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Eroica Fenice

Napoli e Dintorni

Napoli, Horror Tour in centro con la De Rebus Neapolis

La sera del 5 luglio, l’associazione De Rebus Neapolis ha condotto Eroica Fenice nel centro storico di Napoli promuovendo l’Horror Tour: il meglio dell’horror in un giorno, praticamente quattro tour in uno. Si è trattato di un suggestivo itinerario alla scoperta del lato più oscuro di Napoli, in cui si sono scrutate le tenebre attraverso una serie di racconti raccapriccianti – a cavallo tra storia e leggenda – di un esperto di occulto. Abbiamo visitato dieci luoghi reali e misterici, dall’indiscusso fascino: il Demone e la guglia, lo Spettro della Basilica, il palazzo delle teste tagliate, il quadro del fantasma e il Principe Nero, i templi dei Demoni, la chiesa dell’oltretomba, o’ Munaciello anima dannata, il Male in persona, le streghe e il Saba, la statua alchemica. Horror Tour a Napoli, città di luci ed ombre «Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro.» Chiunque ami Napoli può ritrovarsi nella citazione della Morante, perché chiunque ami questa città si sente esattamente come Lei, divisa tra luci ed ombre. Non è un caso: all’incrocio di Via Nilo e Spaccanapoli, nell’area dove sorge la statua di epoca greco-romana del Dio Nilo (conosciuta anche come il Corpo di Napoli), gli alessandrini edificarono un tempio dedicato al culto di Iside, dea egizia, simbolo femminile per eccellenza, principio lunare, signora dei vivi e dei morti. Neapolis divenne da allora depositaria di dottrine segrete, evolvendosi nell’unico luogo in Europa dove tali misteri sono stati diffusi e custoditi fino ai giorni nostri. Una schiera di figure magiche, misteriose, presenze oscure o benevoli popolano Partenope, dove ci si può imbattere nella figura dello spiritello irrequieto e beffardo che fa sparire gli oggetti, disturba il sonno del malcapitato e talvolta aiuta il bisognoso, O’ Munaciello, ma anche in quella del fantasma della bella ‘Mbriana, che protegge la casa e i suoi abitanti dalle paure e dalla precarietà dell’esistenza. In una nota canzone, Pino Daniele dice di averla vista “dint’ ‘o scuro e chi me vede”. I luoghi considerati esoterici a Napoli sono tanti tra palazzi, chiese e piazze, dove si confondono religione e superstizione, riti pagani e tradizioni alchemiche. Non solo. Napoli ha un volto maledetto e oscuro che prende […]

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Napoli e Dintorni

Street Art Tour nel centro storico napoletano

La Street Art a Napoli ha il sapore del riscatto, della speranza, della passione, dell’umorismo e della denuncia sociale. Il centro storico napoletano è pieno zeppo di graffiti, murales, stencil e poster e questo non è un caso. Napoli è sempre stata una calamita per artisti di ogni genere e di qualunque provenienza. Banksy, ad esempio, è uno dei più famosi artisti di strada al mondo e, al suo passaggio, non ha potuto fare a meno di lasciare un segno in questa città. È in piazza Gerolomini che abbiamo la sua unica opera certa in Italia, la “Madonna con la pistola”, opera che abbraccia sacro e profano, fede mistica e delinquenza inarrestabile. Venerdì 26 giugno, Eroica Fenice è stata accompagnata dalla guida Erika Chiappinelli alla scoperta di alcune opere di Street Art del centro storico napoletano, tra cui proprio la Madonna di Banksy, il murales di“San Gennaro” di Jorit a Forcella, “Mission Impossible” di Roxy In The Box, “Pino Daniele” di Tvboy, le opere d’arte sommerse dall’acqua di Blub, gli stencil di Trallallà (padre dell’iconica ciaciona napoletana) e la serie “Ogni donna è una Madonna”. Siamo partiti da Piazza Bellini per imbatterci in una delle vie più lunghe del centro storico di Napoli, che divide quasi in due la città antica, Spaccanapoli. Una sorta di linea immaginaria che ha inizio ai Quartieri Spagnoli e s’interseca con Via Benedetto Croce, tagliando a metà Piazza del Gesù Nuovo, fino ad arrivare nel nucleo di Napoli, Via Nilo. Prosegue, poi, su San Biagio dei Librai fino al quartiere popolare di Forcella. Abbiamo percorso venti secoli di storia circa in un crocevia di culture e stili, nel centro più colorato, più chiassoso e più grande d’Europa. Street art in centro, tra mille culure e suggestioni Ma voi ce l’avete presente un centro storico? Un centro storico è un luogo preciso con dei confini netti, in una città normale. A Napoli invece è un dedalo di vicoli che ti portano in Magna Grecia, nell’epoca romana, bizantina, normanna, sveva, angioina, aragonese e borbonica. Questi “vicarielli” partenopei hanno addosso il profumo di una sfrenata ricerca della libertà, di un categorico rifiuto delle convenzioni sociali e di una passione per la vita fuori dal comune. Percorrerli significa gettarsi a capofitto in una specie di avventura nomade che permette di sperimentare esperienze diverse e scoprire modi totalmente nuovi per approcciarsi alla vita, a ogni passo. Agli amici di vecchia data, si aggiungono inevitabilmente nuove conoscenze lungo le viuzze napoletane, ed è possibile innamorarsi settanta volte nel giro di un’ora e mezza. Provare per credere. Pare di fuggire da una città all’altra, mentre la strada assume la funzione di vera e propria maestra di vita. Non una strada qualsiasi! Una strada impreziosita di pareti colorate che parlano, che raccontano le contraddizioni e le complessità di un popolo, della nostra società, ma che rivelano anche l’animo passionale e folkloristico della città. Chi passeggia in quella che è l’essenza di Napoli sembra essere sempre alla ricerca di qualcosa, quel qualcosa che è […]

