ricava il famoso olio, uno dei prodotti più emblematici della cucina e della dieta mediterranee. Grazie a portali come portavolantino.it è possibile confrontare i volantini e, di conseguenza, le offerte di catene commerciali come quelle che si possono trovare sull’anteprima del volantino Penny Market, MD e Supermercati Gecop , per trovare l’olio di oliva che più ci soddisfa al prezzo che riteniamo più vantaggioso. Una storia di antica data L’utilizzo delle olive per la produzione dell’olio è attestato fin dall’antichità. Le prime testimonianze provengono da Creta, dove veniva prodotto fin dall’età minoica (2000-1450 a.C). A capo del primo importante impero marittimo della civiltà occidentale, i minoici diedero il via alla diffusione della pianta di ulivo nel bacino orientale del Mediterraneo: Egitto, Libano e Turchia meridionale. Saranno poi i coloni greci e fenici a diffondere la pianta nel bacino occidentale: in Italia Meridionale (la Magna Grecia) e in Spagna. L’olio non era usato soltanto come condimento per i cibi ma aveva svariati usi. Veniva usato come unguento per massaggiare gli atleti, per lenire il dolore di ferite, pruriti e morsi d’insetto, ma anche per fabbricare balsami e prodotti profumati. I diversi tipi di olio d’oliva Oggi, esistono diversi tipi di olio d’oliva, essi vengono distinti in base al tasso di acidità contenuto e alle tecniche usate per estrarlo. Abbiamo l’olio extra-vergine di oliva (EVO) ottenuto tramite estrazione con soli metodi meccanici, contenente una percentuale di acidità inferiore o uguale alle 0,8%. Ottenuto anch’esso con estrazione effettuata tramite soli metodi meccanici l’olio vergine di oliva, che presenta però un tasso di acidità superiore, inferiore o uguale al 2%. Abbiamo poi l’olio di oliva lampante che presenta un’acidità maggiore del 2% e non può essere utilizzato per il consumo alimentare. Esso veniva infatti utilizzato come combustibile per le lampade. Tramite processi chimici di raffinazione dell’olio di oliva lampante è possibile ottenere l’olio di oliva raffinato, questo è utilizzato nella preparazione di dolci ed è ideale per friggere. Dall’estrazione dell’olio di oliva, si ottiene l’olio di sansa di olive, un sottoprodotto composto dai residui di polpa, buccette e frammenti dei noccioli. Tramite dei processi di raffinazione è possibile trasformarlo in un olio alimentare, ma dati i costi elevati è utilizzato per lo più come combustibile di caldaie a biomassa o nei processi di fermentazione per la produzione di biogas. Maggiori produttori e consumatori di olio d’oliva I paesi europei del bacino mediterraneo la fanno da padrone sia nelle classifiche di produzione che in quelle dei consumi. Solo l’Unione Europea è responsabile del 71% del consumo mondiale di olio d’oliva. In cima alla classifica dei produttori mondiali troviamo la Spagna, responsabile del 45,5% […]

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Musica

Simone Piva e la sua musica di frontiera | Intervista

Simone Piva e i Viola Velluto iniziano a muovere i primi passi nel mondo della musica nel gennaio del 2008. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti e, soprattutto, tanta musica. Il cantautore, insieme alla sua band di supporto, è infatti da più di 10 anni in giro per lo stivale e conta all’attivo cinque dischi: Ci Vuole Fegato Per Vivere, Polaroid…di una vecchia modernità, SP&iVV, Il Bastardo e Fabbriche, Polvere e un Campanile nel Mezzo pubblicato lo scorso maggio per Music Force, Toks Records e distribuito da Egea Music. In questi anni, hanno anche aperto i concerti di importanti artisti come Sick Tamburo, i Fast Animals and Slow Kids e i Zen Circus.   Nella sua musica Simone Piva utilizza il Nord-Est italiano, il suo Friuli, come un espediente per raccontare la Provincia, una provincia intesa come margine, come quelle frontiere del Far West, terre sconosciute da conquistare. Tra citazioni di film western e di Charles Bukowski prende forma un racconto di fatica, lotta, sudore, ma anche di rinascita e speranza. Il tutto condito da solide sonorità rock che attingono spesso dal mondo del country e del folk.  Per saperne di più, abbiamo fatto qualche domanda a Simone che ci ha raccontato del suo ultimo album e di altro ancora.  Intervista a Simone Piva  “Fabbriche, polvere e un campanile nel mezzo” è il tuo nuovo lavoro discografico, cosa puoi raccontarci? È un album polveroso, dove ogni canzone è il resoconto di questa Italia vista con gli occhi di un bandito del Nord Est. In “Hey Frank” canti «Non c’è più una Provincia, nella Provincia», cosa intendi? Intendo dire che esistono di nuovo le Frontiere, tutto muta e cambia ed è nuovamente conquistabile. Che collegamento c’è tra la tua terra, il Nord Est, e le atmosfere da Far west evocate nella tua musica? “Nord Est” e “Far West” che, inoltre, sono anche due brani del tuo precedente album “Il bastardo”. Ci sono molte similitudini tra loro, sono sporchi e selvaggi. “Nord Est” e “Far West” sono due brani che cercano di riprodurre le atmosfere di questi ambienti dimenticati. In queste atmosfere western non possono non venire in mente i film di Sergio Leone, al quale hai anche dedicato un brano, “Sergio Leone” per l’appunto. Ci sono altri punti di riferimento e influenze che magari nelle canzoni non emergono esplicitamente? Nelle mie canzoni si trovano molti punti di riferimento, alcuni espliciti, altri meno. Il tutto per omaggiare film, poesie o racconti che mi hanno particolarmente colpito e che alla fine hanno il mio stesso punto di vista. Con i Viola Velluto suoni dal 2008, dunque oltre dieci anni di attività. Come giudichi la vostra carriera fin qui? Abbiamo preso grandi soddisfazioni tra alti e bassi. Avete suonato insieme a Roy Paci e Aretuska nel 2010, inoltre avete aperto i concerti di band come gli Zen Circus e i Fast Animals And Slow Kids. Cosa puoi raccontarmi di questi artisti, chi di loro ti è rimasto più impresso? Mi sono rimasti tutti impressi […]

