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Galleria borbonica

Galleria Borbonica, tour in zattera nei meandri di Napoli

Galleria Borbonica di Napoli: visita guidata tra fascino e mistero | Opinioni

Domenica 31 marzo, alle ore 19.30, la Galleria Borbonica di Napoli ha fornito una grande occasione per avventurarsi nel mondo della speleologia, in un percorso sotterraneo che trasuda storia, venuto alla luce grazie all’amore per la propria terra dei volontari dell’Associazione Culturale Borbonica Sotterranea.
Armati di casco arancione e torcia, i partecipanti, dopo un gustoso e ospitale aperitivo, sono stati guidati in una meravigliosa visita in zattera sulla falda acquifera sotterranea che scorre sotto la galleria abbandonata della linea L. T. R. (Linea Tranviaria Rapida, mai completata) e in un percorso suggestivo, lungo l’intreccio di storie che la terra dei Napoli custodisce gelosamente nei suoi meandri.

Galleria Borbonica: Napoli tra luci e ombre

Napoli è una città in bilico tra luci e ombre. Lo si capisce volgendo uno sguardo oltre la foschia del cielo che domina il suo mare, per intravedere l’isola di Capri, o attraversando la luminosa Galleria Umberto I, per ritrovarsi catapultati in quartieri senza aria, dalle case lesionate dall’umidità. Basta passeggiare per le strade del suo centro storico per assorbire la passione, ma anche l’ansia che trasmette la grandiosità e la sofferenza di una storia che accomuna una popolazione unica nel suo genere. Napoli è immersa nella semioscurità. È un chiaroscuro di vicoli e piazze, di odori e sentimenti, di strati vecchi e strati nuovi e non ci si può fermare in superficie per godere della sua miriade di volti, perché il ventre di Napoli cela tesori ancor più affascinanti. Il sottosuolo di questa città chiassosa, infatti, ha inghiottito silenziosamente tesori, storie, cunicoli, pozzi, cisterne e gallerie.

La Galleria Borbonica è un piccolo capolavoro d’ingegneria civile commissionata dal re Ferdinando II di Borbone (progettato da Enrico Alvino nel 1853), che voleva assicurarsi, in caso di sommosse, una via di fuga da Palazzo Reale verso il mare e garantire all’esercito la possibilità di un rapido spostamento dalle cisterne situate nell’odierna Piazza del Plebiscito. Si tratta di un lavoro mai portato a termine per le difficoltà incontrate durante gli scavi e per gli sconvolgimenti politici al tempo dei Borbone. Nel 1943 fu utilizzata come rifugio antiaereo e, successivamente, come deposito di veicoli sequestrati e affidati in custodia al Comune di Napoli. Lungo il percorso, infatti, è possibile ammirare auto e moto d’epoca. Ci sono persino i pezzi di un monumento scolpito in memoria di Aurelio Padovani, fondatore del fascio napoletano, smantellato e occultato alla caduta del regime. Attraverso un breve cunicolo è stato possibile ammirare lavorazioni idrauliche di eccezionale fattura e una piccola cisterna dove sono visibili le croci incise dai “pozzari”, utilizzate come strumento per tutelarsi dai pericoli legati al loro lavoro. Nel frattempo, è stato possibile godere della narrazione della guida della fascinosa leggenda del “Munaciello”, spiritello delle case, benevolo e dispettoso, identificato proprio con questi “pozzari”, che usavano le vie sotterranee e avevano libero accesso alle abitazioni, dove spesso solevano derubare i proprietari e “consolare” le signore sole, per poi sparire sotto il mantello da lavoro (che somigliava, appunto, al saio di un monaco).

Scendere in questo spazio del sottosuolo partenopeo è come effettuare un passaggio tra due mondi, come sprofondare in un ambiente misterioso che ti ospita ma non ti appartiene. Significa veder dipanare davanti ai propri occhi l’ignoto in zone completamente buie a torce spente. Vivere un’esperienza del genere nel ventre di Napoli significa addentrarsi a circa trenta metri al di sotto del suolo, della vita e del calore dei raggi solari, in una sorta di viaggio nel tempo, per esplorare mondi a noi sconosciuti e navigare con la fantasia, col fine di sbirciare il passato e le sue leggende, insabbiati da un gigantesco cumulo di anni. E l’emozione è a fior di pelle, ve l’assicuro.

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