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Eroica Fenice

Teatro

Ennio Coltorti ne Il sogno di Nietzsche al Piccolo Bellini

Il 12 ottobre, il Teatro Piccolo Bellini di Napoli ha spalancato le sue porte a Eroica Fenice, per introdurla nelle vie tortuose della mente tanto controversa quanto affascinante di Nietzsche, inerpicatesi neIl sogno di Nietzsche, lo spettacolo di Maricla Boggio, con la regia di Ennio Coltorti, in scena insieme a Adriana Ortolani e Jesus Emiliano Coltorti. Il sogno di Nietzsche è uno spettacolo che ti droga. Ti lascia sniffare un’atmosfera onirica contenente le visioni allucinatorie di Friedrich Wilhelm Nietzsche, intento a rivivere alcuni dei momenti che hanno segnato la sua gioventù. L’aroma della musica classicheggiante che aleggia nell’aria annebbia la vista e fa battere forte il cuore, fino a farlo esplodere in un irrefrenabile impulso alla vita. Il sogno di Nietzsche mostra il teorico dell’eterno ritorno, incarnatosi in Ennio Coltorti, estremamente simile a lui, attraverso una lente d’ingrandimento che vede il filosofo amare, soffrire e reagire. Ennio Coltorti e Il sogno di Nietzsche: Lou Salomé come figura centrale Lou Salomé, interpretata da Adriana Ortolani, è una donna bellissima, dotta, indomabile, piena di fascino, spregiudicata, anticonformista, distruttiva, quasi demoniaca. Una donna capace di legami appassionati, che sceglie di vivere l’amore fino in fondo, dotandolo di slancio intellettuale oltre che fisico, una donna che seduce e abbandona gli uomini perché l’amore rischia di diventare esigenza di possesso e smania di approvazione. Una donna brillante e dall’intelligenza rara, che scardina i luoghi comuni dell’Ottocento. Una donna promotrice precoce del concetto di libertà individuale come vero scopo della vita. Un vero uragano di vita. L’intesa tra Nietzsche e Salomé è perfetta, ma Lou è una farfalla che non si lascia mai catturare e quando il sole tramonta se lo lascia alle spalle volando più forte, arrivando a toccare il cielo con le ali. Con la sua spassionata libertà, la sua bellezza semplice, ma magnetica, Lou porta scompiglio in Europa infrangendo i cuori di uomini eccezionali, tra cui Nietzsche. Lou intende realizzarsi esclusivamente attraverso lo studio. Approda a Roma, dove conosce il filosofo tedesco Paul Rée (Jesus Emiliano Coltorti), il quale si invaghisce di lei che, però, ricambia l’attrazione solo a livello intellettuale proponendogli, perciò, un sodalizio culturale. Rée parla a Nietzsche di questa donna straordinaria e lo invita a conoscerla. Lou propone ai due filosofi una sorta di collaborazione paritaria dedita allo studio non sbilanciata da rapporti sessuali. Si viene a delineare, così, un triangolo, una sorta di “Trinità” intellettuale che, noncurante della mentalità ottocentesca, decide di andare a convivere. Anche Nietzsche non sarà immune al fascino di Lou e perderà la testa, così Il sogno di Nietzsche ci restituisce un’immagine intima e quasi tenera del filosofo. Nietzsche, filosofo solitario, frainteso sia al suo tempo che dopo, è celebre per la radicalità delle sue tesi. La sua opera, troppo spesso ridotta a slogan fascistoidi e mero “paraculismo” per condotte amorali, è in realtà frutto di un pensiero che ruota tutto intorno all’amore per gli uomini. Un amore duro e tirannico, che si presta a interpretazioni fuorvianti e aberranti, ma un sentimento puro e veramente […]

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Teatro

FABER al TRAM, in scena Bocca di rosa | Recensione

Dopo due date sold out ad agosto, nel Chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, il concerto-spettacolo intitolato “Bocca di rosa” e dedicato al nostro Faber è tornato in scena venerdì 4 e sabato 5 ottobre al teatro TRAM. A vent’anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, il gruppo artistico composto da Francesco Luongo (voce e direzione artistica), Giuseppe Di Taranto (voce e chitarra), Laura Cuomo (voce) e Davide Maria Viola (violoncello), con l’ospite Francesco Santagata (voce e chitarra), hanno srotolato nell’aria l’universo musicale e poetico di Faber, attraverso la lettura di brevi brani e poesie e la presentazione in chiave contemporanea delle canzoni più celebri del cantautore genovese. Stiamo parlando di una formazione eccezionale, caratterizzata dalla voce accogliente e corposa di Giuseppe in simbiosi con la nobiltà del suono della sua chitarra, dalla voce profonda di Laura che ben si sposa con il suono caldo e armonioso del violoncello di Davide, intento tutto il tempo a ingioiellare il teatro di magia, e dalla carezzevole voce di Francesco, oltre che dalle sue abilità creative e organizzative. Un’insapettata sorpresa si è incarnata in Francesco Santagata e nella sua versione acustica de “La guerra di Piero”, distante dall’originale ma non per questo priva di appeal, la quale ha suscitato grande energia e suggestioni che banalizzerei soltanto se provassi a verbalizzare. Il vuoto che Faber ha lasciato nella musica italiana fa ancora e farà sempre troppo male, ma il sodalizio di questi artisti lo ha ricordato con professionalità, passione e, soprattutto, delicatezza. Senza fare rumore. Il concerto-spettacolo “Bocca di rosa” ha abbracciato le diverse sfaccettature di Faber, nel rispetto della sua grandezza e poliedricità culturale. Il concerto-spettacolo che ha reso omaggio a Faber Le luci del TRAM si spengono dappertutto, tranne che sulla scena. Il colore del teatro è quello della notte. Il tempo si fa lungo e dilatato. Il buio separa la platea dal palco anni-luce e il pubblico si fa sempre più piccolo e inesistente di fronte all’immensità dell’universo di Faber. Sembra di stare in riva al mare, a guardare le stelle. Pare di aver appena disteso una coperta sulla sabbia e di aver alzato lo sguardo al cielo. È come aver staccato da tutto per concentrarsi sul firmamento. La musica si fa balsamo per i sentimenti, poi catarsi, liberazione. A partire dall’impulso dell’invidia delle comari di un paesino fino a quella di “Un giudice” perseguitato da tutti, evolutasi poi in sete di potere e di vendetta, il gruppo artistico prende delicatamente la nostra mano e cammina con noi tra le macerie che si lascia alle spalle il clima di competitività e rivalità. Si tratta di un tema maledettamente attuale: quel tentativo dell’uomo di misurarsi continuamente con gli altri che Faber analizzò mirabilmente a suo tempo, soffermandosi sulla vis non convenzionale, l’umanità e la portata allegorica della galleria dei suoi ritratti umani. Alcune note iniziali di una canzone esplodono, in seguito, in una miriade di stelle cadenti. I più cinici della platea li immagino pensare a una “sagra delle illusioni”, mentre […]

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Fun e Tech

Lotto: tra fascino, miseria e superstizione

Quanti di voi sono convinti che il gioco del lotto sia nato a Napoli? Beh, segnatevi questa data, 1576, e questo luogo, Genova. Due volte l’anno, venivano estratti tra centoventi nobili genovesi cinque nominativi che subentravano ad altrettanti membri del Senato e del Consiglio dei Procuratori per i quali era scaduto il mandato elettorale. Il sorteggio veniva seguito dal popolo, che iniziò a scommettere sui nomi che sarebbero stati estratti. Il gioco del lotto arriverà a Napoli in un secondo momento, con l’Unità d’Italia, e in questa città troverà terreno fertile per attecchire come non mai. Chest’è. Napoli e il gioco del lotto “Ebbene, il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni, il popolo napoletano sogna il suo grande sogno, dove sono tutte le cose di cui è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e alto, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla pel bimbo e la biancheria per la moglie e il cappello nuovo per il marito. Tutte queste cose che la vita reale non gli può dare, che non gli darà mai, esso le ha, nella sua immaginazione, dalla domenica al sabato seguente; e ne parla e ne è sicuro, e i progetti si sviluppano, diventano quasi una realtà, e per essi marito e moglie litigano o si abbracciano. Alle quattro del pomeriggio, nel sabato, la delusione è profonda, la desolazione non ha limiti: ma alla domenica mattina, la fantasia si rialza, rinfrancata, il sogno settimanale ricomincia. Il lotto, il lotto è il largo sogno, che consola la fantasia napoletana: è l’idea fissa di quei cervelli infuocati; è la grande visione felice che appaga la gente oppressa; è la vasta allucinazione che si prende le anime”. Queste le parole di Matilde Serao ne “Il Ventre di Napoli” del 1884. L’instancabile scrittrice, sofferente di un “mal di Napoli” mai guarito che si portava addosso come una sorta di cicatrice, ci lascia in eredità anche pagine meravigliose che descrivono un’estrazione del lotto ne “Il paese della Cuccagna” del 1891. Queste sono ancora impregnate di sorprendente puntualità. Il fascino della scommessa e il brivido provocato dalla sfida di prevedere lo svolgimento degli eventi sono le radici dell’attrazione per il gioco. Il carattere fatalista e creativo del popolo napoletano riesce a creare persino una filosofia dei numeri, attribuendo loro un significato profondo. Per il partenopeo verace, qualsiasi avvenimento può regalare numeri vincenti. La catastrofe, soprattutto, è il luogo in cui da sempre s’incontrano scienza e superstizione. Non sorprende, dunque, che anche per il terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia e Basilicata vari dati sono stati riferiti a una dimensione paranormale o insolita. C’è chi afferma di aver previsto l’evento, chi sostiene che a esso si accompagnarono segni straordinari. L’estrazione del […]

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Napoli e Dintorni

Discesa degli Inferi con Visit Campi Flegrei

Domenica 15 settembre, Visit Campi Flegrei (qui) ha accompagnato Eroica Fenice in uno dei sentieri di trekking più affascinanti nei Campi Flegrei, conosciuto da molti come la “Discesa degli Inferi”. L’escursione è partita dalle pendici del Monte Nuovo, nato con l’ultima eruzione dei Campi Flegrei, risalente al 1538, per arrivare in cima, attraversando la pineta e la macchia mediterranea che circonda la zona delle fumarole, per scendere poi alle sponde del Lago d’Averno, situato all’interno di un cratere vulcanico di 4000 anni fa. Il Lago d’Averno è considerato da Dante come l’ingresso agli Inferi perché si racconta che in passato le sue acque esalassero acido carbonico e gas che non permettevano la vita agli uccelli. Da qui il nome “Avernus”, dal greco “Aornon”, luogo senza uccelli. Discesa degli Inferi, l’escursione naturalistica tra incanto e mistero con Visit Campi Flegrei La terra campana è un palcoscenico naturale tutto da scoprire, incastonato in un’atmosfera suggestiva che è baciata quasi sempre dal sole. Gli scorci panoramici che offre sono solenni e di grande impatto per il cuore di chi ha voglia di mettersi in cammino e lasciarsi sedurre dalla loro immensa bellezza. Domenica è bastato qualche passo attraverso il bosco di querce dei Campi Flegrei per irrobustire le nostre radici e sentirci più saldi, più forti, e per avere il nutrimento necessario ad avanzare in stretta connessione con Madre Terra. Ci siamo cibati di un entusiasmo, un fervore e un’energia tale che hanno scandito il ritmo della nostra passeggiata sollecitando ogni nostro senso tra il profumo degli eucalipti, la freschezza e la purezza dell’aria e tutto il buono da toccare e assaporare che la natura ci ha offerto. La Discesa degli Inferi appare come un luogo stregato in cui meraviglia, natura e cultura si sposano in un turbinio di emozioni innescate da uno scenario d’incontestabile bellezza puntellato da lecci, salici bianchi, cannucce, salicornie, ginestre, pini marittimi, pesci, gabbiani, molluschi e antiche rovine, come il “Tempio di Apollo”, una grandiosa sala termale sita lungo la sponda orientale del lago. È al calar della sera che si è giunti sul Lago d’Averno, quando il sole ha infuocato violentemente le sue acque torbide, quasi arrabbiato per la prepotenza della luna che, alla stessa ora, ogni giorno, vuole impadronirsi del suo cielo. Ammirare il lago è stato come assistere a un’allucinazione dalle tinte oniriche. Si è trasceso il reale. Mossa da non so quali fili invisibili, ho preso istintivamente le cuffie dallo zaino per lasciarmi cullare da quel famoso leggero arpeggio orientaleggiante di Ghigo che apre la canzone “Fata Morgana” dei Litfiba. La voce di Piero Pelù mi ha trascinata negli angoli più reconditi della mente generando immagini casuali, confuse, costellate di labili illusioni. La potenza della batteria e dei riff di Ghigo mi hanno fatto trovare l’uscita d’emergenza che mi ha ricondotta alla realtà, ancor più assetata di vita e con uno sguardo più profondo spalancato sul meraviglioso paesaggio. Fata Morgana ha già cambiato ogni profilo Aspetto a parlare prima che l’illusione si sia mossa Ogni […]

