Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 500 articoli

Musica

Ghemon: E Vissero Feriti e Contenti, il nuovo album

Dal 19 Marzo è disponibile il nuovo album di Ghemon: E Vissero Feriti e Contenti, a solo un anno dal precedente lavoro. È il suo Momento Perfetto? Dopo la sua seconda partecipazione al Festival Di Sanremo con Momento Perfetto, ecco che E vissero feriti e contenti di Ghemon vede la luce. Il nuovo figlio del soulman 2.0 è, già dal suo concepimento, estremamente sorprendente. L’ultimo progetto musicale del cantante avellinese era infatti Scritto Nelle Stelle, targato 24 aprile 2020. In un anno dunque, il bottino è di due dischi ufficiali e una partecipazione alla kermesse musicale italiana per eccellenza. Non male. Ma cosa ci racconta in più di quanto già sappiamo del paroliere campano? E vissero feriti e contenti di Ghemon: un album che non ha bisogno di spiegarsi. Il nome è un programma. Fin da subito, tra una traccia e un interludio, si percepisce la matrice dell’intera opera. Colorato dal velo di malinconia che da sempre accompagna ogni produzione dell’artista, E Vissero Feriti e Contenti è un viaggio alla ricerca/conquista di un posto nel mondo. È una lunga riflessione sulle consapevolezze raggiunte da un “ragazzo” di 38 anni, che ha ormai compreso la morale della favola. Dalle migliori avventure, non si può uscire incolumi. Ma come ogni introspezione che si rispetti, vi è anche la certezza che queste consapevolezze potrebbero essere spazzate via, come è già accaduto in passato nella vita nel cantautore. E il viaggio si riflette in una camminata tra sonorità diverse: un’eterna fusione di soul, funk, disco, persino reggae, tutte condite dal tocco squisitamente pop (sempre utile sottolineare il senso positivo del temine). Il risultato? Le quindici tracce di E Vissero Feriti e Contenti: un Neffa che si mescola a Joe Barbieri, ma molto più attuale. Graffiante, come il gatto in copertina. Recensione del disco: Un Road Trip a volume alto e tinte soul. «Il suo era stato un cammino lungo e pieno di sorprese, un viaggio fatto di magnifiche rivelazioni ma anche lastricato di ostacoli.» Sono queste le parole pronunciate da Chiara Francesca nella prima traccia del disco, mostrando la strada di questo road-trip soul. Ogni brano si contraddistingue per una forte caratterizzazione ed elementi protagonisti ben rimarcati, seppur conservando la medesima identità. Impossibile non perdersi nel “rappato scuola Ghemon” di Piccoli Brividi. E poi diciamolo: «nella vita speri sempre di non cambiare / però alla fine ti lamenti che è tutto uguale / sei convinto che hai ragione tu / perché se prendi posizione, addio / ma poi alla fine cambi tanto per non cambiare.» È probabilmente il ritratto di un quadro umano che conosciamo tutti, e il pianoforte di Tanto Per Non Cambiare regala una melodia incalzante che da sola varrebbe l’ascolto. Molto groove (ma meno forza) nella successiva Nel Mio Elemento, che sembra essere un prolungamento di una scia funk aperta in precedenza. Molto più sperimentali i due brani che seguono. La Tigre apre con una batteria veloce, un ritmo afrojazz e trombe di sottofondo, preservando però un cuore che è spiccatamente disco-club. Quando scatta […]

