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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 318 articoli

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Rehab: Ketama126 unisce il grunge alla trap e sale di livello

Rehab , ultimo disco di Ketama126 | Recensione Rehab, pubblicato per l’etichetta discografica Asian Fake, è l’ultimo lavoro di Ketama126 uscito il 25 maggio 2018 sulle principali piattaforme digitali tra cui Spotify e iTunes. «È uscito a sorpresa, mi andava di fare così» dichiara Ketama126 (il suo vero nome è Piero Baldini), intervistato per Rolling Stone. Il disco è autoprodotto, le tracce sono otto: Angeli Caduti, Rehab, S.Q.C.S., Misentomale, Sporco, Con te, Lucciole, Potrei, alcune delle quali vantano collaborazioni con Franco126 e Pretty Solero, che hanno collaborato rispettivamente alla quarta e terza traccia dell’album, suoi compagni nella crew italiana trap la “126 Lovegang“, da cui proviene il numero “126” che ne contraddistingue l’appartenza. La “Lovegang” è un motivo che viene ripetuto spesso in tutto l’album, il “clan 126” è una realtà importante nella scena romana, tiene in vita il genere della trap e ne alimenta lo sviluppo col proprio lavoro dritto verso il futuro. Intanto, con Rehab, Ketama126 dà una nuova sfumatura alla trap affiancandola a generi vari, facendo un passo negli anni 90. Rehab è un disco evoluto rispetto ai precedenti, che mette a frutto il desiderio del trapper di superare il confine del genere trap e aggiungere alle sue tipiche tematiche, come droga o sesso, suoni e sonorità nuove: rock, emo, grunge. Un Ketama126, quello di Rehab, schietto, sincero, fedele al proprio stile ma cresciuto artisticamente. Consapevole e maturo definirei il Ketama126 di questo album fresco, introspettivo. Queste otto tracce pare siano solo il primo capitolo di Rehab che, come ha annunciato Ketama126 sui social, ha un seguito con altre otto tracce, attese per settembre 2018, la cui uscita è stata rimandata. Rehab: live fast, die young and fuck rehab Come ha affermato lo stesso Ketama126, anche la trap ha bisogno di continue evoluzioni e sperimentazioni sennò si finisce per buttare fuori il solito pezzo trito e ritrito e il loop è sempre lo stesso. Sì, Rehab è album fondamentalmente trap, i ritornelli sono orecchiabilissimi, avvincenti e trascinanti; il sound di Misentomale ne è l’esempio e Franco126 ci ha messo il suo. Ma in questa e nel resto delle tracce, con le sfumature emo (SQCS con Pretty Solero)  e soprattutto grunge usate e che i più appassionati riconosceranno subito,  la musica si fa manifesto, l’album originale, evoluto e ci incuriosisce proprio per l’unione chitarra- trap. Nella title track Rehab (per la cui realizzazione è stata fondamentale la collaborazione di Generic Animal) è lampante la contaminazione del grunge, l’attacco sembra quasi un pezzo dei Nirvana e i rimandi sono frequenti (“Giuro, non ho una pistola” canta Ketama126 come Kurt Cobain in Rape me “And I swear that I don’t have a gun”). Autodistruzione quindi, nessuna paura per la morte né per la fatalità della droga. Il concetto di droga è raccontato con sfacciataggine e lo stile è provocatorio (“Parlo sempre di droga perché non facciamo altro, non ho contenuti perché sono vuoto dentro”, e poi “fuck rehab” probabilmente lo stesso rifiuto di Amy Winehouse nella sua omonima canzone Rehab ). […]

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Gruppi italiani, dal progressive al demential rock

