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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

La Musica può fare, il festival promosso dal Club 33 Giri | Intervista

Club 33 Giri promuove l’ottava edizione de La Musica può fare | Intervista Il 16 giugno, giunge alla sua ottava edizione La Musica può fare, il festival musicale promosso dall’associazione culturale no-profit Club 33 Giri. La kermesse musicale, che attraverso la musica vuole offrire un’esperienza a 360 gradi come quella dei grandi festival, ritorna per il secondo anno nella suggestiva cornice dell’Arena Ferdinando II di San Nicola la Strada (Caserta). Il tema caratterizzante di quest’edizione sarà lo spazio, in occasione del cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna di Neil Armstrong. Uno spazio inteso come assenza di confini e agevole condivisione. Ispirandosi alle celebri parole del primo uomo sulla Luna, il Club 33 Giri vuole compiere un piccolo passo nel mondo dei festival che sia però un grande passo in quella che vuole essere un’idea diversa di condivisione e aggregazione: valorizzare il territorio attraverso attività musicali, artistiche e ludiche per tutti. Del programma e delle attività del festival abbiamo parlato con Roberta Cacciapuoti, direttrice artistica del Club 33 Giri. Intervista Roberta Cacciapuoti, direttrice artistica del Club 33 Giri La musica può fare giunge quest’anno alla sua ottava edizione, puoi parlarmi del percorso che vi ha portato fino a qui? Nel 2012 siamo stati invitati (Club 33 Giri, nda) dall’associazione Play for Africa che opera in Senegal insieme a un’altra associazione che si chiama I bambini di Ornella, ad organizzare un evento che supportasse le loro iniziative. Sulla spinta di questa proposta organizzammo la prima edizione del festival dove invitammo degli ospiti che erano “amici”, nel senso che li conoscevamo e che erano già stati all’associazione Club 33 Giri. Erano Riccardo Sinigallia, Ballads quindi Ciccio di Bella e Alfonso Bruno, e Sandro Joyeux. Poi il percorso è continuato perché la prima edizione andò molto bene, più di quanto ci aspettassimo. Ci sembrò dunque naturale continuare ad organizzare l’appuntamento, per cercare di farlo diventare un appuntamento fisso, ecco. Sia per i nostri soci che seguono le nostre attività durante tutto l’anno, ma anche per coinvolgere tante altre persone. Dal 2012 ad oggi il festival è cresciuto, ha cercato di allargare i suoi orizzonti, ha cercato di portare in Campania artisti che non riuscivano ad arrivare. Ad esempio, nel 2014 abbiamo ospitato gli Ex-Otago, i Joe Victor, i Fitness Forever… Tutte band che noi reputiamo fortissime ma che non avevano l’opportunità di suonare spesso nelle nostre zone. Oltre alla musica, il festival si arricchisce di mostre, mercatini ed altri tipi di attività per cercare di creare un’esperienza che non sia soltanto musicale ma un’esperienza “festival”, così come è concepita nelle manifestazioni più grandi e importanti. Un’esperienza a 360 gradi, dunque, che possa essere vissuta durante tutto l’arco della giornata e che sia quanto mai coinvolgente. Quest’anno il tema del festival è lo spazio, perché questa scelta? Ogni anno ci divertiamo a scegliere un tema che poi sarà il filo conduttore dei nostri allestimenti, delle nostre grafiche e chiaramente della promozione. Quest’anno, visto che ricorre il cinquantesimo anniversario del primo sbarco sulla luna di Armstrong, […]

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Musica

Rocco Rosignoli e il nuovo album Tutto si dimentica | Intervista

Tutto si dimentica è il nuovo disco autoprodotto del polistrumentista e cantautore parmigiano Rocco Rosignoli pubblicato lo scorso 26 Aprile. Ossessionato dalla memoria e dallo scorrere del tempo, Rocco Rosignoli fa della memoria il fil rouge del suo lavoro. In brani come L’ululato e Sul selciato di Piazza Garibaldi questo tema assume una grande connotazione storica e pedagogica, non si lega soltanto all’inarrestabile scorrere del tempo, ma a quegli esempi di lotta per la libertà e i diritti che hanno caratterizzato l’esperienza partigiana della Resistenza. Il racconto di Rosignoli diventa così un monito stimolante e infervorante, allo stesso tempo ispirante e leggero. Emerge anche la componente poetica, ispirata e fortemente legata a quella grande tradizione cantautoriale costituita da Fabrizio De André, Leonard Cohen, Francesco Guccini e Claudio Lolli al quale dedica il brano Piccola canzone per me. Il tutto viene rivestito da una veste musicale folk che conferisce ai temi trattati un tocco di maggior profondità e sapienza. Rocco Rosignoli mette a frutto tutta la sua conoscenza musicale e strumentale inserendo nell’album moltissimi strumenti: dalla chitarra acustica al violino, dalla fisarmonica all’armonium, dal bouzouki al mandolino, passando anche per l’armonica a bocca, il pianoforte e il basso elettrico. Oltre ad essere un polistrumentista, Rocco Rosignoli è anche uno scrittore e coltiva molteplici interessi: è autore di due raccolte di poesie;  dirige il coro di canto popolare “OltreCoro”;  ha ideato alcuni particolari format musicali monografici chiamati “Lezioni-concerto”;  ed è anche curatore del laboratorio “Shir” presso il Museo Ebraico Fausto Levi di Soragna. Di questo e di tanto altro ancora abbiamo avuto possibilità di parlare con il diretto interessato. Intervista a Rocco Rosignoli Suoni la chitarra, il violino, il basso, il bouzouki, il pianoforte, la fisarmonica, l’armonica, l’harmonium indiano e il mandolino. Raccontaci un po’ della tua carriera di musicista, come hai imparato a suonare tutti questi strumenti? Ho iniziato con la chitarra, a 11 anni. C’era questa vecchia chitarra classica in casa e ho voluto tirarla giù dal muro a cui era appesa da anni e provare a suonarla. Mia madre ha voluto fare le cose per bene e mi ha iscritto a una scuola di musica. Mi hanno dato per due anni le basi della chitarra classica. Alla fine del secondo anno mi sono stancato perché a me interessava suonare le canzoni e non fare degli esercizi. Mi sono comprato un prontuario degli accordi e ho cominciato a studiare da solo le canzoni che mi piacevano. Col tempo però ho capito che le basi di chitarra classica che avevo mi rendevano molto indipendente nello studio e mi davano una velocità di apprendimento che altri miei coetanei autodidatti non avevano. E dunque ho ricominciato a prendere lezioni. L’armonica faceva parte dell’armamentario di chi, come me, amava Bob Dylan. Anche quella l’ho studiata con passione. A vent’anni poi ho dato sfogo al desiderio di studiare il violino: è certamente lo strumento che amo di più, suonarlo per me è una lotta costante e richiede tantissimo studio. Il mandolino si accorda come il violino e […]

