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Eroica Fenice

Napoli e Dintorni

NUBE e la creatività nelle strade – Intervista

Chi è il collettivo NUBE? Dietro questo nome c’è il talento di due artisti: Ruben Curto e Bety Vargas. NUBE utilizza l’arte del muralismo per impreziosire gli spazi, cercando d’influenzare positivamente le persone del luogo, oltre a occuparsi di murales per aziende per rafforzarne il marchio per il loro branding. Immaginiamo di munirci della tavolozza di un pittore. Acquerelliamo di rosso intorno a noi e lasciamoci abbracciare dal dinamismo e dalla vitalità che scaturisce dal colore del cuore e dell’amore. Lo sapevate che il rosso è il primo colore percepito dai bambini? Lasciamoci sedurre dal suo ottimismo. Ora, tinteggiamo un angolo di tranquillità, silenzio e tenerezza; direi che può tornarci utile il colore del cielo. Sì, dai, serviamoci del blu. E se mescolassimo rosso e blu per avere un colore che sappia di magia e mistero? Vi piace il viola? Ok, badiamo però a lasciare un po’ di spazio al colore caldo del sole, della vivacità e della fantasia. Illuminiamo di giallo oro tutto ciò che resta. A questo punto, direi di respirare profondamente e di mandare a quel paese il colore della neutralità, dell’ombra e della nebbia, il grigio delle nostre città. NUBE ha in mente per noi un ambiente dall’anima super colorata da cui attingere sorrisi, buon umore e bellezza. Quest’uragano di creatività sta partendo dalla Campania e chissà fin dove si spingerà. Aiutiamolo ad espandersi! NUBE – Intervista agli artisti Il progetto NUBE crea arte riqualificando gli spazi (pubblici e privati). Come nasce l’idea e perché avete scelto questo nome? L’idea nasce quando siamo stati in Messico e abbiamo fatto i nostri primi murales l’anno scorso, aleggiava insomma nelle nostre menti già da un po’. È stato più arduo di quanto ci aspettassimo trovare un nome che ci convincesse, che funzionasse foneticamente e che raccogliesse appieno la concezione attorno cui si fonda il nostro collettivo. Abbiamo infine optato per NUBE perché ci piace la sua sonorità e perché vuole richiamare alle nuvole e al loro continuo mutare, rievocando sempre nuove forme in chi le guarda. Prima di decidere il nome, avevamo già realizzato il murale a Casal di principe, raffigurante un bambino che gioca con una nuvola d’acqua, avevamo pensato quindi di girare attorno a quel concetto perché anche dal punto di vista figurativo può dare spunti molto interessanti. Chi o cosa è stata la vostra fonte d’ispirazione? Per quanto riguarda la creazione del collettivo, più che parlare di ispirazione ci verrebbe da parlare di una vera e propria necessità nostra. Da anni lavoriamo anche come illustratori e da sempre ci siamo dovuti per forza di cose interfacciare molto col mondo social e virtuale per far circolare le nostre cose. La maggior parte dei nostri lavori sono digitali e si muovono su un palcoscenico di virtualità per un pubblico che apprezza premendo un tasto in un momento di svago e distrazione.  Volevamo fare qualcosa che fosse l’opposto di questa condizione, che si muovesse sul mondo reale e s’interfacciasse con persone in carne ed ossa, senza maschere. Volevamo […]

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Teatro

ArsNova Napoli e Assurd, come zingari a bordo di una roulotte

Il 9 dicembre sono arrivati sul palco del Piccolo Bellini di Napoli due formazioni diverse coniugate dall’immortalità della musica popolare: gli ArsNova Napoli e Assurd. L’evento fa parte della rassegna BeQuiet concerti al Piccolo Bellini organizzato sotto la direzione artistica di Apogeo Records e dallo stesso collettivo BeQuiet di Giovanni Block.  Protagonisti Gianluca Fusco (voce e chitarra), Antonino Anastasia (tamburi e percussioni), Marcello Squillante (voce e fisarmonica), Bruno Belardi (contrabbasso), Michelangelo Nusco (violino) e Vincenzo Racioppi (charango e mandolino) di ArsNova Napoli e Cristina Veltrone e Lorella Monti di Assurd, un progetto musicale nato negli anni Novanta. Un evento dalla portata eccezionale, tanto che registra sold out a pochi giorni dalla messa in vendita dei biglietti. Si tratta della concretizzazione di un sogno, quello dei giovani polistrumentisti partenopei di suonare in concerto con chi, prima di loro, si è lasciato sedurre dalla cultura contadina, dalle sonorità mediterranee e dai ritmi passionali e impetuosi delle tammorre e dei tamburelli.  Tra una tarantella campana e una pizzica pugliese, l’alchimia della serata viene alimentata dalla presenza di Alessandro De Carolis al flauto, Marcello Smigliante Gentile al mandolino e Davide Chimenti, l’autore che fa capolino sul palco per raccontare la storia de “La Catalana”, il brano che ha anticipato l’uscita dell’ultimo disco degli ArsNova Napoli, dal titolo E senza l’acqua la terra more (per l’etichetta Apogeo Records). La catalana  fu scritta da Davide una ventina di anni fa, durante un viaggio con gli storici Scetavajasse, tra la Svizzera e il Piemonte. Il fatto curioso è l’origine dell’impulso per la composizione del pezzo. Davide si lasciò ispirare dal ritmo di musiche tradizionali iberiche suonate da gitani che ascoltò da un vinile…trovato in un bidone della spazzatura a Ginevra. ArsNova Napoli e Assurd, la fusione in una dimensione onirica La voce calda e corposa di una delle due “scugnizze” di Assurd si alza sul palco: «Stasera c’hann assittati…Ch’sufferenza!» Ma l’entusiasmo dei musicisti non implode, tutt’altro. Scoppia e zampilla ovunque. Arriva fino in platea. L’eccitazione è carica dei colori del Mediterraneo, dalle sfumature brillanti e sfaccettate, che sembrano colare dalla tavolozza di un pittore impressionista pronto a dipingere ogni volto e a trasformare ogni cosa. Così, il palco sfuma e le poltrone evaporano. Lasciano il posto alla strada – il palcoscenico naturale di ArsNova Napoli e Assurd- che si materializza sui frantumi del teatro ormai inesistente. Una riga bianca in mezzo alla via sfreccia insieme a noi che, nel frattempo, prendiamo le sembianze di zingari e veniamo catapultati a bordo di una roulotte insieme ai musicisti. Mare, monti, colline e distese di ulivi si dispiegano sullo sfondo dei nostri finestrini. Non abbiamo tappe obbligate, ci limitiamo a godere della purezza della strada e del dialetto locale che riecheggia a ogni fermata. Sincronizziamo le nostre mani a ritmo di musica, e si viaggia. Drogati dal mix esplosivo del sound made in Sud di ArsNova Napoli e Assurd, siamo tutti figli della terra, viaggiamo a bordo di una roulotte a una velocità incredibile e ci dirigiamo sempre più a sud, […]

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Culturalmente

Caffè: il gusto che ci fa sentire ovunque a casa (più o meno)

