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Eroica Fenice

Culturalmente

Faber e il Dark Side della canzone italiana

Vincenzo Mollica, in un’intervista del 1988, chiese al nostro Faber se si considerasse più cantautore o poeta e quali fossero le differenze che esistono tra canzone d’autore e poesia, se esistono. La sua risposta: “Mah, a questa domanda ti devo rispondere come tante altre volte ho risposto. Benedetto Croce diceva che fino all’età di diciotto anni tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.” Faber ha sempre sostenuto che la musica dovesse avere un contenuto: deve essere balsamo, riposo, liberazione, catarsi, espressione dei propri sentimenti, a volte addirittura un tentativo di autoanalisi. Le canzoni per lui servono a formare una coscienza. Sono svariati i temi affrontati nei brani di Faber e, sebbene lui non si definisse un poeta, la sua anima lirica e sensibile gli ha permesso di scandagliare comunque mirabilmente svariati argomenti, facendo leva sulle sue fragilità, creando versi, pensieri, trovando ispirazione nella musica francese, americana, nel folk e nei poeti maledetti. Fabrizio De Andrè è stato, infatti, un profondo conoscitore di musica popolare e ha sempre considerato fondamentale l’interconnessione tra musicalità dei versi e potenza narrativa della musica. Niente, nelle sue canzoni, è lasciato a caso. Niente è sottomesso alla parola. Lui ha la capacità del tutto unica e originale di mostrare alla maggioranza distratta la magia, la bellezza e il dolore che passano inosservati ai loro occhi. Non al denaro non all’amore né al cielo, terzo concept di Faber L’album esce nel 1971 ed è un crocevia d’incontri: la semplicità scarna dei versi dell’Antologia di Spoon River di Masters arriva in Italia grazie a Cesare Pavese che la commissiona all’amico Antonio Chiumatto (un italo-americano che abitava negli Stati Uniti) e la suggerisce a Fernanda Pivano, prima storica traduttrice dell’opera. Il disco nasce grazie allo spunto di Sergio Bardotti e alla collaborazione con Bentivoglio per quanto riguarda i testi, oltre a Piovani, per quanto concerne le musiche. La copertina è di Deanna Galletto: è apribile a libretto e sul retro è visibile il testo dell’intervista rilasciata da De Andrè alla Pivano. Si dice che Faber non sopportasse le interviste, e che lei sia riuscita a intervistarlo solo nascondendo un registratore sotto il letto durante una lunga conversazione! Ci sono, poi, la busta interna con i testi delle canzoni, i crediti sui musicisti e il testo di un’intervista virtuale a Edgar Lee Masters ricostruita dalla stessa Pivano. De Andrè mette in musica nove poesie di Masters, dando vita a una galleria di personaggi soffermandosi sulla vis non convenzionale, sull’umanità e sulla portata allegorica dei ritratti umani, caratterizzati ognuno da un aspetto diverso, ognuno felice e sofferente a modo suo. Due temi principali svettano sulle poesie scelte: l’invidia, come ignoranza e molla del potere esercitata sugli altri (vedi “Un matto”, “Un giudice”, “Un blasfemo”, “Un malato di cuore”) e la scienza, come contrasto tra l’aspirazione del ricercatore e la repressione del sistema (vedi “Un medico”, “Un chimico”, “Un ottico”). Il […]

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Culturalmente

Musica e letteratura, spazio a Fabrizio De André

Fabrizio De André: il cantore-poeta Quello tra musica e letteratura è una fusione antica quanto il mondo. Se intendiamo come prima forma letteraria quella del canto che si accompagnava all’esecuzione musicale, ecco che per reperire le prime attestazioni di questo connubio dobbiamo risalire agli albori della storia umana. Già nella Genesi, infatti, (4, 21 – IV secolo a. C.) si fa riferimento a un discendente di Caino, Jubal, definito il “padre” di tutti coloro che suonavano la lira; e più tardi, nell’Esodo, (15, 1 – 21), Mosè e gli ebrei, in occasione della sconfitta del Faraone, cantano un inno al Signore, accompagnati dal tamburello suonato da Miriam assieme alle altre donne. E quando il popolo israelita andò in esilio a Babilonia, portò con sé una raccolta di 150 salmi, orazioni religiose attribuite a re David, da recitare con l’accompagnamento di strumenti a corda. Ma già al X sec. a. C. risaliva il celeberrimo “Cantico dei Cantici”, una schermaglia amorosa tra un uomo e una donna alla quale fu attribuito un significato allegorico, come un dialogo d’amore tra l’uomo e Dio. Analizzando il contesto sette-ottocentesco e gli sviluppi più rilevanti della fusione tra musica e poesia, Calvin Brown (capostipite della ricerca musico-letteraria) spiega in maniera chiara il suo punto di vista sul rapporto che regola le due arti. “Musica e letteratura (…) sono simili in quanto ambedue sono arti che giungono a noi attraverso l’udito, che si estendono nel tempo e che richiedono un’ottima memoria per la loro comprensione. (…) La musica è l’arte del suono in e per se stesso, del suono “in quanto” suono. Le note musicali hanno tra loro relazioni complesse, ma non hanno relazioni con niente che si trovi al di fuori della composizione musicale (…). La letteratura, d’altro canto, è un’arte che utilizza suoni ai quali sono stati arbitrariamente apposti significati estrinseci. (…) Il poeta, con strumenti della sua tecnica come il metro, la rima, l’assonanza e l’allitterazione, riesce nella pratica a creare un’intima analogia col lavoro del compositore: ma il fatto che i gruppi di suoni su cui egli opera non si limitino a creare solo semplici sensazioni uditive, ma possiedono ben precisi significati esterni, rende sotto molti aspetti i suoi problemi completamente differenti”. Fabrizio De André, la musica e l’impronta letteraria Nel panorama italiano, il cantautore che più di chiunque altro può essere avvicinato alla professione di poeta è Fabrizio De André. La capacità “pittorica” di rappresentare una scena, una situazione con poche parole estremamente precise fanno di De André un artista a tutto tondo. Sono tanti i testi della sua produzione che possono essere analizzati sia dal punto di vista musicale che da quello poetico. In molte occasioni lo chansonnier ligure si ispira alla letteratura: nel 1971 pubblica l’album Non al denaro non all’amore né al cielo, interamente ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Possiamo definire quest’album il “Dark Side” della canzone italiana: è il terzo concept di De André, imparentato con il nuovo rock italiano, e si tratta di […]

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Libri

Michelangelo Iossa, lo scrittore di 007 Operazione Suono

Ricorderemo il 2020 come un anno funesto, ma finalmente una luce in fondo al tunnel si accende grazie alla Rogiosi Editore, che pubblica 007 Operazione Suono: un viaggio intrapreso dal giornalista e scrittore Michelangelo Iossa, che fagocita i lettori in un mondo fatto di musica, cinema, narrazione e fotografia, toccando con maestria le corde dell’emotività degli appassionati del mito-Bond. Si tratta di un volume unico nel suo genere, alla portata di tutti, dedicato alla memoria di Sir Sean Connery, primo e indimenticabile interprete cinematografico di James Bond, scomparso lo scorso 31 ottobre. Michelangelo Iossa, con 007 Operazione Suono, celebra tre figure-simbolo della storia di Bond (racconto di spionaggio, ma anche pastiche sonoro): il padre letterario di Bond, Ian Fleming, il compositore John Barry (artefice delle più celebri colonne sonore dei film della saga cinematografica di 007) e il Maestro Monty Norman, che ha scritto la prefazione di questo lavoro, e ha colto l’occasione per raccontare la genesi del leggendario tema strumentale dedicato a James Bond. In attesa del film No Time to Die, venticinquesimo capitolo della saga cinematografica di James Bond, 007 Operazione suono rende omaggio ai creatori di un suono divenuto ormai leggendario, capace di ispirare ed emozionare grandi e piccini, e di diventare patrimonio collettivo. 007 Operazione Suono di Michelangelo Iossa: il mito Bond James Bond nasce dalla penna di Ian Fleming, che è l’autore inglese più celebre del mondo e il più influente del XX secolo, insieme a William Shakespeare, Agatha Christie e J.K.Rowling. La fantasia e creatività di Fleming dà vita all’agente segreto più famoso del mondo, il cui codice identificativo – 007 – è oggi sinonimo di “spionaggio”. «Un nome il più comune possibile. Breve, freddo, anglo-sassone e molto maschile»: in una sua intervista per i lettori del Reader’s Digest, Fleming rivela di aver preso in prestito il nome dell’ornitologo Bond per battezzare la spia britannica che stava per nascere in una stanza di “Goldeneye”, la residenza che si ergeva sulla baia di Oracabessa, in Giamaica. Fleming contattò l’ornitologo per informarlo della questione e, ricevuto il placet dal ricercatore statunitense, lo scrittore inglese – per contraccambiare – lo autorizzò ad adottare il suo nome per qualunque finalità, anche per battezzare l’uccello più orribile del mondo! Ecco come nasce il mito dell’elegante, infallibile e iconico Bond, che s’impone nell’immaginario collettivo con le sue mirabolanti avventure, gli ambienti suggestivi, le femmes fatales, l’intramontabile Vodka Martini agitato non mescolato e i suoi sofisticatissimi orologi. I romanzi della saga hanno superato la soglia dei 100 milioni di copie vendute. 14 sono i libri firmati da Ian Fleming, 25 sono i film della saga cinematografica ufficiale, 3 le pellicole non ufficiali inclusa una riduzione televisiva per la CBS, numerose le graphic novel, moltissimi i radiodrammi ricavati dai romanzi bondiani, decine le biografie e le serie televisive dedicate anche al solo Ian Fleming e poco meno di 30 libri incentrati sulle imprese di Bond sono quelli firmati da autori scelti dai curatori dell’eredità di Ian Fleming, da Jeffery Deaver a John […]

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Voli Pindarici

Pausa, please! – Diario di una quarantena

Caro Coviddì, una pausa da questa vita in pausa e perennemente in allarme, è ciò di cui avrei bisogno oggi. Perdona il gioco di parole, ma in testa mi sta nascendo lo sterco. Mi perdo nei miei pensieri e immagino un’estate al mare, la voglia di remare (e di fare il bagno al largo per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni), il sapore di sale, il sapore di mare e persino un reggae – in – spiaggia. Sì Coviddì, sssì! Sto delirando, e pure Giuseppe Conte sta invecchiando male, s’impappina mentre parla. Vorremmo tutti una pausa. Oggi al TG ho sentito dire che siamo al picco dei contagi, ma presto ci sarà il calo. Il fatto è che la notizia non ha destato in me il minimo entusiasmo, perché tanto ormai le buone nuove non sono mai durature, né stabili, perché sappiamo tutti che è l’emergenza perpetua il vero modus vivendi attuale. Ma si potrà mai parlare d’immunità di gregge? E le vacanze di Natale le riusciremo a fare? Quanti congiunti potremo invitare? Gli amici li riusciremo a vedere? Boh, io voglio solo tornare al mare. Mi ritrovo ancora una volta a scrollare le foto sul mio Huawei usurato e – voilà! – m’imbatto in foto di tramonti, chiesette, baie, giardini termali, promontori e scorci d’incomparabile bellezza. Ischia! Maledizione, che sofferenza ‘sti ricordi. Andai a Ischia insieme a mia sorella e una mia cara amica, Antonella, e credo sia proprio il posto che farebbe il mio caso oggi. La pausa di cui avrei bisogno Caro Coviddì, sai, se uno si vuole rilassare, a Ischia deve andare. La vita a Ischia scorre piaaaaano piaaaaaaaaaaaaaaaaaano. Il tempo è dilatato e spostarsi da una parte allʼaltra dellʼisola comporta cambi di fuso orario. Gli autoctoni si distinguono dai turisti per il rivolino di bava attaccato al labbro inferiore e si trascinano per via sbadigliando, con il cuscino sotto al braccio. Durante la mia permanenza sull’isola, mia sorella fu fatta prigioniera insieme agli altri visitatori e fu rinchiusa nellʼenorme dedalo del Castello Aragonese. Devi sapere che gli ischitani reclutano schiavi stranieri che si occuperebbero poi della gestione del turismo, di parchi termali e fiorellini colorati: tutte mansioni che toglierebbero ore di sonno agli indigeni, col rischio di risvegliarne lʼindole selvaggia e bestiale. Le ultime parole di Antonella, all’epoca, furono: «Vado in bagno. Torno subito, ragazze!» e io mi rivolsi al bar per un bicchiere dʼacqua. La mia salma disidratata giace ancora nel porto di Ischia, e personalmente credo di essere il fantasma di me stessa. Sai, Coviddì, a Ischia si sta un po’come quei giorni in cui ti svegli e non hai voglia di fare un corno. Io mi sento proprio così oggi, ma vorrei poter SCEGLIERE di non fare niente, e invece tu mi ci obblighi, e così mi togli ogni gusto. Caro Coviddì, vattene via e fammi tornare sull’isola, dai, almeno per portare un lumino alle mie reliquie. Ti do mezz’ora abbondante, il tempo di farmi la valigia. Sciò! Ah? No? Mah. Muori, criaturemme’. […]