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Libri

Alessandro Orlandi e il suo saggio sul culto degli antenati nel mondo antico

Genius Familiaris, Genius Loci, Eggregori e forme pensiero- Culto degli antenati nel mondo antico e trasmissione iniziatica è un saggio del matematico, museologo e musicista Alessandro Orlandi, pubblicato dalla casa editrice napoletana Stamperia del Valentino, per la collana I Polifemi. Come c’ha lui stesso rivelato, questo lavoro nasce da un interesse di lunga data: «Si può dire che l’interesse per il culto degli antenati nel mondo antico e per la trasmissione iniziatica mi accompagni da quando ero adolescente. Verso i miei 13 anni mi capitò di leggere alcuni libri di Mircea Eliade e di René Guenon e, da allora, questa passione non mi ha più abbandonato» Nonostante la brevità, il saggio riesce a ripercorrere in maniera esaustiva i culti iniziatici e religiosi del mondo classico greco e romano, ma anche di altre civiltà del mondo antico. La struttura del saggio di Alessandro Orlandi sul culto degli antenati nel mondo antico Il saggio è basato su una ricerca che si muove in due direzioni. La prima descrive le differenze e le analogie dei culti degli antenati tra le civiltà del mondo antico; la seconda ruota intorno tre interrogativi: -Qual è il ruolo della Tradizione e dell’Iniziazione nelle grandi Tradizioni spirituali? -Si può ancora parlare di Tradizione e Iniziazione nel XXI secolo? -Come è cambiato il nostro modo di intendere la Tradizione e l’Iniziazione rispetto agli antichi culti misterici? Alessandro Orlandi segue queste due linee guida e risponde alle tre domande unendo alla minuzia accademica un tocco di misteriosa solennità, molto consona alla materia trattata.  I culti degli antenati nel mondo antico si legavano indissolubilmente alla sfera della morte ed erano caratterizzati da una complessità difficilmente comprensibile ai giorni nostri. Ai nostri occhi di uomini digitalizzati e razionalmente regolatori, questi culti potrebbero erroneamente sembrare il frutto di civiltà non sviluppate come la nostra, ma invece rivelano una profondità e una saggezza peculiari. Una saggezza frutto di culture che concepivano il mondo e la vita organicamente, come qualcosa di estremamente correlato tra loro. Principi diversi dagli schemi del pensiero occidentale moderno che invece tende a frammentare il mondo per poterlo successivamente dominare e regolare. Su questo punto, facendoci un esempio su un’antica tradizione romana, l’autore tende a precisare:«Ogni 110 anni i romani celebravano la festa dei Ludi saeculares, che segnava il chiudersi di un ciclo di generazioni e l’aprirsi di un altro, differentemente caratterizzato. Si festeggiava la generazione che aveva perso genitori, nonni e bisnonni, destinata ad aprire un nuovo ciclo. Si apriva il Mundus del Tarentum, sacrario sotterraneo sulla riva sinistra del Tevere, in cui era seppellito un altare dedicato a Dite e Proserpina sul quale un sacrificio notturno era dedicato a Llithie e alle Parche. La terza notte si sacrificava alla Terra madre. Nella cerimonia si evocava lo srotolarsi fatale dei fusi delle Parche. Il Mundus, creato alle origini di Roma con il compito di contenere un esemplare di tutto ciò che sarebbe servito in seguito alla vita della città, era anche una porta per gli Inferi, tra il mondo visibile […]

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Musica

Anima Popolare, cabaret e libero pensiero | Intervista a Flavio Oreglio

Cabarettista, cantautore, scrittore nonché laureato in Biologia con specializzazione in Ecologia, Flavio Oreglio, conosciuto al grande pubblico come il poeta catartico di Zelig, ha fatto della sperimentazione, della creatività e del rigore gli assi portanti della sua arte. Anima Popolare è la sua ultima fatica artistica realizzata insieme al gruppo folk degli Staffora Bluzer e pubblicata dall’etichetta discografica di Luca Bonaffini, la Long Digital Playing Edizioni Musicali. In questi anni Flavio Oreglio si è distinto anche per la ricerca e la documentazione della storia del cabaret, cosa che, prima della fondazione dell’Archivio Storico Cabaret Italiano sito a Peschiera Borromeo (MI), risultava alquanto deficitaria. Erroneamente da quanto si pensa, il cabaret come forma artistica ha poco a che vedere con la comicità trasmessa in tv. Esso affonda le sue radici nell’opera dell’impresario teatrale e pittore dell’800 Rodolphe Salis che, nel 1881, riunì nel locale Cabaret Artistique, poi divenuto l’iconico Le Chat noir, gruppi eterogenei di poeti e artisti d’avanguardia. Il suo fu un tentativo di dare un taglio maggiormente poetico ed elevato al varietà, inserendo componenti umoristiche e satiriche. Da lì nacquero i poeti performer, poeti che non si limitavano soltanto a scrivere poesie, ma che si esibivano recitandole e in seguito mettendole in musica. Incontrato e intervistato il 16 Maggio, durante la prima giornata del FIM, Flavio Oreglio c’ha spiegato della profonda connessione esistente tra il cabaret e la canzone d’autore. Possono infatti essere considerati membri della tradizione cabarettistica artisti come De André, Fo e Jannacci. Cabaret, dunque, forma molto lontana da quelle televisive con le quali viene spesso identificato, che esauriscono invece un’altra forma del ridere: la comicità. Oltre agli interessi musicali, cabarettistici e storici, Flavio Oreglio ha anche coltivato interessi scientifici. Autore di libri di divulgazione scientifica come i tre della serie “Storia curiosa della scienza”, Oreglio concepisce la scienza come disciplina meticolosa e rigorosa ma che allo stesso tempo deve risultare leggera, per stimolare la curiosità e la creatività. Soprattutto, questa sua idea di scienza è strettamente legata alla filosofia nel suo senso più antico e originario. Una forma di pensiero critico e libero dall’esito parresiasta, ovvero quell’esito di verità destabilizzante che trova le sue origini proprio nella filosofia dell’antica Grecia. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro ancora in una lunga e stimolante intervista. Intervista a Flavio Oreglio Come sono nati Anima Popolare e questa collaborazione con gli Staffora Bluzer? Dunque, questo disco nasce del tutto casualmente e la progettualità nasce altrettanto casualmente, è stata una delle cose strane che succedono nella vita. Sostanzialmente cos’è successo? È successo che dal 2015 al 2018 ho festeggiato il trentennale di carriera. Avevo creato il contesto del gruppo dei poeti catartici nell’oltrepò pavese, nel Passo del Brallo. Se hai presente la cartina della Lombardia, che ha quella punta che va verso il basso, è quell’ultimo comune della punta il Passo del Brallo. Lì ho costituito questo circolo dei poeti catartici e, durante una delle feste, si presentarono due ragazzi, Stefano Faravelli e Matteo Burrone, che sono un due […]