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Musica

Giuseppe Calini e il suo rock | Intervista

Una passione viscerale di lunga data quella che unisce il rocker di Legnano classe 1966 Giuseppe Calini e il rock. Per lui non è soltanto un genere musicale, ma «un modo di essere». Una passione che dura da quando Giuseppe Calini era un bambino, che strimpellava una chitarra regalatagli dallo zio e che trova il suo incipit discografico nel 1986, con Spirito Libero. Da allora, sono seguiti altri 16 dischi, ultimo di questi Verso l’Alabama, pubblicato due anni fa per Music Force. Il viaggio rock di Giuseppe Calini è però ben lungi dal concludersi, il musicista è infatti alle prese con il suo prossimo disco: un altro tassello del suo viaggio rock’n’roll. Intervistato da noi, il rocker ci ha parlato di questo e di tanto altro ancora. Questa è l’intervista. Intervista al rocker di Legnano Giuseppe Calini Qual è stato il tuo primo approccio alla musica? Da piccolo, un mio zio mi regalò una chitarra, poi i primi 45 giri ed ebbi  fortuna ad aver avuto 12 anni nel periodo più bello della musica, fine anni ’70. Uscirono “Love is in the air”, “Born to be alive” e rimasi fulminato da “Whatever you want”. Altri tempi, altra musica. Chi è Giuseppe Calini al di fuori della musica? Lo stesso. Il rock non lo si fa, lo si è. Da Spirito Libero, il tuo primo lavoro discografico pubblicato nel settembre 1986, a Verso l’Alabama, il tuo ultimo album pubblicato due anni, conti all’attivo 17 album. Come è evoluto il tuo stile musicale in questi anni? La mia musica è sempre stata la stessa. Non mi sono mai piaciuti i gruppi che cambiavano direzione artistica. Certo l’evoluzione c’è ed è normale che con le nuove tecnologie i suoni si evolvano ma la radice deve rimanere la stessa. Per me il rock è un modo di essere. Con l’esperienza che ho potrei suonare tanti tipi di musica ma non li sentirei miei quindi non lo faccio. Suono quello che sono. Cosa puoi dirmi di “Verso l’Alabama”? Qual è stata la ricerca musicale seguita? “Verso l’Alabama” è un album che racchiude vecchie canzoni tutte risuonate e remixate. Ho voluto riproporre insieme a grandi musicisti questi pezzi con suoni più moderni ma senza perdere l’essenza del vero rock. Quello senza fronzoli, senza effetti, senza finzioni. Sei al lavoro su nuovi progetti? Puoi svelarci qualche anteprima? Visto che “Verso l’Alabama” è piaciuto tanto, ho deciso di … “ritornarci”. Sto infatti lavorando alla realizzazione del nuovo album che i si intitola “Torno in Alabama” 11 nuovi brani, tutti inediti. Qualche valzer, un po’ di rap. No dai, scherzo. Solo rock, puro e semplice rock! Hai delle date in programma? Prima il nuovo album. È un lavoro lungo, ci vorranno ancora alcuni mesi. Grazie per l’intervista. Keep on rockin my friend! Fonte immagine: Ufficio Stampa Music Force

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Teatro

Ho fatto bingo, lo spettacolo di Davide Marini al Kestè

Per la prima volta a Napoli, lo scorso giovedì il comedian e doppiatore YouTube romano Davide Marini si è esibito con il suo primo monologo da un’ora Ho fatto bingo al Kestè. Come ci aveva annunciato durante la nostra intervista, la speranza era quella di farsi «du’ risate». Aspettativa tutt’altro che disattesa, anzi, ampiamente superata. Ho fatto bingo, lo spettacolo Poco dopo le 22.00, i primi spettatori iniziano a scendere nella saletta sotterranea del Kestè Abbash. Marini è con Davide DDL (Davide Di Lorenzo), il secondo performer della serata. Hanno un po’ di ansia, quella fisiologica prima di ogni spettacolo. Tra gli interrogativi su quanti spettatori saranno presenti e i pareri sullo spettacolo di Louis C.K. a Milano, DDL manifesta il suo desiderio di individuare lo spettatore più sudato: uno spettatore sudato può sempre fare comodo durante uno spettacolo. Verso le 23.00, è proprio DDL a salire sul palco e ad aprire le danze. Il suo è un breve monologo sullo zoo di Napoli, occasione perfetta per presentare Davide Marini che, oltre all’attività di comedian, ha anche un canale YouTube dove doppia video buffi di animali. «Cercheremo di farci du’ risate», dopo essere salito sul palco, Davide Marini si presenta così, non nascondendo al pubblico una certa ansia e rammaricato dal non poter avere un po’ di “zinza” dal suo personaggio Mirko il koala. Ho fatto bingo è un monologo in cui Davide ripercorre le piccole “sfighe” della sua vita. Quelle avversità che per anni ha temuto di raccontare per la vergogna ma delle quali adesso ride con leggerezza. C’è spazio per tanti temi: le catene di Sant’Antonio della zia, il regime di terrore psicologico messo su dagli amici che volevano per forza farlo uscire di casa la sera (chi non ci è passato?), l’invadenza degli urologi, il rapporto contraddittorio e misterioso con la sessualità, la rottura di una storia d’amore di tre anni… Salta da un argomento all’altro in maniera lieve, sdrammatizzando su tutto ciò che per anni ha costituito un vergognoso peso. Il risultato è molto apprezzato anche dal pubblico, che non risparmia risate e applausi. Il fenomeno dell’anti-ciclone africano che si sviluppa – per motivi ignoti – nell’area circostante il palco lo fa sudare a dirotto. Ma Davide non si ferma e tira dritto con il suo monologo, mostrando anche notevoli doti da rumorista, degne di Larvell Jones di Scuola di Polizia. A tenere uniti i vari temi, la figura del bingo che diventa metafora della nostra esistenza. Il bingo è quel luogo impregnato da fumo di sigarette, dove orde agguerrite di persone si accalcano nella frenetica corsa al segnare sulle proprie cartelle i numeri chiamati a velocità supersonica. Tutti alla ricerca della cosiddetta botta di fortuna che non può certo cambiare le nostre vite, ma sicuramente costituire un momentaneo palliativo alle fatiche quotidiane: sempre che, dopo aver vinto, riusciate ad uscirci dal bingo. Per ogni persona che vince ce ne sono almeno un altro paio che imprecano, sconfitte con soltanto un numero mancante. Una ruota di […]

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Musica

Ponzio Pilates: follia e irriverenza a ritmo di samba

Ponzio Pilates, cosa vi dice questo nome? Magari, potreste dire che sia la versione fitness-addicted di quel governatore romano famoso per declinare agli altri le proprie responsabilità. Ma no, non parliamo di lui, parliamo di una band. Di una band folle (nel senso buono del termine). Sukate è il loro nuovo album pubblicato il 24 Maggio per l’etichetta discografica Brutture Moderne (che dire, sembra tutto cucito apposta per loro) e finanziato con una campagna di crowdfunding. Il titolo- come potete immaginare- non lascia spazio a molte interpretazioni: è il biglietto da visita irriverente della band. Chi sono? Sono Lorenzo Camera (chitarra, voce, synth), Federico Lorenzini (synth, tastiere),  Dimitri Reali (batteria, voce), Daniele Sarti (percussioni, effetti sonori), Paolo Baldini (basso, synth, voce). Per fare il disco, si sono isolati per un po’ dal mondo, chiudendosi in una villa sperduta nella Romagna bucolica, a Case del Vento. Che sia stata la noia dell’isolamento o l’aria salubre di campagna, oppure un mix di questi due elementi, non lo sappiamo, ma il risultato è ancora più folle del precedente disco Abiduga, (ripetiamo: in senso buono). I Ponzio Pilates hanno deciso di dar vita a qualcosa di estremamente giocoso perché sì, diciamocelo, la canzone e la musica nascono dal gioco, dal ludus, allora perché non giocare? Perché non essere irriverenti? Come direbbe qualcuno «ad essere belli e bravi siamo bravi tutti», allora qualcuno dovrà pur assumersi la responsabilità di essere “brutto” o, quanto meno, “non bello”. Ecco che quindi arrivano i Ponzio Pilates a far saltare gli schemi con 9 tracce dai ritmi tribali frenetici. In fondo il messaggio è chiaro fin dal titolo che quasi sembra dire: «Non ce ne frega niente, noi vogliamo divertirci». Sukate, l’album dei Ponzio Pilates Il disco si apre con Disagio e Camagra (è un tipo di Viagra, abbiamo cercato noi, così non dovrete giustificare la cronologia delle vostre ricerche ai vostri genitori), una breve traccia di poco più di un minuto, un assaggio delle sonorità del disco che i Ponzio Pilates definiscono come «elettrosamba esplosiva» o ancora «tecno acustica tribaleggiante e felice». Tra samba e ritmi tribali, il disco prosegue con brani dai titoli sempre più bizzarri, che formano un mosaico immaginativo cangiante ed eterogeneo: Gamolla (un formaggio valdostano), Bagarre, Insalata (probabile reminiscenza freudiana del gruppo sull’avversità a mangiare le verdure), Vongole, Sukate, Figamalapena, Watashi e Ciocobiscotto. Un folle divertissement musicale dai toni dissacranti, sessualmente allusivi e, a volte, totalmente no-sense, ma che comunque si compone di un sound eterogeneamente solido, denso, di fattura più che buona. Non fatevi ingannare dallo spirito mattacchione dei Ponzio Pilates: questi ragazzi sanno suonare e anche molto bene. La conferma viene data dal modo con cui riescono, di traccia in traccia, a variare sui temi della samba e dei ritmi tribali, aggiungendo sempre elementi diversi e originali. Inserendo anche delle tracce “estemporanee” come Insalata, quasi uno stornello e Watashi, ascoltandola potreste pensare di essere finiti ad ascoltare la soundtrack di un anime come Evangelion.  Fonte immagine: ufficio stampa Fleisch Agency.  

