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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 397 articoli

Musica

L’arte al tempo del Covid-19: per gli invisibili non andrà tutto bene

Sono gli artisti: i musicisti, i ballerini, i teatranti, gli organizzatori e gli operatori, gli stessi che con il proprio lavoro rendono la macchina dello spettacolo fruibile a tutti. Sono gli stessi che in questa quarantena e nella vita di tutti i giorni accompagnano con la propria arte ciascuno di noi e rendono possibile la realizzazione di quest’ultima. Esseri umani che si trovano in balia delle onde, ora più che mai, nel periodo di pandemia, durante il quale sono emersi i complessi meccanismi organizzativi e tutelativi che minacciano una categoria lavorativa, poco sistematizzata e desiderosa di un riconoscimento a livello economico ed assistenziale. Colpiti dall’effetto economico del Covid-19, i lavoratori del mondo dello spettacolo sono stati i primi a dover ridefinire l’assetto della propria occupazione, non potendo del tutto contare sui provvedimenti presi dallo Stato, né su tutele finanziare, in quanto le indennità Covid-19 sono rivolte ai lavoratori dello spettacolo iscritti al Fondo pensioni dello spettacolo, aventi almeno 30 contributi giornalieri versati nell’anno 2019 all’interno del Fondo, con un reddito annuo non superiore a 50.000 euro, come stabilisce l’indennità lavoratori dello spettacolo (art. 38, decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18). La potente macchina dell’arte paga infatti lo scotto di avere numerose figure non riconosciute, lavoratori cosiddetti “a nero”, artisti che per vivere della propria musica, ad esempio, hanno portato avanti la propria professione senza tutele a livello contributivo, fiscale e senza garanzie; sono proprio questi professionisti a pagare a caro prezzo l’intera emergenza. Ad oggi qualsiasi mestiere indipendente che abbraccia il comparto dello spettacolo è paralizzato, con un futuro incerto, senza possibilità di organizzazioni prossime: la prospettiva di ripresa a breve termine non prevede una data stabile per realtà come cinema, teatri, stadi, palazzetti, club, luoghi essenziali per lo svolgimento dello show; ma non solo, il danno sarà anche, psicologicamente parlando, ritornare alla mentalità pre-covid, al gusto dell’assembramento ad un concerto, al sedersi accanto ad uno sconosciuto in teatro. Cosa succederà post Covid-19? Quando riprenderà un tecnico di palco, un fonico, un musicista, un attore a poter svolgere il proprio lavoro con dignità (non parlate di dignità indicando i concerti al drive-in) e con le giuste tutele giuridico-finanziare? È questo forse il tempo per stabilizzare una norma, istituire un albo, un’organizzazione che difenda un intero mondo lavorativo, per troppi anni avvitato su se stesso, lasciato ai propri compromessi interni? Se l’arte è riscatto, allora è giunto il momento che la macchina dello spettacolo sia ri-organizzata tutta: dalla punta dell’iceberg fino a tutto ciò che è sommerso. La musica e la figura del musicista, del cantante, dell’operatore dello spettacolo al tempo del Covid-19, messa a dura prova, anche a causa delle poche agevolazioni e sovvenzioni per questa categoria. Ti va di esporre le tue paure, esigenze in quanto musicista, operatore dello spettacolo e la tua opinione riguardo ciò che si andrà ad affrontare? Risponde Elisabetta Serio, musicista, pianista, compositrice: Tempi veramente duri per chi lavora nel mondo dello spettacolo. È vero che si ha più tempo a disposizione per realizzare tutte quelle cose […]

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Farewell To All We Know: ultimo album di Matt Elliott