... continua la lettura
Musica

Paduano: raccogliere storie per scoprirsi Apolide

Antonio Paduano, in arte Paduano, è un cantautore napoletano della scuderia New Generation di Apogeo Records, etichetta napoletana che da anni si interessa alla scena musicale partenopea, selezionando progetti musicali innovativi. Il 19 febbraio, Paduano ha aperto le porte della sua musica, lanciando su tutte le piattaforme digitali il suo primo album, intitolato Apolide. Il disco è un insieme di racconti, che affrontano tematiche come lo scorrere del tempo, l’amore e la ricerca di se stessi. Con Apolide, Paduano suggella l’inizio di una carriera cantautoriale, composta da versi sottili e poetici, in accordo ad un suono folk, sempre d’impatto ma al contempo delicato. La produzione artistica di Apolide è affidata a Dario Di Pietro, il quale ha partecipato come musicista anche alla realizzazione del disco, insieme a Alessio Sica alla batteria, percussioni, drum pad, a Roberto Bozza al basso, a Marcello Vitale alla chitarra elettrica, a Monia Massa al violoncello. Vi proponiamo la nostra intervista a Paduano. In quanto tempo hai sviluppato il disco Apolide? Qual è stata la sua genesi e quali i passaggi più importanti che l’hanno reso così come suona oggi? Apolide è un lavoro durato più di un anno per quanto riguarda la registrazione; i brani che lo compongono sono stati scritti in periodi diversi e soprattutto in situazioni differenti, ad esempio la stessa canzone Apolide fu scritta tra il 2014/2015 e la storia che racchiude è la partenza di una riflessione da cui si sviluppano le altre canzoni dell’album che ho scritto in seguito. In Apolide c’è l’intenzione non solo di raccontarmi ma di raccontare storie di altri avvicinandole alle mie esperienze, questo connubio porta il disco a raccontare temi diversi tra loro seguendo però un filo logico ben preciso. Come definisci la tua musica? Quanto è importante per te il testo? Che stile hai? Mi piace pensare che la musica, in questo caso la mia, sia qualcosa di totalmente personale ed unico nel mondo; com’è del resto la musica creata da ogni singola persona. Le influenze le esperienze e le emozioni portano a creare e trasformare con il tempo la tua personalità musicale. Sono molto attratto dalle sonorità indie-folk d’oltre Manica, che si distaccano dal Pop britannico degli anni precedenti e questa passione provo a riproporla nei miei brani. Il testo per me è fondamentale ed è un ulteriore strumento per indurre in emozione e riflessione. Dipendentemente dal momento mi piace espormi in maniera diretta e palese quando ne ho il bisogno o nascondermi dietro le parole e lasciare all’ ascoltare la facoltà di trovarmi. Il passato, la fuga, il ricominciare da capo, sembrano essere questi i temi cardine del tuo disco, Apolide, un titolo che definisce la condizione duplice di chi è senza casa eppure cittadino del mondo. Chi è apolide oggi? Apolide oggi può essere chiunque di noi che non ha ancora trovato appartenenza e radici con il proprio essere e con la propria felicità. Spesso ci troviamo in panni che non sono nostri e ci sforziamo di essere qualcun altro per […]

... continua la lettura
Musica

Damiano Davide: ecco l’anteprima il videoclip di Cold Spring

Il pianista, compositore e Direttore d’orchestra Damiano Davide ritorna sulla scena musicale con il videoclip di Cold Spring, uno dei brani presenti nel suo album d’esordio, Mirror, pubblicato lo scorso 29 gennaio per il roster New Generation di Apogeo Records. Oggi Damiano Davide racconta la traccia e in anteprima per Eroica Fenice presenta il suo videoclip: “Aprile è il mese più crudele perché genera lillà dalla terra morta mescolando memoria e desiderio”, dice T.S. Eliot. “E il risveglio della primavera, fredda e desolata purtroppo anche quest’anno, si fa ancora più drammatico nello sconforto di una foresta deserta ricoperta dalla neve. La sensazione di vuoto, il bianco senza vita e quelle poche note glaciali del pianoforte e del violoncello sottolineano l’incertezza del presente ma, allo stesso tempo, aumentano anche il desiderio per la luce e per i colori che arrivano, puntuali, insieme al primo sole di Aprile. Ecco che finalmente la bellezza di tanta solitudine diventa rinascita negli occhi di una donna al tramonto, che apre lo sguardo verso l’orizzonte insieme al suono chiaro e limpido del violino”. “Cold Spring, come l’intero album “Mirror” – racconta Damiano Davide – è nato nel periodo del primo lockdown tra il marzo e l’aprile del 2020. Quello che questo brano vuole raccontare è il deserto surreale di una stagione normalmente legata a sentimenti di rinascita, agli affetti, ma che l’anno scorso, e paradossalmente ancora di più quest’anno, è diventata l’immagine più forte dello sconforto collettivo. Il legame tra la musica e il video è molto stretto e c’è un rapporto diretto tra i suoni e gli elementi della natura: le note acute del pianoforte come se fossero gocce d’acqua, il violoncello grasso e corposo come i tronchi degli alberi e, infine, il suono del violino che arriva con la luce del sole, puntuale, sicura e limpida così come si spera sarà anche questa primavera appena cominciata”. Il videoclip di Cold Spring è stato girato a Landschaftspark Cospuden, la foresta che contorna il bellissimo lago di Cospuden a Lipsia, in Germania. Nello stesso luogo sarà ambientato il seguito di questo videoclip, con lo stesso paesaggio completamente trasformato dall’arrivo della primavera. Il video è stato scritto, diretto e prodotto da Damiano Davide e Enrico Catanzariti; anche le riprese sono a cura di Enrico Catanzariti, impreziosite dalla presenza dell’attrice Sofia Obregon Abularach.

