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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 475 articoli

Musica

Super hits per cuori infranti: tutto l’amore di Spaghetti Casanova

Superhits per cuori infranti è il primo album di Spaghetti Casanova, i cui ingredienti sono voce vintage, ritmica con un cuore rockabilly, parole semplici, ironiche, iconicamente imperniate sul tema più universale che si conosce: l’amore. Un ragazzo con alle spalle live su live, esperienze vivide, musica come compagna di esistenza, che racconta in dieci canzoni il vissuto in campo amoroso, esaltando questo sentimento fino alle stelle, poi scaraventandolo negli abissi dell’umorismo dissacrante; un gradiente di emozioni che sottolinea quanto ampio sia lo spettro dell’amore, ciò che i più grandi poeti definivano motore del mondo. Un giusto bilancio tra musica e testi permette di far scorrere l’ascolto dell’album di Spaghetti Casanova molto velocemente, lasciando un retrogusto dei tempi belli in cui la musica era suonata nei club. Abbiamo intervistato Spaghetti Casanova Come mai hai scelto di mettere al centro del tuo disco l’amore? Non l’ho scelto io di parlare soltanto di amore; non per sembrare un Don Giovanni, ma ho avuto le mie relazioni nel corso del tempo, quando finivano io scrivevo delle canzoni. Si sono sommate tra di loro, mi sono reso conto che avevano lo stesso mood a livello sonoro, così ho deciso di metterle insieme in un unico disco, che è Super hits per cuore infranti. È stato quindi un accumularsi di canzoni. Ora sto avendo tempo per scrivere, e per esempio, il tema ricorrente è la morte; sono canzoni, quelle nuove, più introspettive, che raccontano dell’amore per se stessi, i conflitti interiori, i demoni che abbiamo dentro: sono incentrate sulla persona piuttosto che sul sentimento. Cosa significa per te Super Hits Per Cuori Infranti? Sono consapevole di non fare musica del mercato attuale, ma Super Hits è un modo per dire questo sono io: questo disco è l’evoluzione naturale del lavoro con i Barabba, il gruppo con cui ho suonato. Lì c’era un condividere idee con gli altri, questo progetto invece è stato più lavoro con me stesso, in cui ho scelto io soltanto come suonasse, cosa ci fosse e cosa no. Sicuramente dei Barabba porto dentro la parte ritmica, l’ironia dei brani; di mio ho aggiunto quello che chiamo romanticismo rock ‘n roll, un romantico ma non morboso, non pesante, con ritmi incalzanti e testi contrastanti con la musica. Cosa rappresenta la copertina del disco? Com’è nata? Io sono ossessionato dal porpora, dal viola, ed è stato naturale fosse il colore predominante della copertina. Volevo che venisse rappresentata la discordia dell’amore per eccellenza ovvero Adamo ed Eva, e Manuel mi ha aiutato a realizzarlo, senza mai dimenticare che fosse tutto un po’ retrò. Hai scelto di realizzare dei videoclip per le tue canzoni utilizzando stralci di film… Parto dal fatto che l’idea prevalga sul soldo, nel senso, vorrei cercare di fare il massimo con il minimo, e proprio da qui è nata l’idea dei video, anche perché era difficile un video in questo periodo di covid. Quindi mi sono messo nella condizione di lavorare senza uscire di casa, ed ho trovato nel cinema una giusta linea […]