Il 27 marzo è uscito, per la Ici D’Ailleurs, Farewell To All We Know, ultimo album del cantante folk Matt Elliott, alias Third Eye Foundation, che ha lavorato assieme a David Chalmin (arrangiamenti), Gaspar Claus (violoncello) e Jeff Hallam (basso). Si tratta di un album lento, malinconico, ma con la speranza sempre presente sullo sfondo. Questo si riflette nelle suggestive melodie, che ispirano questi sentimenti, e nello stile di Elliott, che sembra quasi che reciti una lenta poesia più che cantare. Farewell To All We Know si apre con What Once Was Hope, brano strumentale con ruolo predominante della chitarra, in un clima lento e velatamente malinconico. Segue Farewell to All we Know, omonima dell’album, in cui la malinconia passata sembra dissiparsi nella speranza di un futuro diverso. Si tratta di una lenta e lunga ballata che è allo stesso tempo un mesto addio a ciò che si conosce ed un invito a continuare a danzare, in cui il ritmo rallenta man mano tra arpeggi di pianoforte e chitarra per poi chiudere il brano in un crescendo che si smorza nel finale. Farewell To All We Know: profonde e lente ballate In The Day After That invece una voce calda e lenta avvolge l’ascoltatore in una melodia a base di chitarra, pianoforte ed archi, con le sue intenzioni per il futuro di prendere la vita così come viene, con gentilezza e senza cinismo. Nella successiva Guidance is Internal si torna ad una strumentale, più veloce e sognante della precedente What Once Was Hope, ma sempre velatamente malinconica e per certi versi anche più cupa. Con Bye Now si torna a brani cantati, andando stavolta decisamente su una musicalità lenta, sognante e quasi fiabesca, teatro di un triste addio ad una persona cara. Con la sua atmosfera malinconica dall’inizio tra archi, pianoforte e voce profonda segue Hating The Player, Hating The Game. È un brano sul senso della vita vista come un “gioco” che si è obbligati a fare seguendo certe regole e che finisce inevitabilmente con la morte: una riflessione su occasioni non colte, rimorsi per errori passati e sull’inevitabilità della morte. Can’t Find Undo è invece un brano molto particolare, con un’atmosfera cupa data dalle voci in sottofondo e dall’incalzare della musica della chitarra e degli archi, con il testo che si incentra sui cambiamenti, passati e presenti, e sulla loro irreversibilità. Aboulia descrive appunto una condizione di abulia: una resa al mondo, percezione della “fatica di vivere” e mancanza di volontà di cambiare, il tutto evidenziato dalla melodia particolarmente lenta e avvolgente. Nella seguente Crisis Apparition la sonorità si fa quasi mistica, con il protagonista che ha come una visione della sua casa in fiamme, simbolo della fine di un grande amore e del dolore e della rabbia che ne conseguono. A chiusura dell’album Farewell To All We Know troviamo The Worst is Over, brano che chiude con un messaggio di speranza, ripetendo che forse il peggio è finalmente finito, su di una melodia rilassata e priva di […]

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Ghemon presenta il nuovo album Scritto Nelle Stelle

Dal 24 aprile, finalmente disponibile su tutte le piattaforme “Scritto nelle stelle”, il 6° album solista di Ghemon, ultimo progetto del rapper /bluesman avellinese Dopo un’iniziale spostamento della data d’uscita (originariamente prevista per il 20 marzo), Scritto Nelle Stelle (Carosello Records / Artist First) giunge sul mercato discografico. Ormai a 3 anni dal suo ultimo lavoro, Mezzanotte, Ghemon  (pseudonimo di Giovanni Luca Picariello) ritorna con il suo inconfondibile stile e la naturale capacità di fondere rap, soul, blues, funky e cantautorato italiano in un solo elemento inscindibile. Il cantante aveva già ottenuto recensioni positive sia con i precedenti lavori, sia con la sua partecipazione al Festival di Sanremo del 2019. Atteso dai fan, lo spostamento dell’uscita e del relativo tour (dal 4 aprile con partenza a Napoli, Common Ground) non hanno fermato l’artista campano, che arriva con un disco d’impatto, orecchiabile ma che non stanca, grazie anche al lessico ricercato e alle sonorità che variano dal jazz alla disco. Tra instore digitali, videoparty ufficiali e tracklist ipotetiche L’artista ha dimostrato un attaccamento ai fan non scontato, organizzando dirette Instagram e chiamate singole con coloro che hanno preordinato l’album. Sulla stessa frequenza è il video ufficiale del terzo singolo Buona Stella, visibile su Youtube. Il video risulta infatti essere un collage di numerose videochiamate di amici, fan e componenti della band intenti a cantare il brano, ciascuno nella propria casa, riuscendo a trasmettere un grande senso di positività e leggerezza che in questo momento risultano sicuramente non scontati, permettendoci una riflessione sul ruolo della musica anche in situazioni fuori dal comune come quella attuale. Durante la fase di rilascio dei singoli, l’artista aveva poi pubblicato sulla sua pagina Instragram diversi video in cui, raccontando il disco e la sua genesi, come un moderno Pollicino seminava briciole della tracklist da far indovinare ai suoi fan nei commenti, ricompensando i più intuitivi con pass backstage da utilizzare durante il tour. Track by track di Scritto Nelle Stelle: un incontro atteso tra rap e soul Il nuovo lavoro mette a nudo Ghemon come artista e persona, attraverso un album che ha come tema principale l’amore, le sue cause e relative conseguenze. Questioni Di Principio è il brano di apertura, già conosciuto in quanto primo singolo che il cantante aveva diffuso. Un’analisi pungente che l’artista compie su di sé, spingendosi a non accontentarsi o giustificarsi musicalmente e umanamente. In Un Certo Qual Modo: secondo brano, altro singolo. Ghemon tenta (e i numeri streaming gli danno ragione) la hit. La canzone ha chiare influenze disco, con un ritornello che entra in testa e fatica ad uscirne. Nel terzo brano Champagne, il cantautore ripercorre i passi di una vecchia storia conclusasi, brindando alla fine della relazione su una produzione estremamente funky. Segue nella tracklist Due Settimane, che riprende le vicende di un quotidiano diverbio di una coppia; traccia aiutata da una base particolarmente ricca, che rimanda ancora una volta alla disco anni ’70. Cosa Resta Di Noi è forse il lavoro più riuscito della prima parte dell’album . […]

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Itaca Reveski – 20:venti, una canzone scritta a cento mani

Itaca Reveski – 20:venti, una canzone scritta a cento mani Gianmarco Ricasoli, compositore, produttore e chitarrista romano è l’ideatore di 20:venti, un brano che uscirà il 3 maggio sulle piattaforme digitali, pensato, scritto e composto da più di cento mani durante il periodo di quarantena. Utilizzando come social instagram, Gianmarco ha proposto di scrivere una canzone insieme ai suoi followers, rendendoli protagonisti del brano: attraverso diverse fasi di creazione, il popolo di instagram ha potuto votare riff di chitarra, proporre parole e pensieri per la costruzione di strofa e ritornello, scegliere quale testo fosse più adatto per mettere nero su bianco le emozioni del momento storico che stiamo vivendo. Il progetto si è sviluppato in diverse settimane di lavoro ed uscirà sotto il nome di Itaca Reveski, alter ego artistico di Gianmarco; 20:venti sarà accompagnato da un video, che ancora una volta vedrà partecipare la community di instagram. 20:venti, l’intervista a Gianmarco Ricasoli Scrivere una canzone con l’aiuto dei followers di Instagram. Come nasce l’idea e come hai strutturato l’organizzazione: riff, testo, elaborazione di 20:venti? L’idea nasce un po’ per caso, come quelle idee che quando ti sfiorano per la prima volta, è come se fossero state lì da sempre. Dopo una diretta Instagram all’inizio della quarantena mi è apparso questo pensiero nella mente, “e se invece di fare live streaming mentre suono facessi una live streaming in cui scriviamo un pezzo tutti insieme?”. Poi l’idea si è evoluta e ha cambiato formato, inizialmente ho fatto una storia dove chiedevo di scegliere tra due riff musicali per scrivere una canzone tutti insieme. Pian piano si è evoluta ed è diventata: scelta tra i riff di introduzione, strofa, ritornello, special; pensieri, sensazioni, frasi ed emozioni attraverso il box “scrivi qualcosa” nelle stories (ho guidato tutti attraverso una fase intermedia chiamata “emotional workout” in cui parlavo di film o serie tv che mi ricordavano le emozioni che stiamo vivendo); dopo aver organizzato tutte le frasi e creato quattro testi diversi con le frasi di tutti, torneo tra i testi con due semifinali e una finale. Scelta del titolo con brainstorming collettivo in diretta Instagram e poi sondaggio tra due opzioni. Cosa è significato per te lavorare “da solo” supportato dalle mani e dalle idee di tante persone diverse? Quali sono state le sfide più complesse e quali invece i punti di forza che ti hanno reso sicuro che questa fosse una buona idea? Non ti nego che in certi momenti ho pensato di non potercela fare. Nella fase musicale è stato tutto molto fluido, io creavo due riff e le persone sceglievano quale gli piaceva di più, pensando che sarebbe dovuto venire dopo quello scelto il giorno prima. Nella fase della scrittura del testo ho ricevuto più di 100 frasi. Ho pensato “cavolo, mi sa che mi son messo nei guai, ma guai grossi!”. Ho preso un quaderno, da IG ho ricopiato tutte le frasi, una ad una, per sentirle “mie”. Già questo processo mi ha aiutato a sciogliere dei nodi che […]