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Napoli e Dintorni

Monte Faito, l’evasione dalla monotonia cittadina

Domenica 7 giugno, il Progetto escursionistico VICO EQUENSE OUTDOOR ha accompagnato Eroica Fenice sul Monte Faito, il polmone verde emblema della catena montuosa dei Monti Lattari, il cui territorio si divide tra i comuni di Castellammare di Stabia e quello di Vico Equense. Alta 1.131 metri, la montagna è molto vicina al mare e offre diversi punti panoramici incredibilmente suggestivi. È composta prevalentemente da calcare e deve il suo nome alle foreste di faggi che la ricoprono: “Faito” è la denominazione popolare che deriva da “faggeta”; in antichità, invece, prese il nome di “Monte Tauro”. La sua ricchezza di boschi ha sempre fornito una notevole quantità di legna e sulle sue pendici sono presenti alcuni esemplari di faggi più longevi d’Italia, il cui diametro a volte supera i sei metri. Questi alberi, nati circa quattrocento anni fa, nel periodo invernale, fungevano da fosse, nelle quali veniva raccolta la neve con cui si ottenevano grossi blocchi di ghiaccio utili per la conservazione del cibo o da vendere nel periodo estivo. Monte Faito, fuga in una dimensione aliena Napoli. Domenica mattina. La sveglia è spietata, la meta lontana, le ore di sonno troppo poche. Il programma della giornata prevede un’escursione che attraverserà il cuore del Monte Faito, tra la splendida faggeta e alcuni punti panoramici con vista sulla penisola sorrentina, il golfo di Napoli e il Vesuvio. Così, a un orario improponibile, un insistente bip elettronico mi strappa al materasso. Sebbene il corpo sia fuori uso e la testa non pervenuta, riesco a trascinarmi in Circumvesuviana. Dopo una scrollata sulla home di Facebook e una prima manciata della giornata di selfie di animalisti, vegani, carnivori, i vari wow, sei forte, sei figo, che genio, scelgo di spiaccicare il volto sul finestrino, dove posso veder sfrecciare mare e monti, mentre mi bacia il sole. Sguinzaglio il mio cuore, che si sperde tra gli agrumeti, le viti e gli olivi e fragranze agrodolci di frutti e di fiori coprono improvvisamente il lezzo del treno. Scendo a Vico Equense, che m’incanta come il canto di una sirena con i suoi affacci a strapiombo sul mare e per un attimo credo di volerci restare e mandare all’aria i piani. Per un attimo, eh. L’idea del trekking in montagna è comunque troppo allettante e dopo un passaggio in autobus e uno strappo in auto, raggiungo finalmente il Faito. Zainetto in spalla, un paio di scarpe comode e una cima da conquistare ed ecco che il caotico mondo cittadino, l’ultimo modello di smartphone e l’aperitivo mattutino sono ormai un lontano ricordo di un’altra dimensione. Un passo dopo l’altro, seguo i profumi di bosco e mi lascio tirare per orecchie dalla natura, che m’impone di scrutarla e di non perdermi niente della sua potente energia ispiratrice. Arrivata al Belvedere, mi appare chiaro il motivo per cui il gigante dei monti Lattari è una delle mete più ambite da campani e turisti di ogni dove: mi ritrovo su uno strapiombo che dà sulla collina di Pozzano e che apre le […]

