Il Teatro Ateneo ospita la musicista e ricercatrice coreana Sunny Kim. Una serata tra Manikay, jazz e riflessione sul potere terapeutico della musica.
“Audace e meravigliosa”: così il chitarrista jazz Ben Monder ha definito la compositrice Sunny Kim. Una musica, la sua, che nasce dall’ascolto e dalla curiosità per farsi anello di congiunzione tra più tradizioni culturali e linee creative apparentemente differenti.
Coreana di nascita, australiana di adozione, Sunny Kim intesse conversazioni polifoniche e multiculturali lì dove, senza cura e senza empatia, nascerebbero collisioni.
Indice dei contenuti:
| Elemento chiave | Dettagli |
|---|---|
| Artista principale | Sunny Kim (Corea/Australia) |
| Luogo evento | Teatro Ateneo, Sapienza Roma |
| Collaborazione | MuSa Jazz Orchestra |
| Concetto centrale | Raki e guarigione dal trauma |

Fondatrice dell’Ensemble Ochaye, un collettivo musicale femminile, è stata candidata all’ARIA Music Awards per il progetto Hand to Earth, nato dalla collaborazione con i musicisti Yolngu (una tribù aborigena australiana) Daniel Wilfred e David Wilfred, aborigeni provenienti dalle First Nations australiane. La musica, per Sunny Kim, si fa viaggio, alla ricerca delle differenze e dei punti di contatto tra terre lontanissime; un viaggio personale, oltre che artistico, verticale – nelle più intime profondità dell’uomo – oltre che orizzontale, tra Asia, Nord America ed Europa.
Sunny Kim e la lezione concerto al Teatro Ateneo
La lezione-concerto di Sunny Kim, dal titolo RAKI: Weaving Transcultural Songlines, si apre con l’intervento del Dott. Riccardo Williams, docente presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università Sapienza, che conduce la conversazione con la performer coreana. Nelle esibizioni, invece, Sunny Kim è affiancata dalla MuSa Jazz Orchestra de La Sapienza-Università di Roma, diretta da Roberto Spadoni.

Questo ensemble musicale coinvolge docenti, studenti e personale tecnico universitario e promuove – attraverso la musica di ispirazione afroamericana – i valori di dialogo, comunità, confronto e convivenza. Raki, infatti, sono le linee di canto che si intrecciano con le pratiche culturali australiane, con i temi della memoria e della guarigione, con il jazz e con le influenze musicali moderne e contemporanee. “La musica è fatta di raki, tutti noi siamo raki, siamo linee connesse. Connessi tra di noi, con gli animali, con la natura, con il cielo”, spiega David Wilfred nel videomessaggio preparato per il Teatro Ateneo.
Sunny Kim e il Manikay
Al Manikay, il tradizionale repertorio di canzoni rituali australiane di origine ancestrale, si sovrappongono i suoni ambientali e l’improvvisazione canora, in una costruzione musicale complessa, sperimentale, interculturale. “L’incontro con Daniel e David Wilfred è stato assolutamente fortuito, poco dopo il mio arrivo in Australia. All’inizio non comprendevo la loro lingua e non riuscivo a capire cosa dicessero, quindi lasciai che il suono, semplicemente, attraversasse il mio corpo; la comunicazione tra di noi passò – per prima cosa – attraverso la musica. Questo suono risvegliò una parte sopita del mio essere, mi riportò a ciò che ero. Loro mi dissero che cantavano delle stelle e io, in quel momento, ebbi l’impressione di sentire e percepire la luce delle stelle”, spiega la Kim.
La tradizione musicale degli aborigeni delle First Nations parla dell’anima della loro terra, del cielo, degli animali, di ogni cosa componga lo spirito vitale del loro mondo. Uno spirito vitale che rischia di spegnersi, perché i giovani non sono disposti a coltivarlo. Si tratta di tradizioni morenti che non trovano più spazio nella società veloce e iper produttiva di oggi. A Occidente come in Oriente.
La musica come strumento di guarigione

Diretta da Sunny Kim, sul palco come performer oltre che come vocalist, la MuSa Jazz Orchestra ha riprodotto alcuni brani del progetto Hand to Earth, accompagnando con saxofono, tromba, batteria e percussioni la sua improvvisazione canora. L’invito rivolto al pubblico è di vivere la musica come occasione di connessione culturale e di reciproco supporto di fronte a un mondo complesso, teso e traumatico. Come già sostenuto nel corso del forum Peggy Glanville-Hicks Address del 2020, Sunny Kim si presenta come portavoce e testimone di una concezione terapeutica e catartica della musica, oltre che come ricercatrice dell’influenza che il trauma ha nelle composizioni musicali tradizionali delle varie culture.
La teoria del trauma di Judith Herman
“La musica per gli indigeni ha a che fare con il trauma e con la capacità di trasformare il trauma in processo creativo. Per avvicinarmi al loro flusso creativo, ho dovuto imparare a entrare nel loro trauma, assimilarlo, poi sublimarlo attraverso l’espressione artistica”, spiega Sunny Kim. L’ancestrale concezione della musica come strumento di recupero post traumatico trova corrispondenza nelle teorie di Trauma and Recovery della psichiatra americana Judith Herman, secondo la quale il superamento di un trauma si articola nelle tre seguenti fasi: Safety and Stabilization, Remembrance and Mourning, Reconnections. Tre fasi nelle quali Sunny Kim riconosce il processo catartico attivato dall’espressione e dall’esperienza musicale, in grado di accogliere il fruitore in una cornice di salvezza, di permettergli di intercettare e analizzare i propri sentimenti, di eternare la propria memoria e di liberarsi – dopo averlo attraversato – del dolore.
Lo spettacolo si inserisce a pieno titolo nel fil rouge della stagione 25/26 del Teatro Ateneo de La Sapienza, in cui il teatro si fa punto di incontro tra le contraddizioni del mondo, dialogo tra culture, storie e linguaggi differenti.
Immagini da archivio personale
Immagine di copertina, ufficio stampa