... continua la lettura
Musica

Teresa, il nuovo album di Marcello Giannini

Il 12 marzo è uscito l’album Teresa, quarta opera da solista di Marcello Giannini, disponibile in digitale e presto anche in versione vinile. L’album, prodotto da NoWords, è anticipato dall’omonimo singolo, in uscita con un video, curato da Loredana Antonelli, che tocca le corde giuste, malinconico senza mai essere triste, suggestivo ed evocativo come le note che accompagna. Teresa segue a distanza di un anno, che potrebbe tranquillamente contenerne dieci, l’uscita dell’album Delirium tremens ed è innanzitutto un omaggio alla nonna Teresa; ma Teresa è anche una sfida, un grido di vitalità nel forzoso silenzio dei palcoscenici, una sfida a tutte le restrizioni e costrizioni che da ormai un anno hanno fatto calare il sipario su tutte le forme di manifestazione artistica e culturale. Con Giannini c’eravamo lasciati un anno fa all’Auditorium Novecento, accalcati e festaioli, come in un’altra vita, a festeggiare un compleanno e un album che regalava grandi promesse, non ultima la promessa di rincontrarci presto ad ascoltarne le note con la stessa voglia di festa e buona musica. Ci ritroviamo dopo un altro compleanno con molta meno voglia di festa, o forse di più secondo gli umorali punti di vista, ma senza dubbio con una sete inappagata di creatività e speranza. E Giannini mantiene le sue promesse regalandoci un nuovo album che scorre coraggioso e cristallino come un rivolo tra impervie alture; perché coraggioso e faticoso è scrivere musica in un anno in cui tutto il mondo dell’arte è stato messo a tacere. Teresa aggiunge un nuovo tassello al percorso artistico di Marcello Giannini, che dopo e oltre le esperienze corali degli Slivovitz, dei Nu Guinea e dei Guru, ha ormai fatto molti passi attraversando poliedriche sperimentazioni e arricchendosi di preziosi spunti creativi. Con Teresa il sound di Giannini si allontana un po’ dalle sonorità jazzrock ed elettroniche per convergere verso strutture musicali più semplici ed essenziali, molto più vicine allo schema canzone ma sempre fedeli a quella cura e raffinatezza che è la cifra stilistica di Giannini. Tutti i brani hanno come genesi comune una traccia di batteria che si arricchisce attraverso la sovrapposizione di strati di melodie, ispirati alle sonorità rock e blues e sovrapposti senza mai alterare l’essenzialità della composizione. Non mancano le sperimentazioni e le contaminazioni di frammenti elettronici, così come è evidente in ogni traccia il tentativo di restituire la sensazione e il gusto di una composizione corale. Ed ecco che in ogni traccia trovano spazio ancora una volta strumenti e strumentisti diversi, dalle batterie di Marco Castaldo, Andrea De Fazio e Stefano Costanzo, alle percussioni di Michele Maione, il sax di Pietro Santangelo, l’armonica di Dereck di Perri, il violino di Riccardo Villari e ancora il contrabbasso di Paolo Petrella, nonché una traccia di basso elettrico di Stefano Mujura Simonetta. E allora non ci resta che lasciarci avvolgere dalle note di Giannini, nella speranza di rivederlo e rivederci presto dal vivo tra molto meno di un altro anno, accalcati e pieni di voglia di fare festa come un anno fa. https://www.facebook.com/marcello.giannini.1