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Riflessioni culturali

Sulla Strada, noi come la ragazza di campagna incontrata da Kerouac

Gran parte della nostra generazione è ben rappresentata dalla ragazza di campagna incontrata da Sal Paradise (pseudonimo di Jack Kerouac) sulla strada, che si srotola nel suo bestseller dal titolo “On the Road” uscito negli anni Cinquanta. In una delle pagine più belle e commuoventi del libro, precisamente nell’undicesimo capitolo della sua terza parte, compare una stupenda ragazza di campagna, in una camicetta di cotone, con una scollatura che lascia intravedere l’abbronzatura dei seni. Sal attacca discorso con lei, ma la trova incredibilmente noiosa. – I suoi grandi occhi scuri mi scrutavano vuoti con l’ombra di un dolore nel sangue, un dolore che risaliva a generazioni addietro per non avere mai fatto quello che si doveva assolutamente fare, qualunque cosa fosse, e tutti sanno cos’è. «Che cosa vuoi dalla vita?» Avrei voluto afferrarla e costringerla a dirmelo. Non aveva la minima idea di quello che voleva. – Kerouac non fa mistero del suo odio nei confronti del conformismo. Odio che lo porta a inseguire per una vita i pazzi, – i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano. – Kerouac ci si mette in viaggio, con i “pazzi”. Sotto il sole e sotto la pioggia. È la strada a farsi maestra, a imporre loro di affrontare il proprio destino, di farsi una personale opinione sulle cose, costringendoli anche a discutere con le proprie idee. Sal/Kerouac impara a sentirla, la strada, osservando e prendendo spunto dal folle Dean Moriarty (alter ego di Neal Cassady). Impara a sentire i km scorrere sotto di sé, attraversandoli come se fossero i km della sua anima, che percorre a bordo di macchine sempre in corsa. Apprende che l’amore è quasi sempre passeggero e che l’amicizia, se completamente disinteressata e scevra da ogni vincolo, può durare in eterno. Si rende conto che il percorso è più stimolante ed entusiasmante se lo trovi, un amico, e che lo scopo del viaggio è vivere, farlo davvero. Sal si crea un’identità, lungo la strada e non può sopportare l’assenza di luce negli occhi della bellissima ragazza di campagna. – (…) «Che cosa fai nelle notti calde d’estate?» Andava a sedersi sulla veranda, guardava le macchine passare nella strada. Lei e sua madre facevano i pop-corn. «Che cosa fa tuo padre nelle notti calde d’estate?» Lavora, fa il turno di notte alla fabbrica di caldaie, ha passato un’intera vita a mantenere una donna e i suoi rampolli senza credito, né adorazione. «Che cosa fa tuo fratello nelle notti d’estate?» Gira in bicicletta, si ferma al chiosco delle bibite. «Che cosa vorrebbe disperatamente fare? Che cosa vorremmo disperatamente fare tutti noi? Che cosa vogliamo?» Non lo sapeva. Nessuno l’avrebbe saputo. Era tutto finito. Aveva diciotto anni ed era adorabile e perduta. – Sal è figlio della delusione sociale dei suoi tempi. Ripudia il progetto di una vita dedita alla famiglia, il consumismo, la fissa dimora, l’inadeguato mondo dei padri, […]

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Voli Pindarici

Il tempo vola ed è tardi, sempre troppo tardi.

Il tempo vola e nel regno dei cieli siede sul trono un pagliaccio con orologio alla mano, che presiede un reality show di cui siamo i protagonisti che vengono perculati. Il pagliaccio ha i capelli ricci e multicolori ai lati della testa, gli occhi enormi, il volto pallido, il naso rosso, gli atteggiamenti schizoidi e il sorriso finto. Uno fra i suoi addetti alle burle inviatoci sulla terra canta più o meno così: «Il mondo va veloce e tu stai indietro!», tingendo di sere nere la nostra affannata esistenza e di rosso relativo senza macchia d’amore il nostro cuore ritardatario, che non fu pronto ad accogliere la voglia che scalpitava, strillava, tuonava, cantava (?), nell’animo di chi fu puntuale. Tic, tac. Tic, tac. Tempo scaduto. È sempre troppo tardi Il pagliaccio condanna i suoi fantocci a una corsa sfrenata dettata da percezioni sfalsate della realtà e del tempo, muovendo i loro fili dall’alto senza farli mai incontrare l’uno con l’altro. Tic, tac. Tic, tac. «Mi sto avviando. Cinque minuti e arrivo! Non fare tardi.» «Cinque minuti. Cos’è cinque, se non un numero? Cinque minuti, poi, contengono un sacco di secondi. Potrei tardare con molta calma, stavolta.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo sooooo, lo saaaaaai, il tempo voooola!” «Ok, scappo.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo so, lo saaaai…”. «Stupido IPod. Sto correndo!» “…La mente vooooola fuori dal tempo e si ritrova soooooola.” «E dai, l’ho acchiappata la mia testa! Era fra le nuvole, ma ora ce l’ho sul collo. Maledetto Venditti, smettila di tediarmi pure tu. Non vedi? Fuggo alla velocità della luce e i miei piedi sono lì lì per ustionarsi.» Tic, tac. Tic, tac. Troppo tardi. È sempre troppo tardi. «Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!» Io lo mangerei a colazione il Bianconiglio, se solo uscisse da questo corpo. Tic, tac. Sento una porta che cigola. Tic, tac. Le unghie sulla lavagna. Tic, tac. Il ronzio di un calabrone. Tic. Tac. È tardi. Troppo tardi. L’IPod si è tramutato in un torturatore che mi vomita nelle orecchie solo fracasso e le lancette del mio orologio iniziano a girare nel senso sbagliato. Il pagliaccio non riesce a trattenere le sue risate. «Ahahah, non ci manca molto per l’infarto. Ora gli imposto Laura Pausini a tutto volume e gli stringo il collo con il cavo dell’IPod.» I teleabbonati festanti dinanzi a quello che sembra essere uno di quegli spettacoli della Roma Imperiale con i gladiatori, abbaiano: «Imbecille, aggiornati! Esistono le cuffie Bluetooth!» E il pagliaccio psicopatico, eccitatissimo nella sua tribuna d’onore, incita «Curre, curre guagliòòòò! Questa la mando in onda in prima serata. Picco di ascolti nel regno dei cieli! Ahahah!!!» Tic, tac. Tic, tac. Oggi ho un esame e mi sono svegliata tardi. Tic, tac. Tic, tac. Il tipo mi aspetta e sto ancora sulla tazza del cesso. Tic, tac. Tic, tac. «Ah, ma l’appuntamento era alle 21.00? Avevo capito alle 23.00!» Tic, tac. Tic, tac. «Sarò anche in ritardo, […]