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Napoli e Dintorni

Napoli, ripartono le visite guidate di Heart of the city

È il 6 giugno, sabato pomeriggio: ripartono i tour organizzati da Heart of the city a Napoli, per godere insieme del patrimonio culturale e naturalistico del posto. Appuntamento in Piazza Plebiscito, ore 16.45. Il sorriso dei partecipanti è coperto dalla mascherina anti-covid, ma l’emozione è tangibile negli occhi. La sera in cui è calato il buio per le strade delle nostre città è ormai un brutto ricordo o forse no. Tutto ciò che sappiamo è che abbiamo finalmente varcato la soglia della porta di casa per uscire in un mondo in cui, purtroppo, non ci sentiamo più al sicuro e questo ci rende confusi e felici (per dirla alla Consoli!). Siamo usciti dalla nostra bolla e ora proviamo, con non poca fatica, a condurre una vita semi-normale. Napoli, malocchio del mondo Solo tre mesi fa la tv ha annunciato una specie di tuono, cospargendo l’odore di un gran temporale tra le mura domestiche di ognuno di noi. Edizione straordinaria. “Parla il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte”. “Emergenza Coronavirus”: “Dichiarato lo stato di pandemia”. Pandemia. Una parolina che ha risucchiato in fretta e furia la quotidianità di ognuno di noi, dalle cose più grandi a quelle più piccole, rubandosi un caffè al bar, una stretta di mano, un abbraccio. Un assassino invisibile ha assunto il volto di un amico, di un passante e di una qualsiasi persona, recludendoci in casa, agli arresti domiciliari. Oggi siamo in piazza Plebiscito, pronti a percorrere stradine insolite, per scoprire vicoli, scalinate e vie dimenticate insieme alle loro storie. Distanziati di almeno un metro e con le bocche e i nasi coperti, ci piazziamo al centro della piazza intorno alla nostra guida, come quei bambini che formano un cerchio e si apprestano a girare in tondo, per cantare una filastrocca. Con la differenza che noi non ci teniamo per mano e, al posto di una filastrocca, abbiamo tutti in mente una personalissima preghiera volta a scacciare il virus da questa città, che è il malocchio del mondo. Le due statue equestri di Carlo III di Borbone (iniziatore della dinastia borbonica) e di suo figlio Ferdinando I – realizzate dal Canova e dal suo allievo Antonio Calì – sembrano salutarci e darci il “bentornati” in strada. All’estremità della piazza più importante di Napoli, la scultura di Carlo V d’Asburgo pare prendere davvero vita per chiedere (come vuole la leggenda) chi abbia fatto la pipì lì davanti e posso giurare di aver visto Carlo III risorgere per rispondere di non saperne nulla, mentre Gioacchino Murat confessa di essere lui il colpevole. Sento con le mie orecchie Vittorio Emanuele II minacciarlo di tagliargli il membro, proprio come sono soliti raccontare i napoletani a un turista che si trova per la prima volta in città. Napoli ci sembra risuscitare e, insieme a lei, si ridestano anche i nostri cuori. Superata piazza del Plebiscito, arriviamo davanti alla Chiesa di Santa Lucia a mare, fondata secondo la tradizione da una nipote di Costantino e detta così perché costruita sulla riva del mare. […]

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Culturalmente

Salvatore D’Auria: Tito e il sisma dell’Ottanta | Intervista

Oggi diamo la parola a un altro cittadino di Tito (PZ), Salvatore D’Auria, che ci racconterà la sua storia e ci parlerà di quel “mostro ballerino” che nel 1980 s’insinuò nella vita di lucani ed irpini, seminando morte e distruzione. Si dice che la capitale del terremoto dell’Ottanta sia stata Lioni: i suoi artigiani videro cancellarsi in un minuto le loro piccole aziende e il lavoro di una vita. Appena dopo il sisma si contavano famiglie intere distrutte, decine di pazienti giovani e anziani travolti dalle macerie dell’ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi e settantadue fedeli sepolti mentre pregavano nella chiesa di Balvano, che crollò interamente. Balvano, in Basilicata, divenne un comune senza passato e senza futuro, perché morirono la maggior parte degli anziani e dei bambini; si mutò in un paese morto, al di là della nebbia, strangolato tra terra e monti. Altre protagoniste della catastrofe furono le rovine di Muro Lucano, Castelgrande, Teora, Baronissi, Castelnuovo, Pescopagano, Torella, Guardia dei Lombardi, San Mango sul Calore, Caposele, Calabritto. I morti restarono per giorni sotto le pietre e il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, dopo una visita alle aree colpite, sferzò i responsabili con dure parole di denuncia: «Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a spettacoli che mai dimenticherò. Perché a distanza di quarantotto ore non si è fatta sentire la presenza dello Stato? Vi sono state mancanze gravi, non vi è dubbio. Tutti debbono mobilitarsi per andare in aiuto di questi fratelli!» E alla gente in lacrime promise: «Non vi abbandoneremo.» Al fianco delle popolazioni colpite scesero in campo il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, i giornali con i propri inviati e i fotoreporter. Come era successo per altre tragedie nazionali e internazionali, la stampa aprì una sottoscrizione e si diede luogo a una gara di solidarietà senza precedenti. Quelli che stiamo ritraendo furono giorni lunghissimi e colmi di disperazione, come ci raccontano i sopravvissuti nelle loro interviste, e non possiamo far altro che riconsegnarli alla storia fedelmente, acquerellati qua e là (ahimè!) con i colori lividi del dolore e della rabbia. Oggi diamo la parola a Salvatore D’Auria. Il sisma dell’Ottanta, il caso di Tito Intervista a Salvatore D’Auria (47 anni, operanio); a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati). Cosa serba la memoria di Salvatore D’Auria del drammatico 23 novembre 1980? Ero a casa di mio nonno Michele e ci trattenevamo in famiglia, come ogni domenica. Guardavamo la tv quando, improvvisamente, sentimmo tremare. Zia Antonietta fu la prima ad accorgersene e iniziò ad urlare, poi uscì fuori e tutti la seguimmo. Le pietre che cascavano dall’alto resero difficile la fuga e fortunatamente nessuno fu colpito. I pali della luce ondeggiavano, la polvere ci faceva respirare a malapena, le case di tutto il vicinato si frantumarono, mia sorella urlava, e io ridevo. Quando la scossa giunse al termine decidemmo di recarci lontano dalle abitazioni, al riparo dal pericolo, ma […]

