Paduano: raccogliere storie per scoprirsi Apolide

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Antonio Paduano, in arte Paduano, è un cantautore napoletano della scuderia New Generation di Apogeo Records, etichetta napoletana che da anni si interessa alla scena musicale partenopea, selezionando progetti musicali innovativi. Il 19 febbraio, Paduano ha aperto le porte della sua musica, lanciando su tutte le piattaforme digitali il suo primo album, intitolato Apolide. Il disco è un insieme di racconti, che affrontano tematiche come lo scorrere del tempo, l’amore e la ricerca di se stessi. Con Apolide, Paduano suggella l’inizio di una carriera cantautoriale, composta da versi sottili e poetici, in accordo ad un suono folk, sempre d’impatto ma al contempo delicato. La produzione artistica di Apolide è affidata a Dario Di Pietro, il quale ha partecipato come musicista anche alla realizzazione del disco, insieme a Alessio Sica alla batteria, percussioni, drum pad, a Roberto Bozza al basso, a Marcello Vitale alla chitarra elettrica, a Monia Massa al violoncello.

Vi proponiamo la nostra intervista a Paduano.

In quanto tempo hai sviluppato il disco Apolide? Qual è stata la sua genesi e quali i passaggi più importanti che l’hanno reso così come suona oggi?

Apolide è un lavoro durato più di un anno per quanto riguarda la registrazione; i brani che lo compongono sono stati scritti in periodi diversi e soprattutto in situazioni differenti, ad esempio la stessa canzone Apolide fu scritta tra il 2014/2015 e la storia che racchiude è la partenza di una riflessione da cui si sviluppano le altre canzoni dell’album che ho scritto in seguito. In Apolide c’è l’intenzione non solo di raccontarmi ma di raccontare storie di altri avvicinandole alle mie esperienze, questo connubio porta il disco a raccontare temi diversi tra loro seguendo però un filo logico ben preciso.

Come definisci la tua musica? Quanto è importante per te il testo? Che stile hai?

Mi piace pensare che la musica, in questo caso la mia, sia qualcosa di totalmente personale ed unico nel mondo; com’è del resto la musica creata da ogni singola persona. Le influenze le esperienze e le emozioni portano a creare e trasformare con il tempo la tua personalità musicale. Sono molto attratto dalle sonorità indie-folk d’oltre Manica, che si distaccano dal Pop britannico degli anni precedenti e questa passione provo a riproporla nei miei brani. Il testo per me è fondamentale ed è un ulteriore strumento per indurre in emozione e riflessione. Dipendentemente dal momento mi piace espormi in maniera diretta e palese quando ne ho il bisogno o nascondermi dietro le parole e lasciare all’ ascoltare la facoltà di trovarmi.

Il passato, la fuga, il ricominciare da capo, sembrano essere questi i temi cardine del tuo disco, Apolide, un titolo che definisce la condizione duplice di chi è senza casa eppure cittadino del mondo. Chi è apolide oggi?

Apolide oggi può essere chiunque di noi che non ha ancora trovato appartenenza e radici con il proprio essere e con la propria felicità. Spesso ci troviamo in panni che non sono nostri e ci sforziamo di essere qualcun altro per far parte di un qualcosa o entrare nelle grazie di qualcuno. Ma perdere se stessi è il passo che ci allontana di più dalla libertà.

Lavori in un team comprendente musicisti, addetti stampa e lavori. Puoi raccontarci un aneddoto riguardante le registrazioni di Apolide?

Ho avuto la fortuna di lavorare non solo con grandi professionisti ma soprattutto con ottimi amici, le session di registrazione sono durate tanto tempo e per un lungo periodo, non solo perché c’è stata una ricerca scrupolosa per rendere il prodotto al meglio ma anche perché ogni giorno in studio è stata una sorta di festa che ci ha uniti ancor di più.

Due secondi fa e successivamente Le mie scarpe nuove sono i due singoli che hanno preceduto quest’album. Come mai questa scelta? Questioni di pancia o di testa?

Sono brani molto diversi che rappresentano più di tutte la diversificazione tra i brani che compongono l’album. Due secondi fa è un brano di cui il testo ha un ruolo preponderante e segue i suoni profondi e dilatati dell’indie folk, Le mie scarpe nuove è un brano più pop e suonato, dove batteria chitarra elettrica e basso hanno un ruolo da protagonisti. Abbiamo deciso di scegliere questi due brani come singoli proprio per dare una descrizione più ampia di questo disco.

È pur vero che scrivi in italiano, ma secondo te, quanto la tua città ha influenzato il tuo modo di scrivere?

Non sembra ma tantissimo. Molto spesso i cantautori italiani tendono ad essere molto prolissi e dilungarsi nei testi. Il napoletano è una lingua molto schietta e concisa ed è una caratteristica che farebbe molto comodo nella scrittura dei brani, se usata sapientemente.

 

 

Foto di Paduano

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A proposito di Alessandra Nazzaro

Nata e cresciuta a Napoli, classe 1996, sotto il segno dei Gemelli. Cantautrice, in arte Lena A., appassionata di musica, cinema e teatro. Studia Filologia Moderna all'Università Federico II di Napoli.

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