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Stanza del rumore, intervista alla band veronese

In occasione dell’uscita del loro album omonimo, il gruppo rock Stanza del rumore ha rilasciato un’intervista a Eroica Fenice. Sotto il nome di Stanza del rumore suonano quattro ragazzi di Verona: Pierpaolo Pattaro (voce e chitarra), Martino Posenato (chitarra e seconda voce), Lorenzo Girardi (basso e cori) e Nicola Zonato (batteria). L’album omonimo, uscito a gennaio e anticipato dal singolo L’idea che ho di me, incuriosisce fin dal primo momento per i forti e coinvolgenti ritmi rock, nonché per la freschezza dei testi. Per Eroica Fenice abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il bassista Lorenzo, che ci ha rivelato alcune curiosità e dettagli riguardo l’album e i progetti musicali della band. Stanza del rumore, intervista a Lorenzo Girardi La prima cosa che ti chiedo riguarda il nome del vostro gruppo, “Stanza del rumore”. Che significato ha per voi? “Stanza del rumore” è per noi una nuova casa, uno spazio disordinato dove riusciamo a dare un senso alla nostra voce attraverso la nostra musica. È un nome che abbiamo cercato e voluto tanto e che ci piace tantissimo. Ascoltando il vostro album si rimane piacevolmente colpiti dal sound energico, che si richiama molto (correggimi se sbaglio) all’hard rock e al punk. Forti anche della vostra precedente esperienza con il progetto Days Before July, sentite di essere maturati rispetto al passato? Ci sono molte influenze nel nostro sound, tra queste si fanno spazio anche il rock e il punk, ci ispiriamo molto musicalmente a gruppi di matrice britannica ma cercando di mantenere una forte identità italiana. Days Before July siamo sempre noi, ma dopo 10 anni è un vestito che non ci rispecchiava più. Cambieremo sicuramente nel futuro, ma la cosa che ci contraddistingue rispetto ad allora è la consapevolezza di chi siamo, cosa che forse in quegli anni era improbabile avere. Per collegarmi alla domanda precedente, quella che sto per farvi mi sembra d’obbligo: quali sono gli artisti e i gruppi a cui vi siete maggiormente ispirati? Come dicevo in precedenza musicalmente prendiamo molta ispirazione dal Brit-rock a partire dai Beatles fino ai più recenti Muse e Biffy Clyro, per quanto riguarda invece l’Italia adoriamo il cantautorato e band come Ministri, FASK, Gazebo Penguins. Per quanto riguarda le canzoni, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album è “L’idea che ho di me”. Ascoltandolo si rimane piacevolmente colpiti dalle sonorità, che forse non si sentivano da parecchio sulla scena italiana. Siete soddisfatti del risultato? Noi sicuramente ci sentiamo pienamente soddisfatti dal brano, l’abbiamo scelto come singolo perché ci sembrava comunicasse in maniera diretta chi siamo e cosa vogliamo fare. Sempre riguardo le canzoni, voglio farti una domanda un po’ particolare sui testi. Se dovessi sceglierne uno o due che secondo te sono molto rappresentativi per la band, la tua scelta su quali ricadrebbe? Al risveglio e Correnti. Sono stati due pezzi chiave per capire a fondo il fil rouge che unisce i brani di questo album. Un pezzo per reagire e uno per ricominciare. Ultima domanda: nel futuro de la Stanza del rumore […]

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Chris Obehi, musica come umanità unita | Intervista