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Musica

Cristallo, l’intervista: synth al servizio del 2021

Dall’8 Dicembre 2020 è disponibile su tutte le piattaforme il nuovo EP della cantautrice Francesca Pizzo, in arte Cristallo. La sua ultima fatica è “Piano B” (Blackcandy Produzioni) e raffigura un’intima rappresentazione cantautorale che sviscera una serie di tematiche di potente impatto, soprattutto in un periodo di forti assenze come quello che siamo costretti a vivere oggi. L’artista per raccontare in modo estremamente efficace e moderno problematiche assai complesse si è servita di sonorità che vanno da un’impostazione cantautorale “classica” anni ’60, ad una elettronica molto anni ’80. Abbiamo avuto l’onore di incontrarla per poter riflettere insieme sul lavoro da poco pubblicato; di seguito la nostra intervista a Cristallo. L’intervista a Cristallo 1) Dai suoi testi emerge un’enorme voglia di rivalsa. Per questo motivo le chiedo: “Piano B” parla della Cristallo del 2020 o fa riferimento ad un vissuto adolescenziale che ne ha ispirato la scrittura? – Credo che questa versione di me stessa oggi risenta molto, nel bene e nel male, di tutte le esperienze del mio passato. Attraverso quanto vissuto anni addietro oggi mi trovo a scrivere questo tipo di testi. 2) In che modo descriverebbe l’analogia con la figura della falena che lei propone nel ritornello del brano omonimo? – La falena è un animale notturno attratto dalla fonte di luce. Quando ci si innamora si somiglia molto alla falena, che desidera solo uscire dalle tenebre per trovarsi in prossimità di quella luce. 3) In che modo crede (qualora lo credesse) che il periodo di pandemia possa aver alterato la sua sensibilità artistica? – L’impatto di questa situazione così complessa è stato importante per tutti. Credo che per molti artisti si sia verificato un vero e proprio blocco creativo. Io resisto scrivendo meno del solito e scegliendo di farlo solo nei momenti di grande necessità. Gli stimoli sono diminuiti sensibilmente e come tutti mi trovo a fare di necessità virtù. 4) Nel disco ho colto riferimenti internazionali alla darkwave anni ’80 e ai primi Depeche Mode. Si sente, artisticamente parlando, un po’ figlia degli anni ’80? – Mi sento in cammino. Piano B racchiude i primissimi brani che ho scritto appena iniziato il mio percorso solista. Le sfumature anni ‘80 fanno parte del mio trascorso con il duo Melampus, in cui ho suonato per anni. Le restanti sonorità sono l’inizio di un percorso nuovo, forse più consapevole. Fonte immagine: Facebook.

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Musica

Gran Zebrù: massiccio di nostalgia questo primo Ep

Si intitola didascalicamente “EP1” questo esordio discografico milanese immerso tra scenari metropolitani e antiche reminiscenze psichedeliche, tornando all’acidità di alcuni Pink Floyd come anche alle nebulose distese paesaggistiche dei Mogway. Ed è forte quel mood sudista che quasi quasi mi rimandano a ricami artigianali proprio di quel certo modo di essere lascivi dentro suoni grigi e piovigginosi come accade nella “sfavillante” Paisley Underground dei Dream Syndacate. Un primo tassello tutto in italiano, dove si mescolano lunghi strumentali e intarsi lirici di una melodia “domenicale” incisa come fosse su legno antico di querce secolari. Gran Zebrù. Curioso questo nome da cui si prendono ispirazioni Vi riferite alla montagna o c’è altro? E che significato c’è dietro? La ricerca del nome della band è stata piuttosto travagliata, cercavamo qualcosa che piacesse a tutti e quattro e, a un certo punto, ci siamo imbattuti in questa montagna maestosa, con un nome curioso. Non c’è un significato particolare ma, come per la nostra musica, se ci suona bene, allora funziona. I nostri primi follower, sui social, sono stati ovviamente degli alpinisti! Un primo Ep oggi che dal suono così come dalle dinamiche… come anche nel titolo… sembra “provarci” ma con discrezione. Sembra che tutto questo lavoro dei G.Z. voglia come starsene in disparte… che ci dite? Si tratta di un lavoro spontaneo, che non ha particolari ambizioni se non quella (per noi importantissima) di soddisfare il nostro gusto come musicisti. Tutti e quattro abbiamo militato in diverse formazioni che, in qualche modo, ci “provavano”, come dici tu. Dopo queste esperienze ci siamo ritrovati a suonare insieme, senza un piano preciso, soltanto per il piacere di farlo. Abbiamo scoperto che questa attitudine portava a risultati interessanti, così abbiamo selezionato alcuni brani e li abbiamo registrati in questo primo EP. Non vogliamo stare in disparte e nemmeno al centro, ma sentiamo di avere qualcosa da dire e lo facciamo in questo modo. Chiare le ispirazioni che vanno dalla forma pop alla psichedelia. In questo enorme cesto di contaminazioni quasi non è ben chiara la vostra precisa collocazione. Dunque un disco questo che è di ricerca, di sperimentazione, oppure è una scelta ben precisa quella di non definire una forma a priori? La nostra musica non è sempre collocabile in una precisa categoria, non si tratta di una scelta ma del risultato del nostro suonare insieme. La composizione dei brani è imprevedibile: improvvisiamo, registriamo e sviluppiamo. Questo ci consente di utilizzare diverse attitudini, di farle coesistere e persino scontrare, di profanare le forme tradizionali oppure di sposarle in toto. Ci concediamo la libertà di non aderire a uno schema preciso. L’unico vero criterio è quello del nostro gusto. E tra le tante cose in “Piccolo Lord” esiste la Turchia, esiste quel retrogusto di scale arabe… da dove saltano fuori e perché? Hai colto un ottimo esempio, “Piccolo lord” è probabilmente il brano più rappresentativo della nostra attitudine. È nato da un’improvvisazione su un singolo accordo, sulla quale si sono innestate diverse influenze, compresa quella scala un po’ […]

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Musica

La Belle Dame #2 : Valerio Bruner canta la donna

Recensione dell’album La Belle Dame #2 del musicista Valerio Bruner. «Realizzare questo album, insieme a cinque artiste della scena musicale indipendente napoletana, è stato il mio atto di resistenza e la mia dichiarazione d’intenti verso una causa, qual è appunto la violenza sulle donne, in cui tutti siamo chiamati a fare la nostra parte perché riguarda ognuno di noi. Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che la musica non è mai soltanto musica, ma è uno strumento che abbiamo a disposizione per provare, e perché no, riuscire a cambiare quelle cose che non vanno.»  Queste le parole con cui Valerio Bruner, eclettico cantautore napoletano, ha presentato il suo album La Belle Dame #2, uscito ufficialmente il 25 novembre 2020, data significativa, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, causa che da sempre Valerio sostiene con la sua musica, che di donne parla e che, in questa seconda versione dell’album, di donne è fatta. Creature sensibili, fragili, che si rialzano sempre nonostante le difficoltà, e per questo così maledettamente affascinanti.  Dopo l’EP Down the river (2017), registrato completamente in versione acustica, il 20 aprile è uscito La Belle Dame, che è poi approdato a una nuova versione, La Belle Dame #2, in cui Valerio affida a talentuose cantanti le sue parole. Parole che raccontano quella capacità tutta femminile di servirsi della forza che, per definizione, appartiene al nostro universo. E così, dopo il tentativo di camminare in scarpe di donne, ha deciso di rendere le donne le vere protagoniste del suo lavoro. Encomiabile la scelta di devolvere l’intero ricavato della vendita del disco in beneficenza, a supporto de Le Kassandre contro la violenza di genere, associazione attiva a Napoli, a dimostrare la potenza della musica, che, in buone mani, sa essere strumento sapiente. L’album è disponibile, in formato digitale, sulla piattaforma Bandcamp al seguente link: https://valeriobruner.bandcamp.com/album/2020. Come premio bonus e come ringraziamento, si riceveranno, una volta acquistata la copia, i video live delle sessioni di registrazione presso gli studi del Soundinside Basement Records di Napoli. Sveliamo qualche curiosità de La Belle Dame #2 chiacchierando con Valerio Bruner. Come e quando nasce l’idea di affidare le tue parole a voci femminili? È un’idea che mi intrigava artisticamente. Essendo loro, le donne, le protagoniste dei miei brani, ero curioso delle sfumature che avrebbero dato alle mie parole. È un’idea che mi interessava da un punto di vista sociale: dare voce e supportare il mondo femminile che, da sempre, è per me casa.  È stato difficile individuare le compagne di questo nuovo viaggio? Alcune le conoscevo già. Di Annalisa e Federica mi piacevano molto le vocalità. Di Alessandra mi colpì il modo in cui suonava. La collaborazione con Marilena è nata da un bel giro della vita. Caterina mi è stata presentata dall’etichetta. Abbiamo vissuto un bel viaggio, intenso fondere il percorso creativo di ognuno di noi. Ho trovato delle cantanti incredibili, ho trovato delle amiche. Chi è la donna che hai scelto per la copertina? Un’amica, una donna che […]

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Culturalmente

Musica e letteratura, spazio a Fabrizio De André

Fabrizio De André: il cantore-poeta Quello tra musica e letteratura è una fusione antica quanto il mondo. Se intendiamo come prima forma letteraria quella del canto che si accompagnava all’esecuzione musicale, ecco che per reperire le prime attestazioni di questo connubio dobbiamo risalire agli albori della storia umana. Già nella Genesi, infatti, (4, 21 – IV secolo a. C.) si fa riferimento a un discendente di Caino, Jubal, definito il “padre” di tutti coloro che suonavano la lira; e più tardi, nell’Esodo, (15, 1 – 21), Mosè e gli ebrei, in occasione della sconfitta del Faraone, cantano un inno al Signore, accompagnati dal tamburello suonato da Miriam assieme alle altre donne. E quando il popolo israelita andò in esilio a Babilonia, portò con sé una raccolta di 150 salmi, orazioni religiose attribuite a re David, da recitare con l’accompagnamento di strumenti a corda. Ma già al X sec. a. C. risaliva il celeberrimo “Cantico dei Cantici”, una schermaglia amorosa tra un uomo e una donna alla quale fu attribuito un significato allegorico, come un dialogo d’amore tra l’uomo e Dio. Analizzando il contesto sette-ottocentesco e gli sviluppi più rilevanti della fusione tra musica e poesia, Calvin Brown (capostipite della ricerca musico-letteraria) spiega in maniera chiara il suo punto di vista sul rapporto che regola le due arti. “Musica e letteratura (…) sono simili in quanto ambedue sono arti che giungono a noi attraverso l’udito, che si estendono nel tempo e che richiedono un’ottima memoria per la loro comprensione. (…) La musica è l’arte del suono in e per se stesso, del suono “in quanto” suono. Le note musicali hanno tra loro relazioni complesse, ma non hanno relazioni con niente che si trovi al di fuori della composizione musicale (…). La letteratura, d’altro canto, è un’arte che utilizza suoni ai quali sono stati arbitrariamente apposti significati estrinseci. (…) Il poeta, con strumenti della sua tecnica come il metro, la rima, l’assonanza e l’allitterazione, riesce nella pratica a creare un’intima analogia col lavoro del compositore: ma il fatto che i gruppi di suoni su cui egli opera non si limitino a creare solo semplici sensazioni uditive, ma possiedono ben precisi significati esterni, rende sotto molti aspetti i suoi problemi completamente differenti”. Fabrizio De André, la musica e l’impronta letteraria Nel panorama italiano, il cantautore che più di chiunque altro può essere avvicinato alla professione di poeta è Fabrizio De André. La capacità “pittorica” di rappresentare una scena, una situazione con poche parole estremamente precise fanno di De André un artista a tutto tondo. Sono tanti i testi della sua produzione che possono essere analizzati sia dal punto di vista musicale che da quello poetico. In molte occasioni lo chansonnier ligure si ispira alla letteratura: nel 1971 pubblica l’album Non al denaro non all’amore né al cielo, interamente ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Possiamo definire quest’album il “Dark Side” della canzone italiana: è il terzo concept di De André, imparentato con il nuovo rock italiano, e si tratta di […]

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Musica

Riproduzione musicale: dal carillon a Spotify | Parte 1

Dal carillon a Spotify: storia della riproduzione musicale. Era meglio quando si stava peggio? Proviamo a rispondere ad una delle più classiche domande esistenziali dell’uomo vedendola dal punto di vista del misterioso mondo della riproduzione musicale. Gli anni ’20 del 2000 sono un’epoca nella quale si ha a disposizione tutto. Non appena si ha l’intenzione di riprodurre un brano istantaneamente basta fare una ricerca Spotify, e quindi che si tratti dell’ultimo disco di Sfera Ebbasta o di una sonata di Bach, basta digitare il nome del brano richiesto sulla barra di ricerca, tasto play e il gioco è fatto. È stato in pratica realizzato il sogno di qualunque ragazzino degli anni ’90, quando nacque lo streaming e si cercava in tutti i modi di fregare il potere forte delle case discografiche trovando soluzioni alternative che non obbligassero all’acquisto del CD. Perfetto, tutto stupendo. Eppure qualche dubbio sul fatto che oggi si sia assolutamente liberi di potersi aprire a qualsiasi orizzonte musicale comunque rimane. Vediamo un attimo per quale motivo. Immaginiamo un cliente in una pizzeria. Cosa c’entra la pizzeria in tutto questo? Datemi un secondo. Si siede, arriva il cameriere col menù e lo poggia sulla tavola raffinatamente addobbata. È un manuale di 50 pagine che a confronto l’Ulisse di Joyce sembra una lista della spesa. A quel punto succede l’inevitabile:  sommerso da un’overdose di lieviti, ordina una margherita. «Quale delle nostre 37 margherite differenti?», potrebbe obiettare il malcapitato cameriere che le ha dovute imparare tutte a memoria. «Facciamo una cosa, scegli tu, mi fido di te.» Ed ecco scaricata la patata bollente della selezione dei 37 differenti tipi di pizza margherita. Tornando finalmente alla spinosa questione della riproduzione musicale: è veramente certo il fatto che avere a disposizione un’infinità di materiale multimediale aiuti effettivamente la variabilità nella selezione musicale? Non è che forse, come in pizzeria, appiattito dalla marea di materiale a disposizione, l’utente in realtà trovi conforto nel porto sicuro della top 100 Spotify? Un attimo, ovviamente la riflessione non ha come conclusione quella che si dovrebbe imporre un regresso tecnologico e riportare tutti gli ascoltatori all’ancestrale acquisto del materiale discografico. È che, come spesso accade nelle grandi svolte, ci sono dei pro e dei contro, e a volte questa distinzione non appare nitidamente ai nostri occhi. Per questo motivo la prima cosa da fare è cercare di capire prima cosa sia accaduto. Quindi a questo punto, dato che ci troviamo, prendiamola molto alla larga. Storia della riproduzione musicale in pillole La più antica forma di riproduzione musicale è senza alcun dubbio quella del pentagramma, la quale vede i suoi albori già in epoca medievale. Ovviamente mediante questa tecnica era possibile, seguendo la grammatica musicale, riprodurre un brano seguendo le indicazioni tramandate all’interno del pentagramma stesso. Siamo ancora molto lontani quindi dal concetto moderno di “riproduzione musicale”. Ci si inizia ad avvicinare nel ‘700, quando per la prima volta si svilupparono oggetti che automaticamente erano in grado di poter riprodurre un determinato brano, i carillon. Nel 2020 il carillon […]

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Musica

A Brave Introduction to Electronica: Jon Hopkins, Singularity (Domino Records, London 2018)

