Seguici e condividi:

Eroica Fenice

The Niro

The Niro si racconta, tra Jeff Buckley e originalità -Intervista

Intervista a The Niro: Davide Combusti dà la voce a Jeff Buckley, raccontandosi e rimanendo se stesso

Davide Combusti, classe 1978, è la personalità che palpita dietro l’involucro di The Niro, anche se spesso i confini tra crisalide ed essenza si sfiorano e coincidono. Cantautore e polistrumentista dal respiro internazionale, ha iniziato la sua carriera con un’intensa e fortunata attività live, dividendo addirittura il palco con Amy Winehouse. Ha inoltre collaborato con Chris Hufford, manager dei Radiohead e l’artwork del suo omonimo album di debutto porta la prestigiosa firma di Mark Costabi, autore di cover dei Ramones e dei Guns’n’Roses.
Il 4 ottobre è uscito un disco con cinque inediti di Jeff Buckley, “The Complete Jeff Buckley and Gary Lucas songbook”. Assieme al chitarrista Gary Lucas, c’è The Niro, che presta la voce a questa parte di repertorio di Buckley.
Abbiamo provato a penetrare i confini del vasto e dissonante universo di Davide/The Niro.
A lui la parola.

Ciao Davide, grazie per aver accettato di rilasciare quest’intervista. Partiamo con la domanda più semplice, o forse la più difficile. Chi è The Niro e come lo descriveresti a chi lo incontra per la prima volta?

The Niro è un cantautore e nasce a Roma. Sono da poco quarantunenne e ho sempre amato la musica. Il mio primo strumento è stato la batteria, perché mio papà era un batterista, e verso i sei anni ho cominciato a suonare la batteria. Verso i tredici ho cominciato con la chitarra, e verso i ventidue o ventitré anni ho cominciato a scrivere canzoni. Il primo progetto di band si chiamava appunto The Niro, poi la band si è disgregata e sono rimasto soltanto io, e siccome nel circuito indipendente romano mi chiamavano tutti The Niro, mi è rimasto appiccicato questo nome.

E come mai questo nome? Da cosa è nato?
Il nome nasce dalla passione per il cinema che ho sempre avuto, e dal fatto che, quando ho fatto ascoltare le prime composizioni agli amici, ho detto loro che sembrava musica da film. Mi sembrava simpatico fare un tributo al cinema: non avevamo pensato all’inizio a The Niro, ma a Bogart, però era stato già preso da una decina di band nel mondo, mentre The Niro, con questo gioco di parole, non esisteva. E poi comunque aveva un significato sia per gli italiani che per un pubblico internazionale.

Spulciando un po’ il web, si evince che hai collaborato con un sacco di artisti, tra cui Amy Winehouse e il manager dei Radiohead. Qual è l’artista che più ti ha insegnato qualcosa e ti è rimasto nel cuore?
Il manager dei Radiohead, Chris Hufford, mi chiese di partecipare a un suo progetto, e lì mi piacque molto il fatto che lui avesse avuto molto rispetto nei miei confronti, e questo mi fece pensare che, talvolta, delle situazioni “grandi” sanno essere molto più semplici e rilassate di situazioni più piccole. La cosa bella che ho imparato è che bisogna osare sempre e soprattutto, proprio perché la musica è emozione, bisogna innanzitutto emozionarsi. Sicuramente è stato un momento di crescita molto importante.

Adesso parliamo del tuo ultimo progetto. Quest’anno è uscito un disco con cinque inediti di Jeff Buckley, “The Complete Jeff Buckley and Gary Lucas songbook”. Assieme al chitarrista Gary Lucas, ci sei anche tu, che dai la voce a questa parte di repertorio che Buckley scrisse appunto con Lucas. Jeff Buckley, così come suo padre Tim Buckley, sono delle pietre miliari della musica. Sarà stato quasi “inquietante” per te sapere che vi fossero questi tesori che non erano mai stati portati alla luce, e soprattutto come è stato per te essere stato scelto da Gary Lucas per dare forma e corpo a questo progetto?