Chris Obehi, in occasione della pubblicazione di OBEHI, ha risposto ad alcune domande. Leggi qui la nostra intervista! Chris Obehi lancia il suo album d’esordio per 800A Records. Il titolo è OBEHI che in dialetto Esan vuol dire “mano dell’Angelo”.  L’album è un viaggio di 30 minuti in cui vengono racchiuse tante storie, ed in primis quella di Chris e dell’Africa che vuole raccontarci. Chris intraprende nel 2015 il suo viaggio per l’Italia, un viaggio che dura 5 mesi e durante il quale è stato incarcerato in Libia. Ancora minorenne, si stabilizza poi a Palermo dove continua a coltivare la sua passione per la musica frequentando il Conservatorio di Palermo. La storia che ci racconta è quindi materia viva, ricca di emozioni e bellezza. Grazie alla campagna crowdfunding su ProduzionidalBasso è stato possibile realizzare l’incisione dell’album, uscito venerdì 20 Marzo. In esso si alternano il pop al funk, percussioni e bassi che riportano all’afrobeat e il reggae. È un viaggio a tuttotondo sia nello stile musicale sia nella potenza narrante dei testi. Con Chris abbiamo parlato anche di plurilinguismo, umanità e ispirazione. Lasciamo direttamente la parola a Chris Obehi e ai suoi racconti. Ciao Chris, prima di tutto vorrei ringraziarti di aver accettato questa intervista. Da ex-studentessa di lingue vorrei subito partire con una domanda che mi è venuta in mente durante l’ascolto del tuo album. Nella canzone 100% Amore  hai cantato in almeno quattro lingue diverse. In che modo vivi e utilizzi il tuo plurilinguismo? Pensi che la commistione di più lingue possa descrivere al meglio le emozioni  che esprimi nei tuoi testi? Il mio plurilinguismo è l’espressione di me stesso e come lo utilizzo nella mia vita di tutti i giorni, lo uso anche in musica. Ciò che mi piace fare è mischiare più lingue all’interno della stessa canzone, perché esprimono me stesso. Credo infatti che usare diverse lingue all’interno dei miei testi possa unire le persone, perché la musica è per me uno strumento d’inclusione, che riesce ad avvicinare persone di background culturali diversi. Non scelgo la lingua più adatta per ogni mia canzone ma semplicemente scrivo nella lingua in cui mi sento di scrivere. Ci sono alcune canzoni dove la scelta della lingua non si pone, come con Mr Oga che non poteva che essere in pidgin per seguire la tradizione dell’afro-beat. Altre invece, come Non siamo pesci, dove la scelta della lingua è dettata dal messaggio che la canzone vuole dare. In questo caso, Non siamo pesci è stata ispirata dall’ esperienza che ho vissuto durante la traversata del Mar Mediterraneo. Volendo lanciare un messaggio a sostegno dei diritti umani, mi è venuto spontaneo scriverla in italiano, anche se quando l’ho scritta non era certo la lingua che padroneggiavo meglio. Walaho invece l’ho scritta in Esan, la mia lingua madre, perché è una canzone dedicata alla mia mamma. Tutte le lingue in cui scrivo i testi delle mie canzoni le considero parte di me. Inoltre nell’album c’è anche una traccia in siciliano, Cu ti lu […]

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La belle dame, il nuovo EP di Valerio Bruner