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Teatro

Davide Marini, un inaspettato stand up comedian | Intervista

«Non sai mai quello che succede nel futuro», ci rivela Davide Marini. Romano, classe 1988, una laurea in architettura e adesso in giro per l’Italia come stand up comedian. Uno scenario che, fino a pochi anni fa, non avrebbe mai immaginato. Folgorato da alcuni video di Giorgio Montanini, Daniele Fabbri e Saverio Raimondo su YouTube, ha intrapreso questo viaggio circa 3 anni e mezzo fa. È stato proprio Saverio Raimondo, con un workshop, a far scattare nel comedian romano la scintilla definitiva della stand up comedy. Nel frattempo, ha lanciato anche un canale YouTube di buon successo, Davide Marini – Comedian , dove doppia in maniera ironica video buffi di animali. Ho fatto bingo è il primo monologo da un’ora di Davide Marini che, il 25 Luglio, si esibirà per la prima volta a Napoli, al Kestè. Lo scorso venerdì è stato ospite al Giffoni Film Festival dove, in occasione dell’anteprima del nuovo Men in Black, ha presentato un suo nuovo video doppiato. Durante il frenetico tran tran imposto dal festival cinematografico, siamo riusciti a contattare telefonicamente Davide Marini che ci ha parlato del suo spettacolo, dei suoi primi passi nel mondo della stand up comedy e di tanto altro ancora. Intervista a Davide Marini Inizierei subito chiedendoti perché sei al Giffoni Film Festival? Stai presentando il tuo spettacolo? No, questa volta non è per la stand up. Sto partecipando al Giffoni perché c’è l’anteprima del nuovo Men in Black e, siccome io nei video doppiati ho un personaggio di nome Lillo che è un carlino, mi hanno contattato perché nel film c’è un carlino di nome Frank e quindi mi hanno chiesto di fare un video in cui si univano i due mondi. Così l’altro ieri ho pubblicato un video in cui Lillo ha un colloquio per entrare nei Men in Black perché è raccomandato da Frank. A proposito dei tuoi video doppiati su Youtube, come hai iniziato? Ho iniziato nell’Ottobre 2017 per puro caso. Non era un progetto, né avevo mai pensato di fare questa cosa per diventare famoso. Era così: mi piaceva farlo e mi piace farlo. Ricordo che la comica Martina Catuzzi, che forse conosci non so, fece un video doppiato del Titanic. Mi sono detto: oh bella ‘sta cosa, mi fa ridere, voglio farla anch’io. E ho preso un video con una scimmia che attraversa un campo da golf. Durava sei secondi, ho fatto questo doppiaggio che sembrava che cercasse degli amici che cercavano parcheggio. A molti amici piaceva ma dopo un po’ ho visto molte persone che non conoscevo e che mettevano mi piace e condividevano. Così ho continuato a farli e piano piano si è espansa la cosa, senza che neanche me ne accorgessi. Di colpo è diventata una cosa che molti conoscevano, ancora adesso non riesco a capacitarmi di come abbiano questo successo. È iniziato prima il doppiaggio dei video oppure la stand up? La stand up. Sono circa 3 anni e mezzo che faccio stand up. All’inizio sono andato a tentativi […]

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Musica

Simone Valeo torna con Vai a Dubai | Intervista

Vai a Dubai è il quarto l’ultimo lavoro discografico del cantautore parmense Simone Valeo. Classe 1962, Simone Valeo nell’ultimo lavoro mette a frutto le tante esperienze maturate nel corso della sua carriera, condensando in 11 tracce ironia e sagacia a ritmo di jazz e swing. Tra i temi trattati, spazia da quelli più intimi come “Il cammino della vita” e “Un amore ingombrante”, ad altri di matrice politica e sociale come in “Il fascista mediatico”, “Corri corri sorellina” e “Uguali e diversi”. Intervistato da noi, Simone Valeo ci ha parlato del suo disco ma di tanto altro ancora. Intervista a Simone Valeo Hai esordito discograficamente nel 1996 con il disco “Nuoce gravemente alla salute”, al quale sono seguiti “Sto cercando il sole” (1998) e “Pioggia di polvere” (2003). Il quarto disco, “Vai a Dubai”, è stato pubblicato lo scorso aprile, cosa è successo in questi 16 anni? Dopo aver ricevuto da questa attività grandi soddisfazioni in quanto sono sempre riuscito, seppure con grande fatica e tenacia, a ritagliarmi spazi di creatività sincera, ho pensato che il mercato discografico fosse diventato per me un tabù, perché troppo legato a meccanismi di vendita immediata e obbligata. Già la crisi delle vendite faceva naufragare la discografia in un mare di download, mentre il gusto popolar di massa tendeva irrimediabilmente verso la canzone di facile consumo. Così ho cercato di mandare avanti la musica dal vivo nella mia città, Parma, perché in quel momento la situazione live era veramente ai minimi storici. Ho collaborato alla nascita di due locali, che della musica dal vivo facevano una bandiera, e organizzato eventi per il comune di Parma. Tutti i musicisti spesso più giovani di me mi ringraziavano per aver risollevato un po’ l’umore della mia città. Poi mi sono tolto qualche vecchia soddisfazione, portando avanti due progetti che mi hanno permesso di tornare a cantare e suonare dal vivo: due tributi a due artisti che nel loro genere reputo dei campioni: Bob Marley e Lucio Dalla, accomunati da una grana vocale unica e profonda e da un’anima soul spontanea e originale. Quindi ho sentito l’esigenza di completare il mio percorso musicale attraverso lo studio e mi sono laureato al Conservatorio di Parma col massimo dei voti, un percorso In-Verso, come ho intitolato la mia tesi scritta, sulla canzone d’autore. La mia insegnante di canto, Susanna Parigi, anch’essa cantautrice, dopo aver ascoltato alcuni miei brani, mi ha spronato a continuare a scrivere e incidere canzoni e così è nato il nuovo album. Cosa puoi dirmi dunque di “Vai a Dubai”? L’ho scritto e prodotto nell’arco di un anno e mezzo, in concomitanza con un progetto di musica dal vivo che riguardava lo swing italiano. Ho avvertito la necessità di scrivere canzoni che come tali avessero leggerezza ma sorrette da testi che affrontassero l’attualità senza peli sulla lingua. Da qui l’idea di una copertina volutamente provocatoria che facesse riflettere sul mondo contemporaneo e sulle sue assurde contraddizioni. È venuto fuori così, nato dall’ urgenza di scrivere pensieri che […]

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Musica

Alosi e il suo esordio da solista con 1985 | Intervista

Alosi esordisce da solista con 1985 | Intervista «Un lavoro impulsivo e viscerale», Alosi (nome d’arte di Pietro Alessandro Alosi) definisce così 1985 (La Tempesta Dischi/ Khalisa Dischi), il suo disco d’esordio da solista. Dopo dieci anni come voce e autore del duo Il Pan del Diavolo, lo scorso aprile, Alosi ha scelto di mettersi in proprio. Il risultato sono undici energiche tracce dalle sonorità punk- rock. Un disco d’impatto che non lesina neanche dal punto di vista autoriale, dove emerge la fine penna di Alosi che in questi anni, oltre al Il Pan del Diavolo, ha potuto mettersi in mostra come autore con artisti come Piero Pelù, i Tre Allegri Ragazzi Morti e Motta, con il quale ha scritto Se continuiamo a correre. Abbiamo avuto l’occasione di fare qualche domanda a Pietro, questa è la nostra intervista. Intervista ad Alosi Come nasce questa decisione di pubblicare un album da solista dopo ben 10 anni con Il Pan del Diavolo? È una scelta artistica. Avevo bisogno di demolire e ricostruire, di lavorare esclusivamente guidato da uno spirito nuovo, da quello che non sai dove ti porterà. Come autore e musicista la ricerca è una parte indispensabile per fare venire fuori qualcosa di vero, sincero e inaspettatamente istintivo. Cosa puoi raccontarci dell’album? Ho lavorato canzone dopo canzone senza l’idea iniziale che avrei fatto un album intero. Solo la voglia di ascoltarmi e tirar fuori quello che sentivo. Anche se la lavorazione dell’album è stata lunga, considero “1985” un lavoro impulsivo e viscerale. Quale è stata la direzione musicale che hai voluto seguire? La musica è uscita contemporaneamente alle parole, sono cresciuto con il rock ed è venuto fuori un album rock. Completamente fuori dagli schemi del 2019 e perfettamente in sintonia con se stesso, parole e musica. Perché hai voluto registrarlo in presa diretta? È una scelta importante che rende la performance più umana e permette ai musicisti impegnati nelle registrazioni di essere più liberi. In questa maniera con ogni play rivive la performance di più musicisti contemporaneamente come nei grandi brani del passato. Cosa puoi dirci delle tue collaborazioni con Motta? Con Francesco abbiamo condiviso il palco in più occasioni e in diversi anni, ci davamo una mano a vicenda, suonavamo insieme e abitavamo nelle stesse città, collaborare è stato naturale. In “La mia vita in tre accordi” ti chiedi come sarebbe la tua vita in tre accordi: Do- Sol e Mi minore. Come sarebbe dunque questa tua vita in questi tre accordi? Perché proprio questi? Sono gli accordi del punk, di un famoso volantino di Londra del ’77 in cui si diceva che bastavano questi tre accordi per fare una band. Semplicità, cuore e tre accordi se ben usati bastano e poi d’altronde sono stato sempre più impegnato a scrivere canzoni che non a imparare accordi. Come procede fino ad adesso il tour di lancio del disco? Per certi versi sono ripartito da zero ed è una bella sfida, l’ennesimo round. Il live spacca, ci sono dei musicisti bravissimi […]