L’album, uscito il 4 ottobre, è stato anticipato dal singolo di lancio, “She is free”, di cui è uscito anche il videoclip.
Sicuramente la mia prima reazione è stata di incredulità, perché mi sembrava più che altro uno scherzo. Quando mi resi conto che era tutto vero, pensai: “Cosa faccio”?.
Chiesi allora a Gary Lucas se potesse mandarmi questi brani da ascoltare, e lui fu gentilissimo. Me li mandò subito, io li ascoltai e il primo brano che ascoltai fu “No one must find you here”, di dodici minuti di durata. Mi misi le cuffie, chiusi gli occhi e intrapresi questo viaggio. Alla fine di questi dodici minuti, chiamai Gary Lucas e gli dissi: “Lo faccio. Come vogliamo procedere?”
Lui mi fece le sue richieste. Sono entrato in contatto con Pierre Ruiz, che aveva realizzato un album di tributo a Frank Zappa lo scorso anno, e siccome Frank Zappa produsse Tim Buckley, per proprietà transitiva, disse che gli interessava, essendo Jeff figlio di Tim.
Io e lui, tra l’altro, eravamo legati anche da una grandissima amicizia con il mio produttore storico, Gianluca Vaccaro. Parlammo molto di lui, poi gli spiegai la situazione e lui si mise in contatto con Gary Lucas. Trovammo un accordo, e Gary Lucas approdò a Roma.
In dieci giorni registrammo quest’album. Invitammo a suonare nel disco anche i musicisti con cui di solito suono dal vivo, e chiamammo anche al basso, come ospite speciale, il bassista di Elton John. Questa è la squadra che realizzato quest’album.
Io mi sono occupato di cantare questi brani al meglio, cercando ovviamente di non scimmiottare una voce così importante.

Come ti sei preparato per interpretare questi brani di Jeff Buckley? Hai deciso di essere in tutto e per tutto te stesso senza rifarti a lui in nulla e per nulla, oppure no?

Esattamente. Ho deciso di essere me stesso in tutto, e ne sono contento, perché nelle ultime settimane sono uscite recensioni dagli Stati Uniti in cui tutti dicono che io non scimmiotto Jeff Buckley, ma che sono io, The Niro. Questa cosa mi fa molto piacere, anche perché allo stesso tempo la critica ha riconosciuto che quelle stesse emozioni persistono.
Quindi è avvenuto un miracolo: io che non sono credente, comincerei quasi a cambiare idea a questo punto! (ride)

Invece, per quanto riguarda la scena indie italiana odierna, quali sono gli artisti che apprezzi di più?

Stimo quelli che fanno parte della mia generazione, da Il Teatro degli Orrori fino a Paolo Benvegnù. Mi piace molto anche La Rappresentante di Lista, apprezzo molto la scrittura di questo gruppo. Inoltre amo i Verdena.

Qual è la concezione di musica di The Niro?

Ricerco la sperimentazione, mi definisco un nerd, mi piace la musica “sorprendente”. Quello che scrivo e che canto, tranne qualche eccezione, racconta piccoli frammenti della mia vita ed è curioso perché ogni volta che suono un brano provo le stesse emozioni di quando le ho scritte. Io ho fatto musica per una sorta di “terapia”; non ho mai pensato ossessivamente al successo, ma ho pensato in primis a risolvermi. Che piacessi o no, non mi importava particolarmente. Ho cercato però di scrivere cose che potessero essere meno scontate e banali possibili, e mi sono messo anche dall’altra parte, chiedendomi: “Ma tu questa canzone l’ascolteresti?”.
Quando mi rispondevo di no, non ci perdevo neanche tempo. Ho cercato di fare cose che piacessero principalmente a me.
Ho raccontato le mie vicissitudini, ed essendo tutti su questa terra, il più delle volte ho toccato le varie problematiche delle persone: amore, relazioni, ricongiungimenti e tutti i grandi temi.
Se parti con l’ossessione del successo, parti sconfitto in partenza. Il percorso è importante, non tanto l’approdo.

Grazie!

fonte immagine : http://xl.repubblica.it/articoli/the-niro-dopo-sanremo-ce-una-nave/10002/

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *