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Airbnb a Napoli e turismo di massa: conseguenze sugli affitti

Riflessione sulla diffusione di Wimdu e Airbnb a Napoli

 

Finalmente trovo l’annuncio per una camera che non sia per sole ragazze. Telefono per fissare un appuntamento ma è già stata affittata nel giro di pochissime ore.
Quasi sempre la stessa storia: è una corsa contro il tempo, nonostante siamo a settembre. Quelle che restano libere più a lungo hanno prezzi da capogiro o si trovano in posizioni estremamente scomode per uno studente universitario.
Ricordo di una camera per studenti a Soccavo, lontano da qualsiasi sede universitaria: 300€ al mese, spese escluse.

Provo a fare un giro e chiedere alle signore sedute fuori dai vasci (bassi napoletani n.d.r.), una mi consiglia di rivolgermi a un minuto signore che abita là accanto.
Lo chiama e lui mi accompagna a vedere le due camere che affitta: si deve passare all’interno di casa sua per poi arrivare in un piccolo “appartamento nell’appartamento” composto da una minuscola cucina e due stanzette senza finestre, dove c’è spazio a malapena per un letto e una scrivania. Il prezzo è di 300€ ognuna, utenze escluse, ovviamente senza contratto. Rifiuto e vado avanti.

Chi ha cercato casa a Napoli negli ultimi anni, sa bene che trovare una camera in affitto per un lungo periodo, ad un prezzo accessibile, stia diventando un’impresa sempre più ardua. Se fino a pochi anni fa era abbastanza semplice trovare una singola a 250€, ora è addirittura difficile trovarne una che non superi i 300/350€.
Questo fenomeno va di pari passo con un altro che ha caratterizzato Napoli negli ultimi anni: l’esplosione del turismo di massa e la conseguente crescita esponenziale dell’ house sharing, ovvero la possibilità di affittare un appartamento o delle camere a viaggiatori tramite siti dedicati.
Non è difficile cogliere una correlazione tra i due fenomeni.

Airbnb a Napoli: emblema dell’house sharing

La più famosa tra queste piattaforme, nonché la più importante, è Airbnb. Nata nel 2007 dall’idea di tre ragazzi di San Francisco che cercavano un modo per riuscire a pagare i propri affitti, Airbnb non ha mai messo di crescere.
Nel 2016 era già la seconda catena alberghiera del mondo per valore di mercato – circa 30 miliardi di dollari –, preceduta soltanto dalla Marriott.
A differenza delle catene alberghiere vere e proprie, però, Airbnb opera in una zona giuridica grigia: la sua attività non si può considerare illegale, ma non è regolamentata.

Se sul sito Airdna – che raccoglie le statistiche ufficiali riguardanti Airbnb – si guarda la mappa di Napoli, il centro storico è un tappeto di pallini rossi e blu – un colore per le singole camere, l’altro per gli interi appartamenti – dalla stazione centrale a Chiaia, dal porto a via Foria, per poi diradarsi man mano che ci si allontana dalle zone di interesse turistico.

Se alla fine del 2014 le proprietà elencate nella piattaforma erano 974, attualmente sono circa 4200. Il prezzo medio di una camera è di 52 dollari a notte – poco meno di 50€.

Ammettendo che, mediamente, il costo di una singola a Napoli sia di 300€ al mese, con un semplicissimo calcolo si deduce che, nello stesso arco di tempo, affittandola tramite Airbnb, invece che a lungo termine a studenti e lavoratori, si può facilmente guadagnare almeno il quadruplo.

Airbnb a Napoli, aumenta il “nero”

 

Questo ha spinto molte persone a preferire l’attività di “albergatore” che opera senza la necessità di alcuna licenza, invece di affittare le proprie camere o appartamenti per lunghi periodi – esponendosi spesso ai rischi derivanti dalla mancanza di regolare contratto.
Così, la disponibilità di alloggi per studenti e lavoratori è calata drasticamente ma la domanda è rimasta costante.

Se l’offerta diminuisce e la domanda rimane stabile o aumenta, i prezzi salgono: è la legge del libero mercato.
Da quando c’è Airbnb a Napoli i prezzi delle camere in affitto per lunghi periodi sono lievitati toccando picchi impressionanti.

Ovviamente non è un processo peculiare di Napoli. I sindaci di numerose città, in Europa e negli Stati Uniti, hanno iniziato a chiedersi se l’ampissima diffusone dell’house sharing portasse vantaggi anche ai residenti o soltanto ai turisti.
Sono giunti alla conclusione che la mancanza di regolamenti chiari stava avendo pesanti ripercussioni sul mercato immobiliare cittadino a discapito appunto di chi necessitava di un alloggio per più tempo.
In alcune città, come New York e San Francisco, sono state avviate delle vere e proprie battaglie legali tra gli organi cittadini e l’azienda Statunitense.

Misure volte a limitare gli effetti negativi dell’house sharing in Europa

Anche in Europa, numerose città hanno legiferato per regolamentare il fenomeno.

Tra queste, la città di Berlino ha vietato di affittare interi appartamenti per brevi periodi tramite le piattaforme di house sharing, invitando i cittadini a denunciare i trasgressori, punibili con una sanzione di 100.000€.

Ad Amsterdam è vietato affittare un appartamento per più di 60 giorni all’anno, ma si pensa di ridurli a 30, inoltre, non si possono ospitare più di quattro persone per volta.

A Barcellona la situazione è più calda: secondo la legislazione regionale, infatti, è necessario chiedere un’autorizzazione e inserire l’appartamento che si desidera affittare in un apposito registro.
Ciononostante, sulla piattaforma Airbnb, nella sola città di Barcellona, sono presenti circa 10.000 alloggi in più rispetto alle licenze rilasciate.
La sindaca Ada Colau accusa Airbnb di favorire l’illegalità e trasformare interi quartieri in un ammasso di hotel informali, allontanando così i residenti. Minaccia, inoltre, leggi più severe e multe salatissime per il colosso di San Francisco.

I responsabili dell’azienda si sono sempre difesi sostenendo che Airbnb sia un mezzo che permette famiglie o i singoli, affittando una camera vuota della loro casa, di arrotondare e coprire le spese di mutui e bollette. Però, osservando i dati forniti da Airdna, si riscontra che tale teoria può essere valida soltanto per un numero limitato di casi.
La stragrande maggioranza degli annunci, infatti, non riguardano camere singole, ma interi appartamenti – a Napoli quasi il 60% del totale.
Così, numerosi proprietari di immobili, si sono trasformati in veri e propri imprenditori alberghieri, senza l’obbligo di osservare le leggi sul mercato delle strutture ricettive.

In Italia e a Napoli non si è ancora aperto un dibattito pubblico su questi temi, ma se ne inizia a sentire la necessità.
Non si tratta di considerare l’esplosione del turismo di massa e il consequenziale fenomeno dell’house sharing in chiave assolutamente negativa.
Tuttavia, evitando di parlarne in termini manichei, sarebbe bene valutare i pro e i contro di questi fenomeni osservandoli e studiandoli: regolamentarli al fine di non far prevalere, a lungo andare, i secondi sui primi.

Per il momento, Napoli ha scelto di guardare soltanto agli aspetti vantaggiosi del turismo di massa, ma sarebbe ora di considerare anche i riflessi negativi che esso ha sulla città, prima che diventino preponderanti e irreparabili.