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Eroica Fenice

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Salvatore D’Auria: Tito e il sisma dell’Ottanta | Intervista

Oggi diamo la parola a un altro cittadino di Tito (PZ), Salvatore D’Auria, che ci racconterà la sua storia e ci parlerà di quel “mostro ballerino” che nel 1980 s’insinuò nella vita di lucani ed irpini, seminando morte e distruzione. Si dice che la capitale del terremoto dell’Ottanta sia stata Lioni: i suoi artigiani videro cancellarsi in un minuto le loro piccole aziende e il lavoro di una vita. Appena dopo il sisma si contavano famiglie intere distrutte, decine di pazienti giovani e anziani travolti dalle macerie dell’ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi e settantadue fedeli sepolti mentre pregavano nella chiesa di Balvano, che crollò interamente. Balvano, in Basilicata, divenne un comune senza passato e senza futuro, perché morirono la maggior parte degli anziani e dei bambini; si mutò in un paese morto, al di là della nebbia, strangolato tra terra e monti. Altre protagoniste della catastrofe furono le rovine di Muro Lucano, Castelgrande, Teora, Baronissi, Castelnuovo, Pescopagano, Torella, Guardia dei Lombardi, San Mango sul Calore, Caposele, Calabritto. I morti restarono per giorni sotto le pietre e il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, dopo una visita alle aree colpite, sferzò i responsabili con dure parole di denuncia: «Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a spettacoli che mai dimenticherò. Perché a distanza di quarantotto ore non si è fatta sentire la presenza dello Stato? Vi sono state mancanze gravi, non vi è dubbio. Tutti debbono mobilitarsi per andare in aiuto di questi fratelli!» E alla gente in lacrime promise: «Non vi abbandoneremo.» Al fianco delle popolazioni colpite scesero in campo il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, i giornali con i propri inviati e i fotoreporter. Come era successo per altre tragedie nazionali e internazionali, la stampa aprì una sottoscrizione e si diede luogo a una gara di solidarietà senza precedenti. Quelli che stiamo ritraendo furono giorni lunghissimi e colmi di disperazione, come ci raccontano i sopravvissuti nelle loro interviste, e non possiamo far altro che riconsegnarli alla storia fedelmente, acquerellati qua e là (ahimè!) con i colori lividi del dolore e della rabbia. Oggi diamo la parola a Salvatore D’Auria. Il sisma dell’Ottanta, il caso di Tito Intervista a Salvatore D’Auria (47 anni, operanio); a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati). Cosa serba la memoria di Salvatore D’Auria del drammatico 23 novembre 1980? Ero a casa di mio nonno Michele e ci trattenevamo in famiglia, come ogni domenica. Guardavamo la tv quando, improvvisamente, sentimmo tremare. Zia Antonietta fu la prima ad accorgersene e iniziò ad urlare, poi uscì fuori e tutti la seguimmo. Le pietre che cascavano dall’alto resero difficile la fuga e fortunatamente nessuno fu colpito. I pali della luce ondeggiavano, la polvere ci faceva respirare a malapena, le case di tutto il vicinato si frantumarono, mia sorella urlava, e io ridevo. Quando la scossa giunse al termine decidemmo di recarci lontano dalle abitazioni, al riparo dal pericolo, ma […]

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Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Rocco Pagano

A parlarci del terremoto dell’Ottanta che colpì Irpinia e Basilicata oggi sarà Rocco Pagano, cittadino lucano di Tito (PZ). Il vasto territorio più duramente colpito dal sisma dell’Ottanta fu suddiviso in cinque unità: 1) l’alta valle dell’Ofanto con l’estremo lembo dell’alta Irpinia, 2) la zona montana e pedemontana del Terminio, 3) l’alta valle del Calore, 4) l’alta e media valle del Sele e della connessa media valle del Tanagro, 5) la Montagna di Potenza. L’onda sismica si diffuse nel territorio in modo capriccioso, a pelle di leopardo. Così, accanto ad aree duramente colpite, ce ne furono altre quasi intatte e i danni si distribuirono molto diversamente sia nel territorio che all’interno dei singoli centri abitati. Qui i crolli più estesi e più gravi furono quelli verificatisi, da un lato, nei quartieri composti da piccole case costruite in un lontano passato e, dall’altro, a danno degli edifici a più piani mal costruiti di recente. Nei paesi distrutti, all’inverso, avevano resistito in qualche modo le costruzioni a un piano più recenti e costruite a cura propria dai possessori e residenti. Perciò, anche nei centri maggiormente danneggiati prevalsero le situazioni miste, in cui s’intrecciavano vecchio e nuovo, rovine e stabilità. I comuni colpiti furono divisi in tre gruppi: distrutti, gravemente danneggiati o lievemente danneggiati. I danni ai fabbricati rurali risultavano minori rispetto a quanto ci si sarebbe potuto aspettare. In merito allo stato del territorio dopo il terremoto, drammatiche distruzioni furono accompagnate da frane. Dell’apparato produttivo del territorio è stata colpita, innanzitutto, l’agricoltura. Fortunatamente il sisma colse le campagne in un periodo di relativo riposo, a semine dovunque già ultimate. I danni al capitale fondiario e al capitale di esercizio furono di cospicue dimensioni. Più grave, comunque, fu la situazione per le attività extra agricole, in quanto i rari stabilimenti industriali andarono distrutti con l’annientamento dei centri abitati e lo stesso si dica per le attività artigiane, che persero – spesso insieme alle botteghe – attrezzi e materiali. Tuttavia, il peso di queste attività era marginale. In riferimento alla situazione sociale conseguente al sisma si è tenuto conto dello stato dei superstiti senza-tetto; essa si collega alla massiccia e talvolta disuguale distribuzione degli aiuti. Il sisma dell’Ottanta, il caso di Tito Intervista a ROCCO PAGANO; (51 anni – operaio) a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati) Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? Nel 1980 avevo diciassette anni e frequentavo l’IPIAS a Potenza. Mi divertivo con gli amici e non avevo idea di cosa fosse il terremoto fino al 23 novembre. Quella sera passeggiavo con amici e amiche per il corso del paese, quando ci fu la scossa. Tutti correvano e correvo pure io, senza capire cosa stesse succedendo. Ricordo che per raggiungere casa percorsi la parte vecchia del paese; per terra c’erano solo calcinacci. A casa non trovai nessuno, erano tutti raggruppati in una piazzetta, sia i miei genitori che gli anziani del posto. Piangevano e […]

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Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Lina Fermo