C’è qualcosa nel mondo che, davvero, ci unisce tutti e ci fa sentire ovunque “a casa”(…più o meno), una tradizione multiforme apprezzata a destra e a manca, che ha ispirato la gente di ogni luogo e ogni tempo: il caffè Si tratta di una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea. Bach ha dedicato una cantata profana alla nostra pozione aromatica, la Kaffee – Kantate BWV211, che ci catapulta in un esilarante battibecco tra padre e figlia perché lui vorrebbe proibirle di assaporare la nuova bevanda in voga ai suoi tempi, ma lei si mostra decisa a non volervi rinunciare. All’epoca si considerava il caffè una vera e propria droga dannosa per la salute, per cui la giovane viene messa dinanzi a una scelta: o il caffè o la “zitellanza”. Fortunatamente, l’arguzia femminile è una fiumana in piena che non conosce argini e la ragazza farà firmare al suo fidanzato un contratto di nozze che lo obbligherà a lasciarla libera di bere caffè a volontà. Happy ending per la furbetta “assatanata”. Eh sì perché, per i suoi effetti energetici ed eccitanti, il nostro drink è stato considerato la “bevanda del diavolo” in passato. Addirittura, nel Quattrocento, alcuni sacerdoti hanno fatto pressione al Papa affinché vietasse l’uso del malefico liquido musulmano proveniente da Oriente, ma Papa Clemente VIII lo assaggiò, gli piacque e  decise di battezzarlo come “bevanda cristiana”. L’opinione del Papa piombò secca e decisa e fece sparire ogni dubbio in merito: “È così squisito che sarebbe un peccato lasciarlo bere esclusivamente agli infedeli”. Taac! Da “bevanda del diavolo” ad “acqua santa” è un attimo. Pare che proprio grazie alla benedizione del pontefice il caffè ebbe larghi consensi in Europa. Caffè, tra mito e realtà L’origine del consumo del caffè è controversa. Gli archeologi hanno trovato scritti risalenti al 900 d. C. su cui erano riportate le descrizioni riguardo il suo utilizzo in campo medico. Alcuni scritti evidenziano che l’inizio della storia del caffè avrebbe le radici in una bevanda medio orientale chiamata “vino d’Arabia”. Si narra anche che l’arcangelo Gabriele avesse fatto bere al profeta Maometto la nostra bibita prediletta per curarlo, utilizzandone le proprietà benefiche. Esiste, poi, la leggenda del pastore etiope Kaldi che notò che il suo gregge, dopo aver ingerito bacche di caffè, erano molto più attive. Così le assaggiò e constatò che avevano un effetto energetico. La gente del luogo fece delle bacche una bevanda, e questa iniziò a diffondersi. Pare che, nel 1617, la bibita abbia conquistato l’Europa grazie ai commercianti veneziani che seguivano le rotte marittime che univano l’Oriente con Venezia e Napoli. Successivamente, Venezia divenne un importante punto di riferimento anche per mercanti provenienti da altri Paesi dell’Europa centro-settentrionale. Ma la leggenda vuole che l’Occidente abbia scoperto il caffè grazie ad alcuni sacchi dimenticati dai turchi in ritirata da Vienna. Quando nascono le prime “botteghe del caffè”, quest’ultimo diviene una bevanda “sociale”. Sorgono eleganti caffetterie in moltissime città europee, che divengono luoghi […]

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Teatro

Dr. Nest, Familie Floz al Teatro Bellini di Napoli

Dr. Nest è il titolo della storia che Familie Flöz – un gruppo di attori tedeschi – porta sul palco del Teatro Bellini di Napoli per addentrarsi nell’enigmatica cartografia del cervello e raccontare le torbide profondità dell’animo umano. La travolgente storia del Dr. Nest è ispirata da paradossali descrizioni di casi provenienti dalla neurologia ed è ambientata nella sperduta casa di cura “Villa Blanca”. Un giorno, il dottore viene svegliato di buon mattino da alcune voci e quando torna lentamente in sé a Villa Blanca, si ritrova solo ed estraneo a se stesso, nonostante l’ambiente, i pazienti e i colleghi gli siano familiari. Si tratta di una produzione Familie Flöz in coproduzione con Theaterhaus Stuttgart, Stadttheater Wolfsburg e L’Odyssée Périgueux con il supporto di HKF e Fondstransfabrik. Lo spettacolo di Fabian Baumgarten, Anna Kistel, Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler, Mats Suethoff e Michael Vogel con Anna Kistel, Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Mats Suethoff, vanta della regia di Hajo Schüler e della co-regia di Michael Vogel. Dopo le prime due date, lo spettacolo sarà replicato fino al 15 dicembre. Dr. Nest, tra sogno e follia Il maggior punto di forza dell’inventiva di Familie Flöz è quello di riuscire a far sognare letteralmente ad occhi aperti il pubblico, grazie all’utilizzo di maschere “quasi” umane, e dico “quasi” perché hanno zigomi perfetti, pelle marmorea e non conoscono nei. Le maschere sul palco del Teatro Bellini, curate da Hajo Schüler, non lasciano percepire sentimenti o pensieri. No! Quelli li devi creare tu. Perché una maschera cela il viso animato dietro una forma statica e prende vita innanzitutto nell’immaginazione dello spettatore. Familie Floz mette al centro della propria rappresentazione il conflitto corporeo, perché una situazione drammatica si manifesta prima di tutto nel corpo. La compagnia berlinese chiede una sola cosa alla propria platea: spalancare gli occhi, restare svegli con la mente e tenere il cuore vigile. Il mondo della psichiatria è ben distante da uno sterile convegno e dallo sguardo di fuoco di uomini in giacca e cravatta. Sicuro. Determinato. Rassicurante. Lo sconta sulla propria pelle Dr. Nest, che si ritrova a rimuginare su ricordi di corpi con vita propria, personalità dissociate, stati confusionali, demoni e allucinazioni incontrate nella sperduta casa di cura Villa Blanca. Dr. Nest non ha avuto a che fare con assemblati di organi, lui ha avuto a che fare con persone. Queste ultime non si riconoscono di certo sotto lo stesso nome, ma le terapie – ahimè – sono perlopiù uguali per tutte e i colleghi sono stanchi e demotivati, e c’è chi ha pensato che lui addirittura non sapesse cosa fosse giusto fare. La dimensione onirica delle scene mobili in cui ci lascia fluttuare Rotes Pferd è straniante, ma al contempo familiare, perché ci ritroviamo nei meandri della psiche umana. Opportuni e originali i costumi di scena di Masha Schubert, utilissimi per sottolineare alcune caratteristiche psicologiche dei personaggi che l’indossano. Incantevole il sound design di Dirk Schröder e fondamentale il disegno-luci creato da Reinhard Hubert, che […]

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Teatro

Ezio Mauro in Berlino, Cronache del Muro al Teatro Nuovo

Giovedì 21 novembre 2019, alle ore 21.00, il Teatro Nuovo di Napoli s’impolvera sotto i colpi dei picconi che hanno cambiato la storia di un Paese, rievocati nello spettacolo “Berlino. Cronache del Muro” da Ezio Mauro, giornalista e scrittore, ex direttore della Stampa e della Repubblica. Lo spettacolo si apre sul giorno 13 agosto 1961, quando i cittadini di Berlino si svegliano in una città divisa in due da una cortina di ferro, e si dissolve nella notte del 9 novembre 1989, nel momento in cui la comunità si riunisce dopo l’abbattimento del muro e arriva sulle sue macerie Mstislav Rostropovich a creare, col suo violoncello, la colonna sonora dei muri che cadono. Ezio Mauro ripercorre tutte le fasi della vicenda, da quel dopoguerra che ha diviso la Germania in quattro zone amministrate dalle quattro potenze vittoriose, consegnando all’Unione Sovietica più del 30 per cento del Paese, al blocco dei rifornimenti imposto dai russi, alla capitale, passando per i tentativi di fuga dei berlinesi disperati fino alla caduta e a ciò che oggi la Berlino conserva a memoria di uno dei suoi periodi più tristi. Oggi tutto è ricomposto, la città e il Paese, la storia e la tragedia – racconta l’ex direttore di Repubblica – come se la caduta del muro contenesse il principio ordinatore della nuova Europa, finalmente libero dal sortilegio che lo imprigionava. Un miraggio già svanito. Questa nuova produzione chiude la sua trilogia di cronache storiche, legate a importanti anniversari, che ha ripercorso, insieme al pubblico, gli eventi della rivoluzione russa e del sequestro Moro. Lo spettacolo, scritto e narrato da Ezio Mauro, è presentato da Elastica in collaborazione con La Repubblica, e vede la collaborazione di Carmen Manti e Massimiliano Briarava (quest’ultimo anche in scena con Ezio Mauro), per l’adattamento e la messa in scena, Massimo Pastore, per l’identità grafica, e Roof Design, per le animazioni video. Lo spettacolo di Ezio Mauro e l’importanza della memoria Se non si vuole sprecare la vita, è necessario valorizzare la memoria. Difficile in un mondo dominato dalla fretta e proiettato continuamente verso il futuro, che non ha tempo per curarsi del passato. Pensiamoci un attimo, se non avessimo memoria dovremmo imparare tutto da capo, ecco perché la storia è Magister Vitae. Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro, diceva lo scrittore cileno Luis Sepùlveda. Ciò che è stato ci scorre nelle vene, la nostra storia ci abita sotto pelle e non possiamo ignorarla. Fortunatamente, c’è chi trascrive la storia intrappolando per sempre il passato nei libri, che sono baluardi preziosissimi per ognuno di noi. Ezio Mauro, a distanza di trenta anni dai tormentati eventi d Berlino, oggi ha deciso di portare sul palco, in forma di conferenza teatrale, lo storytelling della caduta della fine di un’epoca, che si concretizza nel crollo del “mostro” che separava idealmente e concretamente la città e l’Europa: 156 chilometri per quasi quattro metri di altezza. E così il Teatro Nuovo di Napoli spalanca una finestra sul grigiore di quegli anni che […]

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Teatro

Alessio Arena apre la rassegna BeQuiet

Giovedì 7 novembre, alle ore 21:00, ad aprire la rassegna BeQuiet – Concerti al Piccolo Bellini, presentato da APOGEO RECORDS & BEQUIET, è stato Alessio Arena con il recital “Vocca“. Vale la pena soffermarsi un attimo a parlare del BeQuiet. Si tratta di un movimento culturale attivo dal 2012, nato da un’idea del compositore e arrangiatore Giovanni Block, che ha lo scopo di aggregare musicisti, artisti e operatori. Il movimento si è consolidato nel cartellone del Teatro Bellini, diventando anche compagnia teatrale ed è considerato – ormai da oltre sette anni – il palco più accreditato per la canzone d’autore di qualità. Quest’anno Apogeo Records, oltre a produrre la rassegna in collaborazione con Upside Production, affiancherà il BeQuiet nella direzione artistica. La rassegna sarà l’occasione per conoscere e apprezzare le più interessanti proposte della canzone d’autore e si svolgerà al Teatro Piccolo Bellini in quattro appuntamenti che ospiteranno dopo Alessio Arena, esibitosi il 7 novembre, gli Ars Nova Napoli & Assurd (9 dicembre), le Mujeres Creando (16 gennaio 2020) e la presentazione di Apogeo Records New Generation (9 febbraio 2020). Alessio Areana, chi è? Alessio Arena è un figlio di “put***a”. Non accigliatevi, dai. E togliete quelle mani dai fianchi coi pugni chiusi, per trasmettere paura. Sembrate gatti che arruffano il pelo! Mi piace pensare ad Alessio Arena come il figlio di una donna di facili costumi che non si cura di seguire le regole del buon gusto, perché non ha nemmeno un briciolo di timore nel risultare sfacciata. Una femmina che indossa sempre un vestitino aderente e dei tacchi a spillo, un paio di cerchi e un rossetto intenso. Una ribelle che balla, beve e flirta, e offre liberamente il suo corpo alla voglia degli uomini, restando malvolentieri incinta. Sputa dal suo corpo carne della sua carne, che per lei rappresenta puntualmente solo una costrizione, una responsabilità che non vuole assumersi. Alessio Arena è figlio di Napoli, e la cosa non mi stupisce. Perché i figli di Napoli hanno in sé il sacro fuoco dell’arte. Non ci si sveglia una mattina decidendo di voler fare l’artista: l’arte è una crosta che rimargina una voragine pregna di un’anima che non parla, ma urla, e il suo valore non conosce il desiderio di “arrivismo” mercificato. Ha solo bisogno di cicatrizzarsi, di prendere forma. Alessio Arena è un artista a 360 gradi e lo è per esigenza, perché è un figlio di buona madre. Quella mamma che lui non prega, “jastemma”. Classe 1984, Alessio Arena è il canta-scrittore del Rione Sanità, dal sangue composito, mezzo partenopeo e mezzo spagnolo, in quanto figlio adottivo della penisola iberica, la sua seconda mamma musicale, dove si è trasferito dopo aver completato i suoi studi letterari in Italia. Alessio è autore di romanzi e album pluripremiati, oltre che stimato traduttore per l’editoria e per il teatro, ma non approfondiremo le vie impervie che ha percorso con successo riconosciuto questo concentrato ambulante di passione e talento, perché non basterebbe un articolo. I viaggi che concretamente ha vissuto […]

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Teatro

Teatro Trianon Viviani: Le indimenticabili canzoni di Napoli

La serata del primo novembre, Eroica Fenice si è addentrata nel cuore di Napoli dove, al Teatro Trianon Viviani (il primo teatro popolare campano), ha assistito alla messa in scena del primo titolo del cartellone firmato dal direttore artistico uscente Nino D’Angelo: Quelle del Festival… Le indimenticabili canzoni di Napoli. Uno spettacolo suddiviso in due tempi, presentato da Edda Cioffi e prodotto da Sud promotion. È stata una serata all’insegna della promozione e della valorizzazione delle indimenticabili canzoni napoletane. Protagonisti dieci artisti: Giusy Attanasio, Alessia Cacace, Luciano Caldore, Gino Da Vinci, Enzo Esposito, Mavi Gagliardi di Sud 58, Alfredo Minucci, Teresa Rocco, Antonio Siano e Lino Tozzi. Ha diretto l’orchestra Peppino Fiscale, che ha curato anche gli arrangiamenti musicali. Maurizio Palumbo, ideatore e regista dello spettacolo, ha inserito nella scaletta anche celebri brani presentati da interpreti partenopei al festival di Sanremo. «È una sorta di gemellaggio tra il festival di Napoli e quello di Sanremo, nel ricordo della manifestazione che si tenne nel 1932 nel casinò municipale della città ligure, il “festival della Canzone partenopea”, ideato e organizzato da Ernesto Murolo, il poeta autore di “Serenata napulitana”, padre di Roberto Murolo». Al Teatro Trianon Viviani, Napoli resiste attraverso la musica e si racconta La musica partenopea sa del profumo degli aranci e dei limoni di Sorrento, c’immerge nel blu del mare che bagna il Golfo, evoca l’austerità del Vesuvio, parla d’amore e denuncia una cruda realtà. Tra il patrimonio della canzone e il napoletano esiste un’identità totale che va oltre le distinzioni sociali, economiche e culturali. Nei meandri di Forcella, uno dei quartieri napoletani maggiormente martoriati dalla malavita, al Teatro Trianon Viviani, si celebra la bellezza della canzone napoletana, una produzione che si afferma a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. La canzone napoletana è oggi famosa in tutto il mondo e si fa linguaggio universale. Chi non ha sentito, almeno una volta nella vita, il ritornello di O’ sole mio? La diffusione della canzone napoletana ha raggiunto livelli internazionali, basti dire che, spostandoci all’estero, possiamo ad esempio ascoltare Funiculì Funiculà in occasione del cambio di guardia al palazzo Reale di Danimarca. Popoli diversi, uomini del passato, del presente e del futuro possono far capo alla musica per intendersi. Essa è ovunque e ognuno di noi se la porta dentro. «Per noi il mondo non ha confini, siamo tutti clandestini». La musica ci unisce e ci rende più forti. La bellezza ci porta in salvo, sempre. Di seguito, la scaletta musicale: primo tempo 1. Antonio Siano – ‘O Vesuvio (1967) 2. Giusy Attanasio – Segretamente (1960) 3. Luciano Caldore – Perdere l’amore (Sanremo 1988, Massimo Ranieri) 4. Enzo Esposito – ‘A pizza (1966) 5. Mavi Gagliardi – Tu si’ na cosa grande (1964) 6. ospite 7. Alfredo Minucci – E mo’ e mo’ (Sanremo 1985, Peppino di Capri) 8. Lino Tozzi – Scriveme (1966) 9. Alessia Cacace – Tuppe tuppe, Marescia’ (1958) 10. Gino Da Vinci – Vienme ‘nzuonno (1959) 11. Teresa Rocco – Malinconico autunno (1957) 12. medley secondo tempo 1. […]

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Napoli e Dintorni

Julian Williams, lo street artist innamorato di Napoli

Chi è Julian Williams? Eroica Fenice lo ha incontrato per le strade di Napoli e lo ha intervistato. “Esistono luoghi che reggono lo scricchiolio del mondo senza troppe parole.” È ciò che ho pensato in un’apparente banale serata di settembre, seduta su una fioriera in piazza San Domenico. Ero annoiata e bramavo dalla voglia di parlare con un artista di strada che avevo notato, qualche sera prima, mentre suonava la chitarra di un amico. Aveva suonato per un paio d’ore senza mai fermarsi e aveva gli occhi fuori dalle orbite e l’energia di un matto. Cercavo invano di trovare un argomento per attirare la sua attenzione, quando mi accorsi che uno street artist inglese mi stava ritraendo. Si trattava di Julian. Mi avvicinai e mi donò una tazza di porcellana cinese. Non capii perché lo fece, ma il gesto m’intenerì e pensai che posti come piazza San Domenico sono posti in cui non c’è bisogno di troppe parole. Un artista inglese che non mi conosceva affatto mi aveva appena ritratta in tutto il mio malumore, senza la necessità di chiedermi “Come stai?”. La sua arte non aveva cercato neanche per un attimo di farmi apparire più interessante di quel che fossi, ma aveva evidenziato e valorizzato una tristezza che il mondo distratto stava semplicemente ignorando. Julian Williams è un uomo pieno d’amore e appassionato all’arte. Ha un blog che vi consiglio di visitare, “Drawing and Illusion”, dove nella rubrica “Seven days in Naples” parla del suo soggiorno partenopeo e dell’incontro tra noi, avvenuto l’ultimo giorno. È curioso notare come dall’attenzione riposta su un particolare e dalla percezione di uno stato d’animo si possa poi viaggiare con l’immaginazione. Quando ho confrontato la mia personale storia della serata con la ricostruzione di Julian Williams dei fatti da lui ritratti, non ho potuto fare a meno di sorridere, e ho sentito l’esigenza di intervistarlo. Julian Williams e Drawing and Illusion, l’intervista Julian Williams, tell me about “Drawing and Illusion” and how you liked art more and more. Julian Williams, parlaci di te, di “Drawing and Illusion” e di come ti sei avvicinato all’arte. The illusion of spirit in a drawing is a precious thing. Of course a piece of paper contains no spirit, that is an illusion. Drawing, and other art forms, are using this illusion of spirit to create new sorts of languages. I think artists should use their skills in their art form to share their spirit with others. Many people think art is something that you go to see in a museum, or buy and hang on your wall. My opinion is quite different. I believe art is something we all do, and through our doing art we find out about each other’s spirit. For instance if you write an email and then add an emoji, we see spirit flow into the text of the words of the email. That is what art is for. Everyone who uses an emoji is an artist. I love to go to museums. I love […]

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Teatro

Giorgio Montanini a Napoli, Come Britney Spears

Sabato 26 ottobre, Giorgio Montanini torna a Napoli, come previsto dalla rassegna nazionale The Comedy Club, la cui tappa più importante e cult è quella del Kestè. Ad aprire la serata è Davide Diddielle, laureatosi in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali per non deludere il bambino omonimo che sognava di non lavorare mai. La giovane voce comica, per nulla banale, prepara con cura il terreno a Giorgio Montanini fronteggiando un pubblico inizialmente distaccato. All’arrivo del re della Stand Up italiana, posso giurare di vedere il Kestè Abbash riempirsi di nuvole nere contornate da lampi e fulmini. Si alza persino il vento. Vorrei mettere in guardia gli inesperti in materia di Stand Up Comedy o magari trovare loro direttamente un riparo, fiutando l’odore dell’imminente temporale che affonderà le sue lame acuminate di pioggia nella nostra pelle. Ma i colori intorno a noi si fanno sempre più scuri e Giorgio Montanini annuncia il primo tuono con un sogghigno, seguito da un sorso di birra. Il palco ci consegna un Giorgio trascurato che difende, però, con le unghie e con i denti il suo peculiare portamento austero. Ha le labbra contratte, le sopracciglia accigliate e gli occhi della follia. Quella Follia che Erasmo da Rotterdam fa parlare così: “in me non c’è posto per il trucco, non fingo con la mia espressione qualcosa di diverso da ciò che si nasconde nel cuore.” Giorgio Montanini è arrabbiato. Fulmina la platea e il genere umano tutto, con uno sguardo nel primo caso, con una semplice mossa nel secondo. Giorgio Montanini mette in discussione l’antropocentrismo. Dalla notte dei tempi cerchiamo disperatamente la “giusta strada” dell’evoluzione, col miserabile risultato di trovarci in mezzo ad analfabeti funzionali e stupidi. Ci siamo convinti che il lavoro e la remunerazione siano i valori fondanti della nostra realizzazione, per poi regredire culturalmente e socialmente. Il bello è che la colpa non è degli stupidi. La colpa è dei buoni. Di chi diserta la battaglia, affidando la rappresentazione dei propri sani principi a una minorenne con la sindrome di Asperger. La nostra rivoluzione è pari a una flebile emissione puzzolente di gas intestinali proveniente dall’ano. L’ipocrisia e il politically correct ci annebbiano la vista e sono loro i primi veri nemici da stendere, perché non ci fanno vedere chiaro, ci illudono di poter cogliere il senso della vita in un’atleta paralimpica adolescente come Bebe Vio, quando il senso non c’è. Non siamo altro che esseri insulsi che tentano di sopravvivere in una terra che non fa per loro. Si pensi al neonato che nasce in inverno! Una volta partorito, va coperto, protetto, tutelato. Perché il territorio gli è ostile. Prendere consapevolezza del fatto che siamo in mano al nulla potrebbe essere l’occasione per vivere più tranquilli, la smetteremmo di essere la merce del nostro sistema capitalistico. Torneremmo ad essere umani. Accetteremmo di essere dei falliti. Perché l’uomo può perdere, può sbagliare, può cadere e può rialzarsi, sempre. Ecco perché “Come Britney Spears”, perché lei ha avuto il coraggio di rialzarsi. E invece […]

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Napoli e Dintorni

James Senese e mezzo secolo di carriera, presto a Napoli

Il sassofonista mianese dalla pelle scura James Senese, con i suoi Napoli Centrale, chiude il tour che festeggia i cinquant’anni di una carriera leggendaria il 25 ottobre a Napoli, presso il Teatro Acacia (in via Raffaele Tarantino, 10), nell’ambito della rassegna “SYNTH – Jazzin’ Zone”. Dopo aver scritto un nuovo capitolo per la musica delle proprie radici, portandola a un livello di riconosciuta internazionalità, James Senese punta a farci inondare Partenope di lacrime coni suoi cinquant’anni di canzoni, portando sul palco il meglio del suo enorme mondo musicale, armato di sax e sentimento. Memo: ancor prima del biglietto, armarsi di fazzoletti! Sì, perchè ad attenderci è una serata ricca di emozioni, in cui l’arte si farà rivoluzione. In apertura della serata ci sarà il set live di KHALAB, artista in bilico fra elettronica e ancestralità, in continua ricerca di un personalissimo stile che unisca elementi musicali tradizionali africani alle nuove frontiere sonore. James Senese, “Aspettanno ’O Tiempo” Il nostro perfetto “nero a metà”, figlio di un soldato afroamericano e di una napoletana doc, con la sua massa di capelli neri e la possenza del suo timbro vocale, sarà prestissimo a Napoli con i Napoli Centrale, per promuovere il suo ultimo doppio cd live “Aspettanno ’O Tiempo”, uscito a maggio 2018, a due anni dal mirabile “O Sanghe” (vincitore della Targa Tenco nel 2016, nella sezione album in dialetto). Questo doppio album contiene la sua musica, una dirompente miscela di “negritudine“, che unisce stilemi jazz, funk e Africa con la radice musicale partenopea, e due inediti, lo strumentale “Route 66” e “LL’America”, scritto da Edoardo Bennato. Si tratta di un disco che, in un certo senso, prova a rallentare e a fissare il tempo di chi ha condensato ogni sua emozione nella musica. Gaetano Senese, in arte James Senese, uno dei più grandi musicisti italiani dell’ultimo mezzo secolo, è un condensato di energia inesauribile, lo dimostrano la sua musica e i sold-out che continua a registrare, a settantaquattro anni suonati. Noi tutti siamo debitori a quest’uomo votato completamente alla sua arte e a quella che è la dimensione artistica che meglio lo rappresenta, i Napoli Centrale, nome che allude alla stazione ferroviaria come crocevia di culture e, dunque, alla nuova identità musicale napoletana di cui sono i fautori. Estremi, coraggiosi e sempre alla ricerca del “nuovo”, hanno scritto un pezzo di storia della musica italiana ed è assolutamente vietato mancare! In questa speciale occasione verranno anche realizzate delle riprese che faranno parte di un film biografico che uscirà nella primavera del 2020.   “Avevo bisogno di tornare alla fonte del sound e del feeling dei Napoli Centrale degli esordi, quando decidemmo di creare una band che in Italia non esisteva e che proponesse tutta la musica che amavamo, molta della quale proveniente dagli Stati Uniti, e che si ispirava alle rivoluzioni stilistiche e culturali di Miles Davis e John Coltrane. In questo tour do veramente tutto me stesso, la mia musica, la mia anima, a chi mi segue dall’inizio o mi […]

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Teatro

Ennio Coltorti ne Il sogno di Nietzsche al Piccolo Bellini

Il 12 ottobre, il Teatro Piccolo Bellini di Napoli ha spalancato le sue porte a Eroica Fenice, per introdurla nelle vie tortuose della mente tanto controversa quanto affascinante di Nietzsche, inerpicatesi neIl sogno di Nietzsche, lo spettacolo di Maricla Boggio, con la regia di Ennio Coltorti, in scena insieme a Adriana Ortolani e Jesus Emiliano Coltorti. Il sogno di Nietzsche è uno spettacolo che ti droga. Ti lascia sniffare un’atmosfera onirica contenente le visioni allucinatorie di Friedrich Wilhelm Nietzsche, intento a rivivere alcuni dei momenti che hanno segnato la sua gioventù. L’aroma della musica classicheggiante che aleggia nell’aria annebbia la vista e fa battere forte il cuore, fino a farlo esplodere in un irrefrenabile impulso alla vita. Il sogno di Nietzsche mostra il teorico dell’eterno ritorno, incarnatosi in Ennio Coltorti, estremamente simile a lui, attraverso una lente d’ingrandimento che vede il filosofo amare, soffrire e reagire. Ennio Coltorti e Il sogno di Nietzsche: Lou Salomé come figura centrale Lou Salomé, interpretata da Adriana Ortolani, è una donna bellissima, dotta, indomabile, piena di fascino, spregiudicata, anticonformista, distruttiva, quasi demoniaca. Una donna capace di legami appassionati, che sceglie di vivere l’amore fino in fondo, dotandolo di slancio intellettuale oltre che fisico, una donna che seduce e abbandona gli uomini perché l’amore rischia di diventare esigenza di possesso e smania di approvazione. Una donna brillante e dall’intelligenza rara, che scardina i luoghi comuni dell’Ottocento. Una donna promotrice precoce del concetto di libertà individuale come vero scopo della vita. Un vero uragano di vita. L’intesa tra Nietzsche e Salomé è perfetta, ma Lou è una farfalla che non si lascia mai catturare e quando il sole tramonta se lo lascia alle spalle volando più forte, arrivando a toccare il cielo con le ali. Con la sua spassionata libertà, la sua bellezza semplice, ma magnetica, Lou porta scompiglio in Europa infrangendo i cuori di uomini eccezionali, tra cui Nietzsche. Lou intende realizzarsi esclusivamente attraverso lo studio. Approda a Roma, dove conosce il filosofo tedesco Paul Rée (Jesus Emiliano Coltorti), il quale si invaghisce di lei che, però, ricambia l’attrazione solo a livello intellettuale proponendogli, perciò, un sodalizio culturale. Rée parla a Nietzsche di questa donna straordinaria e lo invita a conoscerla. Lou propone ai due filosofi una sorta di collaborazione paritaria dedita allo studio non sbilanciata da rapporti sessuali. Si viene a delineare, così, un triangolo, una sorta di “Trinità” intellettuale che, noncurante della mentalità ottocentesca, decide di andare a convivere. Anche Nietzsche non sarà immune al fascino di Lou e perderà la testa, così Il sogno di Nietzsche ci restituisce un’immagine intima e quasi tenera del filosofo. Nietzsche, filosofo solitario, frainteso sia al suo tempo che dopo, è celebre per la radicalità delle sue tesi. La sua opera, troppo spesso ridotta a slogan fascistoidi e mero “paraculismo” per condotte amorali, è in realtà frutto di un pensiero che ruota tutto intorno all’amore per gli uomini. Un amore duro e tirannico, che si presta a interpretazioni fuorvianti e aberranti, ma un sentimento puro e veramente […]

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Teatro

FABER al TRAM, in scena Bocca di rosa | Recensione

Dopo due date sold out ad agosto, nel Chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, il concerto-spettacolo intitolato “Bocca di rosa” e dedicato al nostro Faber è tornato in scena venerdì 4 e sabato 5 ottobre al teatro TRAM. A vent’anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, il gruppo artistico composto da Francesco Luongo (voce e direzione artistica), Giuseppe Di Taranto (voce e chitarra), Laura Cuomo (voce) e Davide Maria Viola (violoncello), con l’ospite Francesco Santagata (voce e chitarra), hanno srotolato nell’aria l’universo musicale e poetico di Faber, attraverso la lettura di brevi brani e poesie e la presentazione in chiave contemporanea delle canzoni più celebri del cantautore genovese. Stiamo parlando di una formazione eccezionale, caratterizzata dalla voce accogliente e corposa di Giuseppe in simbiosi con la nobiltà del suono della sua chitarra, dalla voce profonda di Laura che ben si sposa con il suono caldo e armonioso del violoncello di Davide, intento tutto il tempo a ingioiellare il teatro di magia, e dalla carezzevole voce di Francesco, oltre che dalle sue abilità creative e organizzative. Un’insapettata sorpresa si è incarnata in Francesco Santagata e nella sua versione acustica de “La guerra di Piero”, distante dall’originale ma non per questo priva di appeal, la quale ha suscitato grande energia e suggestioni che banalizzerei soltanto se provassi a verbalizzare. Il vuoto che Faber ha lasciato nella musica italiana fa ancora e farà sempre troppo male, ma il sodalizio di questi artisti lo ha ricordato con professionalità, passione e, soprattutto, delicatezza. Senza fare rumore. Il concerto-spettacolo “Bocca di rosa” ha abbracciato le diverse sfaccettature di Faber, nel rispetto della sua grandezza e poliedricità culturale. Il concerto-spettacolo che ha reso omaggio a Faber Le luci del TRAM si spengono dappertutto, tranne che sulla scena. Il colore del teatro è quello della notte. Il tempo si fa lungo e dilatato. Il buio separa la platea dal palco anni-luce e il pubblico si fa sempre più piccolo e inesistente di fronte all’immensità dell’universo di Faber. Sembra di stare in riva al mare, a guardare le stelle. Pare di aver appena disteso una coperta sulla sabbia e di aver alzato lo sguardo al cielo. È come aver staccato da tutto per concentrarsi sul firmamento. La musica si fa balsamo per i sentimenti, poi catarsi, liberazione. A partire dall’impulso dell’invidia delle comari di un paesino fino a quella di “Un giudice” perseguitato da tutti, evolutasi poi in sete di potere e di vendetta, il gruppo artistico prende delicatamente la nostra mano e cammina con noi tra le macerie che si lascia alle spalle il clima di competitività e rivalità. Si tratta di un tema maledettamente attuale: quel tentativo dell’uomo di misurarsi continuamente con gli altri che Faber analizzò mirabilmente a suo tempo, soffermandosi sulla vis non convenzionale, l’umanità e la portata allegorica della galleria dei suoi ritratti umani. Alcune note iniziali di una canzone esplodono, in seguito, in una miriade di stelle cadenti. I più cinici della platea li immagino pensare a una “sagra delle illusioni”, mentre […]

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Fun e Tech

Lotto: tra fascino, miseria e superstizione

Quanti di voi sono convinti che il gioco del lotto sia nato a Napoli? Beh, segnatevi questa data, 1576, e questo luogo, Genova. Due volte l’anno, venivano estratti tra centoventi nobili genovesi cinque nominativi che subentravano ad altrettanti membri del Senato e del Consiglio dei Procuratori per i quali era scaduto il mandato elettorale. Il sorteggio veniva seguito dal popolo, che iniziò a scommettere sui nomi che sarebbero stati estratti. Il gioco del lotto arriverà a Napoli in un secondo momento, con l’Unità d’Italia, e in questa città troverà terreno fertile per attecchire come non mai. Chest’è. Napoli e il gioco del lotto “Ebbene, il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni, il popolo napoletano sogna il suo grande sogno, dove sono tutte le cose di cui è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e alto, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla pel bimbo e la biancheria per la moglie e il cappello nuovo per il marito. Tutte queste cose che la vita reale non gli può dare, che non gli darà mai, esso le ha, nella sua immaginazione, dalla domenica al sabato seguente; e ne parla e ne è sicuro, e i progetti si sviluppano, diventano quasi una realtà, e per essi marito e moglie litigano o si abbracciano. Alle quattro del pomeriggio, nel sabato, la delusione è profonda, la desolazione non ha limiti: ma alla domenica mattina, la fantasia si rialza, rinfrancata, il sogno settimanale ricomincia. Il lotto, il lotto è il largo sogno, che consola la fantasia napoletana: è l’idea fissa di quei cervelli infuocati; è la grande visione felice che appaga la gente oppressa; è la vasta allucinazione che si prende le anime”. Queste le parole di Matilde Serao ne “Il Ventre di Napoli” del 1884. L’instancabile scrittrice, sofferente di un “mal di Napoli” mai guarito che si portava addosso come una sorta di cicatrice, ci lascia in eredità anche pagine meravigliose che descrivono un’estrazione del lotto ne “Il paese della Cuccagna” del 1891. Queste sono ancora impregnate di sorprendente puntualità. Il fascino della scommessa e il brivido provocato dalla sfida di prevedere lo svolgimento degli eventi sono le radici dell’attrazione per il gioco. Il carattere fatalista e creativo del popolo napoletano riesce a creare persino una filosofia dei numeri, attribuendo loro un significato profondo. Per il partenopeo verace, qualsiasi avvenimento può regalare numeri vincenti. La catastrofe, soprattutto, è il luogo in cui da sempre s’incontrano scienza e superstizione. Non sorprende, dunque, che anche per il terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia e Basilicata vari dati sono stati riferiti a una dimensione paranormale o insolita. C’è chi afferma di aver previsto l’evento, chi sostiene che a esso si accompagnarono segni straordinari. L’estrazione del […]

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Napoli e Dintorni

Discesa degli Inferi con Visit Campi Flegrei

Domenica 15 settembre, Visit Campi Flegrei (qui) ha accompagnato Eroica Fenice in uno dei sentieri di trekking più affascinanti nei Campi Flegrei, conosciuto da molti come la “Discesa degli Inferi”. L’escursione è partita dalle pendici del Monte Nuovo, nato con l’ultima eruzione dei Campi Flegrei, risalente al 1538, per arrivare in cima, attraversando la pineta e la macchia mediterranea che circonda la zona delle fumarole, per scendere poi alle sponde del Lago d’Averno, situato all’interno di un cratere vulcanico di 4000 anni fa. Il Lago d’Averno è considerato da Dante come l’ingresso agli Inferi perché si racconta che in passato le sue acque esalassero acido carbonico e gas che non permettevano la vita agli uccelli. Da qui il nome “Avernus”, dal greco “Aornon”, luogo senza uccelli. Discesa degli Inferi, l’escursione naturalistica tra incanto e mistero con Visit Campi Flegrei La terra campana è un palcoscenico naturale tutto da scoprire, incastonato in un’atmosfera suggestiva che è baciata quasi sempre dal sole. Gli scorci panoramici che offre sono solenni e di grande impatto per il cuore di chi ha voglia di mettersi in cammino e lasciarsi sedurre dalla loro immensa bellezza. Domenica è bastato qualche passo attraverso il bosco di querce dei Campi Flegrei per irrobustire le nostre radici e sentirci più saldi, più forti, e per avere il nutrimento necessario ad avanzare in stretta connessione con Madre Terra. Ci siamo cibati di un entusiasmo, un fervore e un’energia tale che hanno scandito il ritmo della nostra passeggiata sollecitando ogni nostro senso tra il profumo degli eucalipti, la freschezza e la purezza dell’aria e tutto il buono da toccare e assaporare che la natura ci ha offerto. La Discesa degli Inferi appare come un luogo stregato in cui meraviglia, natura e cultura si sposano in un turbinio di emozioni innescate da uno scenario d’incontestabile bellezza puntellato da lecci, salici bianchi, cannucce, salicornie, ginestre, pini marittimi, pesci, gabbiani, molluschi e antiche rovine, come il “Tempio di Apollo”, una grandiosa sala termale sita lungo la sponda orientale del lago. È al calar della sera che si è giunti sul Lago d’Averno, quando il sole ha infuocato violentemente le sue acque torbide, quasi arrabbiato per la prepotenza della luna che, alla stessa ora, ogni giorno, vuole impadronirsi del suo cielo. Ammirare il lago è stato come assistere a un’allucinazione dalle tinte oniriche. Si è trasceso il reale. Mossa da non so quali fili invisibili, ho preso istintivamente le cuffie dallo zaino per lasciarmi cullare da quel famoso leggero arpeggio orientaleggiante di Ghigo che apre la canzone “Fata Morgana” dei Litfiba. La voce di Piero Pelù mi ha trascinata negli angoli più reconditi della mente generando immagini casuali, confuse, costellate di labili illusioni. La potenza della batteria e dei riff di Ghigo mi hanno fatto trovare l’uscita d’emergenza che mi ha ricondotta alla realtà, ancor più assetata di vita e con uno sguardo più profondo spalancato sul meraviglioso paesaggio. Fata Morgana ha già cambiato ogni profilo Aspetto a parlare prima che l’illusione si sia mossa Ogni […]

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Riflessioni culturali

Sulla Strada, noi come la ragazza di campagna incontrata da Kerouac

Gran parte della nostra generazione è ben rappresentata dalla ragazza di campagna incontrata da Sal Paradise (pseudonimo di Jack Kerouac) sulla strada, che si srotola nel suo bestseller dal titolo “On the Road” uscito negli anni Cinquanta. In una delle pagine più belle e commuoventi del libro, precisamente nell’undicesimo capitolo della sua terza parte, compare una stupenda ragazza di campagna, in una camicetta di cotone, con una scollatura che lascia intravedere l’abbronzatura dei seni. Sal attacca discorso con lei, ma la trova incredibilmente noiosa. – I suoi grandi occhi scuri mi scrutavano vuoti con l’ombra di un dolore nel sangue, un dolore che risaliva a generazioni addietro per non avere mai fatto quello che si doveva assolutamente fare, qualunque cosa fosse, e tutti sanno cos’è. «Che cosa vuoi dalla vita?» Avrei voluto afferrarla e costringerla a dirmelo. Non aveva la minima idea di quello che voleva. – Kerouac non fa mistero del suo odio nei confronti del conformismo. Odio che lo porta a inseguire per una vita i pazzi, – i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano. – Kerouac ci si mette in viaggio, con i “pazzi”. Sotto il sole e sotto la pioggia. È la strada a farsi maestra, a imporre loro di affrontare il proprio destino, di farsi una personale opinione sulle cose, costringendoli anche a discutere con le proprie idee. Sal/Kerouac impara a sentirla, la strada, osservando e prendendo spunto dal folle Dean Moriarty (alter ego di Neal Cassady). Impara a sentire i km scorrere sotto di sé, attraversandoli come se fossero i km della sua anima, che percorre a bordo di macchine sempre in corsa. Apprende che l’amore è quasi sempre passeggero e che l’amicizia, se completamente disinteressata e scevra da ogni vincolo, può durare in eterno. Si rende conto che il percorso è più stimolante ed entusiasmante se lo trovi, un amico, e che lo scopo del viaggio è vivere, farlo davvero. Sal si crea un’identità, lungo la strada e non può sopportare l’assenza di luce negli occhi della bellissima ragazza di campagna. – (…) «Che cosa fai nelle notti calde d’estate?» Andava a sedersi sulla veranda, guardava le macchine passare nella strada. Lei e sua madre facevano i pop-corn. «Che cosa fa tuo padre nelle notti calde d’estate?» Lavora, fa il turno di notte alla fabbrica di caldaie, ha passato un’intera vita a mantenere una donna e i suoi rampolli senza credito, né adorazione. «Che cosa fa tuo fratello nelle notti d’estate?» Gira in bicicletta, si ferma al chiosco delle bibite. «Che cosa vorrebbe disperatamente fare? Che cosa vorremmo disperatamente fare tutti noi? Che cosa vogliamo?» Non lo sapeva. Nessuno l’avrebbe saputo. Era tutto finito. Aveva diciotto anni ed era adorabile e perduta. – Sal è figlio della delusione sociale dei suoi tempi. Ripudia il progetto di una vita dedita alla famiglia, il consumismo, la fissa dimora, l’inadeguato mondo dei padri, […]

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Voli Pindarici

Il tempo vola ed è tardi, sempre troppo tardi.

Il tempo vola e nel regno dei cieli siede sul trono un pagliaccio con orologio alla mano, che presiede un reality show di cui siamo i protagonisti che vengono perculati. Il pagliaccio ha i capelli ricci e multicolori ai lati della testa, gli occhi enormi, il volto pallido, il naso rosso, gli atteggiamenti schizoidi e il sorriso finto. Uno fra i suoi addetti alle burle inviatoci sulla terra canta più o meno così: «Il mondo va veloce e tu stai indietro!», tingendo di sere nere la nostra affannata esistenza e di rosso relativo senza macchia d’amore il nostro cuore ritardatario, che non fu pronto ad accogliere la voglia che scalpitava, strillava, tuonava, cantava (?), nell’animo di chi fu puntuale. Tic, tac. Tic, tac. Tempo scaduto. È sempre troppo tardi Il pagliaccio condanna i suoi fantocci a una corsa sfrenata dettata da percezioni sfalsate della realtà e del tempo, muovendo i loro fili dall’alto senza farli mai incontrare l’uno con l’altro. Tic, tac. Tic, tac. «Mi sto avviando. Cinque minuti e arrivo! Non fare tardi.» «Cinque minuti. Cos’è cinque, se non un numero? Cinque minuti, poi, contengono un sacco di secondi. Potrei tardare con molta calma, stavolta.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo sooooo, lo saaaaaai, il tempo voooola!” «Ok, scappo.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo so, lo saaaai…”. «Stupido IPod. Sto correndo!» “…La mente vooooola fuori dal tempo e si ritrova soooooola.” «E dai, l’ho acchiappata la mia testa! Era fra le nuvole, ma ora ce l’ho sul collo. Maledetto Venditti, smettila di tediarmi pure tu. Non vedi? Fuggo alla velocità della luce e i miei piedi sono lì lì per ustionarsi.» Tic, tac. Tic, tac. Troppo tardi. È sempre troppo tardi. «Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!» Io lo mangerei a colazione il Bianconiglio, se solo uscisse da questo corpo. Tic, tac. Sento una porta che cigola. Tic, tac. Le unghie sulla lavagna. Tic, tac. Il ronzio di un calabrone. Tic. Tac. È tardi. Troppo tardi. L’IPod si è tramutato in un torturatore che mi vomita nelle orecchie solo fracasso e le lancette del mio orologio iniziano a girare nel senso sbagliato. Il pagliaccio non riesce a trattenere le sue risate. «Ahahah, non ci manca molto per l’infarto. Ora gli imposto Laura Pausini a tutto volume e gli stringo il collo con il cavo dell’IPod.» I teleabbonati festanti dinanzi a quello che sembra essere uno di quegli spettacoli della Roma Imperiale con i gladiatori, abbaiano: «Imbecille, aggiornati! Esistono le cuffie Bluetooth!» E il pagliaccio psicopatico, eccitatissimo nella sua tribuna d’onore, incita «Curre, curre guagliòòòò! Questa la mando in onda in prima serata. Picco di ascolti nel regno dei cieli! Ahahah!!!» Tic, tac. Tic, tac. Oggi ho un esame e mi sono svegliata tardi. Tic, tac. Tic, tac. Il tipo mi aspetta e sto ancora sulla tazza del cesso. Tic, tac. Tic, tac. «Ah, ma l’appuntamento era alle 21.00? Avevo capito alle 23.00!» Tic, tac. Tic, tac. «Sarò anche in ritardo, […]

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Napoli e Dintorni

Femin’arte: le EbbaneSis in concerto al Maschio Angioino

Dal 19 luglio al Maschio Angioino per “Estate a Napoli” – programma di spettacoli di musica, danza, arte e cinema, che si svolge tra luglio e settembre – è partito il Festival “Femin’arte”, patrocinato dal Comune di Napoli e organizzato dalla “ProCulTur”, con la direzione tecnica della “SoundFly”. Si spazia dal jazz alla etno world music fino alla musica folk e alla classica napoletana, rivisitata in chiave swing. Flo, le EbbaneSis e le SesèMamà sono le protagoniste delle tre serate musicali del Festival. Venerdì 26 luglio sarà la volta delle EbbaneSis, parola che unisce due termini della parlesia, un codice linguistico inventato dai musicisti partenopei per comunicare in pubblico, senza farsi capire dai presenti: “ ‘e bbane”, i soldi, e “sis”, sorelle. Le EbbaneSis rappresentano un duo napoletano fondato su un legame solido fra due amiche e tanto talento da vendere. Femin’arte, il Festival dell’arte al femminile L’arte al femminile, purtroppo, fatica ad affermarsi in un’Italia in cui si considera persino un linguaggio universale come la musica un’arte fatta da uomini e per uomini. Chi ha cambiato la storia della musica? I primi nomi che vengono in mente sono Domenico Modugno, Luigi Tenco, Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè. Ergo, uomini. Il gentil sesso che ha imbracciato una chitarra, che ha subito il fascino di un qualunque strumento, che ha scritto una canzone degna di merito è rimasto troppo spesso nell’ombra, relegato al ruolo di madre e angelo del focolare domestico. Femin’arte è una manifestazione che dà voce alle migliori espressioni musicali e artistiche femminili nazionali e internazionali. Perchè esistono, e meritano. Venerdì 26 luglio, nella fortezza angioina voluta da Carlo I d’Angiò, avremo modo di ascoltare le EbbaneSis, Viviana Cangiano e Serena Pisa, con il loro concerto “SerenVivity”. Il nome del progetto di questo strabiliante duo deriva dalla parola “serendipity”, neologismo inglese poco usato nella lingua italiana, che significa “attitudine a fare scoperte impreviste e fortunate, e la capacità di cogliere e interpretare correttamente un fatto rilevante che si presenti in modo inatteso e casuale”. È ciò che praticamente accade alle due artiste ogni volta che fanno musica. Hanno, quindi, utilizzato questo termine modificandolo, unendo i loro due nomi, Serena e Viviana. Il duo è un vero e proprio uragano di talento e creatività, che persegue uno stile tutto personale. Il progetto musicale parte dal web, e in breve tempo si trasforma in un grande successo mediatico con oltre centocinquantamila followers da ogni parte del mondo, attraverso la rivisitazione di brani classici della canzone napoletana e internazionali. Viviana e Serena hanno, infatti, tradotto in napoletano il testo del capolavoro dei Queen, “Bohemian Rhapshody”, raggiungendo inaspettatamente in pochissimo tempo cinquecentomila visualizzazioni su Facebook. Hanno adattato il famosissimo pezzo per una versione in cui gli unici strumenti sono la chitarra e le voci. Le voci. L’armonizzazione delle loro voci è un cocktail raro e magico. Uno di quelli che ti ubriaca con pochi sorsi. Se all’incantevole timbro, all’estensione vocale e all’intensità delle inconfondibili voci delle EbbaneSis, aggiungiamo poi la bellezza e l’imponenza […]

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