Ciao. Sono Brave. Prima di continuare a leggere ti chiedo cortesemente di indossare le cuffie o di accendere un paio di monitor dal cono di almeno 7”. Molto bene. Ti confesso che ho impiegato del tempo per decidermi a parlare di questo disco. Buon ascolto. https://open.spotify.com/album/1nvzBC1M3dlCMIxfUCBhlO?si=dffvmB_oQNeGBw_pg3TCCQ https://www.youtube.com/watch?v=6MiCLh_j2aY&list=PLZqsyBiYZFQ2VHs4PQNF1YOJUnBgj8LQc&ab_channel=JonHopkins-Topic – Regola n. 1 Jon Hopkins nasce nel 1979. Singularity esce nel 2018, quando Hopkins ha quasi 39 anni. Ma si può dire che l’album sia stato concepito 15 anni prima, quando era un normale ventiquattrenne inglese. Per 15 anni Jon Hopkins ha maturato l’intenzione di incidere questo disco, fino a quando non si è sentito padrone delle competenze necessarie per passare dalla testa al suono. Questo ci dice molto sula natura del processo creativo: al bando l’idea romantica di ispirazione del momento, al bando gli odiati daffodils. Da che mondo è mondo, al netto di relativamente piccole parentesi – come appunto quella romantica –, l’arte, sia essa musicale, poetica, pittorica ecc., si nutre di tempo. Tempo per pensare, tempo per studiare, tempo per capire. E, solo alla fine, tempo per creare. Regola n. 2 In elettronica troviamo spesso queste composizioni unitarie, in cui i confini tra brani si mescolano al punto che devono passare un bel po’ di secondi per avere contezza che si è passati al pezzo successivo, che melodie armonie e ritmi sono cambiati. E in elettronica troviamo tanti concept album, paesaggi sonori che non vengono concepiti per durare 3 minuti al fine rientrare nei canoni del profitto radiofonico e riempire lo spazio tra una pubblicità e l’altra. L’elettronica ha al suo interno frange rivoluzionarie che coniugano l’ascoltabilità al concetto, la pista da ballo all’ascolto in camera al buio. Quello che stai ascoltando è forse uno dei più riusciti esperimenti in tal senso. Prova a ballare Emerald Rush, a correre su Singularity o a stenderti sul divano con le casse che pompano Luminous Beings. E poi rifai le stesse cose scambiando i brani. Avrai dimenticato la nozione di confine. Regola n. 3 Una delle mie figure retoriche preferite è la sinestesia, l’accostamento di parole che evocano sfere sensoriali diverse. La coppia di sensi più associata è ovviamente composta dalla vista e dall’udito. Compi una sinestesia ogni volta che provi a descrivere un suono usando un’immagine. Io non riesco a fare a meno di associare delle immagini quando sento questo disco. E sono immagini ben precise, perché l’artista ha disegnato il suono (altra sinestesia) costruendo un immaginario concepito nel dettaglio: i suoni sono così taglienti che fendono l’aria, la distorsione pare uscita dal nocciolo dei reattori di Chernobyl, il ritmo pare inciampare su sé stesso in un eterno inseguimento (di cosa?). Hopkins ha plasmato il suono creando uno stile inconfondibile che riconoscerai ad ogni concerto hipster a cui (se Dio vuole) andremo quest’estate. Regola n. 4 Psichedelia. Alzi la mano chi ancora conosce il senso di questa parola. Il ventunesimo secolo lungi dall’essere avanguardia è, in alcuni aspetti, ben più repressivo e censorio degli scorsi decenni. L’approccio alla trasgressione si è […]

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A BRAVE INTRODUCTION TO ELECTRONICA: MODERAT, LIVE (NO PAPER RECORDS, 2016)