L’intervista che segue ha come protagonista Lina Fermo, cittadina di Tito (PZ) – sito in Basilicata – con la quale si è discusso circa il sisma dell’Ottanta che segnò indelebilmente la gente colpita. In un clima come quello che i cittadini titesi si sono cimentati a descrivere finora, si fatica a percepire il futuro e ci si sente smarriti dinanzi al depennamento di tracce del passato. A Tito i più anziani morirono di crepacuore mesi e anni dopo il terremoto, avendo visto i sacrifici di una vita mutarsi in macerie. Accettare la prepotenza con cui un evento così violento s’impossessò della quotidianità e della normalità è stato certamente il passo più difficile da compiere per queste persone. Il terremoto del 23 novembre 1980 causò danni rilevanti a Tito: le unità edilizie danneggiate più o meno gravemente furono 901 e le persone rimaste senzatetto furono 599 (12,5%) su un totale di 4834 abitanti. Numerose abitazioni del centro storico furono danneggiate, con crolli parziali e danni gravissimi nella zona centro-occidentale compresa tra Via Federici e Via San Nicola, mentre crolli parziali si verificarono nella zona nord-orientale delimitata tra Via Vittorio Emanuele e Via Municipio. Grave danneggiamento si ebbe nei pressi di Largo Castello, così come nella zona più settentrionale del paese, rione Notargallotto. Per quanto attiene l’edilizia religiosa, ancora una volta nella storia la Chiesa Madre di San Laviero subì danni ingenti con il crollo totale delle coperture e delle parti terminali delle murature perimetrali, oltre alla caduta della parte sommitale del campanile e a gravi lesioni alle sue strutture verticali. La Chiesa delle Grazie, o di Sant’Antonio, con l’annesso Convento riportò un grave stato di fessurazione con lesioni nell’ultima campata della volta a crociera della chiesa, oltre che lesioni leggere e diffuse a volte, archi e architravi. Seriamente danneggiata fu anche la Chiesa della Congrega del Carmine, dove si ebbe il crollo della copertura e della volta sottostante insieme a parte delle strutture verticali, tanto da causarne la successiva demolizione. Analoga sorte subì la Chiesa di San Vito, completamente rasa al suolo e in seguito ricostruita nello stesso luogo. Più di qualcuno ricorda che si trattò di una tiepida serata, quella del 23 novembre dell’Ottanta. Non tutti avevano già provato la sensazione di sentire la terra muoversi sotto i piedi. La gente racconta di un forte boato, accompagnato da un grande movimento prima sussultorio e poi ondulatorio. Le persone erano come impazzite per la paura, si faceva fatica a realizzare cosa stesse succedendo. Per il timore degli sciacalli c’era chi rientrava a casa a recuperare qualcosa d’importante prima di fuggire al sicuro. Ciò che traspare chiaramente da tutte le interviste è un’intensa sensazione d’impotenza dinanzi a un evento così improvviso e annientante. L’angoscia iniziale per le ipotetiche morti accomunava un po’ tutti e quella situazione assurda appariva come irreale. Il sisma dell’Ottanta, il caso di Tito Intervista a LINA FERMO; (48 anni – casalinga) a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato […]

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Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Rocchina Giosa

Oggi sarà Rocchina Giosa, cittadina lucana di Tito (Pz), a portarci indietro nel tempo. Il 23 novembre fu una domenica di caldo insolito. In novanta secondi, due scosse diedero luogo a feriti, morti e disperazione. La prima, furibonda, si avvertì alle 19.36. I telegiornali della sera fecero in tempo a dare la notizia, ma nessuno aveva idea di quanto fosse grande la tragedia. Alle 20.00 si parlava di qualche decina di morti, appena un’ora dopo erano già centinaia. Le comunicazioni risultavano difficili o impossibili. Le scarse notizie erano affidate, in molti casi, alla sola voce dei radioamatori. Ciò che maggiormente colpì gli inviati di tutti i giornali e le televisioni d’Italia fu il fatto che ad essere danneggiata era una popolazione che aveva sempre scontato una condizione di arretratezza e di totale carenza dei più elementari servizi e infrastrutture. Si è trattato del terzo terremoto in ordine di gravità nel XX secolo in Europa: la scossa, di magnitudo 6,8 della scala Richter, ha avuto una forza che può definirsi pari all’energia di dieci, quindici bombe atomiche, come quelle sganciate nella seconda guerra mondiale su Hiroshima e Nagasaki. L’epicentro del sisma si trovava nelle profondità sottostanti al complesso montano del Cervialto (m. 1809) e, quindi, fu investito per primo e più violentemente il centro dell’Appennino campano e lucano. A Potenza, si legge sui giornali dell’epoca, le immagini furono quelle della Grande Peste. Le strade deserte, i negozi chiusi e l’esodo. A vernice rossa, sulle porte delle case, c’era scritto “Sì” oppure “No”. Per ogni “Sì” vi era una presunzione di abitabilità e per ogni “No” un decreto di chiusura. Le case rimasero quasi tutte vuote. Il livello di disordine e la mancanza di coordinamento arrivarono ad uno stadio inaudito. La gente si contese i primi rifugi di fortuna con aspre discussioni, mentre si guardava con invidia e rabbia una roulotte celeste parcheggiata nei pressi degli uffici provvisori del Comune, riservata al Sindaco, laddove ci sarebbe dovuto essere il cuore pulsante dei soccorsi in Basilicata. A peggiorare le cose arrivò il maltempo che, con una bufera di pioggia e vento, fece crollare molti edifici lesionati, trasformò le strade in torrenti e le tendopoli in pantani. Quando la bufera si placò, in quei giorni, si visse al freddo, nel fango, nelle tende o nelle automobili, battendo i denti, piangendo e stringendosi l’un l’altro per darsi calore. Potenza fu definita città fantasma. La maggior parte dei cittadini effettuò una vera e propria fuga verso i campi sportivi, le colline che fronteggiavano il centro antico, la seconda casa al mare o la campagna. La città si svuotò letteralmente. Per quanto concerne il caso titese, la vera tragedia del terremoto è rappresentata dalla perdita del focolare domestico perché, fortunatamente, non ci furono morti, ma senza casa l’uomo è indifeso, come una tartaruga che non ha più il suo guscio. La storia di Tito è un piccolo frammento di questa realtà e nessuno, meglio di chi l’ha vissuto in prima persona, può rendere il dolore e lo […]

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Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Carlucci Graziella

Siamo giunti alla terza intervista in merito al sisma dell’Ottanta che colpì Irpina e Basilicata, che ha come protagonista un nuovo cittadino lucano appartenente al Comune di Tito (PZ). Il suolo e il sottosuolo lucano sono fragili. Si tratta di una fragilità che condiziona anche la stessa esistenza dell’uomo. I terreni sono di formazione recente, spesso impermeabili, e sono caratterizzati da forti pendenze, soprattutto nelle zone interne. Da ciò derivano le frane, le inondazioni, lo scorrimento di vaste superfici, l’instabilità degli abitati. C’è da aggiungere che l’uomo, nell’ultimo secolo, ha distrutto foreste secolari, ha provocato l’estinzione di numerose specie di animali e ha denudato interi complessi montuosi, accentuando il processo di disgregazione del territorio. Il dramma del territorio lucano è provocato, quindi, dalla trascuratezza degli uomini, da leggi inique e dalla distrazione di governi. In linea generale si può affermare che man mano che si è sviluppata una scienza delle catastrofi naturali – la quale ha permesso agli uomini di andare oltre una spiegazione mitica delle cause – non si è sviluppata tanto la capacità di prevederle o di minimizzarne gli effetti, quanto piuttosto l’abilità di trarne vantaggi materiali, spesso a detrimento delle vittime stesse. Purtroppo, più si sono consolidate le strutture pubbliche e organizzative intese a portare i soccorsi e a facilitare le ricostruzioni, più tale abilità si è andata raffinando. Lo sciacallaggio istituzionale si è moltiplicato in Italia. Il terremoto in Campania e Basilicata è tristemente noto per la ricostruzione che ha fatto seguito in un paese dotato ormai, rispetto al passato, di ben altre possibilità e di ben altri fondi. In seguito all’incessante sforzo degli uomini nel tempo, volto a comprendere la natura e a dominarla, ciò che oggi è certo è che sono migliori i principi su cui si fonda la scienza delle costruzioni e vi sono i presupposti per fare attenzione ai terreni su cui si costruisce, agli spazi intercorrenti tra gli edifici e agli effetti dei sismi sulle costruzioni. Historia magistra vitae! Il sisma dell’Ottanta a Tito Intervista a CARLUCCI GRAZIELLA; (46 anni – casalinga); a.2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati.) Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? La sera del 23 novembre 1980 ricordo che avevo appena finito di cenare con la mia famiglia, quando sentii un fruscio e, immediatamente dopo, ebbi la sensazione di sprofondare e tutto intorno a me iniziò a muoversi e a ruotare. Non avevo percezione di cosa stesse succedendo. Mio nonno e mia madre gridarono che c’era il terremoto e lasciammo di corsa la casa. Una volta fuori notai che anche i vicini si erano riversati in strada. Chi gridava, chi piangeva, chi pregava, era un fuggi-fuggi generale. Noi più piccoli guardavamo gli adulti cercando rassicurazioni che non arrivavano perché a loro volta erano impauriti, spaventati e sperduti. Ci sentivamo tutti impotenti di fronte agli eventi. Erano saltate le linee telefoniche e non c’era elettricità. Sembrava tutto irreale. Iniziammo a organizzarci per […]

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Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Ostuni Michele

Come anticipato nel precedente articolo, seguiranno interviste che ho realizzato nel 2015 rivolte a cittadini lucani del comune di Tito (PZ) in merito al sisma dell’Ottanta che colpì l’Irpinia e la Basilicata. Diceva bene, Cesare Pavese. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti. Solenne come un monito, questo bellissimo stralcio del memorabile libro “La luna e i falò“ ci esorta a conoscere le nostre origini. È indagando su noi stessi che possiamo confrontarci con la pluralità d’identità di cui la società è costituita, al fine di accettarla, arricchirci e collaborare. Il Comune di cui si parlerà, Tito, era un paese. Dal 2011, città. Si tratta di un lembo lucano di settanta chilometri quadrati, a 650 metri sul livello del mare. Ha la forma di una sfinge che si erge in posizione d’attesa per incutere timore in difesa degli abitanti. Si distende ai piedi del Monte Carmine, nel mezzo dell’Appennino lucano, ed è lambito dalle acque boschive del torrente detto “delle Noci”, o più semplicemente “Noce”. Il parroco di Tito, don Nicola Laurenzana, in passato lo ha definito un luogo di pace, lontano dai rumori di una città caotica, dov’è possibile sentire il richiamo della natura. Sarebbe necessario risalire al principio della storia di questo luogo per avere un quadro chiaro della città attuale, ma non mi basterebbe un articolo. Mi limito a dire che gli stemmi di Tito sono due: il primo contiene un campo color giallo, due stelle di colore argento – simboli dei poteri ecclesiastico e civile – una grossa T con un punto aggiunto e un sole d’oro; il secondo – inserito nel Catalogo generale degli Stemmi dei Comuni d’Italia – presenta una T dorata affiancata da due stelle e sormontata da un sole dorato in un campo azzurro, sotto cui è stata aggiunta una frase latina, Post nebula Phoebus o Post nubila Phoebus, che richiama un’espressione riportata in un’Epistola di Plinio, Dopo la tempesta viene il sereno. La metafora sintetizza tutta la storia di Tito, nella sua origine tempestosa e nel sole della certezza per tempi migliori. Intervista a OSTUNI MICHELE (58 anni – meccanico); a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati). Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? Di quel drammatico giorno ricordo che erano le 19.37 e mi trovavo con gli amici in un locale di Tito Scalo, dove eravamo soliti trascorrere le serate in compagnia. Avevo appena ventitré anni. Mentre si ballava, si è sentito un forte boato e poco dopo mi sono sentito ondeggiare come se fossi su una barca. In quell’attimo ho avuto come l’impressione che, avendo bevuto un bicchiere di troppo, quell’ondeggiare fosse semplicemente una reazione; in realtà il pavimento tremava e la luce era andata via. Ho avuto paura che […]

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Il terremoto del 1980 in Basilicata: il caso di Tito

Il terremoto che provò duramente l’Irpinia e la Basilicata la sera del 23 novembre del 1980 è un ricordo ancora vivo. Lo si constata chiacchierando con la gente. I superstiti sono baluardi di testimonianze. Le testimonianze sono fondamenta della storia che è stata. La storia la scriviamo noi. Quella che mi accingo a raccontare è una storia politica e umana, complessa per i problemi affrontati, per l’urgenza di soluzioni e per l’enorme carico di responsabilità. Rendo pubblico un mio contributo (per una Tesi di Laurea in Storia Contemporanea – aa. 2014-2015 – con relatrice Renata De Lorenzo, docente della Federico II di Napoli) alla ricerca sulla ricostruzione del Comune di Tito terremotato nel 1980 – sito in Basilicata in provincia di Potenza. Questo perché un evento come il terremoto, fenomeno naturale ed evento sociale, va studiato prendendo in considerazione la varietà delle identità colpite, in quanto ognuna ha in serbo il suo dramma. Beni dispersi, rovine e vite spezzate sono solo le immagini emotive che evocano una descrizione limitata del fenomeno del sisma. L’analisi dei dati relativi a esso ci permette di conoscere la storia di un’identità territoriale circoscritta, d’inserirla in un rapporto dialettico con la storia generale e di dare spazio alle testimonianze dei sopravvissuti. Il terremoto e la ricostruzione a Tito La ricostruzione post-sisma ha inciso sull’assetto di Tito e sulla sua conformazione umana e sociale. In una zona sismica come la Basilicata, un approfondimento sul post terremoto dell’Ottanta non può che proporre risposte e soluzioni possibili in base all’analisi delle esperienze negative e positive del passato, per lasciare poco spazio a improvvisazioni in caso di un prevedibile sisma e a una scarsa prevenzione. Discutere di questo tema può evitare che tutto si risolva in un mero efficientismo senza strategia e con dubbi risultati. Sembra essere mancata una linea guida per la ricostruzione a Tito. Oltre ad aver subito una ricostruzione lenta, il Comune ha perso perlopiù il suo valore storico. È fallito anche il progetto di farne il perno dell’industrializzazione nel potentino, oltre che del suo più circoscritto territorio. I fondi non sono mancati per poter restituire dignità ai sopravvissuti, a Tito e in Basilicata ma, senza dar adito a sospetti, va denunciato l’uso strumentale da parte della stampa dei motivi del fallimento di varie iniziative. Non si può, dunque, inquinare ingiustamente l’immagine della ricostruzione e sviluppo nella regione lucana, in quanto nel post terremoto c’è stata un’evoluzione che ha portato sicuramente a una crescita economica e urbanistica. La ricostruzione di Tito, ad esempio, non ha sortito gli effetti sperati, non avendo tenuto conto di parametri ottimali nelle scelte dell’uso del territorio e della mobilità sociale, ma il Comune è migliorato notevolmente e si è operato a norma di legge. Inoltre si è maggiormente sensibili alla necessità di una cultura diffusa in merito alla responsabilità civica e della prevenzione. Oggi si è meno impreparati rispetto a un evento prevedibile quale è il terremoto e gli amministratori hanno una consapevolezza maggiore nel gestire una situazione d’emergenza. Il 23/11/1980 […]

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Voli Pindarici

Diario di una quarantena – Caro amore ti scrivo

Caro amore ti scrivo, per chi non ti scrive mai. Perchè in fondo capisco chi non lo fa. Perché trovarti significa accettare il rischio che tu un giorno possa voltare le spalle. Caro amore ti scrivo, perchè siamo fragili, perchè rischiamo di romperci e di andare in mille pezzi. Caro amore ti scrivo, lo faccio affinchè possa prestarti i miei occhi, le mie orecchie e farti vedere e sentire quello che forse ti è sfuggito. Non so se per distrazione o perchè sei stronzo, in fondo. Caro amore ti scrivo… Lo faccio perchè tu possa tornare indietro a qualche giorno fa, in questo preciso istante: è lʼultima volta che pranzo insieme a due persone che fanno lʼamore da più di mezzo secolo. Non parlo di amore fesso, amore scimmiottato, amore falso, come Giuda. Sto parlando dellʼammore ʼo vero, così lo chiamerebbero a Napoli. «Gʼrass lu monnu pʼtʼtruvaʼla testa ca e pers. Lu monnu!!» Detto ciò, nonno dà una pacca sulla spalla a nonna, riprende in mano la forchetta e si rimette a mangiare. Lei gli posa gli occhi addosso con unʼespressione di ostinata impassibilità, che un attimo dopo scoppia in un sorriso dolcissimo e poi in una risatina quasi demoniaca. Non so quale pasticcio lei avesse combinato poco prima, so però che lʼuomo che lʼaffianca ha sempre avuto il potere di farla ridere, a discapito di tutto. Lui vive per questo da quando un ciuccio che gli scappò di mano mentre caricava dei sacchi fu riportato alla base da nonna, parandosi davanti ai suoi occhi come una specie di allucinazione dalle tinte oniriche. Il fascino indiscreto della sua capigliatura egocentrica, spettinata, nera come la pece, lo folgorò. Mosso da non so quali fili invisibili, lui si mise immediatamente a scavare negli angoli più reconditi del suo cuore e ci piazzò dentro il seme del sentimento nascente per quella donna bellissima e a tratti luciferina, che avrebbe coltivato per tutta la sua vita. Col tempo, la memoria dellʼintrepida selvaggia iniziò a vacillare assieme alla sua bellezza, e oggi a stento ricorda lʼincontro col suo zito. Arrivò il momento in cui piegò la schiena, si mise a braccia conserte e inziò a battere i piedi a terra. Tornò ad essere una bambina. Divenne una “criatura” dal volto leonino e i capricci per chioma. Allora nonno si mise a fare con lei quello che si fa con le cose delicate e preziose, la amò più forte. Fece della loro casa un portagioie, armandola di rivestimenti morbidi per impedire che il suo gioiello si graffiasse, si scolorisse o perdesse di lucentezza. Cucì sulle pareti una fodera dʼamore vellutata e ogni volta che la vita si permise di agitare la loro scatola sacra, la bimba non subì mai alcun danno irreparabile. Caro amore, dopo il mio ultimo pranzo insieme a loro, hai lasciato camminare a piede libero un ictus nel nido di questi due amanti, spalancandogli le porte di casa e permettendogli di scalfire il tesoro di nonno. Lo hai fatto proprio ora che il […]

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Libri

Vivere la musica – Il libro di Francesco Motta

“Vivere la musica – Affrontare gli ostacoli, i cattivi maestri e le folli regole del gioco”, pubblicato da Il Saggiatore il 19 marzo 2020, è il frutto dell’urgenza, dell’impulso del cantautore e polistrumentista toscano Francesco Motta a voler parlare a tutti quelli che, come lui, hanno deciso di dedicare la loro vita alla musica, ma non sanno bene cosa fare. Perché la musica è empatia, e Motta ne ha da vendere. Il libro del cantautore si potrebbe definire un reportage di viaggio, un diario di appunti di vita che fungono da ispirazione a tutti coloro che sentono la musica come lui, quelli che pensano che la musica non sia (solo) riflettori, applausi, interviste, palazzetti pieni, ma molto, molto di più, intimamente. Vivere la musica, viaggiare con Francesco Motta in tempo di coronavirus Da più di una settimana ormai siamo in quarantena, come il resto del mondo. Ma chi ha avuto la fortuna di leggere già il libro di Motta di sicuro non ha mai smesso di vedere chilometri di asfalto sfrecciare sotto i propri piedi. Li avrà visti scorrere fino all’ultima pagina, dove l’orizzonte si è certamente colorato di rosso e il sole ha lasciato il posto a miriadi di stelle. Chiunque abbia intrecciato una storia d’amore con la musica, a lettura terminata, avrà automaticamente ripulito il magazzino della propria memoria a lungo termine, per fare spazio a nuove salvifiche parole che si porterà nella tomba. Tutti ad indossare un grembiule, scarpe comode e guanti in gomma gialla, lunghi fino all’avambraccio; aprire persiane e spalancare finestre per far entrare aria. Li si può sentire gettare cose rotte. Cose ingombranti. Senza alcuna ombra di dubbio e con un panno, avranno asciugato e lucidato tutto. Avranno preso una matita e disegnato un segno su una parete, poi avranno afferrato un trapano e una vite e praticato un foro al centro del segno per avvitarla, e magari avranno stampato proprio le pagine 105 e 106 di “Vivere la musica”. Le avranno incorniciate, e infine avranno appeso il quadro. Le parole affisse? Eccole. «La cosa che meno sopportavo a scuola erano proprio quelli che facevano di tutto per andare bene, quelli sempre sul pezzo, dritti sul trampolino, pronti a tuffarsi a candela nel grande stagno dei voti alti. Invidia? No, credo fosse un’affettuosa antipatia: non capivo a cosa servisse impegnarsi così tanto a studiare geografia o italiano, a risolvere equazioni senza senso e imparare a memoria i nomi di tutte le capitali, passare pomeriggi interi sui libri, in mezzo a centinaia di righe sottolineate e pagine di appunti, quando poi, nella vita «reale», molti di loro mi sembravano privi di qualsiasi altro tipo di passione. Per non parlare dei professori. La maggior parte di loro se ne stava lì in piedi a rovesciarci addosso date, nomi, nozioni, tutte cose che si perdevano nell’aria e di cui mi sfuggiva la necessità. Dentro di me viaggiavo chissà dove con la testa e mi domandavo: «Ma tutto questo, alla fine, a che cazzo serve?». A che cazzo […]

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Napoli e Dintorni

Maria Mazzotta a Napoli con Amoreamaro

Lo scorso giovedì 13 Febbraio 2020 in una location del centro storico, l’Auditorium Novecento, Maria Mazzotta – una cantante che ha dell’incredibile vocalmente parlando, con un passato nel “Canzoniere Grecanico Salentino” – ha presentato con il fisarmonicista Bruno Galeone il suo nuovo album “Amoreamaro” (Agualoca Records), in anteprima a Napoli, con la produzione di I Zimbra Culture. La musica popolare è il fil rouge della serata – musica di gente che si sporca le mani, che sta a contatto con la terra e con la realtà e conosce il peso delle cose – alla quale prendono parte gli ArsNova, il gruppo dall’anima gipsy che è facile incontrare girando per le piazze del centro storico partenopeo e che propone un repertorio musicale intriso di atmosfera meridionale, senza fronzoli o sovrastrutture. Una formazione che “rilegge la tradizione con occhi moderni” e che è stata superlativa nel condividere più di un’esibizione con la regina della world music europea, giovedì sera. Maria Mazzotta e la sua appassionata riflessione sull’amore amaro Un’intensa e appassionata riflessione, da un punto di vista femminile, sui vari volti dell’amore ha preso corpo sul palco dell’Auditorium. La voce ipnotica di Maria Mazzotta ci ha rivelato la complessità e il mistero di un sentimento dalle mille sfaccettature: grande, disperato, tenerissimo, malato, possessivo e abusato. In un mondo in cui siamo ammaestrati a interpretare svariati stereotipi, finiamo per essere ormai caricature di noi stessi persino sotto le lenzuola. Si cerca disperatamente di anestetizzare l’angoscia che infonde la luce malata del sole e siamo sempre un po’ più tossici in un mondo di tossici. Ogni giorno, perdiamo un po’della nostra umanità e abbiamo quasi dimenticato ormai quale sia la vera essenza dell’amore, quella che ti cambia la vita e che rende il nostro pianeta meno ostile e più colorato. Cerchiamo tutti l’amore, ma lo facciamo poco. Siamo bombardati da grida e insulti in tv, da haters sui social network e da aggressività e rabbia volti ad affermare le proprie idee. La gentilezza e i sentimenti nobili sono considerati “roba da sfigati”, che pare essere passata di moda. Ma probabilmente stiamo sbagliando tutto. Se solo costruissimo più ponti, potremmo essere tutti più felici. E questo è il messaggio che Maria Mazzotta, come un arciere dall’arco dorato, lancia sulla platea scoccando frecce d’amore. [Fonte immagine: v-news.it]

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Teatro

Come neve sopra il mare, Maldestro al Piccolo Bellini

Come neve sopra il mare, portato in scena il 14 gennaio al Piccolo Bellini, è un racconto musicale che abbraccia la sfera teatrale e parla di una vita violenta, quella di Antonio Prestieri, in arte Maldestro. È un viaggio caratterizzato da illusioni ed errori, da una lenta e faticosa risalita dal fondo, sfuggendo dall’abbaglio delle lampare che ingannano i pesci. Racconti personali e riguardanti gli amici storici costellano lo spettacolo-concerto, che dona al pubblico sorrisi amari, in perfetto equilibrio tra umorismo e drammaticità. La storia di Antonio è figlia adottiva della musica e del teatro, ma nasce lì dove la pioggia lava il sangue dalle mura. A Scampia. Sua madre e l’arte hanno tracciato ad Antonio la via da seguire per raggiungere la libertà, per salvarsi da un mondo che sembrerebbe non lasciare alcuna alternativa. Antonio non è da solo sul palco, ad accompagnarlo nei suoi racconti autobiografici ci sono la recitazione, la musica e il canto di Salvatore Esposito, Dario Sansone dei Foja, Sara Sgueglia e Luigi Pelosi. Un connubio di artisti teso alla bellezza e capace di creare il bello anche lì dove non c’è. Non c’è furbizia nell’architettura dello spettacolo di Antonio Prestieri, non c’è posto per le bugie o le cose dette a metà. Il nostro cantautore conferma il suo talento genuino e la sua arte sincera, senza fronzoli, orpelli o espedienti per aggirare carenze e punti deboli. Come neve sopra il mare: inseguire la bellezza per rendersi liberi Antonio Prestieri si spoglia dei suoi occhiali da sole e lascia a casa ogni maschera per cantare e recitare la sua storia. Ci fa sorridere con la stessa leggerezza dei fiocchi innevati che cascano giù come piume mentre veniamo condotti negli abissi dei suoi ricordi lividi, sedi di un ragazzino dalla spina dorsale forte, che si piega alle intemperie della vita, ma non si spezza. Il palco del Piccolo Bellini è un fondale marino dall’acqua torbida, gelida. Antonio inizia a parlare e una spruzzata di neve, di gioco e ironia annega nelle onde scure. In platea volgiamo gli occhi al cielo e godiamo della magia del momento, la magia della neve, che non dura mai per sempre – forse è per questo che l’aspettiamo con foga e la guardiamo con attenzione, prima di tornare alla nostra quotidianità – e si stampa un sorriso sul volto di ognuno di noi. Ma presto le nostre emozioni si sfracellano contro uno scoglio frastagliato, le risate si spezzano, i cavalloni ci travolgono e finiamo tutti in balia delle acque della vita di Antonio Prestieri, insieme alla neve già dissolta. Naufraghiamo in un mare di situazioni difficili e insostenibili, ci dimeniamo e urliamo insieme ad Antonio mentre il vento profumato di sale soffia con forza, finché ci aggrappiamo a un ciocco di legno trasportato dalla corrente che ci permette di restare a galla, di continuare a respirare, seppure con affanno. È il suo pianoforte a salvarci dal freddo glaciale penetrato fin dentro le ossa, così come ha sempre fatto con Antonio quando […]