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Voli Pindarici

Amarcord – Diario di una quarantena

Amarcord s. m. [voce romagn., propr. «io mi ricordo», dal titolo dell’omonimo film del 1973 di F. Fellini]. – Ricordo, rievocazione nostalgica del passato. Caro Coviddì, ti è chiaro cosa è un “amarcord”? Amarcord è il mood che mi hai messo addosso con questa seconda ondata di contagi. La gente non si sgola più sul balcone a cantare “Abbracciame” di Andrea Sannino, il cielo è sempre molto cupo e sta arrivando l’inverno. Mi ritrovo a scriverti anche oggi, bimbo scemo che non sei altro. Sai perché? Perché mi costringi a vivere di ricordi e il passato è l’unica cosa che tu non puoi rubarmi. Allora non faccio che rievocarlo, e cerco di cristallizzarlo. Perché mai come oggi il futuro mi si preannuncia come una sfilza di giorni tutti uguali e il mio passato mi sembra super figo, adrenalinico e avvincente almeno quanto un romanzo di Stephen King o quanto quelle montagne russe ad alta velocità che ti mettono in subbuglio lo stomaco e ti gettano i capelli all’aria. Oggi mi è venuta in mente quella volta che mi diedi al volantinaggio. Vivevo ancora a Napoli e lo facevo in modo struggente, viscerale, quasi malsano. Non riuscivo a staccarmi da quella città – solo tu sei riuscito ad allontanarmene, cretino! – e la vivevo con l’ansia di chi, da un giorno all’altro, avrebbe preso coscienza di non avere più motivo di restare e sarebbe morta così, su due piedi. Forse d’infarto. Comunque, arrivai persino a fare volantinaggio pur di restare a Napoli. Percorsi per giorni interi tutta Via Toledo e l’intero centro storico. Non c’erano ancora arcobaleni pacchiani in giro e tra amici, parenti e amanti ci s’incontrava per strada o in un letto, non su Zoom. Amarcord, “io mi ricordo…” Sai, Coviddì, fare volantinaggio mi fece ridere assai. Eh sì, perché richiede spirito dʼavventura, si cammina un sacco, si vedono posti nuovi, ma soprattutto ci si relaziona con gli altri. È tipo un gioco di società. Semmai volessi provarci un giorno – quando maturi un poco, la smetti di fare il criaturo e diventi un cristiano normale che si vuole pigliare le sue responsabilità – sai che devi fare? Ti devi stampare in volto un bel sorriso da babbeo, e poi gli altri ti scanseranno come se fossi la peste bubbonica. Al massimo, faranno i maratoneti, e in questo caso ti passeranno a fianco velocissimissimi lasciando echeggiare un generico “Grazie lo stessooo o o o o!!!”. Se andrai forte, a un certo punto, potresti passare al livello successivo. Praticamente ti puoi improvvisare postino e lasciare volantini nelle cassette della posta, di palazzo in palazzo. Mò attenzione, Coviddì, perché subentra la mitologica figura del portiere! Se sarai abbastanza stanco, sudato e penoso da impietosirlo, questo non ti manderà via a calci in culo, quando si accorgerà che sei lì nel suo tempio per ficcargli i volantini sotto al mento. Si limiterà, però, a ipnotizzarti agitando la testa da destra a sinistra, con l’espressione di un orco che mangia e schiavizza i […]

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Voli Pindarici

Caro coviddì ti scrivo – Diario di una quarantena

Caro Coviddì ti scrivo, perché hai frantumato le scatole. Perché non la smetti più. Perché sei come quei bambocci un po’ tardi che non capiscono che certi giochi non sono belli neanche se durano poco. Caro Coviddì ti scrivo… Lo faccio perché sono alla duemilaottocentunesima quarantena dell’anno 2020 e oramai, tra plaid, strimpellate alla chitarra e maratone di film, letture e scrittura, vivo di ricordi. Osservo dalla finestra la natura che si spegne e gli spettri di quei ritmi frenetici – che caratterizzavano un tempo la nostra quotidianità – disperdersi nel vento. Sta scendendo pure il crepuscolo con le sue pennellate di rosso borgogna che la mia mente trasforma in uva spremuta, vino buono da assaggiare che mi accarezza il palato, mmh…maa. Ma. Ma bevo una tisana al finocchio fumante e sento pure la gola in fiamme, mentre scorro le foto della galleria del mio smartphone e mi ritrovo a piangere come una vecchia che aspetta solo di sdraiarsi nella tomba, prima che le gettino sopra la terra. Sono foto di bistrot, music – bar, viuzze strette e acciottolate, casette muticolor, calette rocciose, mare azzurro, spiagge bianche immense. Foto della Costa Blanca. Foto della Sc’pagna. Ohw, mi sembra di sentire il vociare della sua gente. «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Ok», «Perfetto», «Va bene», «Capisco», «Nessun problema», «Chiav**i pure a mamma», in loop! Giuro che ripetevano quest’espressione di consenso in ogni risposta; e lo facevano in un modo assolutamente adorabile. In Costa Blanca ci sono stata in vacanza l’estate del 2019. Ho alloggiato in quella parte della zona costiera che affaccia sul Mar Mediterraneo, tra Capo de la Nao e Capo di Gata, ad Alicante. Tra le mete più belle delle mie gitarelle sc’pagnole, quando ho avuto base ad Alicante, annovero località molto caratteristiche come Altea e Villa Gioiosa. Durante le esplorazioni, presi qualche appunto su questi posticini…che oggi, in preda a nostalgie furenti, voglio condividere qui. Me, passione guida turistica: C’era una volta un arcobaleno iberico. Stava adagiato nella culla delle playas e del sol. In fase di svezzamento, gli sostituirono il latte materno con della sangria e un giorno – ubriaco fradicio – vomitò colori e polvere di fata. Smaltò di blu e bianco le piastrelle di ceramica delle cupole di Altea e dipinse con le tinte più belle che aveva in corpo i gerani e i gelsomini presenti su tutti i balconi delle casette del borgo. Non contento, drogò la popolazione di Villa Gioiosa nel momento in cui stavano per scegliere il nome della propria terra. Le cagate di questa cittadina bellissima incastonata tra colline e montagne s’insaporirono di zucchero, e si materializzò una bella fabbrica di cioccolato. Nel dopo sbornia, l’arcobaleno prese a disegnare unicorni rosa in cielo e mise in bocca agli spagnoli melense canzoni d’amore mooolto seCsi e sensuali e dal ritmo ballabile. Con l’avvento dell’estate, ancor oggi le s’intonano in ogni dove. Wowwooo, ètuttocosìstupefacentee!! Avevo molto caldo, ricordo. Internet mi rassicurava dicendomi che “di norma, […]

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Culturalmente

Modena City Ramblers, intervista a Franco D’Aniello

Modena City Ramblers : intervista a Franco D’Aniello, musicista e flautista di Forlì (aa. 2017/2018) Genere: FOLK, COMBAT FOLK, FOLK ROCK, ROCK Ampia formazione emiliana nata nel 1991 che guarda all’Irlanda e rinnova tutto il vigore politico del combat-folk. Cosa vi ha spinto a interessarvi alla musica e com’è nata l’idea di mettere su una band? La spinta ad interessarsi alla musica inizialmente è sempre un fatto personale. Io fin da bambino ero appassionato di musica e iniziai con il flauto. I Modena City Ramblers verranno tanti anni dopo, in età adulta. Alcuni ragazzi che facevano parte di una band che suonava musica anni ’80 fecero un viaggio in Irlanda e furono folgorati dalla sua musica e dal modo di suonarla. Senza sovrastrutture, senza bisogno di dover apparire bravi per forza. Il lato puramente estetico nella musica irlandese è un fattore secondario. La stessa folgorazione che avevo avuto io tanti anni prima durante un viaggio in Irlanda. Ci conoscemmo e iniziammo a suonare esclusivamente per divertimento, passando di pub in pub. L’idea era quella di passare belle serate insieme ad amici che ci seguivano ovunque. Non avevamo nessuna velleità di sfondare e non immaginavamo che questo sarebbe poi diventato un lavoro vero e proprio. Mi parli della scelta del vostro nome. Il nome “Modena City Ramblers” è preso dai “Dublin City Ramblers”, un gruppo irlandese di folk simile al liscio. Significa “I girovaghi, vagabondi della citta di Dublino”. Ma ci sono anche i “Galway City Ramblers”, che sono un’altra band simile. Dovevamo suonare in un locale a Modena e allora ci siamo inventati questo nome che era molto musicale. Da allora non l’abbiamo più cambiato. Quanto conta per una band creare un proprio stile/identità? Per una band rock l’identità musicale è tutto, l’originalità sta alla base della musica pop/rock. Noi musicalmente abbiamo attinto dai gruppi folk-rock, soprattutto dai “Pogues”. Nel folk è molto più facile e soprattutto accettato l’essere molto vicini ad un’altra band. Nel nostro caso, però, ci siamo costruiti una vera identità nei contenuti. Fin da subito ci siamo interessati ai temi sociali e ci piace raccontarli nelle nostre canzoni. La resistenza, la lotta alla mafia sono quelli che ci hanno maggiorente ispirato nella nostra carriera. Grandi e piccole storie, spesso dimenticate o poco conosciute. Soprattutto storie di persone che hanno fatto la storia. Vicende di partigiani, di chi combatte la mafia e la vive sulla propria pelle ogni giorno. Sono queste le cose che ci interessano di più. Il brano che rappresenta i Modena City Ramblers? Il brano che rappresenta di più i Modena City Ramblers è sicuramente i “Cento Passi”, la storia di Peppino Impastato. Incarna tutto quello che dei giovani vorrebbero essere ma che purtroppo è difficile da conseguire. La libertà, in tutte le sue accezioni. La libertà di pensiero, di parola, di stile di vita. Quello che ci ha dovuto “insegnare” la storia di Peppino, che si prese letteralmente tutte queste libertà in un ambiente in cui, invece, non avrebbe dovuto. La mafia è […]

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Almamegretta, la musica e la letteratura – Intervista

Oggi ci tuffiamo in una delle più belle realtà “dub” italiane: diamo la parola ai napoletani Almamegretta. Il gruppo nasce nel 1988 e miscela reggae, dub, canzoni napoletane e nenie arabe. La loro attitudine è una ricerca delle radici profonde, migrando da un punto all’altro del pianeta. Dunque: abbattiamo ogni barriera geografica e culturale e cominciamo a ballare sui ritmi mutuati dalla tradizione popolare mediterranea. Via! Almamegretta, intervista (2017/2018) Cosa vi ha spinto a interessarvi alla musica e com’è nata l’idea di mettere su una band? Come spesso accade in casi del genere è stata la musica che ha scelto noi e di conseguenza è nata l’esigenza di suonare insieme e, quindi, di mettere su una band. Mi parlate della scelta del vostro nome? “Almamegretta” vuol dire “anima migrante” in una forma particolare di latino volgare. Quindi è un nome che rispecchia in pieno il nostro progetto di musica bastarda e senza confini. Quanto conta per una band creare un proprio stile/identità? È il primo e fondamentale obiettivo che una band dovrebbe porsi. Altrimenti è difficile costruire una proposta musicale che abbia un minimo di durata. Quali sono le radici della vostra ispirazione? La vita che facciamo, l’osservazione della realtà, ma cerchiamo sempre di evitare slogan facili e rozzi per dare spazio a una dimensione più “poetica”, spesso grazie anche all’uso della lingua napoletana, che si addice molto a questo tipo di dimensione. Mi parlereste del brano che più vi rappresenta? Non è facile rispondere a questa domanda perché riteniamo che tutta la nostra produzione ci rappresenti, ma volendo indicare un brano particolarmente riuscito, possiamo menzionare “Nun Te Scurdá”. Siamo riusciti a condensare in una sola canzone tutta una serie di contenuti musicali e testuali che ci stanno molto a cuore. Quanta importanza date al brano di una canzone rispetto alla musica? La stessa. Cos’è una performance live per voi? Cosa provate sul palco mentre vi esibite? É uno dei momenti più divertenti e impegnativi allo stesso tempo. Nonostante i tanti anni di carriera su palchi di mezza Europa proviamo sempre tantissima emozione sia prima che durante lo show. Questa è una sensazione che vorremmo non perdere mai. Qual è la tappa che ha emozionato di più gli Almamegretta e perché? Quella che si tenne presso la stazione marittima di Napoli nel lontano settembre del ’95 che chiudeva il Sanacore tour, dopo un’ottantina di date sempre gremite di pubblico. Fu un ritorno a casa veramente emozionante e sorprendente. Ci accolsero più di 30.000 persone che ballarono e cantarono con noi per tutta la durata del concerto. Perché la gente dovrebbe ascoltare gli Almamegretta? Parlatemi della vostra massima aspirazione. Perché con la nostra musica vogliamo far stare bene chi ci sta ascoltando e vogliamo evitare sempre di proporre cose scontate. Forse la nostra massima aspirazione è che qualcuno metta su un nostro disco mentre fa l’amore con la persona che ama. Grazie di cuore agli Almamegretta per la loro disponibilità!   Fonte immagine: Wikipedia.

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Edoardo Bennato e il riscatto di Babele, intervista

Il protagonista dell’intervista di oggi è Edoardo Bennato. Prima di arrivare a lui, c’è da dire che il titolo della tesi che raccoglie queste interviste è Il riscatto di Babele. Il perché di questo nome è presto spiegato: «Tutta la Terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’Oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro – Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero – Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la Terra. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse – Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro. Il Signore li disperse di là su tutta la Terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la Terra e di là il Signore li disperse su tutta la Terra.» (Gen. 11, 1-9) La storia della torre di Babele e della confusione delle lingue, raccontata nel testo della Genesi, può rappresentare uno strumento di lettura della nostra società. Ce lo dimostra Zumthor in Babele. Dell’incomputezza attraverso la lettura filologica, quella ermeneutica e politica del mito e recuperando dalla nostra collettività culturale un simbolo fragile e incompiuto e per ciò stesso vivo e aperto. L’autore ci fornisce un’interpretazione delle vicende umane, segnate sia dalla volontà di dominio e dallo scontro, che dalla volontà di apertura verso l’altro e di comprensione della diversità. La torre di Babele è l’ emblema della confusione, del caos e dell’incomunicabilità. Fa pensare alla stasi, alla mancanza di azione, all’incomunicabilità e alla paradossalità dei dialoghi che rappresentano l’essenza del teatro dell’assurdo di Beckett. La pluralità dei linguaggi, descrivendo una polisemia dell’essere, proibisce di chiudere il sapere in una gerarchia totalitaria, da ciò la necessità di recuperare atteggiamenti mentali improntati al rispetto e al confronto. «Un potente istinto spinge la parola umana a tentare il recupero della sua rettitudine e della sua autenticità originarie: lo fa con la profezia, con ogni poesia (se si comprende sotto questo termine l’essenziale delle nostre letterature) o, in maniera forse netta in quanto più corporea, con il canto» scrive Zumthor. Marcel Proust ci suggerisce che la musica è forse l’unico esempio di quello che avrebbe potuto essere -se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime. Ebbene, la musica dà un’anima all’universo perché è la lingua di cui serbiamo solo l’armonia. Molta parte della letteratura nasce come supporto a melodie e, viceversa, molte melodie sono state composte […]

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Culturalmente

Musica e letteratura, intervista a Carmine Donnola

Quello tra musica e letteratura è un connubio antico, una connessione vecchia quanto il mondo, perciò ho avvertito la necessità di analizzare il loro rapporto tramite studi specifici, al fine di approcciare in maniera efficacia alla conoscenza del rapporto tra le due arti (per una Tesi di Laurea Magistrale in Letterature Comparate – aa. 2017/2018 – con relatore Francesco De Cristofaro, docente della Federico II di Napoli). Ci si è soffermati sulla musica che entra nell’ambito letterario e sulla poesia che si trova, anche se non allo stato puro, nelle canzoni di cantautori, motivo per cui è stata analizzata la storia del cantautorato italiano dagli albori fino agli anni Novanta. Si è approdati alla conclusione che la musica è un linguaggio universale, comprensibile a tutti, e ciò che le parole non possono spiegare può essere riprodotto con la musica. Affrontando la questione del concept-album, si parla del momento in cui la musica si fonde in modo inscindibile con poesia, letteratura e arti visive. The dark side of the moon dei Pink Floyd e Non al denaro non all’amore nè al cielo di De Andrè sono stati i casi di studio presi in considerazione che hanno permesso di visualizzare come la musica si rende balsamo per le parole e si fa occasione per analizzare se stessi e gli altri, occasione di comprensione e libertà. Musica e letteratura, le interviste Ho svolto una serie di interviste a vari musicisti contemporanei e al poeta lucano Carmine Donnola (che mi fece conoscere Eugenio Bennato, a lui molto legato). Si tratta di interviste che voglio tirare fuori dal cassetto perché ci mostrano un aspetto molto importante, a mio parere: se si scelgono le parole giuste, le note giuste, la vita diventa un Tetris. Tutto s’incastra meglio e più volentieri si regge il peso di tutto il resto. Intervista a Carmine Donnola, aa. 2017/2018 Poeta di Grassano di Lucania, si definisce un salvato di strada. La sua è la storia di un animo dotato di profonda sensibilità che si era perso nell’alcool e che ora urla la sua voglia di vivere e la rabbia degli ultimi, perché attraverso la voce della poesia ha trovato il suo riscatto. Una voce che Donnola aveva cercato di soffocare un tempo, scrivendo versi sui tovaglioli dei bar, pezzi di carta che poi gettava via, fino a quando un amico ne ingoiò uno per custodirlo dentro di sé. «Me lo mangiai, e lui rimase così scioccato che cominciò, da allora, a scrivere le sue poesie su quaderni…» Questa la testimonianza di Pasquale Di Nisi, suo amico. Cosa l’ha spinto a interessarsi alla poesia? Il desiderio di dare a me e agli altri le emozioni che a causa dell’alcool si erano ibernate. Dopo la disintossicazione ho scelto la poesia come mezzo di comunicazione, come mezzo di liberazione dei miei anni di prigionia da un nemico che mi sembrava amico. L’ho scelta per liberare quelle urla per troppo tempo chiuse, tappate dentro il fondo di una bottiglia. Urla che lancio dai palchi quando […]

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Musica

Eugenio Bennato, la musica e la letteratura: intervista

Ed è a lui che volevamo e dovevamo arrivare: Eugenio Bennato! Protagonista italiano indiscusso di quel tipo di musica che nasce spontaneamente nelle classi non dominanti di una nazione, la musica popolare o folkloristica. Eugenio Bennato, intervista (2017/2018) Nel 1969 il cantautore napoletano Eugenio Bennato, insieme a Giovanni Mauriello, fonda la Nuova Compagnia di Canto Popolare, dando il via alla ricerca della musica etnica in Italia. Ai due si affiancano altri giovani musicisti provenienti dalla “Scuola Napoletana”, interessati come loro alla rinascita della musica popolare. Eugenio Bennato imbocca la strada per tournée di successo in Italia e all’estero. Cosa l’ha spinta a interessarsi alla musica? Da bambino era quasi un obbligo. Mia madre ci assegnò un maestro di musica per impiegare il tempo libero. Poi, penso che sia Napoli ad avermi indotto una passione per i suoni diretti, reali della chitarra classica, degli strumenti a plettro, della musica che trasuda dalle mura di questa città. Ma soprattutto – a un certo punto – mi sono accorto di avere qualcosa da dire in musica e ci ho fatto caso seguendo un filo che si ricollega alla mia formazione di liceo classico ma anche alla mia frequentazione dell’università, dove ho studiato fisica. La musica è quest’equilibrio tra il sentimento e la ragione. Cosa vuole comunicare attraverso la musica? Non c’è l’intenzione di comunicare ma la necessità di esprimere qualcosa. Poi ti ritrovi dei temi. Io sicuramente dei temi precisi ce li ho, sono innanzitutto il Sud e la scoperta di qualcosa che non era venuto a galla prima. Mi viene in mente il primo lavoro che feci da compositore, che riguarda la regione Basilicata. Era ambientato lì e si trattava de L’eredità della priora di Carlo Vaganello, sceneggiato televisivo di Rai Uno. Veniva fuori la lotta dei briganti della Basilicata e il mistero di questa regione, le sue streghe, le sue fattucchiere, i suoi riti magici ma soprattutto la voglia di riscatto. Quindi, i temi che comunico nella musica sono innanzitutto il Sud e poi un Sud sempre più a Sud, a cominciare dalla risonanza della musica araba della costa dal Marocco all’Egitto, per finire nel Sud dell’Africa nera. Questi sono presenti nella mia musica, non solo attraverso i temi ma anche attraverso le sonorità. Sono stato il primo a inserire le voci di altri Sud nella musica. Perché le sta a cuore il tema del Sud? All’inizio è un fatto puramente estetico. La musica non può prescindere per me dalla ricerca della bellezza. Perciò, sin da ragazzino trovavo che le sonorità di questo Sud sommerso fossero più affascinanti di quelle del Nord-Ovest vincente. Inoltre nel Sud c’è questa verità maggiore, dovuta al fatto che si parla di un universo, di una parte di mondo che è sempre stata sottomessa e repressa. Quanto conta per un musicista avere un’identità ben definita? Penso che sia una cosa fondamentale. Questo in tutte le manifestazioni della vita ma, soprattutto, in tutte le manifestazioni dell’arte. L’arte è qualcosa che rappresenta il nuovo. I grandi artisti – mi […]

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Culturalmente

Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Luciano D’Auria

Proseguiamo con un’altra intervista che ho realizzato nel 2015 rivolta a un altro cittadino lucano di Tito (PZ) in merito al sisma dell’Ottanta che colpì Irpinia e Basilicata. Oggi diamo la parola a Luciano D’Auria. Se ogni parola spesa sul terremoto del 23 novembre potesse trasformarsi in un mattone, forse la ricostruzione sarebbe già completata. Purtroppo è più facile parlare o scrivere che posare mattoni, diceva Vittorio Sabia (giornalista di Potenza). Nella situazione di emergenza creatisi immediatamente dopo il sisma, i problemi più urgenti furono relativi ai soccorsi e alle prime iniziative per affrontare l’evento. In un primo momento, essi furono soprattutto di carattere organizzativo. Centinaia di migliaia di italiani accolsero l’appello del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che invitò la gente a mobilitarsi per soccorrere le popolazioni più colpite. Moltissimi si misero in viaggio per portare beni di prima necessità: tende, roulotte, ambulanze, materiale medico, ecc. ; a questi volontari si aggiunsero coloro che nelle proprie città organizzarono raccolte di aiuti, fondi e coperte. La loro opera fu così proficua che si posero le basi di un’istituzione che agisse in casi di emergenza. Infatti, come primo effetto delle polemiche scoppiate subito dopo il sisma per i mancati interventi preventivi, ci fu l’adozione – dopo dieci anni – del regolamento attuativo della legge del 1970 istitutiva di un sistema di Protezione Civile Nazionale. Ci si sensibilizzò, quindi, intorno alla necessità di una cultura diffusa in questo campo proprio in seguito all’esperienza dell’Irpinia. Si cominciò a integrare il lavoro dei volontari nel sistema istituzionale dei soccorsi, favorendo in tutto il paese la crescita di una cultura della responsabilità civica e della prevenzione. Il sisma dell’Ottanta a Tito Intervista a Luciano D’Auria (72 anni – pensionato); a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati.) Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? Ero a tavola con la mia famiglia quando sentimmo tremare all’improvviso. Il terremoto ci colse impreparati, non sapevamo come comportarci. Prendemmo immediatamente qualche vestito e uscimmo spaventati. La notte dormimmo in quattordici persone circa in un casolare di campagna, dove restammo per più di qualche giorno. Ponendo la suddetta data come spartiacque tra il “prima” e il “dopo”, secondo lei cosa è cambiato a Tito? Dopo il terremoto diventammo comm’ sc’bandati e fu così per più di qualche tempo. La maggior parte delle abitazioni fu distrutta e la gente soffrì molto per questo. Il Comune offrì contributi alla popolazione che aveva subito danni e io in prima persona ho usufruito di un po’ di soldi, con i quali mi sono potuto costruire una casa in campagna. Ero un muratore, quindi a me non andò poi così male, nonostante tutto. Nel mio campo c’è stato molto lavoro in più dopo l’Ottanta, infatti a quel tempo ebbi vari lavori da eseguire. Prima del terremoto le case erano costruite solo con terra e pietre, non c’era cemento, in seguito invece i materiali utilizzati furono sabbia, blocchetti antisismici, ferri nei […]

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Culturalmente

Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Pasquale Giosa

Torniamo a parlare di quel terribile sisma che colpì Irpinia e Basilicata quarant’anni fa, il 23 novembre del 1980, e in particolare della fase di ricostruzione; oggi daremo la parola a Pasquale Giosa, cittadino lucano del comune di Tito (PZ). Generalmente, per quanto riguarda la fase preliminare della ricostruzione, si previdero 14.000 alloggi provvisori e l’utilizzazione di containers. Col decreto legge n. 75 del 1981, poi convertito nella legge n. 219 del 1981, vennero stanziati 550 miliardi di lire per l’acquisto e la realizzazione delle dimore. L’edilizia industrializzata avrebbe dovuto far parte della fase di ricostruzione vera e propria e non si prevedevano problemi di urbanizzazione pesante. Questi erano i programmi iniziali, ma poi si fece ricorso alla prefabbricazione pesante, con conseguente aggravamento della spesa rispetto all’edilizia tradizionale e difficoltà per gli abitanti per i difetti strutturali. I protagonisti della ricostruzione furono – ai sensi della legge n. 219 del 1981 – i comuni, che avrebbero dovuto essere indirizzati, coordinati e controllati dalle regioni, oltre che dal governo centrale. All’edilizia abitativa furono destinati quasi 14000 miliardi e numerosi proprietari di alloggi avanzarono richieste di contributo senza che il sisma avesse causato loro alcun danno effettivo, mentre i tecnici progettisti spesso rilasciarono perizie giurate attestanti il falso e fecero incetta di lavori non eseguibili nei tempi preventivati. A molte imprese di costruzione furono addebitate l’utilizzazione di ditte appaltatrici e di fornitori fuori dalle corrette regole del mercato e violazioni delle norme a tutela dei lavoratori. Per quanto riguarda il collaudo delle opere ci fu un’insufficiente opera di controllo e scarsa qualificazione professionale da parte di tecnici. Oltre proprio ai tecnici, ai progettisti e alle imprese di costruzione, trassero vantaggio dall’andamento dell’opera di ricostruzione anche i proprietari d’immobili e gli istituti di credito. Alcune filiali di banche nazionali e locali furono favorite dalla legge n. 219 del 1981 e da due leggi successive (n. 187 e n. 898 del 1982) che consentivano ai cittadini di avvalersi di banche di fiducia per la gestione dei contributi, prevedendo il ricorso ad anticipazioni. Le banche trassero un beneficio dai ritardi della ricostruzione e utilizzarono le risorse ottenute estendendo il proprio ambito di attività con l’acquisizione, ad esempio, di partecipazioni nelle stesse imprese impegnate nella ricostruzione. La responsabilità di questi fenomeni ed eventi è ravvisata nello stesso governo e nelle regioni. Il sisma dell’Ottanta, il caso di Tito Intervista a Pasquale Giosa; (82 anni – pensionato) a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati) Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? Erano le 19.34 e mi trovavo a casa mia con mia moglie e mia figlia. Tremò e noi provammo tanta paura. Ci riparammo sotto l’arco della porta, mia figlia voleva scappare, ma io non glielo permisi perché le pietre cadevano come la pioggia. Non sapevo dove fossero gli altri miei due figli in quel momento e questo mi preoccupava maggiormente. Abbiamo vissuto la nottata all’aperto. Ricordo che dopo qualche settimana […]