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Napoli e Dintorni

Femin’arte: le EbbaneSis in concerto al Maschio Angioino

Dal 19 luglio al Maschio Angioino per “Estate a Napoli” – programma di spettacoli di musica, danza, arte e cinema, che si svolge tra luglio e settembre – è partito il Festival “Femin’arte”, patrocinato dal Comune di Napoli e organizzato dalla “ProCulTur”, con la direzione tecnica della “SoundFly”. Si spazia dal jazz alla etno world music fino alla musica folk e alla classica napoletana, rivisitata in chiave swing. Flo, le EbbaneSis e le SesèMamà sono le protagoniste delle tre serate musicali del Festival. Venerdì 26 luglio sarà la volta delle EbbaneSis, parola che unisce due termini della parlesia, un codice linguistico inventato dai musicisti partenopei per comunicare in pubblico, senza farsi capire dai presenti: “ ‘e bbane”, i soldi, e “sis”, sorelle. Le EbbaneSis rappresentano un duo napoletano fondato su un legame solido fra due amiche e tanto talento da vendere. Femin’arte, il Festival dell’arte al femminile L’arte al femminile, purtroppo, fatica ad affermarsi in un’Italia in cui si considera persino un linguaggio universale come la musica un’arte fatta da uomini e per uomini. Chi ha cambiato la storia della musica? I primi nomi che vengono in mente sono Domenico Modugno, Luigi Tenco, Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè. Ergo, uomini. Il gentil sesso che ha imbracciato una chitarra, che ha subito il fascino di un qualunque strumento, che ha scritto una canzone degna di merito è rimasto troppo spesso nell’ombra, relegato al ruolo di madre e angelo del focolare domestico. Femin’arte è una manifestazione che dà voce alle migliori espressioni musicali e artistiche femminili nazionali e internazionali. Perchè esistono, e meritano. Venerdì 26 luglio, nella fortezza angioina voluta da Carlo I d’Angiò, avremo modo di ascoltare le EbbaneSis, Viviana Cangiano e Serena Pisa, con il loro concerto “SerenVivity”. Il nome del progetto di questo strabiliante duo deriva dalla parola “serendipity”, neologismo inglese poco usato nella lingua italiana, che significa “attitudine a fare scoperte impreviste e fortunate, e la capacità di cogliere e interpretare correttamente un fatto rilevante che si presenti in modo inatteso e casuale”. È ciò che praticamente accade alle due artiste ogni volta che fanno musica. Hanno, quindi, utilizzato questo termine modificandolo, unendo i loro due nomi, Serena e Viviana. Il duo è un vero e proprio uragano di talento e creatività, che persegue uno stile tutto personale. Il progetto musicale parte dal web, e in breve tempo si trasforma in un grande successo mediatico con oltre centocinquantamila followers da ogni parte del mondo, attraverso la rivisitazione di brani classici della canzone napoletana e internazionali. Viviana e Serena hanno, infatti, tradotto in napoletano il testo del capolavoro dei Queen, “Bohemian Rhapshody”, raggiungendo inaspettatamente in pochissimo tempo cinquecentomila visualizzazioni su Facebook. Hanno adattato il famosissimo pezzo per una versione in cui gli unici strumenti sono la chitarra e le voci. Le voci. L’armonizzazione delle loro voci è un cocktail raro e magico. Uno di quelli che ti ubriaca con pochi sorsi. Se all’incantevole timbro, all’estensione vocale e all’intensità delle inconfondibili voci delle EbbaneSis, aggiungiamo poi la bellezza e l’imponenza […]

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Napoli e Dintorni

Rione Sanità: visita de Il Miglio Sacro, tra malasorte e mille culure

Nella mattinata di domenica 14 luglio, Eroica Fenice si è tuffata nei “mille culure” del Rione Sanità, prendendo parte alla visita guidata “Il Miglio Sacro”. Ad accompagnarci Ivan, membro della Cooperativa La Paranza, che presiede un itinerario lungo un miglio, alla scoperta dei tesori nascosti di questo quartiere. ll Rione Sanità, le suggestioni, le emozioni e il coraggio di cambiare le cose La visita parte dalle Catacombe di San Gennaro (affidate nel 2006 alla Cooperativa La Paranza, grazie all’intercessione dell’Arcidiocesi di Napoli e del Parroco della Basilica di Santa Maria della Sanità) e arriva a Piazza Cavour. Si passa per la Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio, una San Pietro in miniatura, la Basilica di San Gennaro extra moenia, l’affascinante Cimitero delle Fontanelle, la cripta delle Catacombe di San Gaudioso, la Basilica S. Maria della Sanità, il Palazzo Sanfelice, che è un esempio magistrale di architettura, ricordo del passato glorioso e nobile della zona, e il Palazzo dello Spagnuolo, uno dei principali simboli di barocco napoletano, costruito nel 1738 su progetto dell’architetto Ferdinando Sanfelice, per volere del marchese Nicola Moscati. La sigla de La Paranza abbraccia molte vite recuperate del Rione Sanità, un posto che la storia vuole maledetto, conosciuto come l’ombelico della camorra ma che resiste grazie alle meraviglie artistiche, al fascino e alla bellezza che lo contraddistinguono. La bellezza cambia la vita delle persone e la Sanità ne è un validissimo esempio Questo quartiere è stato da tanti evitato per troppo tempo ma, grazie a questi folli visionari, uniti dall’amore per la città di Partenope, sta vivendo una vera e propria rivoluzione, volta alla tutela del bello. La Paranza raggruppa ragazzi che hanno sogni, progetti e ideali e che, giorno dopo giorno, compiono un miracolo in questo luogo difficile. Lo fanno valorizzando il territorio, incentivando il turismo e fornendo un’alternativa a chi non ricordava neanche più di esistere. Procedendo per le strade di questa “periferia al centro di Napoli”, la città assume le sembianze di un’ostrica ferita da un granello di sabbia. Quando un granello di sabbia s’insinua in un’ostrica, questa viene lacerata. Allora, per proteggersi, secernerà strati di se stessa intorno al corpo estraneo e, dopo qualche anno, la conchiglia custodirà al suo interno un gioiello unico e irripetibile. Napoli, in effetti, non è altro che il frutto del dolore e sputa dalle sue viscere sanguinanti innumerevoli perle preziose. Tra queste, il Rione Sanità è di sicuro fra le più belle. Nella Sanità bene e male si confondono e sono palpabili le contraddizioni della città e del suo popolo. Un popolo passionale, di cuore ma molto scaltro, che fa dell’astuzia la sua arma di difesa perché, in fin dei conti, «cca nisciun è fess!». Il popolo partenopeo è un popolo che resiste, che crede nella felicità, anche se la “ciorta” non lo bacia mai. “Donna Cuncetta” è un nome simbolo di questa gente. È il nome di una popolana molto conosciuta nel quartiere, secondo la leggenda. Il nome di una donna anziana e stanca che viene eternizzata […]

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Libri

Il libro di Talbott di Chuck Palahniuk | Recensione

Il talento artistico di Chuck Palahniuk colpisce ancora, questa volta con un romanzo dai forti connotati postmodernisti, Il libro di Talbott, edito lo scorso gennaio dalla Mondadori (Traduzione di Gianni Pannofino). Una perla che cattura e tiene incollati alle pagine per alcuni giorni, regalando atmosfere suggestive, situazioni intriganti e personaggi unici. Dalla volontà di distruggere la società capitalista, alla condanna del mondo della moda, alla stregoneria, all’accusa dell’edificazione urbana incontrollata, alla denuncia dei reality, Chuck Palahniuk approda ancora una volta a quella che sembra essere la sua urgenza: denunciare. Questa volta, Palahniuk mira a smascherare le teorie complottiste di cui sono intrise le menti degli americani e le contraddizioni della società odierna. Una società che sembra entrare negli ultimi spasimi di un’umanità, che non riesce più ad occuparsi adeguatamente della sua terra, che è ormai incapace di governare se stessa. Il libro di Talbott è una nuova realtà dai risvolti inquietanti, narrata mirabilmente con il classico stile asciutto e deciso di Palahniuk. Non mancano pennellate sarcastiche e dialoghi sorprendenti in una trama quasi impossibile da riassumere, che intreccia molte, molte sorprese. È certo che Palahniuk, con quest’opera, si riconferma un autore magnetico e dal grande talento. Quella del nuovo romanzo di Palahnuk è, infatti, una storia ben congegnata e ben scritta, pregna di personalità differenti e di meravigliose chicche. L’atmosfera di suspense creata dall’autore riesce ad assorbire completamente il lettore dal principio alla fine, che si ritrova a leggere tutto d’un fiato, nonostante le quattrocento pagine circa. Il libro di Talbott: il Giorno dell’Aggiustamento Molti immaginano che ci sarà un Giorno del Giudizio a ristabilire la giustizia. Ci ritroveremo davanti al trono di Dio e saremo giudicati in base alla nostra condotta. In compenso godremo della serenità in Paradiso o saremo tormentati all’Inferno. Palahniuk immagina, invece, il “Giorno dell’Aggiustamento”, che rimedierà tutte le storture della società. Si tratta di una grande congiura contro l’élite intellettuale. Ci troviamo negli Stati Uniti e la nazione si sta preparando alla rivoluzione. Abbiamo a che fare con una sorta di aspirante dittatore/guru new-age, le cui massime vengono amplificate dai media. «Immagina che Dio non esista, che non ci sia né paradiso, né inferno. Ci sono soltanto tuo figlio e suo figlio e il figlio di suo figlio e il mondo che tu lascerai loro (…)» Abbiamo anche un libro nero-blu, una sorta di pamphlet profetico che racconta di questo “Giorno dell’Aggiustamento”, in cui a pagare saranno i pezzi grossi. Anzi, le loro orecchie. E poi abbiamo una lista su Internet, i “Meno Amati d’America”, contenente i nomi dei giornalisti, dei politici e dei professori universitari, che devono ricevere tremila voti per rimanere in classifica. Dovrà nascere una nuova civiltà. Gli Stati Uniti verranno divisi. Cosa ne uscirà? Caucasia. Dei bianchi. Blacktopia. Dei neri. Gaysia. Degli omosessuali. Un’immagine forte, di quelle che s’imprimeranno per sempre nella memoria del lettore la si troverà alla fine del libro, dove una donna nutre un uomo affamato con un salsicciotto fatto della sua stessa carne. Un messaggio d’amore e […]

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Teatro

Lo Sgargabonzi al Kestè di Napoli (Intervista)

La serata del 12 giugno è approdato al Kestè di Napoli l’impertinente Alessandro Gori, noto come Lo Sgargabonzi. Stiamo parlando di un interessantissimo personaggio che desta molta curiosità: scrittore, comico, fumettista. Dal 2013 cura l’omonima pagina Facebook e porta in giro per l’Italia il suo spettacolo satirico “Lo Sgargabonzi Live“. Eroica Fenice ha avuto il piacere di scambiare una chiacchierata con lui! Lo Sgargabonzi, intervista Le prima parola che senti di dover proferire quando ti si chiede di te. Guarda, facciamo che va bene qualsiasi parola tranne una: “ciccione”. Grazie. Raccontami de “Lo Sgargabonzi ”. Lo Sgargabonzi è stato il mio blog fin dal 2005 ed è dal 2013 la mia pagina FB. Ma a me piace immaginare Lo Sgargabonzi come un universo che partorisce universi. Un blob scivoloso, cangiante e mutaforma, tempestato da metastasi sotto forma di ossei bussolotti delle sorprese Kinder. Dentro ciascuno una storia che vive di regole e mostri propri. L’avventura letteraria di cui vai più fiero. Sono contento di tutti i miei libri. Sono tutti frutto di anni di lavoro. L’ultimo, Jocelyn Uccide Ancora, l’ho scritto nel giro di tredici anni. Nella scrittura sono un perfezionista e non uno che si accontenta: se il libro non è come ce l’ho in mente non lo pubblico. Qual è il carburante de Le Avventure di Gunther Brodolini? Le Avventure di Gunther Brodolini fu scritto nel 2005 e nasceva dalla voglia urgente, in anni di politicamente correttissimo, di tirar fuori le storie morbose e inquietanti che avevo in testa fin da piccolo. È un libro quasi punk, nonostante il punk non sia mai stato fra i miei riferimenti. Cosa mi dici di Bolbo e Il Problema Purtroppo del Precariato? Bolbo è un’opera fortemente autobiografica, un romanzo decostruito e psichedelico che ha il passo di una rapsodia prog. L’ho scritto col mio amico Gianluca Cincinelli, esattamente come il successivo Il Problema Purtroppo del Precariato, ovvero un libro schiettamente umoristico che mette in scena il nostro sottogenere comico preferito: la commedia dell’imbarazzo. E di Jocelyn Uccide Ancora? Jocelyn Uccide Ancora, edito da minimumfax e adesso in libreria, è un’opera totale sotto forma di un armonico zibaldone di 50 racconti e 10 interludi. Ci sono favole horror, siparietti dadaisti, ipertesti di canzoni alla moda, interviste a personaggi storici, barzellette, poesie, cronache dall’adolescenza profonda, guide pratiche, non tutti sanno che, pagine perdute del diario di Anna Frank e monologhi inediti di Saviano. In un mondo giusto si meriterebbe un successo planetario. Inutile dire che è un libro da ombrellone a dir poco perfetto e che previene il cancro solare lì dove fa ombra. Mi conieresti, al volo, un neologismo per definire ciò che fai durante i tuoi live? Una sorta di assemblea d’istituto. Uno col cappellino e la felpa in pile che legge i propri testi da un foglio a protocollo, senza particolare talento per la recitazione, con una dizione pessima e mangiandosi pure le parole. Potresti darti un voto come comico? Mi darei umilmente 5. Ovvero la media fra lo 0 […]

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Musica

Giovanni Block in quartetto per il Sunset [email protected]

Il 16 giugno, il Sunset [email protected] (alla sua V Edizione), rassegna di musica al tramonto organizzata dall’Associazione Culturale Brodo, con la direzione artistica di Viola Bufano, porta sulla meravigliosa terrazza del Museo Nitsch, in Vico Lungo Pontecorvo 29/d, Giovanni Block in quartetto. Una visita libera alla mostra della sanguinolenta arte della complessa personalità di Hermann Nitsch- dinanzi alla quale è difficile restare indifferenti- e del buon vino offerto dal “Consorzio e Tutela Vini del Vesuvio” sono gli elementi che fanno da anteprima a quella che sarà una serata all’insegna della magia. Ci si ritrova in un puzzle di volti entusiasti e occhi incantati, dinanzi al panorama spettacolare di Napoli che vanta la terrazza del Museo con affaccio sul “Cavone”. Un panorama luminoso che dice ormai addio alla nebbia, all’umidità e al grigiore della fredda e lunga stagione trascorsa. L’emozione è palpabile nell’aria. Giovanni Block in quartetto, il concerto Giovanni Block. Laureato in Composizione e in Musica applicata ai Contesti Multimediali al conservatorio di Napoli, è un cantautore, chitarrista, compositore e produttore discografico napoletano, classe ’84. La sua è una storia ricca di riconoscimenti, importantissimi premi e collaborazioni con artisti del mondo musicale e teatrale italiano. Una storia ricca di passione e amore viscerale per la musica e il teatro. All’imbrunire, Giovanni imbraccia la sua chitarra e si fa spazio tra la gente. Viene raggiunto da Dario Maiello al basso elettrico, Giuseppe Donato alla batteria ed Eunice Petito al piano. La loro musica si srotola nell’aria e la serata si trasforma in un brindisi alla bellezza, con il naso all’insù, verso una luna piena bellissima che avvolge i presenti nel suo fascino silenzioso, per permettere alla mente di errare insieme alle note del sublime quartetto. È un sogno consapevole. Sembra di riuscire ad ascoltare il cuore pulsante di Napoli. Si chiude, così, il viaggio di S.P.O.T (Senza perdere ‘o tiempo), in attesa del nuovo album di Giovanni Block. Una chiusura impreziosita dalla presenza dei musicisti Roberto Trenca e Alessio Arena, con il quale Block emoziona tutti cantando “Tiempo e’Viento”. “‘O mare va truann’ ‘e forte”… a un certo punto riecheggiano queste parole, e hai la possibilità di tuffare letteralmente lo sguardo nel blu delle onde. Vai lontano. Cerchi quel gabbiano che sorvola le acque libero, finché un blues rugginoso non torna a prenderti per abbozzarti un sorriso spiritoso in viso e buttarti “Dint all’underground”. È tutto un ping pong tra lo struggente, l’irriverente, l’adrenalina e l’ironia. S’intrecciano originalità e freschezza in un vero calderone d’imprevedibilità, che tanto caratterizza la personalità inquieta di Block, autore e compositore lontano da ogni clichè. Attraverso le sue canzoni non si esplorano solo sentimenti e sensazioni, ma anche controversie attuali, dilemmi sociali e privati, e ideali. Giovanni Block racconta la solitudine degli artisti e dei folli nonostante viviamo in un mondo iperconnesso, e prende per mano chi lo ascolta per andare in una sola direzione, quella “Ostinata e Contraria”, così come i suoi maestri gli hanno insegnato a fare. Il terzo appuntamento del Sunset [email protected] sarà […]

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Cinema e Serie tv

Giorgio Montanini gira un film. Sì, avete letto bene!

Prendete Giorgio Montanini. Immaginatevelo per nulla sudato. Senza una Tennent’s in mano. Che non ride e non “mazziea” la sua platea dal palco. Mi pare di descrivervi una di quelle complesse e vivaci allucinazioni visive tipiche dell’LSD. E invece no. Giorgio Montanini girerà un film! Eh, avete letto bene. Un film! Chiacchierando con Giorgio, è uscita fuori questa cosa che mi ha un attimo destabilizzata. Ho pensato, lì per lì, che i comici che hanno contribuito negli ultimi vent’anni a far tv, non sono sempre ben visti in Italia… E allora, il comico Giorgio Montanini che c’azzecca col cinema? Il fatto è che il comico è sempre un attore, l’attore può non essere comico. In tutti gli altri Paesi del mondo gli stand up comedians fanno questo tipo di percorso e, aprendo loro le porte del cinema, viene loro riconosciuta una qualità. «Se prendiamo Alberto Sordi, non si può dire che non abbia avuto la possibilità di esprimersi anche in altri ruoli, in maniera egregia, eccellente. La nostra commedia italiana era una commedia fantastica. I film di Alberto Sordi sono esempi straordinari di quella che è la commedia italiana. Purtroppo ci si è persi in un oblio culturale che non poteva durare perché, alla fine, si riemerge dall’abisso. Speriamo che sia questo il momento!» Giorgio Montanini, l’intervista Chiacchierando, mi hai detto che avresti voluto imparare a suonare la chitarra, ma dopo due settimane di esercizio, ti sei reso conto di leggere lo spartito al contrario e hai lasciato perdere! Dimmi un po’ come stai con la prima canzone che ti viene in mente. (Ride, ndr) Confusa e felice di Carmen Consoli. Facciamo Confuso e felice. Hai definito la denuncia per blasfemia che ti è stata mossa un premio alla carriera. Tiriamo un po’ le somme dei tuoi ultimi spettacoli “con la fedina penale pulita”. Sebbene si siano tenuti nel bel mezzo delle temperature estive, ho avvertito una presenza e una partecipazione diversa da parte del pubblico. Ho sentito una sorta di sostegno, attaccamento e piacere diverso nel vedere il mio spettacolo. Non che prima non ci fosse, ma ho sentito un entusiasmo più marcato. L’atmosfera che si è venuta a creare è stata più bella, come rinnovata. Io sul palco t’insulto, ma non ti prendo per il culo, e questa coerenza mi sta ripagando perché la gente conta su di me. Da dove parte la tua comicità satirica? Perché Giorgio Montanini ha scelto di far ridere? Trovo nella comicità satirica la mia capacità espressiva, ricalca perfettamente quello che io voglio dire. Parte da dove è sempre partita. Da duemilacinquecento anni fin qua. Parte da un’insoddisfazione, da una frustrazione, da una presa di coscienza tragica di quella che è la vita delle persone e di ciò che è la tua vita. Tragica nell’accezione anche positiva del termine. Rendendosi conto di quello che siamo, la satira diventa anche una forma egoistica da parte dell’artista per cercare di stare un po’ meglio. L’artista non fa nient’altro che tirare un sospiro di sollievo. Non […]

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Viaggi e Miraggi

Backpacker Adventure: Marco Cuomo, il viaggiatore con zaino in spalla

Backpacker Adventure: l’avventura che chiama colui che, scalzo, sogna di viaggiare | Intervista a Marco Cuomo Backpacker Adventure si occupa di viaggi di gruppo all’insegna dell’avventura e nasce dall’idea di Marco Cuomo di condividere con gli altri la sua passione per la scoperta del mondo, delle sue bellezze e dei suoi colori. Marco ha visitato circa ottanta Paesi del mondo, è diventato Guida Ambientale Escursionistica ed è oggi associato alla LAGAP (Associazione Guide Escursionistiche Professioniste). “Backpacker” è colui che, “scalzo” e con uno zaino in spalla, ha il grande sogno di viaggiare. Viviamo in una società in cui siamo abituati ad avere tutto sotto controllo, sarà per questo che ci affascinano le esperienze fuori dagli schemi. La routine di un lavoro, senza troppi slanci e con poche emozioni, è qualcosa che fa paura a più di qualcuno, ma pochi coraggiosi riescono a dirle di no. Marco Cuomo è tra quelli. Marco ha fatto della propria passione un lavoro. Eroica Fenice ha avuto il piacere e l’onore d’intervistarlo. Backpacker Adventure, intervista a Marco Cuomo Marco, raccontaci chi sei. Salve ragazzi! Sono una persona che ha sempre cercato di vivere delle proprie passioni, che si è battuta per le proprie idee e ha inseguito i propri sogni, ma soprattutto ha capito che nella vita tutto si può realizzare, l’importante è come si cerca di farlo. Spesso, molte persone non realizzano i propri sogni perché non ci credono abbastanza, perché non impiegano la giusta energia e si fermano davanti ai primi ostacoli. Gli ostacoli sono proporzionali alla grandezza del sogno che si vuole realizzare. Come nasce Backpacker Adventure? Nasce dall’idea di condividere con gli altri il mio mondo fatto di avventure ed esperienze in giro per il mondo. Credo, infatti, che la felicità non è reale se non condivisa e che quando ti capita qualcosa di bello devi esternarlo. Oggi, Backpacker Adventure è molto di più di un blog di racconti di viaggio. Organizzo viaggi-avventura di gruppo e tra pochi mesi andrà on line il nuovo sito, con grosse novità. Secondo te, viaggiare è questione di… Viaggiare è importante per se stessi, per la propria crescita interiore. Con gli anni ho capito che il viaggio fuori è soprattutto un viaggio dentro noi stessi. Ci aiuta a conoscerci. Quale dei circa ottanta Paesi che hai visitato finora ti ha affascinato di più e perché? Questa è una domanda molto difficile da rispondere perché molti luoghi nel mondo mi hanno regalato emozioni incredibili. Le montagne dell’Himalaya, per esempio, mi hanno fatto capire quanto potente e forte sia Madre Natura. Quando sei alle pendici di quei colossi di oltre 8000 metri avverti un’energia particolare. E poi la Mongolia, con il suo popolo incredibilmente ospitale, e ancora la mia amata Namibia, con il deserto più antico del mondo, il Namib. Potrei continuare all’infinito perché, come ti dicevo, sono molti i luoghi che mi hanno trasmesso qualcosa. Viaggio come palestra di vita. Per te, quali sono le tappe doverose del percorso di un viaggiatore? Oggi, viviamo in un’epoca in […]