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Napoli e Dintorni

Le scale del Petraio di Napoli: rotolando verso il mare

Domenica 12 gennaio, Heart of the city ci ha proposto una mattinata sorprendente in giro per le scale del Petraio di Napoli, che si arrampicano su un vero e proprio borgo nascosto, fatto di bassi, strette viuzze, archi, piazzette, piante, fiori, vigneti, agrumeti, eleganti palazzi in stile liberty, con le caratteristiche “edicole” – simbolo della devozione religiosa degli abitanti del posto – e caratterizzato da panorami mozzafiato, lontano dal caos della città, senza auto, il tutto avvolto da una calma struggente. La guida ci ha accompagnati poi a Casa Tolentino per visitare il monastero seicentesco di San Nicola da Tolentino, ai piedi della collina di San Martino, dove ci è stato concesso di rifocillarci con un aperitivo all’aria aperta, immersi nel verde. L’agenzia di promozione turistica del territorio campano Heart of the city è riuscita ancora una volta a raggiungere il suo scopo, che è quello di regalare ai presenti un’esperienza di viaggio fuori dal comune, “sensoriale”, di quelle che il mondo te lo fanno “sentire”, più che vedere. Ripercorreremo con voi il nostro viaggio insieme a Heart of the ciry. Vi consigliam scarpe comode. Le scale del Petraio: cinquecento gradini circa, un corrimano centrale e mille culure Napoli è una città perfetta se si vuole trascorrere la domenica mattina circondati di bellezza. Non a caso eravamo in tanti presenti all’appuntamento all’uscita della stazione Morghen, situata nell’omonima via e facilmente raggiungibile con la funicolare di Montesanto o con la linea L1 della metropolitana (fermata Vanvitelli). Tutti riuniti intorno a una bandierina gialla con un cuore rosso in mezzo (il logo di Heart of the city), tutti accomunati dalla passione per questa città che non vuole finire mai di stupirci e tutti vogliosi di godere della sua spudorata bellezza, abbiamo imboccato Via Annibale Caccavello e, girando a sinistra, ci siamo praticamente librati nell’universo e abbiamo raggiunto stazioni intergalattiche e varchi spazio temporali che ci hanno condotto in paradiso. Esageriamo? Vi assicuriamo di no. Le scale del Petraio un tempo univano la parte bassa della città(il mare) con la zona collinare. I gradini prendono il nome dalla natura pietrosa del territorio sul quale furono edificati per raccogliere l’acqua che da qui iniziava il suo percorso in discesa. Passo dopo passo, il Golfo di Napoli si lascia ammirare nelle spaccature tra una casa e l’altra, catturando col suo rumore l’attenzione di chi lo guarda, come farebbe il richiamo di un amante, uno di quelli dominatori, tirannici, che sguinzagliano brividi addestrati a percorrerti la schiena. Inizialmente ti accarezzano, ma poi ti travolgono fino a calpestarti e a piegarti in due. Chi tene ‘o mare ‘o sape ca è fesso e cuntento. Lui non dà mai risposte e sicurezze a chi gli fa domande, in punta di piedi, sulla sponda. Chi tene ‘o mare ‘ossaje porta ‘na croce. S’illude di avere tutto, s’inganna, come se fosse marchiato da una sorta di peccato originale da espiare. Si può, per caso, arginare il mare? No. Chi tene o’ mare, ‘o ssaje, nun tene niente, cantava Pinuccio. Io […]

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Teatro

Pink Floyd Legend al Teatro Augusteo di Napoli

Lunedì 16 dicembre 2019, un progetto degno di nota ha respirato sul palco del prestigioso Teatro Augusteo di Napoli: lo spettacolo The Dark Side of the Moon della tribute band Pink Floyd Legend, che ha proposto anche alcune tra le canzoni dei Pink Floyd non presenti nel suddetto album, ma che hanno fatto la storia della musica internazionale (Another brick in the wall, Hey you, Comfortably numb, Wish you were here). La band dei Pink Floyd Legend nasce nel 2015 ed è riconosciuta come il gruppo italiano capace di rendere il miglior tributo alla musica dei Pink Floyd. Come nei concerti originali della band britannica, oltre ai video dell’epoca proiettati sul grande schermo circolare, il loro show si avvale di un incredibile disegno luci e di sorprendenti effetti scenografici. La connessione che i Pink Floyd Legend instaurano con il pubblico è fatta di emozioni, potenza e bellezza, un cocktail di magia personale che si fonde con quella di un grande classico. Impresa ardua, ma davvero ben riuscita. Quello dei Pink Floyd Legend si configura come un progetto dalla gestazione dettagliata e dalle produzioni studiate e innovative. Chi sono i Pink Floyd Legend? Alessandro Errichetti (voce e chitarra), Fabio Castaldi (voce, basso e gong), Simone Temporali (voce e tastiere), Paolo Angioi (voce, chitarra elettrica e acustica), Emanuele Esposito (Batteria), Michele Leiss (sassofono), Andrea Arnese (chitarra acustica ed effetti luci e audio), le coriste Giorgia Zaccagni, Sonia Russino e Martina Pelosi. Pink Floyd Legend: The Dark Side of the Moon e l’altra faccia della medaglia L’immagine della copertina dell’album The Dark Side Of The Moon compare sullo schermo che fa da sfondo ai musicisti: un panorama completamente nero sul quale campeggia un prisma attraversato da un raggio di luce che, per il fenomeno fisico della dispersione ottica, si rinfrange nei colori dell’arcobaleno. Quest’album è per unanime consenso un capolavoro tanto legato al suo tempo quanto ancor oggi attuale. Tratta di una terrificante descrizione della malattia mentale e degli eccessi del capitalismo, ed esprime un giudizio raggelante sul classismo della società britannica. Vengono lodevolmente trattate tematiche come: lo scorrere inesorabile del tempo, che conduce dalla nascita (il battito cardiaco iniziale) alla vecchiaia (la sequenza Speak to me/ Breath/ Time/ Breathe(Reprise) ); la morte (Great Gig In The Sky); l’avidità umana e l’individualismo rappresentati dal denaro (Money); la pazzia e la diversità (Any Colour You Like?/ Brain Damage e Us And Them). All’Augusteo iniziano a srotolarsi nell’aria le note di tracce impregnate dell’altra faccia della medaglia, di ciò che si nasconde dietro l’angolo, del lato oscuro della luna, di ciò che l’uomo tiene nascosto alle apparenze, ma che accomuna tutti. Già, perché ogni cosa è illuminata dal Sole, è fonte di felicità e perfezione, ma noi non possiamo percepirlo sempre perché esso è eclissato dalla Luna, dalla personalità umana con le sue idee pericolose. Ed ecco che Trump, Berlusconi, Renzi, Salvini e chi più ne ha più ne metta rubano la scena del grande schermo circolare. I Pink Floyd Legend propongono un viaggio dalla […]

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Napoli e Dintorni

NUBE e la creatività nelle strade – Intervista

Chi è il collettivo NUBE? Dietro questo nome c’è il talento di due artisti: Ruben Curto e Bety Vargas. NUBE utilizza l’arte del muralismo per impreziosire gli spazi, cercando d’influenzare positivamente le persone del luogo, oltre a occuparsi di murales per aziende per rafforzarne il marchio per il loro branding. Immaginiamo di munirci della tavolozza di un pittore. Acquerelliamo di rosso intorno a noi e lasciamoci abbracciare dal dinamismo e dalla vitalità che scaturisce dal colore del cuore e dell’amore. Lo sapevate che il rosso è il primo colore percepito dai bambini? Lasciamoci sedurre dal suo ottimismo. Ora, tinteggiamo un angolo di tranquillità, silenzio e tenerezza; direi che può tornarci utile il colore del cielo. Sì, dai, serviamoci del blu. E se mescolassimo rosso e blu per avere un colore che sappia di magia e mistero? Vi piace il viola? Ok, badiamo però a lasciare un po’ di spazio al colore caldo del sole, della vivacità e della fantasia. Illuminiamo di giallo oro tutto ciò che resta. A questo punto, direi di respirare profondamente e di mandare a quel paese il colore della neutralità, dell’ombra e della nebbia, il grigio delle nostre città. NUBE ha in mente per noi un ambiente dall’anima super colorata da cui attingere sorrisi, buon umore e bellezza. Quest’uragano di creatività sta partendo dalla Campania e chissà fin dove si spingerà. Aiutiamolo ad espandersi! NUBE – Intervista agli artisti Il progetto NUBE crea arte riqualificando gli spazi (pubblici e privati). Come nasce l’idea e perché avete scelto questo nome? L’idea nasce quando siamo stati in Messico e abbiamo fatto i nostri primi murales l’anno scorso, aleggiava insomma nelle nostre menti già da un po’. È stato più arduo di quanto ci aspettassimo trovare un nome che ci convincesse, che funzionasse foneticamente e che raccogliesse appieno la concezione attorno cui si fonda il nostro collettivo. Abbiamo infine optato per NUBE perché ci piace la sua sonorità e perché vuole richiamare alle nuvole e al loro continuo mutare, rievocando sempre nuove forme in chi le guarda. Prima di decidere il nome, avevamo già realizzato il murale a Casal di principe, raffigurante un bambino che gioca con una nuvola d’acqua, avevamo pensato quindi di girare attorno a quel concetto perché anche dal punto di vista figurativo può dare spunti molto interessanti. Chi o cosa è stata la vostra fonte d’ispirazione? Per quanto riguarda la creazione del collettivo, più che parlare di ispirazione ci verrebbe da parlare di una vera e propria necessità nostra. Da anni lavoriamo anche come illustratori e da sempre ci siamo dovuti per forza di cose interfacciare molto col mondo social e virtuale per far circolare le nostre cose. La maggior parte dei nostri lavori sono digitali e si muovono su un palcoscenico di virtualità per un pubblico che apprezza premendo un tasto in un momento di svago e distrazione.  Volevamo fare qualcosa che fosse l’opposto di questa condizione, che si muovesse sul mondo reale e s’interfacciasse con persone in carne ed ossa, senza maschere. Volevamo […]

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Teatro

ArsNova Napoli e Assurd, come zingari a bordo di una roulotte

Il 9 dicembre sono arrivati sul palco del Piccolo Bellini di Napoli due formazioni diverse coniugate dall’immortalità della musica popolare: gli ArsNova Napoli e Assurd. L’evento fa parte della rassegna BeQuiet concerti al Piccolo Bellini organizzato sotto la direzione artistica di Apogeo Records e dallo stesso collettivo BeQuiet di Giovanni Block.  Protagonisti Gianluca Fusco (voce e chitarra), Antonino Anastasia (tamburi e percussioni), Marcello Squillante (voce e fisarmonica), Bruno Belardi (contrabbasso), Michelangelo Nusco (violino) e Vincenzo Racioppi (charango e mandolino) di ArsNova Napoli e Cristina Veltrone e Lorella Monti di Assurd, un progetto musicale nato negli anni Novanta. Un evento dalla portata eccezionale, tanto che registra sold out a pochi giorni dalla messa in vendita dei biglietti. Si tratta della concretizzazione di un sogno, quello dei giovani polistrumentisti partenopei di suonare in concerto con chi, prima di loro, si è lasciato sedurre dalla cultura contadina, dalle sonorità mediterranee e dai ritmi passionali e impetuosi delle tammorre e dei tamburelli.  Tra una tarantella campana e una pizzica pugliese, l’alchimia della serata viene alimentata dalla presenza di Alessandro De Carolis al flauto, Marcello Smigliante Gentile al mandolino e Davide Chimenti, l’autore che fa capolino sul palco per raccontare la storia de “La Catalana”, il brano che ha anticipato l’uscita dell’ultimo disco degli ArsNova Napoli, dal titolo E senza l’acqua la terra more (per l’etichetta Apogeo Records). La catalana  fu scritta da Davide una ventina di anni fa, durante un viaggio con gli storici Scetavajasse, tra la Svizzera e il Piemonte. Il fatto curioso è l’origine dell’impulso per la composizione del pezzo. Davide si lasciò ispirare dal ritmo di musiche tradizionali iberiche suonate da gitani che ascoltò da un vinile…trovato in un bidone della spazzatura a Ginevra. ArsNova Napoli e Assurd, la fusione in una dimensione onirica La voce calda e corposa di una delle due “scugnizze” di Assurd si alza sul palco: «Stasera c’hann assittati…Ch’sufferenza!» Ma l’entusiasmo dei musicisti non implode, tutt’altro. Scoppia e zampilla ovunque. Arriva fino in platea. L’eccitazione è carica dei colori del Mediterraneo, dalle sfumature brillanti e sfaccettate, che sembrano colare dalla tavolozza di un pittore impressionista pronto a dipingere ogni volto e a trasformare ogni cosa. Così, il palco sfuma e le poltrone evaporano. Lasciano il posto alla strada – il palcoscenico naturale di ArsNova Napoli e Assurd- che si materializza sui frantumi del teatro ormai inesistente. Una riga bianca in mezzo alla via sfreccia insieme a noi che, nel frattempo, prendiamo le sembianze di zingari e veniamo catapultati a bordo di una roulotte insieme ai musicisti. Mare, monti, colline e distese di ulivi si dispiegano sullo sfondo dei nostri finestrini. Non abbiamo tappe obbligate, ci limitiamo a godere della purezza della strada e del dialetto locale che riecheggia a ogni fermata. Sincronizziamo le nostre mani a ritmo di musica, e si viaggia. Drogati dal mix esplosivo del sound made in Sud di ArsNova Napoli e Assurd, siamo tutti figli della terra, viaggiamo a bordo di una roulotte a una velocità incredibile e ci dirigiamo sempre più a sud, […]