Gruppi italiani, quali non dobbiamo per nessun motivo dimenticare Correva l’anno 1966 quando si formò il gruppo veneziano Le Orme. Parliamo di uno dei gruppi italiani più importati della scena progressive italiana, insieme ai successivi gruppi italiani progressive degli anni settanta come il Banco del Mutuo Soccorso, la Premiata Forneria Marconi, i Goblin, gli Osanna, i Maxophone (in attività fino al 2018), per citarne alcuni. La scena italiana, almeno per il progressive, possiede dei cimeli assoluti da non sottovalutare sia per la loro bellezza in ogni tempo che per l’aspetto storico-musicale. Un esempio sono gli Stormy Six, gruppo milanese formatosi nel lontano 1965 e attualmente attivo, almeno per i live. Gli Stormy Six partono dal beat degli anni ’60 per arrivare all’avant prog di fine anni settanta e inizio anni ottanta, attraverso il country rock, il folk rock, il progressive folk e il rock progressivo. Gruppi italiani: Le Orme Anche il gruppo veneziano, ancora in attività, esordisce nel ’69 con l’album Ad Gloriam ancora molto vicino al beat tipico degli anni sessanta (da considerare gli Equipe 84), basti pensare al brano Fumo dello stesso album. Nel corso degli anni settanta, però, l’approdo ad un tipo di “pop sinfonico” tipicamente statunitense non può non mancare. Ascoltando la discografia de Le Orme ci si può accorgere che lì dentro, non solo ci sono delle perle rare della musica italiana, ad esempio Era Inverno (in Collage), Gioco di Bimba (in Uomo Di Pezza), e ancora Tenerci Per Mano (in Storia O Leggenda), c’è anche tutto il clima musicale italiano dagli anni ’70 fino agli anni più recenti. I primi album, Collage (1971), Uomo di Pezza (1972), Felona E Sorona (1973) e ancora Contrappunti (1974), sono marcatamente progressive. Già da Smogmagica del ’75 qualcosa sta cambiando. Un cambiamento, certo, avvertito anche negli ultimi tre album di fine anni settanta: Verità Nascoste (1976), Storia o Leggenda (1977) e Florian (1979), un esempio è proprio il brano Fine di un Viaggio, quasi a voler dire “fine di un’epoca”. Con gli album Piccola Rapsodia dell’Ape (1980) e Orme (1990) si procede verso altre rotte musicali più marcatamente rock e che mettono sempre più in crisi il genere progressive. Per cui, anche in Italia si avverte in maniera consistente il dilagare di un genere nuovo come il punk o anche il new wave specialmente a Bologna dopo il ’77 e nel corso degli anni ’80. Diaframma Tra i principali gruppi italiani punk (ma anche new wave) si ricordano i Gaznevada, i Luthi Croma, i Nerorgasmo (anche se in questo caso si parla più di hardcore punk),  i Confusional Quartet, gli Skiantos, i primi Litfiba e soprattutto i Diaframma, gruppo fiorentino dei primi anni ’80, ancora in attività, e le sue pietre miliari Siberia (dall’album Siberia del 1984), Corto circuito e Illusione ottica, brani del 1982. C.C.C.P.-Fedeli alla linea E ancora i C.C.C.P.-Fedeli alla linea, gruppo punk emiliano attivo tra il 1982 e 1990, con Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni e in seguito Giorgio Canali. Molti dei loro brani non solo sono tematicamente forti, ma anche interessanti per la dinamicità del suono. Ogni album ha una sua “autonomia”, così come ogni brano al suo interno. Si prenda ad esempio il confronto di Inch’Allah- ça va e Guerra e pace del secondo album Socialismo e Barbarie del 1987. Il quarto e ultimo album del gruppo pubblicato nel ’90, Epica Etica Etnica Pathos, nel quale si trovano Aghia Sophia, Sofia e Amandoti, è uno dei migliori album di sempre. C.S.I. Agli inizi degli anni ’90 si forma un nuovo […]

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Tuttoècomesembra, intervista agli Stanley Rubik