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Musica

I Notagitana ritornano con Consecuencia | Intervista a Salvi Defilippo

Partiti da Rubiera (provincia di Reggio Emilia) nel 2012, i Notagitana hanno fatto dei viaggi il motore propulsivo della loro musica. Composta da Salvi Defilippo (voce e chitarra), Donato Federico Auricchio (chitarra solista), Roberto Crotti (batteria) e Marco Cilloni (basso), la band, dopo il primo EP LAMONALOCA, ha pubblicato Consecuencia, il nuovo disco autoprodotto che nasce proprio dalla scia musicale tracciata dal primo lavoro. Il gruppo propone infatti una scelta di musica patchanka, ovvero quel genere ibrido che unisce gli stili delle diverse tradizioni musicali latine. La contaminazione è un concetto fondamentale per capire la musica dei Notagitana che vedono nel viaggio, ma anche nella condivisione e nella ricerca dell’altro, un’occasione di crescita personale. Di questo e di tanto altro ancora- come le dodici tracce che compongono Consecuencia– abbiamo avuto il piacere di parlare con Salvi Defilippo, frontman dei Notagitana. Intervista a Salvidefilippo, voce dei Notagitana Partirei subito chiedendoti di Soy, singolo del vostro primo EP LAMONALOCA, il cui videoclip è stato in parte girato in India. Cosa puoi raccontarmi di quel viaggio? Il viaggio in India è stato qualcosa di indescrivibile a parole, dovresti viverlo per poter capire veramente. È qualcosa di inimmaginabile per noi occidentali, qualcosa di magico ma allo stesso tempo spaventoso. Sorridi e piangi, impari tanto e poi ti chiedi dove sia veramente il giusto, occidente o oriente? Ti chiedi ad ogni angolo, come sia possibile. Viaggi su mezzi che neanche sai se arriveranno mai a destinazione, senti sapori e vedi colori che ti invadono l’anima, percepisci sensazioni sulla tua pelle che mai avevi provato. Percepisci energia, parli con gente che ti guarda stranita, come se guardasse un extraterrestre. Bambini che ancora giocano scalzi per le strade e si divertono a rincorrere uno scarafaggio, donne che con scialli scintillanti avvolgono attorno a loro i figli appena nati, famiglie intere su un motorino, mucche che pascolano lungo le vie della città, per poi girare un angolo e trovarti di fronte a un elefante…come vedi tante sono le cose che risulta quasi impossibile parlarti dell’India…ecco che nasce SOY. Ero a Varanasi, città sacra che sorge sulle rive del Gange, proprio lì mentre osservavo due vecchietti avvolti da una nuvola di fumo, creatasi dallo svampare del cilum (cercavano lo stono per raggiungere Shiva) mi sono chiesto quale fosse la giusta filosofia di vita!   Sempre a proposito di LAMONALOCA, come mai pubblicarlo sotto licenza Creative Commons? Volevamo dare libera e massima diffusione al nostro primo lavoro. Era un EP che aveva anche e soprattutto lo scopo di presentare il progetto Notagitana, doveva essere libero da qualsiasi vincolo. Ci bastava avere la paternità dell’opera, riscuotere eventuali diritti d’autore non ci interessava e non volevamo sostenere costi inutili in quel momento. Consecuencia è invece il vostro nuovo album, cosa puoi dirmi a riguardo? Consecuencia nasce nel momento esatto in cui doveva nascere, è l’arrivo e la partenza di un gran bel percorso, fatto soprattutto di stima e amicizia. È un punto a cui si doveva arrivare per poi ripartire a ricreare […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La Musica può fare, il festival promosso dal Club 33 Giri | Intervista

Club 33 Giri promuove l’ottava edizione de La Musica può fare | Intervista Il 16 giugno, giunge alla sua ottava edizione La Musica può fare, il festival musicale promosso dall’associazione culturale no-profit Club 33 Giri. La kermesse musicale, che attraverso la musica vuole offrire un’esperienza a 360 gradi come quella dei grandi festival, ritorna per il secondo anno nella suggestiva cornice dell’Arena Ferdinando II di San Nicola la Strada (Caserta). Il tema caratterizzante di quest’edizione sarà lo spazio, in occasione del cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna di Neil Armstrong. Uno spazio inteso come assenza di confini e agevole condivisione. Ispirandosi alle celebri parole del primo uomo sulla Luna, il Club 33 Giri vuole compiere un piccolo passo nel mondo dei festival che sia però un grande passo in quella che vuole essere un’idea diversa di condivisione e aggregazione: valorizzare il territorio attraverso attività musicali, artistiche e ludiche per tutti. Del programma e delle attività del festival abbiamo parlato con Roberta Cacciapuoti, direttrice artistica del Club 33 Giri. Intervista Roberta Cacciapuoti, direttrice artistica del Club 33 Giri La musica può fare giunge quest’anno alla sua ottava edizione, puoi parlarmi del percorso che vi ha portato fino a qui? Nel 2012 siamo stati invitati (Club 33 Giri, nda) dall’associazione Play for Africa che opera in Senegal insieme a un’altra associazione che si chiama I bambini di Ornella, ad organizzare un evento che supportasse le loro iniziative. Sulla spinta di questa proposta organizzammo la prima edizione del festival dove invitammo degli ospiti che erano “amici”, nel senso che li conoscevamo e che erano già stati all’associazione Club 33 Giri. Erano Riccardo Sinigallia, Ballads quindi Ciccio di Bella e Alfonso Bruno, e Sandro Joyeux. Poi il percorso è continuato perché la prima edizione andò molto bene, più di quanto ci aspettassimo. Ci sembrò dunque naturale continuare ad organizzare l’appuntamento, per cercare di farlo diventare un appuntamento fisso, ecco. Sia per i nostri soci che seguono le nostre attività durante tutto l’anno, ma anche per coinvolgere tante altre persone. Dal 2012 ad oggi il festival è cresciuto, ha cercato di allargare i suoi orizzonti, ha cercato di portare in Campania artisti che non riuscivano ad arrivare. Ad esempio, nel 2014 abbiamo ospitato gli Ex-Otago, i Joe Victor, i Fitness Forever… Tutte band che noi reputiamo fortissime ma che non avevano l’opportunità di suonare spesso nelle nostre zone. Oltre alla musica, il festival si arricchisce di mostre, mercatini ed altri tipi di attività per cercare di creare un’esperienza che non sia soltanto musicale ma un’esperienza “festival”, così come è concepita nelle manifestazioni più grandi e importanti. Un’esperienza a 360 gradi, dunque, che possa essere vissuta durante tutto l’arco della giornata e che sia quanto mai coinvolgente. Quest’anno il tema del festival è lo spazio, perché questa scelta? Ogni anno ci divertiamo a scegliere un tema che poi sarà il filo conduttore dei nostri allestimenti, delle nostre grafiche e chiaramente della promozione. Quest’anno, visto che ricorre il cinquantesimo anniversario del primo sbarco sulla luna di Armstrong, […]