Da oggi, 17 aprile, è disponibile su tutte le piattaforme il nuovo EP di Valerio Bruner, La belle dame. Cinque canzoni sull’universo femminile. Napoli, piazza Bellini.  In un’assolata mattinata in cui era ancora concessa la bellezza di guardarsi negli occhi senza l’imperativo del distanziamento sociale, Eroica Fenice aveva incontrato Valerio Bruner, giovane artista napoletano, per parlare del suo nuovo EP La belle dame, disponibile da oggi, 17 aprile. Perché se un virus, chiamato covid-19, costringe tutti noi italiani a stare chiusi in casa, la musica non si ferma.  Come e quando nasce questo EP? La genesi di questi pezzi risale già ai tempi di Down the river. Sempre pezzi acustici, voce e chitarra. Dopo tre anni dal primo album c’è stato un incontro fortunato con un’etichetta, Volcano Records & Promotion.  Abbiamo prima registrato voce e chitarra, a Napoli. Poi in studio a Torino, più lontana dall’identità territoriale napoletana che a volte è un bene e un male. Il tutto tra novembre e dicembre. Dopo una registrazione tra Napoli e Torino sono venute fuori canzoni mie che, con gli arrangiamenti, non riconoscevo o che forse riconoscevo di più. Un’esplosione difficile da spiegare con le parole.  E così ci perdiamo nelle immagini di Torino, una città magica, negli aneddoti di giornate lavorative intense, di tragitti a piedi con la chitarra in spalla, sole tiepido e la serenità di chi sente che sta percorrendo la strada giusta, la sua. Partiamo dal titolo, La belle dame…  É un omaggio a una poesia di John Keats, La Belle Dame sans Merci, poesia che adoro, al punto da scriverci un pezzo. É un lavoro tutto improntato sulla figura femminile: sono cresciuto in un contesto femminile fatto di donne cazzute, mia madre, mia nonna. In una società in cui l’emancipazione femminile non è così scontata, è venuto spontaneo raccontare storie di donne che in situazioni negative, in cui tutto sembra perduto, trovano comunque una luce. Un inno a tutte quelle donne che, consapevoli della loro forza, lottano e continuano a farlo, nonostante tutto.  Un piccolo universo narrativo, cinque donne, cinque storie, cinque canzoni in cui è concentrato il messaggio dell’album. Cosa c’è di diverso rispetto a Down the river? L’altro è un lavoro forse  più autobiografico, ma allo stesso modo, le mie canzoni nascono sempre da ciò che mi circonda, che colpisce la mia attenzione. Penso a Rivergirl e al modo in cui è nata: due anni fa ero a Londra, nel quartiere di Little Venice, bellissimo. In una giornata uggiosa mi colpirono i battelli fermi sui canali abitati da questi “gipsy dell’acqua” e su un cartello c’era la scritta RIVERMAN. Annotai delle parole sul taccuino che porto sempre con me, “Rivergirl is not too late”. Queste parole mi sono tornate in mente ascoltando un giro di accordi di Tom Petty…e così è nato il primo singolo: uno scenario apocalittico, una donna sola e inascoltata che trova in sé la forza per andare avanti, dimenticandosi di tutto il resto “’cause rivergirl won’t be too late”.  Testi intensi che spaziano musicalmente dal […]

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Friz, in arrivo il nuovo album Ballate Dasporto

Il 17 aprile vedrà la luce Ballate Dasporto, nuovo album del rapper bolognese Friz, pubblicato dall’etichetta discografica INRI. Oltre ad essere un’inscrizione cara al mondo cristiano, INRI indica anche una realtà ben nota all’interno del panorama musicale indipendente italiano. Sotto l’acronimo de “Il Nuovo Rumore Italiano” questa etichetta discografica torinese, con sedi anche a Milano e Roma, ha riunito attorno a sé nomi appartenenti a un ambiente musicale che, complici anche Spotify e i social network, può essere usufruito anche da chi non ne è un assiduo frequentatore. La creatura dei fratelli Davide e Paolo Pavanello e di Pietro Camonchia ha scovato, in nove anni di attività, personalità che hanno calcato il palco dell’Ariston quali Levante e gli Ex-Otago, nomi di nicchia e conosciuti da una cerchia di appassionati come i Voina, mostri sacri dell’underground nostrano degli anni ’00 come i Linea 77 e ha donato la stella della notorietà al pianista Dario Faini in arte Dardust, che ha suonato davanti al numeroso pubblico del Bank Stadium di Minneapolis durante l’intervallo della cinquantaduesima edizione del Super Bowl. Di questa scuderia vincente fa parte anche l’artista protagonista di questa recensione: il rapper Friz, con il suo album di prossima uscita Ballate Dasporto. Friz, una breve biografia Nato nel 1989 Friz lascia il Veneto, sua terra d’origine, per trasferirsi a Bologna. Lì, tra lavoretti in un ristorante e gli studi di antropologia, affina le proprie conoscenze musicali pubblicando nel 2015 il suo primo lavoro, Rose Sélavy? Nel 2017 inizia a lavorare con l’amico Fed Nance (Federico Cavallini), produttore e polistrumentista ferrarese, a un progetto composto da alcune canzoni pubblicate come singoli (Nottetempo, Tokyo) suscitando l’interesse dei già citati fratelli Pavanello, che lo accolgono nella grande famiglia INRI. A due anni di distanza da questi progetti, Friz giunge al suo nuovo lavoro: Ballate Dasporto, in arrivo (per il momento in formato digitale) il 17 aprile. Ballate Dasporto. Graffiti di quotidianità urbana, imbevuti di hip hop Tutti i sei brani che costituiscono l’album rivendicano un’identità hip hop, adatta all’ambiente urbano a cui l’apporto strumentale di Fed Nance fa da cornice ideale. Lo si capisce ascoltando il singolo che ha anticipato Ballate Dasporto: Cobalto, uscito il mese scorso, una canzone d’amore le cui sonorità pop fanno da base per i ritmi e i beat di Friz, che mette in scena la realtà di Bologna. Anzi, la realtà che i giovani vivono quotidianamente nel capoluogo romagnolo. Fin da Assé, pezzo introduttivo di pochi secondi che fa da preambolo, veniamo sin da subito immersi in quel contesto attraverso i rumori della cucina di un ristorante e la voce di un cuoco che chiacchiera con il nostro cantante. Friz ha voluto portare con sé tutte le esperienze che lo hanno formato, tra cui il lavoro nelle cucine dei ristoranti per potersi pagare gli studi, ma anche la realtà multietnica che si può trovare in città. «Ho conosciuto cuochi e camerieri provenienti da ogni parte del mondo, che mi hanno insegnato come fare le tagliatelle al ragù bolonnaise. Fumavo […]