Tuttoècomesembra è il nuovo album della band romana Stanley Rubik, pubblicato l’11 gennaio per Metratron/INRI. Il disco, contenente 10 tracce (1. Roberto – 2. Agosto – 3. I Mostri Di Bosch – 4. Persona – 5. Kreuzberg – 6. Tempesta – 7. A Cosa Stai Pensando? – 8. Lungo Estese Orbite – 9. Kintsugi – 10. Monolite), è stato anticipato dai video di “Kreuzberg” (premiato al FIM 2018 come miglior videoclip indipendente) e “Agosto”. Chi sono gli Stanley Rubik Nati nel 2013, esordiscono con il loro primo Ep “lapubblicaquiete“, pubblicato per Cosecomuni. Nel 2015 diffondono l’album “Kurtz sta bene”, il primo targato INRI. L’anno seguente vincono il contest “Lunga Attesa” sonorizzando e interpretando il testo del singolo dell’ultimo lavoro dei Marlene Kuntz e aprendo così alcune date importanti dei loro tour. Nel 2019 tornano con il nuovo album “Tuttoècomesembra”, dove – dicono – “ogni cosa è com’è o come ci sembra di aver visto, in un colpo d’occhio, un lapsus visivo”. Tuttoècomesembra è un progetto post-electro, come lo ha definito la stessa band, “un’esperienza immersiva e pervasiva”.  Per saperne di più abbiamo intervistato il gruppo romano. Buona lettura! Intervista agli Stanley Rubik Innanzitutto, per chi ancora non vi conoscesse, chi sono gli Stanley Rubik e perché questo nome? È un gioco di parole, ci sono gli anni ‘80, c’è un rompicapo, c’è la visione di un regista e tutto viene miscelato insieme in questo progetto. Diciamo che di ‘syntetico’ abbiamo solo il suono. Che musica fanno gli Stanley Rubik? Facciamo musica con sintetizzatori, batteria acustica e elettronica, chitarra e voce. Ci definiamo un po’ ironicamente “post-electro” perché puntiamo a fondere elettronica e rock in modi nuovi, ma semplicemente detestiamo in maniera cordiale le definizioni e invitiamo tutti ad ascoltarci per scoprire le nostre sonorità. “Tuttoècomesembra” è il vostro secondo album. Com’è nato questo lavoro e quali sono le novità rispetto al precedente “Kurtz sta bene”? Tuttoècomesembra è un nuovo lavoro più diretto, più elettronico e più scuro rispetto al precedente Kurtz sta bene. Dal primo disco siamo cambiati e anche il nostro set ne ha risentito. Quando sei in giro per live hai modo di definirti e caratterizzarti maggiormente. Questo disco fa parte di un percorso. Penso che la nostra musica sia per ognuno di noi un percorso personale e il cambiamento è alla base della crescita. Quindi questo disco suona diverso perché rifletteva direttamente questa idea di fondo. Perché “Tuttoècomesembra” e perché tutto attaccato? Perché per noi scriverlo attaccato è come pronunciare un mantra per autoconvincerci e convincere che la realtà è così come si presenta. Perfettamente imperfetta. Nel presentare il vostro nuovo lavoro avete specificato: “Non uscirà sotto forma di disco, anche se suonerà lo stesso. Sarà un mazzo di tarocchi”, spieghiamo cosa intendete… Il nostro lavoro è rappresentato da un mazzo di carte. Ogni carta rappresenta un brano del disco con delle illustrazioni visionarie di Ilaria Meli. Attraverso un Qr code integrato nell’immagine è possibile scaricare ogni singola traccia del disco. Le illustrazioni sono la diretta espressione di questa imperfezione che […]

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Il rock degli anni ’70: la complessità di un “laboratorio di generi”