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Musica

Rocco Rosignoli e il nuovo album Tutto si dimentica | Intervista

Tutto si dimentica è il nuovo disco autoprodotto del polistrumentista e cantautore parmigiano Rocco Rosignoli pubblicato lo scorso 26 Aprile. Ossessionato dalla memoria e dallo scorrere del tempo, Rocco Rosignoli fa della memoria il fil rouge del suo lavoro. In brani come L’ululato e Sul selciato di Piazza Garibaldi questo tema assume una grande connotazione storica e pedagogica, non si lega soltanto all’inarrestabile scorrere del tempo, ma a quegli esempi di lotta per la libertà e i diritti che hanno caratterizzato l’esperienza partigiana della Resistenza. Il racconto di Rosignoli diventa così un monito stimolante e infervorante, allo stesso tempo ispirante e leggero. Emerge anche la componente poetica, ispirata e fortemente legata a quella grande tradizione cantautoriale costituita da Fabrizio De André, Leonard Cohen, Francesco Guccini e Claudio Lolli al quale dedica il brano Piccola canzone per me. Il tutto viene rivestito da una veste musicale folk che conferisce ai temi trattati un tocco di maggior profondità e sapienza. Rocco Rosignoli mette a frutto tutta la sua conoscenza musicale e strumentale inserendo nell’album moltissimi strumenti: dalla chitarra acustica al violino, dalla fisarmonica all’armonium, dal bouzouki al mandolino, passando anche per l’armonica a bocca, il pianoforte e il basso elettrico. Oltre ad essere un polistrumentista, Rocco Rosignoli è anche uno scrittore e coltiva molteplici interessi: è autore di due raccolte di poesie;  dirige il coro di canto popolare “OltreCoro”;  ha ideato alcuni particolari format musicali monografici chiamati “Lezioni-concerto”;  ed è anche curatore del laboratorio “Shir” presso il Museo Ebraico Fausto Levi di Soragna. Di questo e di tanto altro ancora abbiamo avuto possibilità di parlare con il diretto interessato. Intervista a Rocco Rosignoli Suoni la chitarra, il violino, il basso, il bouzouki, il pianoforte, la fisarmonica, l’armonica, l’harmonium indiano e il mandolino. Raccontaci un po’ della tua carriera di musicista, come hai imparato a suonare tutti questi strumenti? Ho iniziato con la chitarra, a 11 anni. C’era questa vecchia chitarra classica in casa e ho voluto tirarla giù dal muro a cui era appesa da anni e provare a suonarla. Mia madre ha voluto fare le cose per bene e mi ha iscritto a una scuola di musica. Mi hanno dato per due anni le basi della chitarra classica. Alla fine del secondo anno mi sono stancato perché a me interessava suonare le canzoni e non fare degli esercizi. Mi sono comprato un prontuario degli accordi e ho cominciato a studiare da solo le canzoni che mi piacevano. Col tempo però ho capito che le basi di chitarra classica che avevo mi rendevano molto indipendente nello studio e mi davano una velocità di apprendimento che altri miei coetanei autodidatti non avevano. E dunque ho ricominciato a prendere lezioni. L’armonica faceva parte dell’armamentario di chi, come me, amava Bob Dylan. Anche quella l’ho studiata con passione. A vent’anni poi ho dato sfogo al desiderio di studiare il violino: è certamente lo strumento che amo di più, suonarlo per me è una lotta costante e richiede tantissimo studio. Il mandolino si accorda come il violino e […]