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Teatro

Filippo Giardina chiude la stagione di Stand Up Comedy al Kestè

Sarà Filippo Giardina a chiudere la rassegna annuale di Stand Up Comedy del Kestè, domenica 9 giugno, salendo sul palco con il laboratorio di “Stand up Comedy Napoli”, nato a novembre 2018 e già diventato una realtà solida che sta scovando i migliori talenti partenopei da far esibire sul palco di Abbash, l’hub culturale del centro antico di Napoli, ormai punto di riferimento italiano per la Stand Up Comedy. Vincenzo De Luca Bossa insieme al fondatore del Kestè Fabrizio Caliendo e a Luciano Labrano ha dato vita a una stagione unica nelle viscere del Kestè, in quel luogo chiamato Abbash, per l’appunto,  che è un unicum per la produzione artistica, le mostre, la musica e la sperimentazione. Il nuovo hub culturale ha prodotto una stagione densa di ogni tipo di eventi. C’è stato spazio per la musica dal vivo, per il teatro, per le mostre, per i dibattiti culturali, per le presentazioni di libri e dischi, per la sperimentazione e tanto altro, ma su tutto lo spazio underground del centro storico di Napoli si è contraddistinto per essere divenuto la casa della Stand Up Comedy. Così il Kestè ha deciso di dedicare proprio alla Stand Up Comedy la chiusura di questa prima, importante e densa stagione artistica. «Nel momento che io mi stavo buttando dal decimo piano di un palazzo per suicidarmi, è passato un uccello, mi ha preso e mi ha riportato a terra.» È così che Filippo Giardina ci ha descritto il suo percorso comico. Prima di diventare cibo per vermi, Filippo avrebbe dovuto lasciare il segno, e ci è riuscito egregiamente, divenendo il padre fondatore della Stand Up Comedy in Italia. Il suo ultimo spettacolo “Lo ha già detto Gesù” ha attualmente superato le quaranta repliche toccando una trentina di città, registrando Sold Out, tra gli altri, al Teatro Sala Umberto di Roma, al Teatro Fontana di Milano, Teatro A L’avogaria di Venezia e al Teatro della Tosse di Genova. A giugno è in tour con lo spettacolo a Caserta, Bari, Trapani, Palermo, Milano, Brescia e Roma. Eroica Fenice ha avuto il piacere e l’onore di scambiare due chiacchiere con questo big della comicità italiana in occasione dell’appuntamento con la Stand Up Comedy di domenica 9 giugno. Il binomio Napoli/Stand Up Comedy “Toda joia… toda munnezza” a parte, quest’anno sono successe un sacco di cose belle a Napoli. Per la precisione, in un “posto magico”. È così che Filippo Giardina definisce il Kestè durante l’intervista. L’avventura nel mondo della Stand Up Comedy al Kestè inizia quattro anni fa, con le prime serate in sala San Gennaro, con Maurizio Capuano e il collettivo napoletano “Satirarum”. Negli anni, il Kestè si è impegnato a portare a Napoli quasi tutti gli artisti della scena nazionale, alcuni addirittura per la prima volta al Sud Italia. Il primo è stato Filippo Giardina, il fondatore di “Satiriasi”, con tutto il gruppo allora ancora unito. Proprio dopo un ennesimo spettacolo di Filippo Giardina organizzato dal Kestè al Maschio Angioino a luglio 2018, nasce il […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Sunset [email protected]: Sollo&Gnut in apertura

Sollo&Gnut in trio e L’orso ‘nnammurato sono i protagonisti della prima serata del Sunset [email protected], tenutasi domenica 2 giugno. Alessio Sollo. Napoletano nato nel quartiere di Bagnoli ai tempi dell’Italsider. Musicista e cantante di estrazione punk da sempre, scopre da qualche anno la vocazione alla poesia, sia in vernacolo che in italiano. Claudio Domestico (in arte, Gnut). Cantautore napoletano, chitarrista, produttore e compositore di colonne sonore. Spazia dal folk inglese al blues, dalla musica napoletana alle melodie africane del Mali. Insieme formano i SolDo, e si tratta del nome di una vera e propria fratellanza umana e artistica. Ad accompagnarli Michele Signore al violino, mandolino e mandoloncello. Sunset [email protected], il via alla IV Edizione La Salita Pontecorvo. Una passeggiata tra vicoli, chiese, palazzi e meravigliosi scorci. Un cielo che si colora di tonalità pastello. Il Museo Nitsch. Buona musica. È di questi elementi che qualcuno ha deciso di arricchire il momento più evocativo della giornata del 2 giugno, quello del tramonto. Una volta giunti sul terrazzo del Museo, lo sguardo è portato ad addentrarsi tra i palazzi e le stradine di un panorama napoletano spettacolare. Si riesce quasi a immaginare di sentire il vociare dei bambini che giocano nei quartieri, di captare l’odore del caffè dei bar del centro storico o il profumo del ragù fatto in casa, e di gustare la poesia di un “cuoppo” fritto, il cui profumo esala da botteghe, taverne e piccole bancarelle. Se a tutto questo ci aggiungiamo i suggestivi accordi di “Ciaccarella” (è questo il nome che Claudio Domestico ha detto di aver dato alla sua chitarra!) uniti alle voci dei due musicisti e a un po’ di vino, la sensazione che si prova è quella di diventare un tutt’uno con la folle armonia di sapori, voci, mare, palazzi antichi e chiese, che rende questa città magica e pazza di energia. Dopo la prima pioggerella, l’impasto di emozioni culmina presto in sette colori disposti in cielo, ad arco luminoso. È in quest’atmosfera incredibile che, inizialmente, Sollo e Gnut hanno modo di suonare le prime tre canzoni della scaletta. Illuminati da ben sette colori. Il rosso, l’arancione, il giallo, il verde, il blu, il violetto, l’indaco. Sette colori in piena coerenza con le sette note della loro musica suggestiva, espansa dal terrazzo. Sollo&Gnut in trio: uno spettacolo di musica e parole Riprende a piovere e la magia si trasferisce, per forza di cose, all’interno del Museo. Un laboratorio aperto, affascinante tanto quanto inquietante, in perfetta coerenza con la misterica identità della città di Napoli, intrisa di peccato, speranza e redenzione. Ci si lascia nuovamente trasportare dalle note de L’orso ‘nnammurato di Sollo&Gnut, accennate poco prima fuori sul terrazzo, e dal ping-pong di canzoni di un artista prima e dell’altro dopo. Tutti a gambe incrociate, seduti sul pavimento ad ascoltarli. Tutti al cospetto delle opere di Nitsch, il messaggero di un pensiero che traduce il dramma umano in gioia di vivere ed esultanza, concetto strettamente connesso al volto labirintico della città di Napoli e alla sua esuberanza. […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Museo Nitsch: Sollo&Gnut in trio per il Sunset [email protected]

Il 2 giugno alle ore 19.00, a Napoli, in Vico Lungo Pontecorvo n. 29/d, sarà possibile visitare la collezione museale di Nitsch, si avrà modo di assaggiare del vino offerto dal Consorzio e Tutela Vini del Vesuvio e, sull’incantevole terrazza del Museo Nitsch, si darà il via alla Quinta Edizione di Sunset [email protected], la rassegna di musica al tramonto, organizzata dalla Associazione Culturale Brodo, con la direzione artistica di Viola Bufano. A partire dalla prossima domenica, ascolteremo la musica di vari cantautori napoletani: da Sollo & Gnut a Giovanni Block, passando per Alessio Arena, a seguire Fabiana Martone, per concludere, a metà settembre, con il concerto di Scapestro. Dunque, in una cornice unica qual è, appunto, la terrazza del Museo, si partirà con il concerto di una delle coppie più affascinanti e vulcaniche del panorama attuale, Alessio Sollo e Claudio Domestico, in arte Gnut. Ad accompagnarli ci sarà Michele Signore al violino, mandolino e mandoloncello. L’orso ‘nammurato Il sodalizio artistico di Alessio Sollo e Claudio Domestico, che prende il nome di “SolDo”, domenica 2 giugno, presenterà “L’orso ‘nnammurato” (pubblicato da “ad est dell’equatore”), disco nato da alcune poesie di Sollo, messe successivamente in musica da Gnut. “L’orso ‘nnammurato” è anche un meraviglioso libro, costituito da sessantaquattro poesie di Sollo e da alcune loro partiture musicali, create da Gnut. Si tratta di un grande progetto artistico che si nutre di parole di speranza, dignità, forza, coraggio, solitudine, malinconia, amore e di una musica che ha il loro stesso identico sapore. Inoltre, si affacciano qua e là bellissimi spaccati napoletani. Il Museo Nitsch di Napoli Non tutti conoscono il Museo Hermann Nitsch– Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee di Napoli. Un luogo artistico multifunzionale, accolto dalla Fondazione Morra–Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive, che promuove e organizza la ricerca, la realizzazione e la divulgazione della cultura delle comunicazioni visive. Il museo possiede esteriormente una terrazza che affaccia sul “Cavone” e da cui è possibile vedere un panorama mozzafiato della città. Quest’istituzione singolare si trova quasi nascosta tra i vicoletti napoletani. D’altronde, come dice la canzone di Niccolò Fabi, raro è trovare una cosa speciale nelle vetrine di una strada centrale. Di fronte all’arte sanguinolenta di Hermann Nitsch non si può restare indifferenti. I più ne restano inorriditi. C’è chi dice di provare schifo per le sue opere perverse, cruente, brutali, e chi ha messo l’artista più volte in guai giudiziari. Ma la sua arte ha come unico scopo l’accettazione, perché l’accettazione rende liberi. È per questo che Nitsch rovista nell’istinto violento e perverso dell’uomo, perché nell’uomo è insita un’energia assassina che va, in qualche modo, liberata. L’artista afferma: «È solo passando attraverso i più bassi istinti dell’uomo che può avvenire la catarsi. Quando squartiamo un animale, sentiamo le sue viscere calde, beviamo il suo sangue, ritorniamo in contatto con qualcosa di primitivo che ci appartiene. È in questi momenti che esce fuori la nostra natura, che non è né buona né cattiva, è semplicemente il nostro istinto. Può essere anche violento, ma […]

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Teatro

Storie d’Amore e Morte al Parco Virgiliano

Il 25 maggio si è tenuta la visita storica teatralizzata notturna del parco Virgiliano, dove gli spettri di donn’Anna Carafa e della regina Giovanna II hanno svelato le verità circa le loro storie d’Amore e Morte, lasciando agli spettatori, come da tradizione, i numeri legati alla loro apparizione. Una serata tenebrosa, in un posto solitario e suggestivo, dai contorni ridisegnati dal maltempo. In un luogo che ha assunto sembianze davvero oscure grazie alle narrazioni appassionate della storica Laura Miriello e alle talentuose interpretazioni dell’attrice Adelaide Oliano. A tu per tu con gli spiriti della collina maledetta di Posillipo: Storie d’Amore e Morte Napoli. Ci troviamo a strapiombo sul mare nella zona collinare di Posillipo, nome che deriva dal latino Pausillypon, “luogo di pace e di ritrovo”. (Certo, come no!) Siamo immersi in questa macchia mediterranea, mentre in cielo i colori si espandono, il sole viene inghiottito dal mare e, improvvisamente, comincia a piovere. Come a volerci avvisare di stringerci gli uni con gli altri sotto i nostri piccoli ombrelli. Come a volerci suggerire di stare più vicini tra noi lungo i viali del Parco Virgiliano, nel quale ci stiamo addentrando. Pare che di notte, infatti, dalle acque partenopee emerga, da secoli, una folla di spiriti inquieti con il loro bagaglio di storie d’Amore e Morte, per infestare il dedalo di sentieri di questo posto. Siamo, appunto, nel quartiere di Napoli in cui sono avvenuti più suicidi e più omicidi che non hanno una soluzione. È chiaro che c’è qualcosa che non va con il nome di “Pausillypon”, spiega Laura Miriello, dal momento che i luoghi meravigliosi di questa collina, anziché calmare l’anima, sembra che, in qualche maniera, occultassero da moltissimi secoli coloro che ci abitano in un alone di depressione e tristezza, tanto da spingerli persino a suicidarsi, dopo essere stati travolti da una valanga di sfortune e disastri personali. Il cantante napoletano Liberato, di questa situazione, ne ha fatto una canzone. “Gaiola Portafortuna”. Un canto d’amore moderno piuttosto coraggioso, che sembra sfidare la maledizione che aleggia nella misteriosa isola situata di fronte a Posillipo, al centro del Parco Sommerso, con lo scopo di spezzarne l’incantesimo. Leggende e miti a parte, è noto che la collina di Posillipo si crea attraverso l’ennesima eruzione tufacea e la cava, che si protende da Pozzuoli fino alla costa di Posillipo, ha quasi la forma di una sirena e, come una sirena o come una donna gravida (così la vedevano all’epoca gli antichi), raccoglie nel suo seno, un’area di forza geomagnetica. Quest’area è la Valle dei re del Parco Virgiliano. Moltissimi speleologi e studiosi hanno confermato che quest’unione tra fuoco, aria e acqua creerebbe una sorta di alchimia propria degli elementi naturali che spingerebbe, probabilmente, gli abitanti del luogo a vivere stati emotivi al limite. Prima che il parco fosse inaugurato, le genti di Posillipo arrivavano nella zona per pregare, meditare e passeggiare, ed è proprio nella Valle dei re che al tramonto vi è da sempre il maggior numero di apparizioni di figure […]

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