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Musica

Dario Dee e il suo ultimo progetto discografico | Intervista

Domenico Dario Dipalo, in arte Dario Dee, è un cantautore con all’attivo diverse esperienze e diversi concorsi musicali. Ultimo quello del PAE della fiera FIM, il Premio Autori Emergenti, che l’ha visto tra i dieci finalisti selezionati per la compilation scelta dalla direzione del FIM. Dario è uscito dalla stanza è l’ultimo lavoro discografico da solista di Dario Dipalo, uscito lo scorso 5 Aprile, a quattro anni di distanza dal suo precedente album Sopra Le Righe 2.015. Anticipato dal singolo Il mio pesce corallo rosso, il brano che è stato appunto selezionato nella compilation del FIM, l’album si compone di 16 tracce che spaziano dal soul all’elettro-pop, sonorità che si legano alle esperienze di vita emotive che l’autore ha voluto raccontare. Il 16 Maggio abbiamo incontrato, durante la prima giornata del FIM,  Dario Dee e scambiato quattro chiacchiere con lui. Intervista a Dario Dee Cosa puoi raccontarci di Il mio pesce corallo rosso, il brano che ha anticipato il tuo secondo disco. Il titolo, come puoi immaginare, è abbastanza ironico. È uscito quest’anno ed ha anticipato l’album Dario è uscito dalla stanza e sono autore e produttore di questo brano. Ha delle vene un po’ vintage anni ’70, ricorda un po’ la dance degli ABBA. Su questa struttura ho messo questo testo che racconta delle varie delusioni d’amore, di quel periodo in cui ci si chiude in casa e non si vuole avere a che fare con nessuno. Ho scritto appunto questa filastrocca per dire lasciatemi solo a casa con il mio pesce corallo rosso. È nato così questo brano. Cosa puoi dirci del PAE? Come sta andando questa tua esperienza al FIM? Siamo una decina di artisti a essere stati inseriti in una compilation. È comunque il primo anno che vengo qui e lo trovo molto interessante. Che venga dedicato uno spazio alla musica, che troppo spesso viene messa in un angoletto, in una sede così importante come questa a Milano, è molto importante. Andando invece un po’ indietro, cosa puoi dirci di te? Come hai iniziato a fare musica? Ho cominciato a far musica da bambino ed ho studiato in conservatorio pianoforte. Poi di lì ho iniziato ad ascoltare la soul music e mi sono affacciato al mondo pop. Per un periodo ho avuto una doppia vita: di mattina in ufficio e la sera ero nei club a far musica. A un certo punto mi sono scocciato di questa cosa e mi sono dedicato completamente alla musica. Oggi tra insegnamento e produzioni faccio questo. Sei insegnante di musica quindi? Sì, sono un insegnante di musica, sono un vocal coach. Poi, avendo una grande passione per il gospel ho creato vari cori. Dal soul e dal gospel come sei passato a fare questa filastrocca in stile ABBA? Diciamo che all’inizio scrivevo in inglese. Mi ero accorto però che con il nostro pubblico italiano era come alzare un muro perché molto di quello che cantavo non arrivava. Ho cominciato così a scrivere in italiano avvicinandomi di più al cantautorato, anche […]

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Musica

I viaggi di Pietruccio Montalbetti | Intervista

Intervista a Pietruccio Montalbetti «La curiosità è quella che ti porta avanti nel tempo, bisogna sempre essere curiosi» Pietro “Pietruccio” Montalbetti è lo storico leader del gruppo beat/pop italiano dei Dik Dik. In attività dal 1965, il musicista milanese si esibisce ancora oggi con il gruppo in giro per tutto il mondo. Spinto da un’insaziabile curiosità, Pietro Montalbetti ha scoperto negli ultimi anni una prolifica verve da scrittore, ha infatti scritto 5 libri: “I ragazzi della via Stendhal”, “Settanta a settemila. Una sfida senza limiti di età”, “Io e Lucio Battisti“, “Sognando la California. Scalando il Kilimangiaro” e “Amazzonia. Io mi fermo qui. Viaggio in solitaria tra i popoli invisibili”. L’ultima pubblicazione, edita nel 2018 da Zona Music Book, è il resoconto di un suo viaggio in solitaria attraverso la foresta amazzonica del Perù e dell’Ecuador, che ha raccontato anche attraverso l’ultimo disco da solista Niente, edito da Saar Records. Non è stato comunque il primo viaggio in solitaria. Montalbetti ha infatti affrontato altri itinerari estremi, esplorando l’Africa o per esempio scalando la vetta dell’Aconcagua, la cima più alta della catena montuosa delle Ande. Soprattutto, non sarà il suo ultimo libro, ci ha infatti rivelato di averne già pronti altri otto! Abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo Giovedì 16 Maggio alla fiera FIM di Milano e ci ha raccontato dei suoi interessi, che cerca sempre di stimolare in maniera eterogenea. Per esempio, usa il suo account Instagram per raccontare aneddoti e curiosità su alcuni dei grandi nomi della storia della musica rock e legge libri di astrofisica. Ciò che proprio non riesce a digerire sono il calcio, la politica e il rap italiano (il rap italiano è proprio un tabù). «Non ti allarmare di invecchiare perché è una prerogativa negata a molti», di questo antico detto indiano Pietro Montalbetti ha fatto un mantra. Nel viaggio ha scoperto una possibilità per conoscere se stesso ma soprattutto le svariate ed eterogenee sfumature del pianeta. Il viaggio (in solitaria) è secondo lui un’esperienza dalla forte valenza formativa che insegna l’umiltà e il rispetto per il diverso. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro ancora in una lunga chiacchierata. Intervista a Pietruccio Montalbetti Inizia il suo libro dicendo che esistono tre tipologie di viaggio, quali sono? C’è quello estremo, poi c’è quella del viaggio tutto organizzato con pullman e grandi alberghi e infine c’è la mia tipologia: io me ne vado da solo, facendo anche delle cose molto impegnative. Non ho mai rischiato la vita ma ho comunque scalato montagne da solo, come il Kilimangiaro. Sono stato in Africa, in Tibet, in Nepal, in India. Ho sempre viaggiato da solo con un sacco, adeguandomi alle situazioni del momento. Questo tipo di viaggio ti insegna molte cose. Ti insegna che cos’è questo pianeta e com’è la gente nel resto del mondo. Non bisogna guardare sempre il mondo attraverso gli schermi dei cellulari, soprattutto per i più giovani: è alla lunga molto dannoso. Un messaggio che voglio dare è che per essere rock non è […]