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Napoli e Dintorni

Napoli, Horror Tour in centro con la De Rebus Neapolis

La sera del 5 luglio, l’associazione De Rebus Neapolis ha condotto Eroica Fenice nel centro storico di Napoli promuovendo l’Horror Tour: il meglio dell’horror in un giorno, praticamente quattro tour in uno. Si è trattato di un suggestivo itinerario alla scoperta del lato più oscuro di Napoli, in cui si sono scrutate le tenebre attraverso una serie di racconti raccapriccianti – a cavallo tra storia e leggenda – di un esperto di occulto. Abbiamo visitato dieci luoghi reali e misterici, dall’indiscusso fascino: il Demone e la guglia, lo Spettro della Basilica, il palazzo delle teste tagliate, il quadro del fantasma e il Principe Nero, i templi dei Demoni, la chiesa dell’oltretomba, o’ Munaciello anima dannata, il Male in persona, le streghe e il Saba, la statua alchemica. Horror Tour a Napoli, città di luci ed ombre «Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro.» Chiunque ami Napoli può ritrovarsi nella citazione della Morante, perché chiunque ami questa città si sente esattamente come Lei, divisa tra luci ed ombre. Non è un caso: all’incrocio di Via Nilo e Spaccanapoli, nell’area dove sorge la statua di epoca greco-romana del Dio Nilo (conosciuta anche come il Corpo di Napoli), gli alessandrini edificarono un tempio dedicato al culto di Iside, dea egizia, simbolo femminile per eccellenza, principio lunare, signora dei vivi e dei morti. Neapolis divenne da allora depositaria di dottrine segrete, evolvendosi nell’unico luogo in Europa dove tali misteri sono stati diffusi e custoditi fino ai giorni nostri. Una schiera di figure magiche, misteriose, presenze oscure o benevoli popolano Partenope, dove ci si può imbattere nella figura dello spiritello irrequieto e beffardo che fa sparire gli oggetti, disturba il sonno del malcapitato e talvolta aiuta il bisognoso, O’ Munaciello, ma anche in quella del fantasma della bella ‘Mbriana, che protegge la casa e i suoi abitanti dalle paure e dalla precarietà dell’esistenza. In una nota canzone, Pino Daniele dice di averla vista “dint’ ‘o scuro e chi me vede”. I luoghi considerati esoterici a Napoli sono tanti tra palazzi, chiese e piazze, dove si confondono religione e superstizione, riti pagani e tradizioni alchemiche. Non solo. Napoli ha un volto maledetto e oscuro che prende […]

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Napoli e Dintorni

Street Art Tour nel centro storico napoletano

La Street Art a Napoli ha il sapore del riscatto, della speranza, della passione, dell’umorismo e della denuncia sociale. Il centro storico napoletano è pieno zeppo di graffiti, murales, stencil e poster e questo non è un caso. Napoli è sempre stata una calamita per artisti di ogni genere e di qualunque provenienza. Banksy, ad esempio, è uno dei più famosi artisti di strada al mondo e, al suo passaggio, non ha potuto fare a meno di lasciare un segno in questa città. È in piazza Gerolomini che abbiamo la sua unica opera certa in Italia, la “Madonna con la pistola”, opera che abbraccia sacro e profano, fede mistica e delinquenza inarrestabile. Venerdì 26 giugno, Eroica Fenice è stata accompagnata dalla guida Erika Chiappinelli alla scoperta di alcune opere di Street Art del centro storico napoletano, tra cui proprio la Madonna di Banksy, il murales di“San Gennaro” di Jorit a Forcella, “Mission Impossible” di Roxy In The Box, “Pino Daniele” di Tvboy, le opere d’arte sommerse dall’acqua di Blub, gli stencil di Trallallà (padre dell’iconica ciaciona napoletana) e la serie “Ogni donna è una Madonna”. Siamo partiti da Piazza Bellini per imbatterci in una delle vie più lunghe del centro storico di Napoli, che divide quasi in due la città antica, Spaccanapoli. Una sorta di linea immaginaria che ha inizio ai Quartieri Spagnoli e s’interseca con Via Benedetto Croce, tagliando a metà Piazza del Gesù Nuovo, fino ad arrivare nel nucleo di Napoli, Via Nilo. Prosegue, poi, su San Biagio dei Librai fino al quartiere popolare di Forcella. Abbiamo percorso venti secoli di storia circa in un crocevia di culture e stili, nel centro più colorato, più chiassoso e più grande d’Europa. Street art in centro, tra mille culure e suggestioni Ma voi ce l’avete presente un centro storico? Un centro storico è un luogo preciso con dei confini netti, in una città normale. A Napoli invece è un dedalo di vicoli che ti portano in Magna Grecia, nell’epoca romana, bizantina, normanna, sveva, angioina, aragonese e borbonica. Questi “vicarielli” partenopei hanno addosso il profumo di una sfrenata ricerca della libertà, di un categorico rifiuto delle convenzioni sociali e di una passione per la vita fuori dal comune. Percorrerli significa gettarsi a capofitto in una specie di avventura nomade che permette di sperimentare esperienze diverse e scoprire modi totalmente nuovi per approcciarsi alla vita, a ogni passo. Agli amici di vecchia data, si aggiungono inevitabilmente nuove conoscenze lungo le viuzze napoletane, ed è possibile innamorarsi settanta volte nel giro di un’ora e mezza. Provare per credere. Pare di fuggire da una città all’altra, mentre la strada assume la funzione di vera e propria maestra di vita. Non una strada qualsiasi! Una strada impreziosita di pareti colorate che parlano, che raccontano le contraddizioni e le complessità di un popolo, della nostra società, ma che rivelano anche l’animo passionale e folkloristico della città. Chi passeggia in quella che è l’essenza di Napoli sembra essere sempre alla ricerca di qualcosa, quel qualcosa che è […]