L’espressione rock in ambito musicale è utilizzata per lo più in senso generale, e può tralasciare la molteplicità dei suoi sottogeneri. Concentrandoci sul rock anni ’70, però, si può notare che in questo decennio si assiste ad un vero e proprio trapasso del genere. Si potrebbe azzardare la definizione di “laboratorio di generi” per sottolineare l’evoluzione del rock e della sua complessità. Già a partite dagli anni ’60 si erano formati nuovi gruppi quali i Pink Floyd, i Beatles, i Rolling Stones, i Doors, e ancora i Led Zeppelin, i Velvet Underground, evolvendo il genere rock in modi differenti, e assicurando anche la deriva psichedelica. Proprio con gruppi come i Pink Floyd, i Genesis, gli Yes, i Soft Machine, si fa spazio nel primo decennio degli anni ‘70 il progressive rock che si riallaccia alle radici blues del rock. I grandi nomi del rock anni ’70: King Crimson Eppure il progressive arriva ad espressioni altissime con il primo album dei King Crimson, In the Court of the Crimson King del ’69 pubblicato sotto l’etichetta E.G. / Island e con la band al completo (Robert Fripp, Ian MacDonald, Michael Giles, Greg Lake alla voce e il paroliere Peter Sinfield). L’album è un microcosmo in cui si legano non solo la musica classica, il jazz e il rock, ma anche la pittura e la poesia. In copertina, ad esempio, Barry Godber ha rappresentato l’uomo schizoide del ventunesimo secolo con il volto di un uomo stravolto con la bocca spalancata e l’orecchio lungo quanto il suo sguardo; mentre all’interno dell’album c’è il Re Cremisi con gli stessi colori dell’uomo folle: il rosso e il blu.   Il nome “Re Cremisi” non è un caso, anzi l’allusione è a Federico II di Svevia, come chiarì lo stesso Sienfield. L’ultimo brano dell’album, The court of Crimson King, sembra descrivere la corte del sovrano e il cambiamento di quella corte: «I walk a road, horizons change». Federico II ha rappresentato, infatti, “quei nuovi orizzonti” in lotta con le precedenti generazioni e con i limiti della sua stessa epoca. In Epitaph , invece, è l’uomo schizoide del ventunesimo secolo che parla attraverso i suoi orrori: «Knowledge is a deadly friend/If no one sets the rules/The fate of all mankind I see/Is in the hands of fools». Certamente il progressive rock ha avuto ampio spazio anche in Italia con il Bando del Mutuo Soccorso, la Premiata Forneria Marconi, Le Orme, e così via. Inn Germania, invece, ha seguito una linea più elettronica (kosmische musik) con i Can, i Neu!, e ancora i Kraftwerk, o i Tangerine Dream. Black Sabbath Tuttavia, se da una parte già si intravede il declino del progressive, a metà degli anni ’70 si fa strada un tipo di rock più “duro” (hard rock e da qui l’heavy metal) con la comparsa di nuove band più “heavy” come i Black Sabbath, gruppo britannico formatosi nel ’68 e composto da Ozzy Osbourne (voce), Tony Iommi (chitarra), Geezer Butler (basso) e Bill Ward (batteria) fino al ’78. L’heavy […]

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Canzoni d’amore straniere, la nostra top 10

Canzoni d’amore straniere Un vortice di note e poesia scritte, suonate, cantate e dedicate alla persona amata. Ebbene, la musica con le sue dolci e forti melodie riesce sempre a squarciare il cuore, a toccare le corde più recondite dell’anima. Perché la musica sa parlare e sa ascoltare la gioia racchiusa in un brivido d’amore e il dolore che serpeggia nelle ferite inflitte da delusione, tradimento e incomprensione. Le canzoni divengono spesso strumento di messaggi indelebilmente cuciti sulla pelle e nella mente. In particolare le canzoni d’amore straniere, intrise di sentimento, sofferenza, promesse e talento, hanno inciso nei decenni sul cuore le parole di amori impossibili, scuse urlate e dediche dolci come il miele. Di seguito commentiamo dieci canzoni d’amore straniere selezionate tra le più ascoltate e cantate. Canzoni d’amore straniere. Top 10 delle più famose ed ascoltate Goodbye My Lover. Singolo del cantautore britannico James Blunt pubblicato nel 2005. Parole e note intrise d’amore e dolore. Si evince in questa stupenda canzone la sofferenza di un amore distrutto, ma mai finito davvero. Lui completamente pieno di lei, che è andata via lasciandogli tutto il loro amore, i loro ricordi e i loro gesti impressi nell’anima. Un addio e un tormento bagnati d’amore puro. «And as you move on, remember me, remember us and all we used to be. I’ve seen you cry, I’ve seen you smile. I’ve watched you sleeping for a while. I’d be the father of your child. I’d spend a lifetime with you… Goodbye my lover. Goodbye my friend. You have been the one. You have been the one for me».   Your Song. Singolo del cantautore britannico Elton John pubblicato nel 1970. Numerose le cover di questa melodiosa canzone d’amore, tra cui quella famosa interpretata dall’attore e cantante scozzese Ewan McGregor nella straordinaria pellicola cinematografica Moulin Rouge di Baz Luhrmann. Una dolcissima dedica colma d’amore e tenerezza per la persona amata. Parole semplici, ma intonate con dedizione ed animo proiettato alle stelle. Perché a volte, ciò che resta da fare è scrivere una canzone, che sappia raccontare sensazioni che spingono e scalciano per essere espresse. «I hope you don’t mind that I put down in words. How wonderful life is now you’re in the world».   I Don’t Want to Miss a Thing. Singolo del gruppo hard e heavy statunitense Aerosmith pubblicato nel 1998. Colonna sonora strappalacrime della famosa pellicola cinematografica Armageddon di Michael Bay, che ha emozionato milioni di cuori. Una canzone dai toni dolci e decisi, in cui si racconta il desiderio di non perdere neanche un istante di quell’amore pieno e incredibile. Ogni attimo trascorso con la persona amata va custodito gelosamente, per sempre, perché la vita sarebbe altrimenti priva di senso. «I could stay lost in this moment forever. Every moment spent with you is a moment I treasure. Don’t want to close my eyes. I don’t want to fall asleep. Because I’d miss you, baby, and I don’t wanna miss a thing».   Always, singolo del gruppo rock statunitense Bon Jovi […]

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Hide Vincent e il suo nuovo EP: The House Marring

The House Marring, nuovo EP di Hide Vincent, quattro ballate folk L’11 gennaio è uscito The House Marring, secondo EP di Hide Vincent, alias Mario Perna, musicista e cantautore classe ‘93. Viene pubblicato dalla I Make Records, casa produttrice di Nocera, registrato e arrangiato con l’MR Recording Studio di Salerno. Inizia la sua carriera nel 2012 con una demo autoprodotta, Imperfection, in seguito alla quale entra nel 2015 nell’etichetta che ha prodotto i suoi successivi EP. Segue nel 2017 l’EP di esordio Hide Vincent, poi, a distanza di due anni, il nuovo The House Marring. Quest’ultimo è un lavoro breve, intenso, degno dell’attenzione dell’ascoltatore, sole quattro tracce per un quarto d’ora di ballate folk: Barely Naked, Come Up, Drop The Glass, Home Alone. Una notevole differenza con l’album precedente, composto da ben dieci tracce, rispetto al quale mostra però una maturazione dei suoni e dei contenuti, con The House Marring che è più orientato verso l’intimità ed i sentimenti. The House Marring: ultimo EP di Hide Vincent Il titolo dell’EP letteralmente vuol dire “deturpare, danneggiare la casa”. In questo caso indica la distruzione di quel che si conosce, delle relazioni, di ciò che ostacola il cambiamento, dei legami col passato, fantasmi da affrontare per poter poi finalmente ricominciare e guardare al futuro. The House Marring è costituito da lente ballate, in stile folk/rock, caratterizzato da uno stile pacato ma mai noioso. Apparentemente semplice, in realtà espressivo e ricco di sfumature sonore, quasi sembra finire troppo presto. L’EP The House Marring si apre con Barely Naked, traccia con una voce calda e tendente al malinconico, sullo sfondo di un avvolgente intreccio di chitarra ed archi. La successiva Come Up è caratterizzata invece da una melodia più ipnotica, con l’uso anche di pianoforte e percussioni, un alternarsi di alti e bassi nella voce, di ritmi quasi dilatati e poi più concitati. Il terzo brano, Come Up, è venato della stessa malinconia di Barely Naked, ma con un’apertura al futuro. Melodicamente tornano ad avere nuovamente importanza gli archi, e la voce si fa più calda, quasi ad indicare l’inizio della ricostruzione dopo la distruzione. A chiudere l’EP troviamo Home Alone, melodia di chitarra e percussioni, voce calda in bilico tra la nostalgia per il passato e l’avvicinarsi di un nuovo inizio. The House Marring è un lavoro breve ma completo, meritevole di attenzione, un risultato più che degno dei due anni di lavoro che lo separano dall’EP precedente. Francesco Di Nucci

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Finale Sanremo 2019. Vince Mahmood tra mille polemiche

Siamo sopravvissuti a quattro serate di canzoni, interminabili e tediosi sketch comici, problemi tecnici di varia fattura e tanto altro, nonché a mancanze evidenti come quella del viso amichevole e pacioccone del maestro Beppe Vessicchio. Ora, tra noi e la libertà c’è solo un ultimo ostacolo da superare: la finale di Sanremo 2019. 6 ore di musica che con i duetti di Baglioni diverranno 12, nuovi sketch di dubbio gusto che metteranno alla prova la nostra pazienza e le nostre palpebre e un’attesa interminabile per scoprire chi sarà il vincitore che all’Eurovision song contest di Israele sarà il portabandiera del nostro paese il prossimo maggio. Una prova ardua che solo i più tenaci e coraggiosi possono affrontare e che, se superata, si dice che dia un enorme prestigio e rispetto da parte dei comuni mortali che devono invece sottostare ai loro limiti. Previously, on Sanremo 2019 Ma prima di buttarci a capofitto nella finale di Sanremo 2019, facciamo un breve riassunto della penultima serata riservata ai duetti. Quasi nessuno è in disaccordo sull’affermare che quella di venerdì è stata la serata più godibile del festival. C’è chi con i duetti ha rimarcato la propria indiscutibile perfezione: è il caso di Daniele Silvestri e Rancore, che grazie a Manuel Agnelli hanno conferito una tonalità ancora più dura alla loro Argento vivo, così come Ermal Meta è riuscito a rendere ancor più intensa Abbi cura di me di Simone Cristicchi  ricambiando il favore all’amico il quale, l’anno scorso, aveva duettato assieme a lui e Fabrizio Moro. Alcuni duetti hanno migliorato un prodotto non molto convincente se preso singolarmente, come ha fatto Brunori Sas con L’amore è una dittatura dei The Zen Circus o Diodato e i Calibro 35 con Rose viola di Ghemon. Altri sono soltanto poco convincenti e basta: ci riferiamo soprattutto ad Anna Tatangelo e Syria, al trittico Federica Carta – Shade – Cristina d’Avena, al contrasto tra la pacatezza di Ultimo e l’urlo graffiante di Fabrizio Moro e al siparietto messo su da Morgan e Achille Lauro. A fine serata si è poi ripresentata quella che, assieme ai fiori, è la tradizione immancabile del festival: i fischi del pubblico, non appena Motta e Nada hanno vinto il premio per il miglior duetto per Dov’è l’Italia. L’inciviltà del gesto si commenta da sola. Ospiti della quarta serata sono stati Anastasio, rapper vincitore dell’ultima edizione di X Factor chiamato per condire un monologo di Claudio Bisio incentrato sui giovani d’oggi e scritto da Michele Serra. Meglio Ligabue il quale, anche se non riesce a capire che i tempi di Fuori come va e Buon compleanno Elvis sono belli che passati, dà il meglio di sé presentando il nuovo singolo Luci americane per poi scatenare il pubblico con la celeberrima Tra palco e realtà. Tutto molto bello, se solo Bisio non l’avesse messo in ridicolo con una gag inutile e Baglioni non l’avesse costretto a rovinare Dio è morto di Francesco Guccini. Finale Sanremo 2019: prima parte Eccoci qui, amici nottambuli, l’ora […]

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Alessio Sollo e Claudio Domestico (Gnut), “L’orso ‘nnammurato” | Intervista