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Musica

Fance debutta da solista con Indeed | Intervista

Indeed è il disco d’esordio da solista di Fance, nome d’arte di Fabrizio Fancelli, musicista originario della provincia di Perugia. Composto da otto tracce, con testi sia in italiano che in inglese e francese, l’album si articola attraverso un solido sound che richiama le sonorità new-wave degli anni ‘80/’90 di artisti come i The Cure, Depeche Mode e David Bowie. Il 17 Maggio al FIM, abbiamo conosciuto Fabrizio e fatto una piacevole chiacchierata con lui, scoprendo un po’ di più di Fance. Fance, intervista a Fabrizio Fancelli Parlaci un po’ di te, come hai iniziato a fare musica? Io da tanti anni suono, suono anche con una cover band che si chiama Mutazione. Facciamo cover di David Bowie, Depeche Mode, The Cure… Musica new-wave anni ’80 però di professione sono un export manager e lavoro all’estero, quindi tutt’altro rispetto la musica. Comunque, vivo e mastico musica da tanto tempo. Dato che avevo nel cassetto una trentina di pezzi, ho deciso due anni fa di prenderne alcuni e comporre un album da solista. Ho raccolto otto brani per uscire con l’album. Cosa puoi raccontarci di quest’album? L’album è composto da otto tracce, cinque in lingua inglese, due in italiano e uno in francese. Scritto in diverse lingue perché, andando all’estero, sono sottoposto a stimoli vari. Alcune, infatti, le ho scritte proprio all’estero. Il singolo Senza Pietà, che ha anticipato l’album, è stato scritto diversi anni fa ed è autobiografico con una metafora. Autobiografico perché parla degli acufeni che sono delle allucinazioni uditive di cui soffro da diversi anni, sono dei piccoli ronzii alle orecchie. All’inizio sono stati abbastanza duri da affrontare ma adesso nemmeno me ne accorgo. Ma come ti dicevo, all’inizio è stata dura e per distogliermi da questi disturbi mi sono approcciato alla chitarra e da lì mi sono innamorato dello strumento. Quindi ringrazio la chitarra per avermi aiutato ad affrontare questa difficoltà ed avermi dato la possibilità di affacciarmi a questo meraviglioso mondo che è la musica. Allo stesso tempo, però, la canzone è una metafora poiché l’acufene è un po’ quel tracciato che i “benpensanti” ci dicono di seguire. Ci dicono che per essere delle persone giuste dobbiamo sempre rispettare le regole, ma proprio i “benpensanti” sono molto spesso quelli che si trovano in situazioni spiacevoli perché ci dicono cosa fare ma poi fanno tutt’altro. Questa canzone vuole essere appunto un inno all’indipendenza intellettuale: se uno segue il cuore può fare quello che vuole, sempre utilizzando il buon senso e non uniformandosi. Anche il resto dell’album segue questa linea tematica? L’album, in maniera anche un po’ forte, parla della società del momento. Una prima parte parla delle relazioni interpersonali della fredda società del momento, un’altra parte parla dell’amore in tutte le sue forme, perché per me l’amore è fondamentale. Infatti, ho posto molta attenzione nei testi a questo argomento. A livello musicale che ricerca c’è stata? Come ho detto anche prima, visto che derivo da gruppi new-wave, quest’album è caratterizzato da contenuti new-wave, con forti giri di […]

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Eventi nazionali

FIM: una degna conclusione | resoconto del secondo giorno

Quasi come un oscuro e scaramantico presagio, la giornata di ieri, Venerdì 17, non è iniziata nel migliore dei modi. Se il primo giorno del FIM è stato accompagnato da una limpida atmosfera che ha rischiarato l’avveniristica struttura di Piazza Città di Lombardia, la seconda ed ultima giornata del Salone della Formazione e dell’Innovazione Musicale si è aperta con dei grossi nuvoloni ai quali sono inevitabilmente seguite piogge nel pomeriggio. Per fortuna la Piazza si trova sotto una struttura coperta e le avverse condizioni atmosferiche non hanno inficiato lo svolgimento dell’evento. Il racconto del secondo ed ultimo giorno del FIM Aprono l’evento a Casa FIM gli Genos Saxophone Quartet, quartetto di sassofoni formato da Elia Faletti, Tommaso Massardi, Matteo Tassano e Nicolò Gatti che hanno suonato con le legature senza viti autofissanti fornite dall’azienda Kyndamo. Le legature Kyndamo sono state inoltre tra le dieci invenzioni finaliste al “Premio Leonardo- Innovazioni per la musica” che ha visto vincere il progetto della tastiera ODLA per la trascrizione musicale per persone non vedenti ideata e prodotta della startup di Palermo Kermonia River. I rappresentati di Kermonia River, Renato Pace e Alessandro Pace, sono stati inoltre protagonisti di un interessante conferenza sulle prospettive future degli strumenti e delle innovazioni musicali. All’incontro hanno partecipato anche Salvatore Chindamo di Kyndamo- Legature Sax e Clarinetto e Mattia Davide Amico di Kodaly  con KIBO, tastierina midi che riproduce le note musicali attraverso delle figure geometriche. Durante il confronto sono emerse delle linee guida verso le quali devono propendere le innovazioni in campo musicale: maggior ricerca e sperimentazione di strumenti rivolti a tutte quelle persone portatrici di handicap e patologie che impediscono il normale utilizzo e fruizione della musica. Una ricerca in tal senso potrebbe aiutare tutto il mondo della musica e dei musicisti perché aiuterebbe a riscoprire modi di percezione e fruizione musicale spesso dimenticati, come quello tattile. Intervallati dalle esibizioni di alcuni artisti come Tony Liotta, Andrea De Paoli, Ilaria Pastore e Massimo Giuntoli, seguono altri interessanti incontri, possibilità di confronto e supposizioni di nuovi scenari. Esempio estremamente attinente l’incontro “Made in Italy. Le prospettive internazionali” curato da Claudio Formisano presidente del CAFIM Italia (Confederazione Europea delle Industrie Musicali) che ha auspicato a una maggiore unità nelle fiere internazionali tra i produttori ed espositori italiani. Senza collaborazione e unità di intenti si rischia di far venire meno il senso di un marchio, il “made in italy”, che ha grande prestigio nel mondo. Piuttosto che allestire stand singoli tra loro scollegati, gli espositori italiani dovrebbero cercare di esporre, per quanto possibile, nella stessa area, per esprimere una solida conferma di quella tradizione che rappresentano. Le discussioni e le innovazioni non animano soltanto Casa FIM però, anche il padiglione FIM Talks offre importanti conoscenze e spunti di riflessione: è il caso dei workshop “Professione musicista: dalla formazione all’attività professionale” e “La musica elettronica e i sintetizzatori” rispettivamente tenuti da Fabio Anicas di Live Musica Academy e Andrea De Paoli di MKI Modernkeyboards. Mentre Casa FIM e FIM Talks sono […]

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Eventi nazionali

FIM, Salone della Formazione e dell’Innovazione Musicale | Resoconto primo giorno

«La musica forma il carattere di una persona, è arte, è cultura. Ha una storia quindi può essere molto importante se si vuole, si tratta di inserirla nei piani di studi e di farla diventare una materia al pari di tutte le altre». Queste sono alcune delle parole proferite da Verdiano Vera, fondatore e direttore del FIM, in un’intervista rilasciata per noi lo scorso 4 Aprile, nelle quali emerge la profonda passione per la musica che anima l’evento. Iniziato ieri, il Salone della Formazione e dell’Innovazione musicale (FIM) non ha infatti tradito le aspettative né lo spirito di cui è rappresentante. Uno spirito costituito da passione per la musica intesa come innovazione, creatività e crescita personale. Come abbiamo più volte annunciato, attraverso i nostri canali, quest’anno noi di Eroica Fenice siamo media-partner della manifestazione, questo è il resoconto della prima giornata. Il racconto della prima giornata del FIM Ore 9:00. C’è il sole su Piazza Città di Lombardia (Milano) e l’aria è un di un fresco pungente. Gli espositori terminano di montare e mettere a posto gli stand, qualche curioso già si affaccia oltre le transenne per dare un’occhiata. Nella grande piazza situata tra gli edifici che compongono l’imponente Palazzo della Regione Lombardia è quasi tutto pronto. Ore 9:30. Via le transenne, si aprono le porte al pubblico. Subito nutriti gruppi di scolaresche seguono con entusiasmo le dimostrazioni sperimentali tenute agli stand del Politecnico di Milano, ma anche le spiegazioni dei software digitali di musica tenute allo stand della Steinberg. Intanto sul palco prendono parola i tre rappresentanti della Biasin Strumenti Musicali che, in occasione del cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo Da Vinci, presentano l’«Accordion di Leonardo», strumento costruito grazie a degli studi fatti su dei disegni del genio fiorentino. Alle 10:30 è poi l’ora dell’inaugurazione ufficiale. Al taglio simbolico del nastro presenziano il direttore del Salone, Verdiano Vera, e l’assessore allo sviluppo economico della Regione Lombardia Alessandro Mattinzoli che elogia l’operato dell’evento: esempio di autentica dialettica tra innovazione e rispetto della tradizione. Uno dopo l’altro, cominciano tutti gli eventi e la settima edizione del FIM può dirsi finalmente iniziata. La piazza è suddivisa in quattro zone di influenza: FIM Theater, Casa FIM, FIM Social e FIM Talks. Ognuna con la propria prerogativa. Gli eventi del FIM Theater si sono svolti nell’Auditorium Testori e sono stati dedicati alle esibizioni dei giovani allievi della scuola di musica Cluster. Casa FIM ha invece avuto un approccio più generalista, accessibile anche ai semplici curiosi ed occasionali fruitori di musica, offrendo loro anche la possibilità di osservare e ascoltare all’opera importanti musicisti come Christian Meyer e Cesareo, storici membri degli Elio e le Storie Tese. Dedicato invece ai partecipanti dei diversi contest proposti dal Salone il “box” del FIM Social dove hanno potuto esibirsi. Infine, di carattere decisamente più tecnico, i workshop proposti nell’area FIM Talks, dove si tenuti seminari come “Comporre editare e registrare musica con Cubase Pro 10. La notazione musicale con Dorico” e “5 tecniche per promuovere la musica online”. […]

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Musica

Alessandro Angelone: l’esordio discografico con Start at dawn | Intervista

Queste le parole di Alessandro Angelone sul suo esordio musicale: “Stars at dawn nasce dall’idea, o meglio l’esigenza, di mostrare a chiunque lo desideri il mio mondo, “nascosto” dentro le corde della mia chitarra.” Classe 2002, alunno dell’Accademia Professione Musica, Alessandro Angelone è un giovanissimo chitarrista di Pescara e Stars at dawn è il suo esordio discografico pubblicato per Music Force lo scorso 5 Aprile e presentato nello stesso giorno presso la Mondadori di Pescara a via Milano. Coadiuvato dalla sola chitarra acustica, Alessandro compone dieci tracce strumentali mostrando una grande padronanza dello strumento e della tecnica del finger-style. Star at dawn costituisce così un primo biglietto da visita di un artista che varrà sicuramente la pena seguire in futuro, per poter osservare la crescita di un chitarrista ancora in erba che, ad oggi, mostra al pubblico il suo mondo attraverso le corde della sua chitarra. In occasione dell’uscita del disco, ma soprattutto per conoscere meglio il ragazzo, abbiamo intervistato il giovane chitarrista pescarese. Stars at dawn, intervista ad Alessandro Angelone 17 anni e già alle spalle un album solista strumentale. Parlaci un po’ di te. È una grande soddisfazione aver pubblicato un album tutto mio. Sono un appassionato della chitarra da quando ho approcciato il fingerstyle, un mondo che continuerò ad esplorare. Mi piace tenermi impegnato anche con altri hobby: pratico il karate Wado Ryu, sono stato otto anni negli scout e amo disegnare. È proprio il disegno il principale rivale della musica, da sempre. Una cosa è certa, trovo nell’arte, o meglio, in ciò con cui posso esprimermi, le mie passioni. Cosa puoi dirci dell’Accademia Professione Musica che frequenti? È un ambiente accogliente in cui mi sono trovato bene sin da subito, grazie soprattutto al mio maestro Benedetto Conte, che non ci ha messo molto a farmi innamorare della chitarra. Inoltre, l’Accademia è un contesto che permette di esibirci e sperimentare i nostri progetti. Da grande vuoi che la musica diventi il tuo mestiere oppure hai qualche altro sogno nel cassetto? Sono indeciso. Attualmente sto continuando a comporre e ad arrangiare brani. Vorrei sicuramente fare della mia arte un mestiere, magari riuscendo a combinare l’arte figurativa alla musica. Ora sono al liceo e intravedo altre possibilità. Suoni altri strumenti oltre la chitarra? Quale strumento vorresti imparare a suonare? No, non suono nessun altro strumento. Una volta ho provato il violino, ho un caro amico che lo studia e devo dire che, se dovessi scegliere, opterei per questo. Come nasce Stars at dawn? Che idea c’è dietro? Stars at dawn nasce dall’idea, o meglio l’esigenza, di mostrare a chiunque lo desideri il mio mondo, “nascosto” dentro le corde della mia chitarra. Spronato al meglio dal M° Beny Conte che mi ha fatto incontrare l’etichetta Music Force, ho deciso di pubblicare l’album che, fortunatamente, è in promozione e in vendita sia digitale che fisica.

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Musica

Nessuno segna da solo con La Rua | Intervista a Daniele Incicco

“Siamo all’inizio e solo da qui si comincia” Daniele Incicco de La Rua La Rua è un gruppo originario di Ascoli Piceno, fin dall’esordio discografico nel 2015 con l’omonimo album, la band capitanata da Daniele Incicco ha fatto delle esibizioni live il suo punto di forza, dando vita a spettacoli musicali di grande impatto Lo scorso 26 Aprile, il gruppo ha pubblicato il suo terzo album “Nessuno vince mai da solo”, un lavoro targato Universal Music che conferma un sound folk solido e convincente, adornato con una veste pop di matrice radiofonica. Nessuno segna da solo segue il precedente album Sotto Effetto Di Felicità ed è stato anticipato il 19 dicembre dal singolo Alla mia età si vola che può essere considerato un po’ come il ‘manifesto teorico’ del disco ma anche della carriera della band, sempre ‘on the road’ per suonare sui palchi di tutto il mondo. “Non importa se in discesa o in salita/ o se stiamo rallentando da una vita/ l’importante è non fermarsi più//” In queste parole tutta l’energia de La Rua che in questi anni ha freneticamente inanellato, una dopo l’altra, tantissime esperienze: dalla partecipazione ad Amici alle esibizioni sul palco del Primo Maggio nel 2015, nel 2017 e anche quest’anno; al recente tour intercontinentale del Sanremo Giovani World Tour un tour mondiale con i finalisti di Sanremo Giovani 2018 organizzato dalla Rai e dal MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale); al collaborazione con Cristina D’Avena per la reinterpretazione di “È quasi magia Johnny!”; all’apertura del concerto degli Imagine Dragons nel 2013 a Milano. Per l’occasione dell’uscita di Nessuno segna da solo, abbiamo intervistato Daniele Incicco, frontman della band, che ha condiviso con noi alcune delle tante esperienze de La Rua. Intervista a Daniele Incicco, frontman de La Rua Avete partecipato al concertone del Primo Maggio nel 2015, nel 2017 ed anche quest’anno. Cosa puoi dirmi di questo evento? Il Primo Maggio è il palco più importante che c’è in Italia e salire in quel palco rende molto felici. È anche una prospettiva di lavoro molto diversa. Per noi era molto importante salire su quel palco anche per la mission che quel palco porta, ovvero andare a difendere i diritti dei lavoratori. Quindi in un certo senso ci siamo sentiti anche responsabilizzati doppiamente da quello che il Primo Maggio ci stava offrendo in quel momento. Quindi pensi che riesca ancora a ricoprire questo ruolo il concerto del Primo Maggio? Secondo me il ruolo lo ha sempre anche perché, in un certo senso, ci si mette al servizio del lavoro. Poi, lo si fa attraverso la musica, la musica è fatta di canzoni e le canzoni dicono tante altre cose, quindi non è molto facile trovare un brano che possa avere un messaggio che possa rappresentare quello. Noi abbiamo portato canzoni leggere ma con la presenza abbiamo cercato di giustificare il nostro appoggio a questo messaggio che il Primo Maggio dà. Cosa mi puoi dire invece della vostra esperienza ad Amici? È stato […]

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Alberto Mancinelli e Tutto l’amore che c’era | Intervista

Alberto Mancinelli, musicista e cantautore siciliano, ha mosso i primi passi nel mondo della musica negli anni ’90 nella band Electric Bayons con la quale ha partecipato ad importanti rassegne e festival di musica emergente come il Tavagnasco Rock e Ritmi Globali a Treviso. In seguito allo scioglimento del gruppo, Alberto Mancinelli non si è fermato ed ha continuato a scrivere e comporre musica. Tutto l’amore che c’era, disco autoprodotto e pubblicato il primo Marzo dello scorso anno, è la prova tangibile della passione di Alberto che ha riarrangiato, grazie alla regia musicale di Antonio “Don Antonio” Gramentieri, alcuni brani scritti venti anni fa, affiancandoli a delle tracce nuove di zecca. Alla realizzazione del disco hanno contribuito anche le percussioni di Piero Perelli e Denis Valentini, la voce di Elisa Ridolfi, le tastiere di Nicola Peruch e il violino di Vicki Brown. Composto da 10 tracce, il disco presenta un’elegante scelta musicale, dieci ballad caratterizzate da influenze country e blues, passando anche per sonorità più rock. Un piccolo album dei ricordi costruito da Alberto Mancinelli con disincanto ma anche con un pizzico di malinconia e tenerezza. Intervista ad Alberto Mancinelli Tutto l’amore che c’era è il tuo ultimo album. Cosa rappresentava e cosa rappresenta adesso questo amore per te? L’idea d’amore descritta nelle dieci canzoni che compongono l’album non è necessariamente legata a una relazione sentimentale o a persone specifiche. In queste canzoni si parla di amore per dei luoghi in cui s’è vissuto o soltanto immaginati, per un’utopia, per una vita che si è sognata. Sono cartoline dal passato, infatti molte di queste canzoni sono state scritte anche vent’anni fa. Adesso le guardo con un misto di tenerezza e distacco. Come è nata quest’idea di dare una nuova veste musicale a canzoni come Lentamente, È meglio andare e Il gesto? Avevo registrato queste canzoni molti anni fa in altri progetti musicali. Ma non mi avevano mai convinto gli arrangiamenti di allora. Le ho riprese per farle suonare in maniera più convincente. Poi avevo notato che erano tutte legate da un filo impercettibile di amore per qualcosa. E così le ho messe insieme ad altre canzoni più recenti che avevano uno stile e un sentimento abbastanza simile. Come avete lavorato tu e Antonio Gramentieri “Don Antonio” al disco, qual è stata la ricerca musicale? Mi sono fidato del suo intuito, del suo grande talento e della sua enorme conoscenza musicale. Abbiamo gusti e visioni molto simili. Parliamo un linguaggio musicale che ci accomuna. Ho fatto ascoltare a lui le dieci canzoni nude e crude con voce e chitarra. Inizialmente pensavamo a un album più acustico e immediato. Dopo alcuni mesi, ci siamo trovati nel suo studio di registrazione e abbiamo suonato dal vivo insieme agli altri musicisti. Dei bravissimi musicisti come Piero Perelli alla batteria e percussioni, Nicola Peruch alle tastiere, piani elettrici, hammond e synth, e la partecipazione di Elisa Ridolfi alla voce, dell’americana Vicki Brown al violino e Denis Valentini alla voce e percussioni. Gli arrangiamenti venivano fuori […]

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Viky Rubini pubblica l’EP Tra le mie coste | Intervista

Viky Rubini, bergamasco classe ’95, è uno studente di medicina, scrittore ma, soprattutto, musicista. Con già all’attivo un libro Il filo di Arianna (Edda edizioni, 2016) e un tour con la band ÀWARÉ, dopo il primo album da solista, Resilienza, con il progetto Viky Twisterman, l’8 Marzo pubblica l’EP Tra le mie coste, disco interamente autoprodotto. L’EP si compone di 5 tracce che ruotano intorno al concept del naufragio. Un espediente immaginativo per rievocare quelle sconvolgenti esperienze emotive che stordiscono ed ottenebrano ma dalle quali, una volta usciti dalla tempesta, si può trarre una nuova consapevolezza. Viky si definisce “un naufrago abbarbicato dietro la grancassa”, un’immagine che descrive la tensione fisica e nervosa evocata dal disco, che nasce dall’unione (ma anche dalla tensione appunto) delle melodie acustiche della chitarra di  Viky e di sonorità di matrice digitale. Per poter conoscere più a fondo Viky Rubini e il suo nuove EP Tra le mie coste, abbiamo fatto qualche domanda all’artista bergamasco. Intervista a Viky Rubini Tra le mie coste si sviluppa intorno il concetto di naufragio, cosa puoi dirci di più? Da piccolo sono “annegato” un paio di volte. Una volta mi hanno dovuto rianimare. Quindi ho una certa familiarità con il senso di impotenza che si ha quando non si riesce più a stare a galla. Ho provato la stessa sensazione qualche mese fa, però dal punto di vista emotivo. Sono sicuro che tutti noi abbiamo provato quella roba lì, quindi non mi dilungo: lascerei parlare la musica. In cosa si differenzia dal tuo primo album da solista Resilienza? Resilienza è nato in studio, da frammenti di pezzi scritti negli anni, ogni pezzo con una sua identità. Questo disco invece è nato in un secondo, con pezzi tra loro fortemente concatenati. Un big-bang a cui ho dovuto dare forma. Altra differenza importante: Resilienza è stato suonato da più persone (Luca Mandelli e Guido Montanarini alla batteria, Francesco Mancin al basso), ed è stato registrato e mixato da Fabio Intraina. Questo disco l’ho scritto, suonato, registrato e mixato completamente da solo. Joao Ceser mi ha poi fatto la finalizzazione. Per te l’utilizzo della musica elettronica “è una piccola rivoluzione copernicana”, cosa intendi? Ero uno di quelli “la musica elettronica non è musica, basta schiacciare play e fa tutto da solo”. Poi Joao Ceser, produttore e amico, mi ha dato due dritte su come usare Ableton e ho trovato una miniera di suoni, di idee. È come aver sempre vissuto in una valle in cui si parla solo dialetto e trovarsi a Londra col dizionario di inglese! Come riesci a conciliare i tuoi impegni da studente di medicina con quelli del tuo progetto solista e quello della tua band ÀWARÉ? Sono contemporaneamente un pessimo studente ed un pessimo musicista. Comunque ad ottobre usciremo con un terzo progetto musicale segretissimo! Cosa vuoi raccontarci, invece, de Il Filo di Arianna, il romanzo che hai pubblicato nel 2016? È il romanzo che ho scritto per ringraziare il mio professore di greco e latino del liceo. […]

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Vico dell’amore perfetto di Andrea Marano | Intervista

Vico dell’amor perfetto : primo album di Andrea Marano | Intervista Pubblicato il 5 Aprile per Radici Music Records, Vico dell’amor perfetto è il primo album da solista di Andrea Marano, musicista partenopeo con già diversi anni di esperienza alle spalle, grazie al progetto musicale L’Albergo dei poveri, con il quale ha calcato i palchi del Meeting del Mare e del Neapolis Rock Festival. Oltre a poter vantare riconoscimenti come il Premio della Canzone d’Autore Raffaele Spasari e il Rock’n’Law Contest, Marano ha anche collaborato come autore con i Jalisse, scrivendo loro il testo de L’Alchimista. Coadiuvato, per la parte musicale, da Gabriel D’Ario, Vico dell’amor perfetto è un album che affonda le sue radici in quella tradizione nata nella seconda metà del secolo scorso grazie ad artisti come Fabrizio De Andrè e Gian Maria Testa. Marano mette al centro del suo lavoro la parola, grazie alla quale plasma i racconti del suo album, e, per farlo, utilizza un approccio musicale prettamente acustico, estraneo a influenze elettroniche e digitali. Il disco si compone di sette tracce (Vico dell’amor perfetto, L’Amore di Jana, Gaetano Bresci, Il bar dei militari, Pois, Al sole del sud e Cartolina a Port’Alba), sette racconti che partono da Genova, da Vico dell’amor perfetto per l’appunto, e approdano a Napoli, lasciandoci una suggestiva Cartolina d(a) Port’Alba. In questo viaggio poetico e musicale, c’è anche spazio per il tragico amore di Jana, uccisa dal marito, e per l’esperienza politica di Gaetano Bresci, il militante anarchico che nel 1900 assassinò il re Umberto I di Savoia. Storie che rimandano a eventi lontani, remoti nei luoghi e nel tempo, ma che trovano nel loro contenuto una concreta attualità, data l’universalità delle passioni evocate da Marano. Il tentativo del cantautore di iscriversi nella grande tradizione cantautorale del nostro paese può dirsi più che riuscito, tale da augurare ad Andrea di riscuotere consensi, non solo tra la cosiddetta “critica”, ma anche tra il pubblico. Per l’occasione dell’uscita del disco, abbiamo intervistato Marano, che ci ha permesso di immergerci con più consapevolezza nel mondo di Vico dell’amor perfetto. Intervista ad Andrea Marano, autore di Vico dell’amor perfetto Da L’Albergo dei Poveri all’esordio discografico da solista con Vico dell’amor perfetto, cosa puoi raccontarci della tua carriera da musicista? Il mio percorso musicale è un tutt’uno con la mia crescita come persona. Quando finì l’esperienza con l’Albergo avevo voglia di vivere la musica in una dimensione privata, ma non ho mai smesso di scrivere. In quel periodo ho cominciato ad interessarmi alla parte autorale ed ho potuto sperimentarmi anche in quella veste. Poi c’è stata una fase in cui il bisogno di evolvere e di trasformare i testi originari in qualcosa di pubblicabile si è fatto più spazio e così ha preso forma Vico dell’amor perfetto. Come nasce Vico dell’amor perfetto? È nato tutto dalla scoperta di quella strada di Genova e dalla titletrack. In quella canzone rifletto sul significato di queste due parole, che messe una accanto all’altra per me sono esplosive a livello […]

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Compilation Eroica #12, i migliori brani di Aprile

Compilation Eroica #12: bentornati nella nostra rubrica dedicata ai brani selezionati tra il meglio della musica campana del momento per consolidare il nostro legame con il territorio. Una piccola compilation creata apposta per voi lettori, per consigliarvi e guidarvi nel panorama musicale in continua espansione della nostra terra. Per la nostra Compilation Eroica #12 di Aprile, abbiamo scelto tre brani: Futuro Presente dei Blindur, La canzone di pietra di Alessio Arena e Piove sulla mia anima di Laura Battiloro e William Iovino. Compilation Eroica #12, Futuro Presente dei Blindur e La Canzone di pietra di Alessio Arena I Blindur, progetto musicale di Massimo De Vita, conquistano nuovamente un posto nella nostra compilation con Futuro Presente. Pubblicato l’11 Aprile, Futuro presente è il secondo singolo che ha anticipato l’uscita di “A” per la Tempesta Dischi, terzo album del gruppo. Un sound che convince nuovamente per la sua pregevolezza di caratura internazionale, un invito, quasi uno sfogo, a liberarsi delle proprie angosce e delle costrizioni sociali: per sentire il proprio tempo e immaginare un “un futuro un po’ più presente”. «Ci sono troppe domande/ e non c’è mai abbastanza tempo per capire/ in mezzo ai lampi di luce/ possiamo solo goderci questo temporale/ Che cosa ci vuoi fare se non siamo all’altezza/ se non sentiamo niente/ nemmeno la tristezza»  Classe 1984, diviso tra l’Italia e la Spagna, Alessio Arena è un cantascrittore e La canzone di pietra è sicuramente un ottimo esempio di un artista che riesce a conciliare una grande vena musicale ad una altrettanto valida capacità di scrittura. Pubblicato per Apogeo Records il 19 aprile e realizzato insieme a Bruno Tomasello, Luigi Esposito e Emiliano Barrella, il brano vuole essere un manifesto della fuga dall’orrore che intraprendono tutte quelle persone costrette dalla guerra a scappare dal proprio paese, abbandonando i propri affetti e mettendo a rischio la propria esistenza. «La canzone di pietra sarà un altare per la tua religione/ non sentirai il peso che spezza il fiato che cerca lo spazio del tuo nome/ in mare affonda una cometa/ la mia canzone di pietra» Piove sulla mia anima di Laura Battiloro e William Iovino Il crollo del Ponte Morandi dello scorso 14 Agosto è sicuramente una delle pagine più tragiche e oscure della storia della nostra Repubblica. Tra le vittime anche quattro ragazzi di Torre del Greco: Giovanni Battiloro, Antonio Stanzione, Gerardo Esposito e Matteo Bertonati. Piove sulla mia anima è un tributo che Laura Battiloro, sorella di Giovanni, ha voluto dedicare al fratello. Pubblicato il 10 Aprile e realizzato grazie alla collaborazione di William Iovino, il brano ripercorre il dolore di Laura, intenta a tenere viva la memoria del fratello e a dover necessariamente affrontare questo strazio per poter andare avanti. «Piove sulla mia anima mentre ti allontani/ sento ancora il tuo respiro/ sento ancora le tue mani/ Piove sui miei polsi/ i miei progetti malandati/ e corri a vivere il tuo tempo/ almeno quello che rimane»    Fonte immagine: https://www.facebook.com/laurabattiloro2/photos/a.1103063223229235/1103954656473425/?type=1&theater        

