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Eroica Fenice

Maribou State

Maribou State – Kingdoms In Colour (Counter Records, London 2018) | Recensione

Sono Anthony Brave.
Benvenuta e benvenuto.
Prima di continuare a leggere ti chiedo cortesemente di indossare le cuffie.
I Maribou State non sono il progetto musicale più famoso nel mondo dell’elettronica, ma il loro secondo disco di inediti dopo il successo di Portraits (terzo se si conta anche l’esperimento d’esordio Beginnings) ci offre l’opportunità per capire un po’ meglio alcune cose sulla cosiddetta musica elettronica.
Procediamo.
Regola n. 1
Prima o poi nella vita ci passano tutti. Magari insieme alla prof. sessantenne che va a dormire ogni notte alle 4.13 del mattino per controllare che tu non ti faccia le canne coi compagni di classe o a fare le/i cameriere/i in un ristorante italiano a Covent Garden dove guadagni il doppio della suddetta prof. sessantenne.
A Londra, oltre ai musei e Piccadilly e la guardia reale ecc., capitano cose che non capitano ad Amsterdam o a Milano.
Londra è la capitale della musica elettronica, a pari merito con Berlino e forse L.A.
A Londra per esempio hanno sede Ninja Tunes e Warp, etichette indipendenti che hanno sfornato gioielli della musica underground degli ultimi 30 anni.
A Londra se non hai niente da fare una sera non vai in piazza a bere la tua Beck’s pagata un euro e cinquanta – anche perché lì non costa un euro e cinquanta e non puoi bere per strada – ma vedi chi suona alla Roundhouse o al 100 Club London o al Fabric (per cui i Maribou State hanno curato un top dj mix che trovi qua https://open.spotify.com/album/132x7s5otIdXjWqQqA0S4O?si=Wn1gT9UORqW4YzUCJuC1jQ) o al Turnmills (che è celebrato nel terzo brano dell’album in questione e che chiuse nel 2008 per la crisi che i locali soffrono addirittura nella loro Mecca inglese).
A Londra operano o passano regolarmente Bonobo, Mr. Scruff, Tom Misch, James Blake, Four Tet, Floating Points, Flying Lotus, George FitzGerald ecc.
Ah, e i Maribou State.
Regola n. 2
Se ti chiedono “Cos’è la musica elettronica?” tu giustamente rispondi “Una musica fatta da strumenti elettronici”.
In realtà, praticamente tutta la musica moderna è performata da strumenti elettronici, il cui suono cioè è prodotto dalla manipolazione di un circuito elettrico (prendi ad es. la chitarra elettrica o il basso). Per indicare questo genere è quindi più utile ricorrere al criterio canonicamente adottato per distinguere i generi musicali nella musica moderna (ma anche per quelli letterari o artistici o per i periodi storici ecc.): individuare strumenti e schemi comuni e caratterizzanti, per genus et differentiam avrebbe detto il nostro amico Aristotele se avesse parlato latino.
Così, come nel rock prevalgono la chitarra elettrica e la batteria in 4/4, nel jazz gli ottoni e l’improvvisazione e nel cantautorato i testi, possiamo definire come elettronica la musica performata soprattutto attraverso drum machine (batterie elettroniche) e sintetizzatori, e che è prodotta in primo luogo per essere suonata nei club in dj set e ballata.
Ascoltando il disco di oggi, però, ti renderai facilmente conto che i Maribou State usano la batteria acustica, le melodie principali le suonano violini orientaleggianti e soprattutto spicca la chitarra elettrica. Ecco perché forse non hai mai capito che cos’è l’elettronica, perché crea difficoltà parlare di “elettronica” come un genere chiuso e sempre uguale a se stesso. I Maribou State, pur partendo da una musica più caratterizzata da synth e drum machine (vedi i brani più famosi di Portraits come Steal https://open.spotify.com/track/0pAiyIHt9DyHOjWgF41kp6?si=jALhEwuBRw-ObKaku73w3A), scelgono la strada dell’elettronica che si suona dal vivo con la band e che non è solo, ma anche, dance.