L’orso ‘nnammurato è un libro di poesie, ma anche un cd, nato dalla collaborazione (denominata “SolDo“) di Alessio Sollo e Claudio Domestico, in arte Gnut, pubblicato lo scorso gennaio da ad est dell’equatore. Questo meraviglioso lavoro si compone di sessantaquattro poesie di Alessio Sollo, di cui quattordici musicate, cantate e suonate da Gnut insieme ai musicisti della sua band (Marco Caligiuri, Valerio Mola, Luca Caligiuri, Gianluca Capurro, Michele Signore, “Mr. Coffee” Daniele Rossi) e ospiti speciali quali Ciro Riccardi, Brunella Selo, Dolores Melodia, Andrea Tartaglia, Monia Massa, Luca Rossi e Alexander Cerdà. Nel libro sono presenti, inoltre, le partiture musicali di queste canzoni. Un prodotto che ha molto da dire e lo fa senza fronzoli, poi «si capisce è buono, sinnò te futte!». Di seguito, la nostra intervista ai due cantautori napoletani. Buona lettura! L’intervista a Alessio Sollo e Gnut Alessio Sollo, definisci la tua amicizia con Claudio una “fratellanza umana e artistica” che rende la tua vita migliore. Ti va di parlarmene? La definizione più appropriata della nostra collaborazione potrebbe essere la storia di un’amicizia basata su una stima profondissima. Ed è su questa sintonia che abbiamo costruito le nostre canzoni. Il titolo L’orso ‘nnammurato mi rimanda a ‘O surdato ‘nnammurato, il partenopeo canto d’amore che condannava la trincea. Come questa celebre canzone, possiamo interpretare L’orso ‘nnammurato un inno d’amore universale e il grido di battaglia di tutti coloro che riescono a piangere per amore? Più che “quelli che piangono” ci piace pensare di rappresentare tutti quelli che hanno il coraggio di esternare a testa alta i propri sentimenti e le proprie debolezze. “So’sensibbile, mmocca a chi v’è mmuorto!” è il mantra dei SolDo, come si evince dal libro. “La sensibilità nei tempi moderni” è un tema che mi piacerebbe affrontare con Sollo e Gnut. È un’epoca di ostentazione di benessere e forza. Se la storia la scrivono i vincitori, la poesia è sicuramente opera dei perdenti. Siamo partiti da questo presupposto per raccontare e denudare le nostre sensibilità. Le vostre biografie mi hanno colpita profondamente. Trasudano originalità e sono d’impatto. Perché Sollo sceglie di rappresentarsi con I bambini che ammazzarono l’Italsider? Perché Gnut lo fa con la descrizione del suo migliore amico? Sollo: Ho scelto di raccontare semplicemente la mia infanzia e la mia adolescenza con quei versi; mi sembravano proprio quelli gli anni che maggiormente mi hanno influenzato come futuro artista e come uomo. Gnut: Non avrei trovato un modo migliore per parlare di me se non attraverso gli occhi e la straordinaria penna di chi mi vuole bene. Torniamo a quel pomeriggio di ottobre del 2015, quando Sollo venne folgorato dallo sguardo di una donna bellissima e sorridente che accompagnava suo marito devastato da un ictus presso la clinica di riabilitazione, dove il catautore era presente nelle vesti di vigilante. Per Sollo è stato il “giorno della consapevolezza”. Approfodiamo? Sollo: Estenderei quel giorno un po’ a tutto il periodo che mi ha visto lavorare presso una clinica di riabilitazione. Trovarsi a contatto tutti i giorni con persone che soffrono t’insegna a guardare la […]

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Sanremo 2019, la terza serata: tra cantanti, gag e “super” ospiti

Sanremo 2019, la terza serata: com’è andata? Superata l’emozione del debutto e archiviata la seconda serata, il Festival di Sanremo 2019 prosegue con la terza serata. Nonostante il calo di ascolti ed un ritmo più lento rispetto allo scorso anno, la kermesse canora resta comunque seguitissima e, in un modo o nell’altro, riesce a far parlare di sé, soprattutto sui social. Da Twitter a Facebook, infatti, gli utenti non perdono occasione per commentare e ironizzare su quanto accade nel corso delle serate festivaliere. Anche la terza serata ha riservato momenti top e momenti down, creando spunti di discussione. In scena gli altri 12 cantanti in gara e tanti ospiti. Sanremo 2019, la terza serata: il resoconto La terza serata della 69° edizione del Festival di Sanremo si apre sulle note di “Viva l’Inghilterra”, brano del 1973 di Claudio Baglioni. Il direttore artistico si esibisce sul palco dell’Ariston attorniato dal corpo di ballo in abiti scozzesi. Subito dopo Baglioni introduce i suoi compagni di viaggio, Claudio Bisio e Virginia Raffaele,  che definisce rispettivamente The King e The Queen. Dopo aver ricordato il regolamento con un siparietto non indispensabile e aver aperto il televoto, il trio di conduttori dà il via alla gara. Il primo ad esibirsi è il giovane Mahmood in gara con il brano “Soldi”, scritto in collaborazione con Charlie Charles e Dardust.  La canzone parla di come i soldi possano cambiare i rapporti all’interno di una famiglia; racconta di una figura paterna concentrata più sui soldi che sull’affetto. Musicalmente parlando, il pezzo più contemporaneo di questa edizione del festival. A seguire Bisio, che continua ad indossare giacche di dubbio gusto, annuncia l’esibizione del secondo cantante in gara, Enrico Nigiotti con “Nonno Hollywood”, un brano che il cantautore livornese ha dedicato al nonno recentemente scomparso. A brani dedicati alla figura della madre o del padre eravamo già abituati, mentre per la prima volta dal palco dell’Ariston viene presentato un brano dedicato alla figura del nonno. Un pezzo molto personale, ma coinvolgente. Nigiotti si esibisce con grinta e passione (forse troppa, ma è emotivamente coinvolto, quindi capiamo) e commuove. La platea apprezza e gli tributa un lungo applauso. Ci permettiamo però di muovere una critica al suo look: Enrico, cambia pettinatura! Claudio Bisio torna sul palco con un grammofono trovato nel backstage dell’Ariston. «Forse i più giovani non sanno neanche cosa sia – dice – mentre i più vecchi avranno un effetto nostalgia», poi lo accende; a questo punto entra in scena Virginia Raffaele che con la sua voce dà vita al grammofono,  intonando la famosa “Mamma”: il giradischi s’inceppa, si spegne, si riaccende, accelera la velocità. In questi numeri, che esaltano la sua bravura, ritroviamo la vera Virginia Raffaele, che in questo Festival appare troppo costretta in vesti non sue. E’ il momento del primo superospite della serata, il grande Antonello Venditti che, seduto al pianoforte, canta uno dei pezzi più belli della sua discografia “Sotto il segno dei pesci”. Dalla platea lo raggiunge Baglioni; dopo aver raccontato qualche aneddoto – […]