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Psycho Club ed il loro EP-r1mo | Intervista a Giovanni Russo

Psycho Club: vi presentiamo il nostro EP-r1mo | Intervista Pubblicato lo scorso 5 Aprile, EP-r1mo è il primo disco ufficiale di inediti dello Psycho Club, progetto musicale Hip-Hop fondato nel 2009 da Giulio “Eba” Valentino. Al servizio del progetto musicale ci sono anche Giovanni “Jorys Mantello” Russo, Oreste “Xero” Mitrotti e il producer KD Music. Originari della Puglia, i quattro artisti danno vita a un album Hip-Hop dalla costituzione eterogenea e trasversale, che spazia da sonorità più vicine al rap sperimentale ad altre più moderne e sperimentali che strizzano l’occhio alla trap. Il disco mostra inoltre come il gruppo abbia utilizzato diversi approcci di scrittura: da brani aggressivi con metriche piene di tecnicismi ad altri con un imprinting più disteso ed introspettivo. Per l’occasione abbiamo fatto quattro chiacchiere con Giovanni Russo, Jorys Mantello, che ci ha raccontato un po’ dello Psycho Club. Psycho Club, intervista a Giovanni Russo Come è nato lo Psycho Club? Il progetto Psycho Club nasce nel 2009, dalla volontà di Giulio “Eba”, il fondatore. Ha voluto lasciare il gruppo “aperto” quindi “Club”, è inteso in questo modo. Nel corso degli anni ci sono state infatti diverse collaborazioni con davvero tanti artisti locali. Il progetto è così, la formazione non è sempre fissa ma potrebbe variare di volta in volta. Eba è dell’83, tu sei dell’81 e Xero è del 93, appartiene dunque ad una generazione diversa dalla vostra. Cosa vi accomuna e cosa vi differenzia? Xero è un ragazzo maturo ma per la sua età è più vicino alla sfera della ‘trap’. Devo dire che, non per essere di parte, è davvero un talento, è davvero molto bravo e sicuramente si farà sentire. Mentre magari io ed Eba siamo più vicini come età e siamo più per l’old school. Per quanto riguarda il rap, siamo legati ad un genere più tradizionale anche se l’idea che abbiamo è quella di esprimerci come dei cantautori attraverso il rap. Vogliamo cercare di scrivere dei testi significativi, cercando di essere il meno scontati possibile. Oltre l’amicizia, dato che Xero ha collaborato con il progetto fin dall’inizio, a lui ci lega la musica, insomma. Vi alternate tra due approcci, uno più vicino alle sonorità old school ad altre che strizzano l’occhio alle sonorità “trap”. Cosa ci puoi dire di più a riguardo? Il sound è stato curato da Marco “KD Music”, un produttore molto bravo e molto conosciuto nell’ambiente rap. Tutte le tracce del disco, eccetto una (Fuck You Merde, nda), sono state prodotte da lui e quindi, per quanto riguarda il sound, hanno questo filo conduttore. Mentre le tematiche sono abbastanza varie. Come avviene la creazione di un brano? Lavorate insieme a KD Music sul lato musicale, oppure lui realizza il beat e dopo voi scrivete le strofe? Allora, a volte lavoriamo insieme ma altre volte basta soltanto dargli delle indicazioni: lui quasi ci legge nel pensiero e ci dà ciò che vogliamo. È sempre riuscito a rispecchiare le nostre esigenze ed è sempre stato parte integrante del brano ma anche […]

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Crazy Over You, il debutto di Cloud, l’artista dall’identità anonima

Un basso e una chitarra funky seguite dalle atmosfere elettroniche evocate da un synth: stiamo parlando di Crazy Over You, il recente singolo rilasciato lo scorso 8 marzo da Cloud per Smilax Publishing Srl. L’identità di questo progetto musicale non è ancora stata rivelata. Sappiamo soltanto che dietro di esso c’è la sola mente creativa di un uomo che ha deciso di rimanere nell’anonimato per far sì che a parlare sia soltanto la musica, accantonando l’esigenza di apparire. Forse un po’ per gioco, forse per una sorta strategia di marketing, l’identità segreta e i caratteri musicali del singolo lasciano presagire a un qualcosa di sfuggente, proprio come una ‘nuvola’.  Un qualcosa arduo da da fissare in caratteri precisi, che con molta probabilità si evolverà in qualcosa in continuo divenire, sperimentando un’ampia e miscellanea gamma di sonorità. Crazy Over You potrebbe forse essere un primo piccolo manifesto di quello che (forse) sarà il suo primo album. O magari, chissà, questo ipotetico primo album potrebbe completamente disattendere le nostre aspettative, consegnandoci qualcosa di totalmente inaspettato. Noi di Eroica siamo riusciti ad entrare in contatto con lui (ovviamente non abbiamo scoperto la sua identità) e a porgli qualche domanda. Non abbiamo scoperto molto ma, forse, la nostra intuizione sul carattere in fieri del progetto di Cloud è giusta. Intervista a Cloud, autore di Crazy Over You Non hai ancora rivelato la tua identità: strategia di marketing? A prima vista potrebbe sembrare. In un mondo in cui tutti si mostrano 24 ore su 24 è altrettanto proficua l’antimoda di non mostrarsi. Da quando ci vuole un casco per essere bravi dj? Nel caso di Cloud purtroppo è una necessità dettata dal fatto che mostrarsi nell’ambiente che al momento ci circonda crea problemi e tensioni quindi evitiamo gli abiti di scena, ci concentriamo sulla musica e sarà divertente essere accanto alle persone che ti hanno sempre ostacolato e che non sanno di essere sedute accanto all’artista che sta cantando alla radio…un po’ come se qualcuno parlasse a Bruce Wayne di Batman, no? L’identità segreta sarà soltanto una misura temporanea? Assolutamente sì, non c’è cosa più bella di incontrare qualcuno per il quale la tua musica significa qualcosa. Che ricerca musicale c’è dietro questo primo brano e quale sarà quella che farai per il futuro disco? Sono semplicemente le influenze e i gusti che si fondono e vengono espressi, se qualcuno dice “in quella chitarra ci sento questo”, “quel synth mi ricorda quest’altro” allora vuol dire che si è entrati in contatto con la propria audience, che poi è la cosa più importante. Cosa vuole rappresentare Cloud? Uno spazio infinito in cui tutte le personalità, stili, influenze si fondono per creare musica…non è eclettico, è Cloud.   Fonte immagine: https://cdn.parcle.io/billboard-it/2019/03/Cloud-Crazy-Over-You-2.jpg

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