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Libri

Alessandro Orlandi e il suo saggio sul culto degli antenati nel mondo antico

Genius Familiaris, Genius Loci, Eggregori e forme pensiero- Culto degli antenati nel mondo antico e trasmissione iniziatica è un saggio del matematico, museologo e musicista Alessandro Orlandi, pubblicato dalla casa editrice napoletana Stamperia del Valentino, per la collana I Polifemi. Come c’ha lui stesso rivelato, questo lavoro nasce da un interesse di lunga data: «Si può dire che l’interesse per il culto degli antenati nel mondo antico e per la trasmissione iniziatica mi accompagni da quando ero adolescente. Verso i miei 13 anni mi capitò di leggere alcuni libri di Mircea Eliade e di René Guenon e, da allora, questa passione non mi ha più abbandonato» Nonostante la brevità, il saggio riesce a ripercorrere in maniera esaustiva i culti iniziatici e religiosi del mondo classico greco e romano, ma anche di altre civiltà del mondo antico. La struttura del saggio di Alessandro Orlandi sul culto degli antenati nel mondo antico Il saggio è basato su una ricerca che si muove in due direzioni. La prima descrive le differenze e le analogie dei culti degli antenati tra le civiltà del mondo antico; la seconda ruota intorno tre interrogativi: -Qual è il ruolo della Tradizione e dell’Iniziazione nelle grandi Tradizioni spirituali? -Si può ancora parlare di Tradizione e Iniziazione nel XXI secolo? -Come è cambiato il nostro modo di intendere la Tradizione e l’Iniziazione rispetto agli antichi culti misterici? Alessandro Orlandi segue queste due linee guida e risponde alle tre domande unendo alla minuzia accademica un tocco di misteriosa solennità, molto consona alla materia trattata.  I culti degli antenati nel mondo antico si legavano indissolubilmente alla sfera della morte ed erano caratterizzati da una complessità difficilmente comprensibile ai giorni nostri. Ai nostri occhi di uomini digitalizzati e razionalmente regolatori, questi culti potrebbero erroneamente sembrare il frutto di civiltà non sviluppate come la nostra, ma invece rivelano una profondità e una saggezza peculiari. Una saggezza frutto di culture che concepivano il mondo e la vita organicamente, come qualcosa di estremamente correlato tra loro. Principi diversi dagli schemi del pensiero occidentale moderno che invece tende a frammentare il mondo per poterlo successivamente dominare e regolare. Su questo punto, facendoci un esempio su un’antica tradizione romana, l’autore tende a precisare:«Ogni 110 anni i romani celebravano la festa dei Ludi saeculares, che segnava il chiudersi di un ciclo di generazioni e l’aprirsi di un altro, differentemente caratterizzato. Si festeggiava la generazione che aveva perso genitori, nonni e bisnonni, destinata ad aprire un nuovo ciclo. Si apriva il Mundus del Tarentum, sacrario sotterraneo sulla riva sinistra del Tevere, in cui era seppellito un altare dedicato a Dite e Proserpina sul quale un sacrificio notturno era dedicato a Llithie e alle Parche. La terza notte si sacrificava alla Terra madre. Nella cerimonia si evocava lo srotolarsi fatale dei fusi delle Parche. Il Mundus, creato alle origini di Roma con il compito di contenere un esemplare di tutto ciò che sarebbe servito in seguito alla vita della città, era anche una porta per gli Inferi, tra il mondo visibile […]

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Musica

Anima Popolare, cabaret e libero pensiero | Intervista a Flavio Oreglio

Cabarettista, cantautore, scrittore nonché laureato in Biologia con specializzazione in Ecologia, Flavio Oreglio, conosciuto al grande pubblico come il poeta catartico di Zelig, ha fatto della sperimentazione, della creatività e del rigore gli assi portanti della sua arte. Anima Popolare è la sua ultima fatica artistica realizzata insieme al gruppo folk degli Staffora Bluzer e pubblicata dall’etichetta discografica di Luca Bonaffini, la Long Digital Playing Edizioni Musicali. In questi anni Flavio Oreglio si è distinto anche per la ricerca e la documentazione della storia del cabaret, cosa che, prima della fondazione dell’Archivio Storico Cabaret Italiano sito a Peschiera Borromeo (MI), risultava alquanto deficitaria. Erroneamente da quanto si pensa, il cabaret come forma artistica ha poco a che vedere con la comicità trasmessa in tv. Esso affonda le sue radici nell’opera dell’impresario teatrale e pittore dell’800 Rodolphe Salis che, nel 1881, riunì nel locale Cabaret Artistique, poi divenuto l’iconico Le Chat noir, gruppi eterogenei di poeti e artisti d’avanguardia. Il suo fu un tentativo di dare un taglio maggiormente poetico ed elevato al varietà, inserendo componenti umoristiche e satiriche. Da lì nacquero i poeti performer, poeti che non si limitavano soltanto a scrivere poesie, ma che si esibivano recitandole e in seguito mettendole in musica. Incontrato e intervistato il 16 Maggio, durante la prima giornata del FIM, Flavio Oreglio c’ha spiegato della profonda connessione esistente tra il cabaret e la canzone d’autore. Possono infatti essere considerati membri della tradizione cabarettistica artisti come De André, Fo e Jannacci. Cabaret, dunque, forma molto lontana da quelle televisive con le quali viene spesso identificato, che esauriscono invece un’altra forma del ridere: la comicità. Oltre agli interessi musicali, cabarettistici e storici, Flavio Oreglio ha anche coltivato interessi scientifici. Autore di libri di divulgazione scientifica come i tre della serie “Storia curiosa della scienza”, Oreglio concepisce la scienza come disciplina meticolosa e rigorosa ma che allo stesso tempo deve risultare leggera, per stimolare la curiosità e la creatività. Soprattutto, questa sua idea di scienza è strettamente legata alla filosofia nel suo senso più antico e originario. Una forma di pensiero critico e libero dall’esito parresiasta, ovvero quell’esito di verità destabilizzante che trova le sue origini proprio nella filosofia dell’antica Grecia. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro ancora in una lunga e stimolante intervista. Intervista a Flavio Oreglio Come sono nati Anima Popolare e questa collaborazione con gli Staffora Bluzer? Dunque, questo disco nasce del tutto casualmente e la progettualità nasce altrettanto casualmente, è stata una delle cose strane che succedono nella vita. Sostanzialmente cos’è successo? È successo che dal 2015 al 2018 ho festeggiato il trentennale di carriera. Avevo creato il contesto del gruppo dei poeti catartici nell’oltrepò pavese, nel Passo del Brallo. Se hai presente la cartina della Lombardia, che ha quella punta che va verso il basso, è quell’ultimo comune della punta il Passo del Brallo. Lì ho costituito questo circolo dei poeti catartici e, durante una delle feste, si presentarono due ragazzi, Stefano Faravelli e Matteo Burrone, che sono un due […]

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