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L’esordio discografico di Serena De Bari | Intervista

Serena De Bari, la giovane cantautrice di Molfetta che ha partecipato alla sedicesima edizione di Amici nel 2017, ha rilasciato il 2 Novembre 2018 “Serena de Bari” (On the set/ Artist First), il suo omonimo album d’esordio. Curato nella parte musicale dagli arrangiamenti di Simone Summa e Franco Muggeo, il disco si compone di nove tracce e si presenta con sonorità molto moderne: spazia dalle sonorità elettroniche come in Urlo sul mondo a quelle dance di Diamante Nero, passando per quelle reggaeton de L’odore nell’aria e quelle più distese di Un sogno sbagliato. La voce di Serena si mostra potente e sicura, in un album che esprime tutto il suo entusiasmo e il suo trasporto emotivo giovanile. Un ottimo biglietto da visita per una cantante che ha tanta voglia di fare musica. A pochi mesi dell’uscita del disco, abbiamo avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con lei sul suo disco e sui suoi trascorsi ad Amici. Serena De Bari, intervista Come ti sei avvicinata alla Musica? La passione per la musica è nata spontaneamente, ero molto piccola e praticavo laparrocchia. La musica mi ha scelta e io ho scelto lei. Che lavoro c’è dietro la creazione dell’album? C’è dietro un lavoro immenso. Anche se a raccontarlo non si possono vedere i momenti difficili o felici che personalmente ho passato, sono molto fiera di aver prodotto qualcosa che mi ha reso più sicura delle mie potenzialità e sono felice di poter trasmettere qualcosa al pubblico. Cosa hai imparato dalla tua esperienza ad Amici? Che la vita è fatta di alti e bassi, che oggi può sembrarti tutto meraviglioso e domani un po’ meno però la grande soddisfazione del tuo lavoro può essere solo ripagata da chi ti ascolta. Molti hanno un’opinione decisamente negativa dei talent show, li considerano soltanto un business che fagocita i giovani artisti, che li droga di falso successo per poi abbandonarli nel dimenticatoio per lasciare spazio ad altri artisti che verranno a loro volta coinvolti in questo circolo vizioso. Tu che li hai vissuti dall’interno, cosa mi puoi dire a riguardo? Dipende dai punti di vista, che tu sia inizialmente accecata dalla benevolenza del pubblico è vero, perché nel momento in cui non si verifica un percorso con delle fondamenta forti, puoi limitarti a godere di quel breve momento di gloria che ti è stato dato. Il mio obiettivo non era quello di far soldi ma solo di ricevere aiuto per promuovere la mia arte e di imparare tanto da grandi professionisti. Grazie al cielo ho dei collaboratori che credono in me e cercano ogni giorno di trovare un motivo plausibile per permettermi di ricevere grandi soddisfazioni. Progetti futuri? Sicuramente tanta voglia di fare, di propormi e di iniziare nuove avventure. La più certa è quella di organizzare un tour promozionale per il mio album. Ringraziamo Serena De Bari e Sara Salaorni per la disponibilità.   [amazon_link asins=’B07JNXFQRS’ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’4bc38fd2-2324-43bb-8135-ca94da2e3e0c’]

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