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Eroica Fenice

La Storia delle Cose Improponibili

La Storia delle Cose Improponibili è la mostra fotografica presentata nell’ambito del Mò.dì. Maledetto Festival della Parola che sarà inaugurata il 30 aprile alle ore 17:30 presso Palazzo Magaldi sito in Via Nicodemo Giudice e resterà fruibile al pubblico, con le sue installazioni, fino al 3 maggio.
Il progetto fotografico nasce grazie alla salda e solidale collaborazione tra Cosimo Di Giacomo, fotografo per Arkfotolab, e Liviano Mariella, architetto per ReCollocal. L’osservazione attenta e puntuale della città di Sapri è da considerarsi alla base dell’esperienza fotografica de La Storia delle Cose Improponibili. Lo sguardo, e quindi, lo scatto fotografico, ha cercato di immortalare in un’istante oggetti che potrebbero essere considerati “qualsiasi” e “particolari” proprio perché li ritroviamo in una collocazione del tutto fuori luogo, appunto improponibile rispetto, in alcuni casi, al loro effettivo utilizzo. I particolari sono l’elemento cardine delle foto in mostra, studiate con un’abilità a tratti artigianale e minuziosa che però lascia un ampio margine di improvvisazione e fortuna; sembra, infatti, che l’occhio del fotografo stia guardando sempre nell’esatta direzione per raccontare quelle storie che hanno bisogno di una voce, anche se non è narrante. Proprio attraverso la ricerca visiva dei particolari presenti, è possibile arrivare alla constatazione di quanto ogni singola parte della fotografia è collegata alle altre da un sottile filo che riesce a dare continuità all’osservazione sia singola che corale delle immagini. Il percorso espositivo è pensato con una duplice finalità: da un lato si sottolinea la componente narrativa del repertorio fotografico; e, dall’altro, è stato inteso, creato e realizzato per permettere la rivalutazione di strade cittadine che sarebbero altrimenti dimenticate.  

Quindi, in questo naturale corridoio fotografico de La Storia delle Cose Improponibili, oggetti e spazi sono il terreno di indagine, la materia entro la quale deve collocarsi lo screening dell’obiettivo fotografico: se gli oggetti hanno una ragione d’essere che potrebbe essere del tutto svincolata dai luoghi, questo non si può certamente dire dello spazio; anche se una totale decontestualizzazione delle cose renderebbe in parte vano il fine del progetto che si fonda proprio sulla visualizzazione di “storie improponibili”.

Di fatti, la mostra racconta la storia delle cose; la storia degli oggetti che sono rintracciabili in un determinato luogo. Spazio, tempo e materia non possono essere considerati scissi.

Osservando i luoghi che le immagini fotografiche descrivono, appare chiaro che ci muoviamo in quel terreno minato che è il limite tra pubblico e privato. In una comunità dove si vive una realtà familiare collettiva, è possibile che il confine tra le due sfere divenga labile, fino anche ad un certo punto a scomparire del tutto. È evidente che molto spesso il vettore dell’invasione segue la direzione dell’estensione dello spazio privato su quello pubblico. L’uomo ha certamente avuto il compito di organizzare l’ambiente circostante secondo le proprie esigenze. Ed è proprio in base a questo criterio riorganizzativo che si esprime la soggettività del singolo in molteplici forme diverse, e sono proprio queste ad essere oggetto dell’esplorazione.

Jundra Elce

 

-La storia delle cose improponibili-

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