... continua la lettura
Musica

I Mortali, recensione dell’album di Colapesce e Dimartino

Colapesce e Dimartino, forti del successo sanremese del brano “Musica Leggerissima”, ripubblicano in una doppia edizione l’album I Mortali. A due settimane dalla sua conclusione il festival di Sanremo ci ha regalato quello che è destinato a essere il tormentone della prossima estate: Musica leggerissima, brano scritto da Colapesce e Dimartino che sta spopolando in radio e sui maggiori servizi di streaming e che di recente ha vinto l’ambito disco d’oro con la cifra di un milione di copie vendute, oltre ad aver dato vita a una vera e propria mania fatta di meme, parodie e montaggi video di tanti fan che imitano l’ormai iconico balletto dei due cantanti. Ma Colapesce e Dimartino, due personalità che vantano carriere piene di riconoscimenti (il primo si è aggiudicato nel 2012 la Targa Tenco per la miglior opera prima con l’album Uno splendido declino e il premio “Fuori dal Mucchio” della rivista Il Mucchio Selvaggio per il miglior esordio, mentre il secondo ha vinto nel 2019 il Premio Lunezia nella sezione “Stil novo” per l’album Afrodite) non andrebbero relegati allo status di prodotti usa e getta come capita a tanti cantanti che raggiungono la notorietà tramite un pezzo ben riuscito per poi sparire nel nulla. A sostegno di ciò basterebbe ascoltare I Mortali, l’album nato dalla collaborazione tra i due artisti uscito il 5 giugno dello scorso anno e che, dato il successo sanremese, ritorna negli scaffali questo venerdì in un’edizione rinominata come I Mortali² e contenente due dischi: il primo contiene brani editi, mentre il secondo reinterpretazioni di brani celebri tra cui Povera Patria di Franco Battiato, cantata dal duo durante la terza serata della kermesse dedicata alle cover. I Mortali, recensione track by track Non c’è nient’altro da aggiungere sul già citato Musica Leggerissima, brano classificatosi quarto a Sanremo e aggiudicatosi il premio Lucio Dalla della critica. Un tormentone pop che dietro l’innocenza di una melodia “leggerissima” (è il caso di dirlo) rivendica la necessità ad abbandonarsi a “parole senza pensiero/allegre, ma non troppo” davanti a un mondo sempre più difficile da capire. Il prossimo semestre è invece un sentito richiamo al cantautorato più puro e genuino soprattutto nel testo, pervaso da un’ironia di fondo in cui il ruolo del cantautore viene descritto con tutti i cliché del caso. L’incalzante ritmo pop di Rosa e Olindo racconta una storia d’amore con protagonisti i due autori della “Strage di Erba”, visti come due giovani innamorati la cui passione è talmente dirompente che nemmeno le sbarre della prigione potranno dividerli. È difficile credere che i mostri abbiano un cuore, ma Colapesce e Dimartino riescono a darci questa impressione. Luna Araba, brano che si avvale della collaborazione di Carmen Consoli, è debitrice di Franco Battiato per le sonorità e i testi (soprattutto quello dell’album Gommalacca, del lontano 1998). Lungo una melodia rock-pop si stagliano le immagini, da un anno perdute nel tempo, di una Sicilia estiva e delle spiagge popolate da bagnanti di ogni età e nazionalità, mescolate a quelle delle dominazioni storiche degli […]

... continua la lettura
Musica

Vicenda Tenco: No, Luigi non amava giocare con le pistole

“Luigi Tenco, proprio su questo palco, giocando con una pistola andò incontro alla morte“ È in questo modo che la giornalista e conduttrice televisiva Barbara Palombelli ha descritto l’episodio della morte di Tenco nel suo monologo del 5 marzo sul palco dell’Ariston. Il suo intervento avrebbe dovuto rappresentare un’ode al femminismo, un invito all’autoaffermazione, un’apologia di indipendenza. Il tutto si è invece miseramente tradotto in un’autoreferenziale biografia realizzata incollando pezzi di storia tra loro totalmente slegati, come nemmeno il Christopher Nolan di Memento sarebbe mai riuscito a fare. Il collante utilizzato sono stati i vecchi brani di Sanremo, adattati al contesto in un modo che nel gergo giovanile verrebbe inevitabilmente additato come cringe. Infatti era quasi palpabile l’imbarazzo generale nel far emergere forzatamente brani che in maniera quasi impercettibile si ricollegavano al discorso. La forzatura che aleggiava attorno a queste randomiche inserzioni musicali ha, purtroppo, contraddistinto anche la descrizione dell’episodio della morte di Tenco, inserito nella narrazione a fine utilitaristico col solo scopo di lanciare l’ennesima pillola di autoreferenzialità. L’episodio in sé non ha alterato la vita della Palombelli, né era minimamente ricollegabile al tema del femminismo (sempre se è possibile trovare un tema in un puzzle di ricordi dati in pasto al pubblico). Quindi la prima vera domanda sarebbe: era necessario parlarne? La frase utilizzata per far riferimento a quell’episodio è quasi agghiacciante: “giocando con una pistola andò incontro alla morte”. In mezzo secondo è stata inutilmente umiliata la famiglia Tenco che, con immensa dignità, ha risposto al triste commento in una lettera poco dopo l’intervento. Signora Barbara Palombelli, diversi telespettatori ci hanno segnalato il suo monologo di venerdì 5 marzo u.s., andato in onda su Rai1 all’interno del Festival di Sanremo, attraverso cui ha diffuso notizie improbabili sulla vita di Luigi Tenco. Quindi, portati a vedere un’altra volta un programma che non ci entusiasma proprio perché rappresenta una manifestazione i cui rumors giornalistici pilotati del 1967 non si fecero scrupoli a relegare l’umanità di Luigi Tenco nell’ingiusta etichetta del ragazzo depresso, condizionando persino le sue numerose opere musicali per diversi decenni, con profonda amarezza abbiamo constatato quanto ancora perduri un certo tipo di superficialità giornalistica. Le sue parole, passando per il racconto diseducativo di una sua bravata adolescenziale, sono risultate come una forzatura per arrivare a parlare in modo inopportuno di Luigi Tenco: “pensate che Luigi Tenco proprio qui (al Festival) giocando con una pistola ha trovato la morte”. A ciò si aggiunga il fatto che questa ed altre sue gravi affermazioni sarebbero frutto di un’intervista con Gino Paoli che, come è noto a tutti e diversamente da Luigi Tenco, ha certamente cercato la morte per suicidio ma senza riuscirci (fortunatamente). Questo chiacchiericcio, pregno di ignoranza sull’argomento da una parte e di incoerenza dall’altra parte, non rende merito alla categoria dei giornalisti a cui apparterrebbe e nemmeno al servizio televisivo pubblico che ha deciso di farla esibire su Rai1, ma soprattutto non può essere considerato un criterio onesto alla base di affermazioni lesive come quelle che ha fatto […]

... continua la lettura
Musica

La Napoli di Gianmario Sanzari: il ragazzo che suona in piazza

Napoli è un richiamo forte, come quello del mare, come quello della gente che percorre le strade, come quello del cuore pulsante del centro storico. Le sfumature della città partenopea sono la matrice principale che ha originato l’album di Gianmario Sanzari, cantautore napoletano, strettamente legato alla sua terra al punto da consacrare il suo primo disco alla città. Si chiama Bello, il primo lavoro artistico di Gianmario, che vede la produzione di Paci Ciotola, su di uno stile pop cantautoriale, costituito di parole molto semplici ed immagini che sottolineano il profondo e viscerale senso di appartenenza alla bella, ma faticosa Partenope. Come ti sei avvicinato alla musica? Quando hai capito e hai scelto che sarebbe diventato il tuo possibile futuro? Mi sono avvicinato alla musica da piccolissimo, credo soprattutto grazie a mio padre che me ne ha fatta sempre ascoltare tanta. Alle elementari c’era un bambino che prendeva lezioni di piano: quando vidi quello che sapeva fare rimasi incantato. Mia madre non fu d’accordo a farmi prendere lezioni a scuola, ma ricordo che nello studio del flauto ero il più bravo, studiavo i pezzi con le note che la maestra ancora non aveva spiegato. In seconda elementare ho preso parte al coro della scuola. Questo ha influito moltissimo sulla mia formazione musicale. Intorno ai 9 anni ho iniziato finalmente a prendere lezioni di piano insieme a mia sorella e solo a 13 anni ho iniziato a studiare la chitarra. Ho capito che era quello che volevo fare solo intorno ai 17 anni, quando ho cominciato a tentare di strimpellare i pezzi che ascoltavo. Prima del lockdown e delle nuove restrizioni, hai portato la tua chitarra e la tua voce nelle piazze di Napoli, regalando brani tuoi e cover a chi si trovava in giro. Qual è l’emozione più grande che hai vissuto durante un live per strada? La strada, la città come reputi accolga questa forma d’arte? Della strada ricorderò per sempre la prima volta che mi sono esibito da solo, il 9 settembre del 2017, l’anniversario della morte di Battisti, a Piazza San Domenico. La gente mi guardava incantata, senza avere idea di quanto io guardassi loro allo stesso tempo. C’è stata una di quelle sere in cui una ragazza in lacrime mi ascoltava cantare insieme agli amici: l’indomani sarebbe partita. Sono stato parte della sua ultima sera a Napoli, sono cose che non si dimenticano. La gente che si ferma in strada ad ascoltarti si ferma perché VUOLE ascoltarti, è diverso dall’esibirsi in un locale. La strada diventa quasi parte della tua casa. Quando vedevo la piazza sporca ci rimanevo malissimo. Se resti per ore a suonare e a cantare nello stesso punto, quel punto diventa una mattonella di casa tua, è triste vederla abbandonata al degrado. Un artista ha sempre delle influenze che contaminano i propri lavori musicali. Nel tuo nuovo album quali sono le sonorità, i musicisti, i generi da cui hai attinto? “Bello” è il frutto di un lavoro in studio durato quasi due anni. […]

... continua la lettura
Musica

Leotta: “Passeggeri” in questa vita di canzoni pop

Significato alto e qualitativo da dare alla parola “pop”, parola che troppo spesso invece si accosta ad una critica negativa di genere e di appartenenza. Non è sicuramente questo il caso: Leotta torna in scena con un Ep digitale dal titolo “Passeggeri” dove mette in chiaro la linea del gusto e l’attenzione al dettaglio sin dal primissimo impatto scenico che abbiamo con la copertina del disco. E poi la liquidità delle distanza diviene quel modo di fare canzoni dalle melodie forti (molto bene anche nelle strofe prima ancora che nei ritornelli), decisamente classico il taglio dato al video ufficiale e a tutte le soluzioni digitali che stanno segnando il trend di oggi. Gran gusto per questo nuovo disco: forse però vorremmo vedere un salto quantico di personalità e non questa sensazione che tutto sia solamente e doverosamente un motivo di estetica. E di certo, nel pop alto di Leotta, ci sono le carte perché questo si disveli senza nessuna difficoltà… e allora che accada, e presto anche. Nuovo disco per Leotta, disco che trovo decisamente inglese. Che sia “Londra” a condizionarmi in tal senso? Probabilmente sì, la contaminazione da sempre mi affascina: è qualcosa di meraviglioso e inevitabile, che riesce a farti rivivere la bellezza di un luogo ma anche di un attimo vissuto intensamente. “Londra” racconta una storia ambientata oltremanica, ma al di là del testo c’è tanta Inghilterra anche nelle sonorità. La melodia torna prepotente ed efficace. Ho come l’impressione che ultimamente si fosse un poco dimenticata dietro all’arroganza dei suoni indie… non trovi? Penso che la musica indie sia qualcosa legata al tempo e nella maggior parte dei casi si bada al concreto, allo scrivere d’istinto. Oggi tutti si professano cantanti indie senza sapere neanche perché. La canzone è prima di tutto musica e deve affascinare l’ascoltatore indipendentemente dal genere. Il pop è decisamente il padrone di casa… per te cos’è il “pop”? La musica pop è la musica popolare e non c’è aggettivo più bello. L’Italia ha una tradizione che non possiamo dimenticare e dev’essere il nostro punto di partenza anche nell’innovazione. Il pop ormai arriva a ricomprendere tante influenze musicali e a me questa cosa piace. Bellissimo questo titolo… anche la musica è di “passaggio”? La musica è in costante evoluzione ma è inevitabilmente il sottofondo della nostra esistenza. Anche in questo strano periodo ci sono tante canzoni che inevitabilmente ci hanno accompagnato. Prossimo passo? Oggi ci si muove per liquidità acquisita… e in tal senso si fanno piccoli passi… Il prossimo passo spero che sia il ritorno al live: suonare dal vivo mi manca, sentire l’emozione della gente e, di contro, la mia è qualcosa di cui ho fatto malvolentieri a meno. Sono al lavoro con tantissimi nuovi brani, ascolto sempre tanta musica, anche differente dal mio background, e provo a immergermi in linguaggi differenti anche da quelli della mia età. Sono sicuro che ne verrà fuori tanta bella roba, sempre diversa ma altrettanto vera   Paolo Tocco

... continua la lettura
Musica

Disco Zodiac, Retro Pop è l’album di debutto

“Retro Pop” è il titolo del primo album della band romana Disco Zodiac, uscito il 27 gennaio scorso, disponibile in digital download e su tutte le piattaforme streaming. Il retro-pop dei Disco Zodiac Il disco, registrato allo Studionero di Roma e prodotto da Marta Venturini (già produttrice insieme a Niccolò Contessa di “Manistream” di Calcutta), si compone di dieci brani dalle sonorità varie – attuali ma dal sapore vintage, con richiami agli anni ’60-‘80 -, che hanno il pop come unico filo conduttore. Più precisamente, i Disco Zodiac amano definirsi retro-pop, da qui il titolo dell’album. Una definizione azzeccata visto che le loro canzoni hanno un sound piuttosto nostalgico. Il loro primo lavoro discografico unisce infatti lo spirito del cantautorato italiano al pop più moderno, richiamando suoni retrò. A tal proposito la band romana ha dichiarato: “Avevamo voglia di nuove atmosfere, di un linguaggio più semplice e suoni “gommosi”. Così ce ne siamo fregati delle sonorità del momento, delle hit e della trap per creare qualcosa in cui credere, cercando semplicemente di divertirci e di farci ispirare dai vecchi cantautori italiani”. “Se non fosse stato per Marta Venturini tutto questo non sarebbe stato possibile, insieme a lei il concetto di “retro pop” ha preso vita nella nostra mente e poi nel nostro disco”, ha aggiunto. Un album a cui i Disco Zodiac hanno lavorato molto a lungo. “È stato un percorso lungo e faticoso, soprattutto durante il lockdown, ma non ci siamo mai fermati”, hanno raccontato. Il risultato è un lavoro ben fatto e gradevole all’ascolto. Retro pop, per testi e musica, risulta di presa immediata e non stanca l’ascoltatore. Dieci brani freschi e radiofonici, i cui ritornelli, accompagnati da ritmi funk, sfumature dance ed elettroniche, restano in testa già dopo il primo ascolto. Dieci canzoni d’amore che rimandano ad atmosfere romantiche e nostalgiche. Le tracce del disco Come singolo di lancio del loro primo album, i Disco Zodiac hanno scelto “Cosmonauti”, il brano che apre il disco. Una canzone dalla melodia semplice e dal ritornello potente che invita a riflettere sui nostri limiti e sulla voglia di superarli, fuggendo da tutte le paranoie e dai giudizi che spesso ci circondano. Il brano, come ha spiegato la band, è nato “un po’ per gioco”. “Volevamo provare a scrivere un singolo per qualcun altro e ci siamo allontanati dalla nostra quotidianità per buttare giù il testo. Abbiamo immaginato di essere più grandi dell’età che abbiamo lasciandoci ispirare da cantautori come Raf e Luca Carboni. Alla fine è venuta fuori una canzone super pop al punto che abbiamo fatto le corse per inserirla nell’album già praticamente finito”, riferiscono i Disco Zodiac. Prima ancora di “Cosmonauti”, però, il gruppo aveva già pubblicato, nel 2019, i seguenti brani: “Passano i secondi”, una ballata d’amore dal testo semplice e dal riff immediato; “Vino”, un pezzo di stampo anni ’80 che resta subito in testa, e “Platino”, il brano posto a chiusura dell’album. Una canzone, quest’ultima, dal ritmo lento e dall’atmosfera intima e onirica, in merito alla […]

... continua la lettura
Musica

Sanremo 2021, tra novità e solite polemiche

Il sipario su Sanremo 2021, l’edizione più strana e controversa della storia, è calato. Analizziamone vita, morte e miracoli. Quella di Sanremo 2021 è stata un’edizione della kermesse che passerà alla storia per svariati motivi. L’assenza del pubblico in sala per via della pandemia ha conferito al festival un’atmosfera straniante e paradossale, quasi sospesa nel tempo (anche se bisogna ammettere che i fischi di disapprovazione ad ogni classifica non è che ci siano mancati più di tanto). Ma è stato anche un festival che ha fatto parlare di sé non soltano per le immancabili polemiche, quasi una tradizione del festival stesso, ma anche per l’età mediamente giovane dei partecipanti alla gara canora. Ecco quindi a voi un resoconto di quello che è stato “Il festival dell’era covid”. Sanremo 2021, resoconto Di Fiorello, siparietti e altri demoni I motivi per cui si decide di guardare Sanremo sono principalmente due:  la musica e, soprattutto, i momenti trash che, come Thanos, sono ineluttabili. Dai travestimenti sfoderati da Max Gazzè durante le sue esibizioni (uno più geniale dell’altro) al povero Aiello che senza volerlo è divenuto un meme vivente (ripetiamo assieme: SESSOIBRUPOFENEH!), passando per Fasma che canta con un microfono spento durante la serata delle cover e Francesco Renga che invece deve cantare due volte quello che è il brano peggiore della sua carriera, gettando nella disperazione i coraggiosi che si cimentano nella titanica impresa di guardare tutte e cinque le serate fino alle 3 di notte. Immancabili anche i commenti agli outfit dei cantanti in gara che risvegliano l’Enzo Miccio che alberga in tutti noi, vestiti con il pantalone della tuta e le ciabatte. Sempre meglio dell’improvvisarci virologi e sparare a zero sui vaccini, non credete? Ma il festival non sarebbe tale senza la sua carrellata di ospiti: troppi, eccessivi e alcune volte inadeguati. Vedi alla voce Zlatan Ibrahimović: introdotto da Amadeus con il solito motivetto da sagra di paese di qualche nazione dell’Europa dell’est ogni volta che scendeva la scalinata dell’Ariston e che ha sfoderato un atteggiamento intimidatorio che sulla carta dovrebbe far ridere, ma nella pratica è tutto il contrario. Non si può però non spendere una parola su Fiorello, il co-conduttore del festival, che in fatto di comicità sembra essere rimasto al periodo in cui faceva l’animatore turistico: monologhi alquanto discutibili e tendenti al basso corporeo (traduzione: cringe) che non hanno fatto altro che far innervosire chi desiderava soltanto ascoltare le canzoni in gara e avere qualche ora di sonno più. Tuttavia c’è stato anche chi ha saputo davvero intrattenere e divertire come l’attrice Matilde de Angelis, co-conduttrice della prima serata, che ha dimostrato di sentirsi a proprio agio su di un palco enorme come quello dell’Ariston. Ma Twitter, Facebook e il web in generale si sono rivelati anche quest’anno il terreno più fertile per la nascita di meme entrati di diritto negli annali. Dal frame della prima esibizione del già citato Aiello che lo ritrae in una smorfia contorta a “queen” Orietta Berti che oltre a dare l’ispirazione alla […]

... continua la lettura