Regola n. 3

Altre due caratteristiche tipiche dell’elettronica sono la processazione dei suoni e la ripetizione. In elettronica “processare un suono” significa manipolarlo con degli effetti che ne possono modificare la natura, a volte anche stravolgendolo completamente. Se si presta attenzione, si riescono a riconoscere nel disco le tracce della processazione di alcuni suoni tipica della musica elettronica, anche se qui non fa da protagonista: i sample (campioni registrati) di voce buttati qua e là, i campioni di clap che si mischiano alla drum acustica, lo stesso suono della batteria che viene privato di alcune frequenze tramite l’uso di filtri per aprire il brano (come nell’inizio di Turnmills) ecc.
Regola n. 4
Anche in questo disco, come già abbiamo visto in Kiasmos, l’emozione dell’ascoltatore è guidata attraverso un sapiente gioco di ripetizioni. Ogni brano si fonda sulla ripetizione di un reef di chitarra, di un ritornello vocale della quasi-componente del progetto Holly Walker (vedi la dolce Glasshouses Vale), di una melodia recitata dalle strings, che viene accresciuta dal progressivo inserimento di strumenti in sottofondo che permettono al brano di “aprirsi”. Nel disco, coerentemente con le “regole” del genere elettronico, questi strumenti di fondo sono di solito sintetizzatori: essi creano tappeti sonori simili agli archi (definiti in gergo pad, vedi quello che si fa sempre più aggressivo nel finale di Beginner’s Luck) o texture di brevi note che si susseguono (arpeggiatori).
Regola n. 5
È d’obbligo considerare Kingdoms in Colour un disco dance. Non si può non muovere la testa ai ritornelli di chitarra che creano dipendenza peggio dell’eroina. Ma come accennavo prima, non è solo dance. È adattissimo anche al semplice ascolto perché è buona musica. I ritmi sono sempre coinvolgenti, e stavolta attingono alle sonorità più disparate, come attesta la collaborazione con i Khruangbin nel brano Feel Good. Del resto, come affermano gli stessi componenti del progetto qui https://mariboustate.bandcamp.com/album/kingdoms-in-colour (altra cosa: in elettronica non si usa parlare quasi mai di band bensì di progetto musicale), il disco vuole evocare paesaggi più caldi ed esotici rispetto al suono solitamente urbano che caratterizza l’elettronica londinese, e per questo è stato registrato un po’ in tutto il mondo, dal Kerala indiano all’Australia a Tokyo. Insomma, ti tocca decidere solo in quale spiaggia del mondo vuoi metterlo e ballarlo.
Se Kingdoms in Colour ti è piaciuto, ti invito ad ascoltare anche il loro album precedente, che ti darà forse meglio la percezione di quello che comunemente consideriamo elettronica. Nel disco di oggi, i Maribou State ci mostrano cosa è possibile fare da/con l’elettronica, toccando anche sonorità più acustiche e che caratterizzano band come appunto i Khruangbin (sì, qui si può parlare di band). E ci raccontano cosa significa esser parte di una scena musicale tanto cosmopolita quanto radicata in una Città come Londra (vedi le sfilze di collaborazioni che compaiono nei remix dei loro dischi). Lo diceva già Fibra del resto: “In Inghilterra la disco martella/Il rap martella/L’hip-hop martella” (e chi conosce il seguito della canzone sa che è altrettanto vero).
Prima di salutarti: forse avrai notato che non ho prescritto situazioni in cui devi o non devi ascoltare questo album.
Non me ne sono dimenticato: la musica stavolta non ti richiede particolari mood per poter ottimizzare l’esperienza dell’ascolto. Che la metti mentre sei a mare con gli amici o mentre ti alleni (perfetta questa perla https://open.spotify.com/track/3ExRNcew1y15oqS73imkb1?si=ua-gbAQPQ8GSTZ3iRy1CjA) o mentre cucini la pasta col tonno (lo so che ti piace Bello Figo) per fare colpo sulla persona che viene “a cena” da te stasera: quando la gente ti chiederà chi sono quelli che suonano – perché te lo chiederà – tu digli semplicemente che te li ha consigliati Brave.
A presto.
Fonte immagine: https://www.discogs.com/it/Maribou-State-Kingdoms-In-Colour/release/12448846
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