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Ferruccio: nella Soffitta Produzione nasce un rapper

Ferruccio, 24 anni, rapper del collettivo Soffitta Produzioni. Il 24 marzo è uscito il suo disco d’esordio intitolato Zero: 14 tracce, che racchiudono 5 anni di vita, per un ascolto di 42 minuti circa, denso di parole, sensazioni, riflessioni. Appassionato di musica, ancor più della scrittura, innamorato dalle parole, Ferruccio porta avanti un progetto composto di tante voci dell’io differenti che si ritrovano tutte a dialogare tra di loro, con rime nuove, intrise di significato, poco retoriche, piene di vitalità. La scrittura è la sua Mecca, luogo privilegiato in cui non è sempre facile arrivare per cogliere la vera poesia; il suo è un percorso che definisce né semplice né semplificativo, che porta sempre a ripartire da zero. Intervista a Ferruccio Chi è Ferruccio? Com’è stato il percorso di creazione del tuo album Zero? Sono un rapper, mi chiamo Ferruccio, faccio parte della Soffitta Produzioni, il centro di produzione in cui è nato ed ho registrato il mio disco Zero; un collettivo di dieci persone circa, tra rapper e beat maker, produttori e grafica: il mondo in cui mi muovo e creo la mia musica. Il disco ho iniziato a registrarlo 4-5 anni fa, lo definisco infatti un percorso tortuoso, se penso che i primi brani composti risalgono a quando avevo 18-19 anni e adesso ne ho 24. Un processo lungo, tra scrittura, registrazione, missaggio, anche per questo si chiama Zero. È un disco in cui credo, un disco dinamico; sono consapevole che sia una specie di zibaldone, dal risultato finale omogeneo, a cui rimarrò affezionato proprio per il lungo tempo speso per crearlo. Cosa è cambiato, quindi, dalla scrittura delle prime canzoni alle ultime dell’album? Ribadisco che Zero è un disco che alterna brani scritti quando avevo 18 anni ed altri composti recentemente. Il cambiamento l’ho avvertito nella spontaneità che avevo nel creare: la magia degli inizi, dove le canzoni nascevano con una naturalezza disarmante, ha lasciato il posto ad una maturità stilistica; infatti adesso quando mi approccio alla scrittura, la vivo come una questione tecnica, anche perché negli anni, ho affinato la gestione dei brani, la struttura, la forma canzone, dando sempre però spazio al lato emozionale, una costante nella ricerca artistica. Un esempio di cambiamento di struttura è il passaggio da Minuti inutili a Come Lebron. Minuti inutili è una delle prime canzoni scritte, con la classica struttura rap, strofa ritornello strofa ritornello; Come Lebron invece è più maturo a livello lirico, ha una struttura più fine, più organizzata, che spazia tra i ritornelli e concede più libertà. Che cos’è per te la Soffitta Produzioni, il luogo dove è nato ed è stato prodotto il tuo disco? Come è strutturata la Soffitta e quanto ha influito sulla scelta artistica del tuo album? Una famiglia allargata, un termine forse poco professionale, ma più vicino alla realtà: siamo degli amici che condividono una passione e da ormai 8 anni, quasi quotidianamente, cercano di ritrovarsi per creare musica. C’è Trisha che lavora alle grafiche, Ghetosoffittaman ed altri che producono, ci […]

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Corde Oblique, The Moon Is a Dry Bone è il nuovo album

Lo scorso 3 aprile, per Dark Vinyl Records (distribuzione Audioglobe), è uscito The Moon Is a Dry Bone, il nuovo album della band dark-folk partenopea Corde Oblique. Corde Oblique: tra neofolk e shoegaze Registrato e mixato da Massimo Aluzzi presso gli Splash Studio (Napoli) e masterizzato da Geoff Pesche presso gli Abbey Road Studio (Londra), The Moon Is a Dry Bone è l’ottavo album in studio del gruppo “folk-gaze”, come amano definirsi, ovvero un miscuglio tra neofolk e shoegaze. Il disco contiene 11 tracce inedite, tra cui una cover degli Anathema: Temporary Peace. A questo nuovo lavoro discografico dei Corde Oblique hanno collaborato diversi artisti, tra cui nomi storici della musica italiana. Oltre a Caterina Pontradolfo, artista lucana sempre presente in tutti i loro lavori, a supportare in questo progetto la band partenopea capitanata da Riccardo Prencipe troviamo anche le voci di Andrea Chimenti e Miro Sassolini (ex cantante dei Diaframma). The Moon Is a Dry Bone: track by track Fedeli al loro stile, lontano dalle mode correnti, anche in questo nuovo album i Corde Oblique deliziano i fan con le consuete sonorità folk. Tuttavia, stavolta queste ultime s’intrecciano a sonorità più estreme e spregiudicate. Il disco si apre sulle note malinconiche di Almost Blue, brano strumentale in cui a farla da padrone è il romantico e struggente suono del violino che ritroviamo anche nel pezzo successivo La Strada, dove si fonde con quello più popolare della chitarra. In questo brano la delicata voce della cantante del gruppo, Rita Saviano incontra quella del cantautore Andrea Chimenti, dando vita ad un emozionante duetto. La terza traccia è The Moon Is A Dry Bone, canzone che dà il titolo al disco e che ne ha anticipato l’uscita. Il pezzo è musicalmente più elaborato; i ritmi si fanno più concitati e decisi. “Sotto la superficie, la luna è secca come un osso. Non puoi spremere il sangue da una rapa e apparentemente non puoi nemmeno strizzare l’acqua dalle rocce lunari”. L’uscita del singolo è stata accompagnata da un video girato dal regista lituano Rytis Tytas, ambientato in Lituania, nella villa dell’architetto Stasys Kudokas (scomparso nel 1988). Il video è stato concepito come un conflitto tra sogno e realtà. L’album prosegue con la soave Le Grandi Anime, interpretata dall’armoniosa voce di Caterina Pontrandolfo. A seguire troviamo l’evocativa Le Torri di Maddaloni, un dolce “lamento” interpretato magnificamente da Denitza Seraphim, che vuole essere un omaggio alla città casertana di Maddaloni e alle sue torri. Riccardo Prencipe, autore del testo e leader del gruppo, nonché insegnante in una scuola di quel territorio, a tal proposito ha dichiarato: “La scuola dove insegno si trova proprio sotto di esse. Il primo anno in cui iniziai a insegnare scrivevo questo brano nelle lunghe ore di pausa. La scommessa era usare solo due accordi, come le torri, con un fraseggio”. Le Torri di Maddaloni è senza dubbio uno dei brani più interessanti e coinvolgenti del disco. L’eterea Il Figlio delle Vergini è la sesta traccia e vede ancora la partecipazione […]

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