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Culturalmente

Caffè: il gusto che ci fa sentire ovunque a casa (più o meno)

C’è qualcosa nel mondo che, davvero, ci unisce tutti e ci fa sentire ovunque “a casa”(…più o meno), una tradizione multiforme apprezzata a destra e a manca, che ha ispirato la gente di ogni luogo e ogni tempo: il caffè Si tratta di una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea. Bach ha dedicato una cantata profana alla nostra pozione aromatica, la Kaffee – Kantate BWV211, che ci catapulta in un esilarante battibecco tra padre e figlia perché lui vorrebbe proibirle di assaporare la nuova bevanda in voga ai suoi tempi, ma lei si mostra decisa a non volervi rinunciare. All’epoca si considerava il caffè una vera e propria droga dannosa per la salute, per cui la giovane viene messa dinanzi a una scelta: o il caffè o la “zitellanza”. Fortunatamente, l’arguzia femminile è una fiumana in piena che non conosce argini e la ragazza farà firmare al suo fidanzato un contratto di nozze che lo obbligherà a lasciarla libera di bere caffè a volontà. Happy ending per la furbetta “assatanata”. Eh sì perché, per i suoi effetti energetici ed eccitanti, il nostro drink è stato considerato la “bevanda del diavolo” in passato. Addirittura, nel Quattrocento, alcuni sacerdoti hanno fatto pressione al Papa affinché vietasse l’uso del malefico liquido musulmano proveniente da Oriente, ma Papa Clemente VIII lo assaggiò, gli piacque e  decise di battezzarlo come “bevanda cristiana”. L’opinione del Papa piombò secca e decisa e fece sparire ogni dubbio in merito: “È così squisito che sarebbe un peccato lasciarlo bere esclusivamente agli infedeli”. Taac! Da “bevanda del diavolo” ad “acqua santa” è un attimo. Pare che proprio grazie alla benedizione del pontefice il caffè ebbe larghi consensi in Europa. Caffè, tra mito e realtà L’origine del consumo del caffè è controversa. Gli archeologi hanno trovato scritti risalenti al 900 d. C. su cui erano riportate le descrizioni riguardo il suo utilizzo in campo medico. Alcuni scritti evidenziano che l’inizio della storia del caffè avrebbe le radici in una bevanda medio orientale chiamata “vino d’Arabia”. Si narra anche che l’arcangelo Gabriele avesse fatto bere al profeta Maometto la nostra bibita prediletta per curarlo, utilizzandone le proprietà benefiche. Esiste, poi, la leggenda del pastore etiope Kaldi che notò che il suo gregge, dopo aver ingerito bacche di caffè, erano molto più attive. Così le assaggiò e constatò che avevano un effetto energetico. La gente del luogo fece delle bacche una bevanda, e questa iniziò a diffondersi. Pare che, nel 1617, la bibita abbia conquistato l’Europa grazie ai commercianti veneziani che seguivano le rotte marittime che univano l’Oriente con Venezia e Napoli. Successivamente, Venezia divenne un importante punto di riferimento anche per mercanti provenienti da altri Paesi dell’Europa centro-settentrionale. Ma la leggenda vuole che l’Occidente abbia scoperto il caffè grazie ad alcuni sacchi dimenticati dai turchi in ritirata da Vienna. Quando nascono le prime “botteghe del caffè”, quest’ultimo diviene una bevanda “sociale”. Sorgono eleganti caffetterie in moltissime città europee, che divengono luoghi […]

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Teatro

Dr. Nest, Familie Floz al Teatro Bellini di Napoli

Dr. Nest è il titolo della storia che Familie Flöz – un gruppo di attori tedeschi – porta sul palco del Teatro Bellini di Napoli per addentrarsi nell’enigmatica cartografia del cervello e raccontare le torbide profondità dell’animo umano. La travolgente storia del Dr. Nest è ispirata da paradossali descrizioni di casi provenienti dalla neurologia ed è ambientata nella sperduta casa di cura “Villa Blanca”. Un giorno, il dottore viene svegliato di buon mattino da alcune voci e quando torna lentamente in sé a Villa Blanca, si ritrova solo ed estraneo a se stesso, nonostante l’ambiente, i pazienti e i colleghi gli siano familiari. Si tratta di una produzione Familie Flöz in coproduzione con Theaterhaus Stuttgart, Stadttheater Wolfsburg e L’Odyssée Périgueux con il supporto di HKF e Fondstransfabrik. Lo spettacolo di Fabian Baumgarten, Anna Kistel, Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler, Mats Suethoff e Michael Vogel con Anna Kistel, Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Mats Suethoff, vanta della regia di Hajo Schüler e della co-regia di Michael Vogel. Dopo le prime due date, lo spettacolo sarà replicato fino al 15 dicembre. Dr. Nest, tra sogno e follia Il maggior punto di forza dell’inventiva di Familie Flöz è quello di riuscire a far sognare letteralmente ad occhi aperti il pubblico, grazie all’utilizzo di maschere “quasi” umane, e dico “quasi” perché hanno zigomi perfetti, pelle marmorea e non conoscono nei. Le maschere sul palco del Teatro Bellini, curate da Hajo Schüler, non lasciano percepire sentimenti o pensieri. No! Quelli li devi creare tu. Perché una maschera cela il viso animato dietro una forma statica e prende vita innanzitutto nell’immaginazione dello spettatore. Familie Floz mette al centro della propria rappresentazione il conflitto corporeo, perché una situazione drammatica si manifesta prima di tutto nel corpo. La compagnia berlinese chiede una sola cosa alla propria platea: spalancare gli occhi, restare svegli con la mente e tenere il cuore vigile. Il mondo della psichiatria è ben distante da uno sterile convegno e dallo sguardo di fuoco di uomini in giacca e cravatta. Sicuro. Determinato. Rassicurante. Lo sconta sulla propria pelle Dr. Nest, che si ritrova a rimuginare su ricordi di corpi con vita propria, personalità dissociate, stati confusionali, demoni e allucinazioni incontrate nella sperduta casa di cura Villa Blanca. Dr. Nest non ha avuto a che fare con assemblati di organi, lui ha avuto a che fare con persone. Queste ultime non si riconoscono di certo sotto lo stesso nome, ma le terapie – ahimè – sono perlopiù uguali per tutte e i colleghi sono stanchi e demotivati, e c’è chi ha pensato che lui addirittura non sapesse cosa fosse giusto fare. La dimensione onirica delle scene mobili in cui ci lascia fluttuare Rotes Pferd è straniante, ma al contempo familiare, perché ci ritroviamo nei meandri della psiche umana. Opportuni e originali i costumi di scena di Masha Schubert, utilissimi per sottolineare alcune caratteristiche psicologiche dei personaggi che l’indossano. Incantevole il sound design di Dirk Schröder e fondamentale il disegno-luci creato da Reinhard Hubert, che […]

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