Sono Brave. La musica è un linguaggio. Non è necessario saperne coniugare la grammatica per poterla comprendere. Eppure dal linguaggio la musica si differenzia per un aspetto, che Victor Wooten nel suo meraviglioso Ted ha saputo raccontare molto efficacemente: di un brano che hai ascoltato quest’anno, probabilmente non ricorderai quale messaggio vuole mandare o in che scala è suonato o quali strumenti contiene. Ricorderai come ti ha fatto sentire. Le emozioni che ti ha donato. __ https://open.spotify.com/album/1Vgl8BA4VoUrMmlnQf2YkR?si=6KWjfb9wQSys-zbP9oarxw   https://youtu.be/nY6J3N7kFYQ   Nel panorama dell’elettronica contemporanea, non troverai musica capace di emozionarti più di quella che ti propongo oggi. Il progetto Moderat (nato dalla crasi tra i tedeschi Modeselektor e Apparat) è considerato il massimo livello artistico raggiunto dalla IDM (Intelligent Dance Music), e dietro alla mescolanza di sonorità techno e melodie epiche rivela la capacità ultima dell’arte, quella ossia di manipolare e guidare con sapienza le emozioni di chi ascolta. Live raccoglie i brani migliori dell’esperienza Moderat, ufficialmente terminata ma che chiunque, una volta che ne ha scoperto i frutti, spera possa tornare a regalarci nuova musica. Il mio regalo per te per questo anno 2021 sono dodici canzoni tratte da Live, ognuna a rappresentare un mese del nuovo anno. In ogni canzone c’è nascosta un’emozione: quella che a te serve nel momento in cui la ascolti, quella che hai nascosto dentro di te per tanto tempo e che aspetta solo il momento giusto per riaffiorare in superficie.   Gennaio: Reminder Febbraio: A New Error Marzo: Animal Trails Aprile: Bad Kingdom Maggio: Damage Done Giugno: Last Time Luglio: Intruder Agosto: Eating Hooks + Eating Hooks (Siriusmo Remix) Settembre: The Fool Ottobre: Intro-Ghostmother Novembre: Rusty Nails Dicembre: No. 22 Indossa le cuffie, accendi le casse o alza lo stereo della macchina. I brividi sono assicurati. E se vorranno uscire lacrime di gioia o di malinconia, piangi pure: saranno lacrime solo tue, che porterai nel tuo cuore e per un bel po’. Ovviamente io no. Io non piango. Al mese prossimo. Buon 2021. Brave   P.S. In allegato non posso fare a meno di darti il privilegio di 5 regole per vivere un anno alla Brave: Regola n. 1: vesti di chiaro di giorno e di scuro la sera; Regola n. 2: sii grato per ciò che hai e per non essere figlio di un produttore di reggaeton; Regola n. 3: bevi 3 litri di acqua al giorno; Regola n. 4: vivi ogni giorno come fosse l’ultimo album dei The War on Drugs; Regola n. 5: celebra ogni momento in cui hai osato uscire dalla tua zona di comfort  per esplorare ciò che non conosci, specialmente se è un nuovo disco.

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I migliori dischi del 2020 per Eroica Fenice

E’ stato l’anno che è stato. Proprio per questo però è giusto trovare conforto nelle poche piccole cose che possono ancora emozionarci. In un anno che ci ha obbligato ad allontanarci gli uni dagli altri, ad evitarci, in alcuni casi ad alienarci, trovare qualcosa che possa continuare a tenerci insieme risulta di importanza quasi vitale. In virtù di quanto detto la redazione di Eroica Fenice è felice di offrire quelli che, a giudizio degli articolisti coinvolti, sono i migliori dischi pubblicati in questo difficile anno, nella speranza che possano essere una solida base sulla quale poter costruire un 2021 differente. Di seguito si riportano  5 liste di 10 dischi selezionati da differenti membri della nostra redazione.   Adriano Tranchino Scritto Nelle Stelle – Ghemon 1920 – Achille Lauro Cip ! – Brunori Sas Cosa Faremo Da Grandi? – Lucio Corsi GarbAge – Nitro Heaven To A Tortured Mind – Yves Tumor The Slow Rush – Tame Impala Death Of An Optimist – Grandson Plastic Hearts – Miley Cyrus There Is No Year – Algiers     Maria Laura Amendola Rough And Rowdy Ways – Bob Dylan The New Abnormal – The Strokes Cip! – Brunori Sas Banzai (Lato blu) – Frah Quintale Future Nostalgia – Dua Lipa Scritto Nelle Stelle – Ghemon The Slow Rush – Tame Impala Gigaton – Pearl Jam 3.15.20 – Childish Gambino Mr. Fini – Gué Pequeno     Giuliana  Aversano  The Slow Rush – Tame Impala Thundercat- It Is What It Is Halsey-Manic Circles – Mac Miller Contatto – Negramaro Notes On A Conditional Form – The 1975 Take Time – Giveon 3.15.20 – Childish Gambino Gigaton – Pearl Jam Chromatica – Lady Gaga     Maria Grazia Costagliola In questa storia che è la mia vita – Claudio Baglioni This is Elodie – Elodie Rough And Rowdy Ways- Bob Dylan Day Father Of All Motherfuckers- Green Day Contatto – Negramaro Dna – Ghali Future Nostalgia – Dua Lipa Mr. Fini – Guè Pequeno Folklore- Taylor Swift Nuda – Annalisa     Matteo Pelliccia Merce Funebre – Tutti fenomeni Feltch The Bolt Cutters – Fiona Apple Songs And Instrumentals – Adrianne Lenker We Are Sent Here By History – Shabaka And The Ancestors The New Abnormal – The Strokes Cinema Samuele – Samuele Bersani L’Ultimo A Morire – Speranza Untitled – Sault Serpentine Prison – Matt Berninger Microphones In 2020 – The Microphones