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Napoli e Dintorni

Monte Faito, l’evasione dalla monotonia cittadina

Domenica 7 giugno, il Progetto escursionistico VICO EQUENSE OUTDOOR ha accompagnato Eroica Fenice sul Monte Faito, il polmone verde emblema della catena montuosa dei Monti Lattari, il cui territorio si divide tra i comuni di Castellammare di Stabia e quello di Vico Equense. Alta 1.131 metri, la montagna è molto vicina al mare e offre diversi punti panoramici incredibilmente suggestivi. È composta prevalentemente da calcare e deve il suo nome alle foreste di faggi che la ricoprono: “Faito” è la denominazione popolare che deriva da “faggeta”; in antichità, invece, prese il nome di “Monte Tauro”. La sua ricchezza di boschi ha sempre fornito una notevole quantità di legna e sulle sue pendici sono presenti alcuni esemplari di faggi più longevi d’Italia, il cui diametro a volte supera i sei metri. Questi alberi, nati circa quattrocento anni fa, nel periodo invernale, fungevano da fosse, nelle quali veniva raccolta la neve con cui si ottenevano grossi blocchi di ghiaccio utili per la conservazione del cibo o da vendere nel periodo estivo. Monte Faito, fuga in una dimensione aliena Napoli. Domenica mattina. La sveglia è spietata, la meta lontana, le ore di sonno troppo poche. Il programma della giornata prevede un’escursione che attraverserà il cuore del Monte Faito, tra la splendida faggeta e alcuni punti panoramici con vista sulla penisola sorrentina, il golfo di Napoli e il Vesuvio. Così, a un orario improponibile, un insistente bip elettronico mi strappa al materasso. Sebbene il corpo sia fuori uso e la testa non pervenuta, riesco a trascinarmi in Circumvesuviana. Dopo una scrollata sulla home di Facebook e una prima manciata della giornata di selfie di animalisti, vegani, carnivori, i vari wow, sei forte, sei figo, che genio, scelgo di spiaccicare il volto sul finestrino, dove posso veder sfrecciare mare e monti, mentre mi bacia il sole. Sguinzaglio il mio cuore, che si sperde tra gli agrumeti, le viti e gli olivi e fragranze agrodolci di frutti e di fiori coprono improvvisamente il lezzo del treno. Scendo a Vico Equense, che m’incanta come il canto di una sirena con i suoi affacci a strapiombo sul mare e per un attimo credo di volerci restare e mandare all’aria i piani. Per un attimo, eh. L’idea del trekking in montagna è comunque troppo allettante e dopo un passaggio in autobus e uno strappo in auto, raggiungo finalmente il Faito. Zainetto in spalla, un paio di scarpe comode e una cima da conquistare ed ecco che il caotico mondo cittadino, l’ultimo modello di smartphone e l’aperitivo mattutino sono ormai un lontano ricordo di un’altra dimensione. Un passo dopo l’altro, seguo i profumi di bosco e mi lascio tirare per orecchie dalla natura, che m’impone di scrutarla e di non perdermi niente della sua potente energia ispiratrice. Arrivata al Belvedere, mi appare chiaro il motivo per cui il gigante dei monti Lattari è una delle mete più ambite da campani e turisti di ogni dove: mi ritrovo su uno strapiombo che dà sulla collina di Pozzano e che apre le […]

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Napoli e Dintorni

Napoli, ripartono le visite guidate di Heart of the city

È il 6 giugno, sabato pomeriggio: ripartono i tour organizzati da Heart of the city a Napoli, per godere insieme del patrimonio culturale e naturalistico del posto. Appuntamento in Piazza Plebiscito, ore 16.45. Il sorriso dei partecipanti è coperto dalla mascherina anti-covid, ma l’emozione è tangibile negli occhi. La sera in cui è calato il buio per le strade delle nostre città è ormai un brutto ricordo o forse no. Tutto ciò che sappiamo è che abbiamo finalmente varcato la soglia della porta di casa per uscire in un mondo in cui, purtroppo, non ci sentiamo più al sicuro e questo ci rende confusi e felici (per dirla alla Consoli!). Siamo usciti dalla nostra bolla e ora proviamo, con non poca fatica, a condurre una vita semi-normale. Napoli, malocchio del mondo Solo tre mesi fa la tv ha annunciato una specie di tuono, cospargendo l’odore di un gran temporale tra le mura domestiche di ognuno di noi. Edizione straordinaria. “Parla il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte”. “Emergenza Coronavirus”: “Dichiarato lo stato di pandemia”. Pandemia. Una parolina che ha risucchiato in fretta e furia la quotidianità di ognuno di noi, dalle cose più grandi a quelle più piccole, rubandosi un caffè al bar, una stretta di mano, un abbraccio. Un assassino invisibile ha assunto il volto di un amico, di un passante e di una qualsiasi persona, recludendoci in casa, agli arresti domiciliari. Oggi siamo in piazza Plebiscito, pronti a percorrere stradine insolite, per scoprire vicoli, scalinate e vie dimenticate insieme alle loro storie. Distanziati di almeno un metro e con le bocche e i nasi coperti, ci piazziamo al centro della piazza intorno alla nostra guida, come quei bambini che formano un cerchio e si apprestano a girare in tondo, per cantare una filastrocca. Con la differenza che noi non ci teniamo per mano e, al posto di una filastrocca, abbiamo tutti in mente una personalissima preghiera volta a scacciare il virus da questa città, che è il malocchio del mondo. Le due statue equestri di Carlo III di Borbone (iniziatore della dinastia borbonica) e di suo figlio Ferdinando I – realizzate dal Canova e dal suo allievo Antonio Calì – sembrano salutarci e darci il “bentornati” in strada. All’estremità della piazza più importante di Napoli, la scultura di Carlo V d’Asburgo pare prendere davvero vita per chiedere (come vuole la leggenda) chi abbia fatto la pipì lì davanti e posso giurare di aver visto Carlo III risorgere per rispondere di non saperne nulla, mentre Gioacchino Murat confessa di essere lui il colpevole. Sento con le mie orecchie Vittorio Emanuele II minacciarlo di tagliargli il membro, proprio come sono soliti raccontare i napoletani a un turista che si trova per la prima volta in città. Napoli ci sembra risuscitare e, insieme a lei, si ridestano anche i nostri cuori. Superata piazza del Plebiscito, arriviamo davanti alla Chiesa di Santa Lucia a mare, fondata secondo la tradizione da una nipote di Costantino e detta così perché costruita sulla riva del mare. […]

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