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Le radici sul soffitto, i viadellironia sulla scia dell’esistenzialismo

Anticipato dal primo singolo “Ho le febbre” feat Edda, “Le radici sul soffitto” è un album di dieci brani scritti e composti da Maria Mirani, Giada Lembo, Greta Frera e Marialaura Savoldi e prodotti da Cesareo (Elio e le Storie Tese). L’album è uscito il 20 novembre 2020 per Hukapan. Le radici sul soffito: i Viadellironia debuttano con un album dalle tinte esistenzialiste Nelle dieci tracce che compongono “Le radici su soffitto” è costante il leitmotiv del ronzio della morte e, altresì, la conseguente sconfitta di amore. La presenza di un dialogo, che soggiace alla successione veemente di power chords, fin da subito è avvertibile per la presenza di un interlocutore o di una doppia interlocuzione antitetica, da un lato con Eros e dall’altra con Thanatos. La sequenza delle strofe lascia intendere fin dal principio una schizofrenia a livello testuale che contorna quasi interamente i brani e che si rende evidente nella sonorità martellante Indie rock, con chiare reminiscenze post grunge e alternative fine anni ’90, sfumata da una patina di suoni lievemente acid rock . Se da un lato i testi, composti dalla cantante / chitarrista Maria Mirani, sembrano capitombolare in una dimensione lisergica dalla quale si respira l’aria del mito, puntellata in modo irregolare da chiari riferimenti letterari; dall’altro lato, il mondo fosco che si scopre man mano è un continuo conflitto interiore che narra la realtà a suon di metafore e ha le sue fondamenta terrestri e materiali in una annichilente realtà urbana e il suo molle mondo iperuranico galleggiante nei ricordi, nella volontà di una rivalsa,  tra vane speranze, promesse non mantenute, sogni di gloria. Ciò testimonia il classico scarto, oggi più che mai dilatato, tra l’apparenza e l’essere che sconfina nei perfidi ingranaggi di un conformismo oliati per la società dei consumi che divora l’esistenza e la sputa preconfezionata in modelli preimpostati.  L’album nella sua totalità suggella la presa d’atto di una morte che incombe, annichilisce e allo stesso tempo crea. Dal momento che il suo alito lambisce una esistenza in bilico tra i declivi di un dirupo che affaccia sul nulla, sul vuoto, è questa stessa struttura, contraria alla pulsione vitale (in un binomio contraddittorio, ma per questo di elementi dipendenti l’uno dall’altro) che getta delle radici che si ramificano in modo inverso per poter ricreare una realtà diversa, che parta da punti di vista opposti e contrari all’ordine costituito. “Le radici sul soffitto” è la sublimazione metaforica che ci apre un varco su un tentativo di ricostruzioni permanenti su macerie quotidiane su cui l’artista raccoglie la vita a brandelli e cerca di amalgamarla. Chiaramente è l’espressione di un disagio che, volendo marcarlo a sentimenti chiavi esistenziali, è spalmato in tutti i dieci pezzi, non facendosi mancare nulla: la noia, la prigione, la tortura, l’illusione. Da quest’ultima l’album prende le mosse già mettendo le cose in chiaro dal titolo enigmatico di “Bernhardt“. Il riferimento è alla divina Sarah Bernhardt, una delle più grandi attrici italiane. Ovviamente, il riferimento è utilizzato in modo magistrale, e […]

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