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Culturalmente

Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Rocco Pagano

A parlarci del terremoto dell’Ottanta che colpì Irpinia e Basilicata oggi sarà Rocco Pagano, cittadino lucano di Tito (PZ). Il vasto territorio più duramente colpito dal sisma dell’Ottanta fu suddiviso in cinque unità: 1) l’alta valle dell’Ofanto con l’estremo lembo dell’alta Irpinia, 2) la zona montana e pedemontana del Terminio, 3) l’alta valle del Calore, 4) l’alta e media valle del Sele e della connessa media valle del Tanagro, 5) la Montagna di Potenza. L’onda sismica si diffuse nel territorio in modo capriccioso, a pelle di leopardo. Così, accanto ad aree duramente colpite, ce ne furono altre quasi intatte e i danni si distribuirono molto diversamente sia nel territorio che all’interno dei singoli centri abitati. Qui i crolli più estesi e più gravi furono quelli verificatisi, da un lato, nei quartieri composti da piccole case costruite in un lontano passato e, dall’altro, a danno degli edifici a più piani mal costruiti di recente. Nei paesi distrutti, all’inverso, avevano resistito in qualche modo le costruzioni a un piano più recenti e costruite a cura propria dai possessori e residenti. Perciò, anche nei centri maggiormente danneggiati prevalsero le situazioni miste, in cui s’intrecciavano vecchio e nuovo, rovine e stabilità. I comuni colpiti furono divisi in tre gruppi: distrutti, gravemente danneggiati o lievemente danneggiati. I danni ai fabbricati rurali risultavano minori rispetto a quanto ci si sarebbe potuto aspettare. In merito allo stato del territorio dopo il terremoto, drammatiche distruzioni furono accompagnate da frane. Dell’apparato produttivo del territorio è stata colpita, innanzitutto, l’agricoltura. Fortunatamente il sisma colse le campagne in un periodo di relativo riposo, a semine dovunque già ultimate. I danni al capitale fondiario e al capitale di esercizio furono di cospicue dimensioni. Più grave, comunque, fu la situazione per le attività extra agricole, in quanto i rari stabilimenti industriali andarono distrutti con l’annientamento dei centri abitati e lo stesso si dica per le attività artigiane, che persero – spesso insieme alle botteghe – attrezzi e materiali. Tuttavia, il peso di queste attività era marginale. In riferimento alla situazione sociale conseguente al sisma si è tenuto conto dello stato dei superstiti senza-tetto; essa si collega alla massiccia e talvolta disuguale distribuzione degli aiuti. Il sisma dell’Ottanta, il caso di Tito Intervista a ROCCO PAGANO; (51 anni – operaio) a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati) Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? Nel 1980 avevo diciassette anni e frequentavo l’IPIAS a Potenza. Mi divertivo con gli amici e non avevo idea di cosa fosse il terremoto fino al 23 novembre. Quella sera passeggiavo con amici e amiche per il corso del paese, quando ci fu la scossa. Tutti correvano e correvo pure io, senza capire cosa stesse succedendo. Ricordo che per raggiungere casa percorsi la parte vecchia del paese; per terra c’erano solo calcinacci. A casa non trovai nessuno, erano tutti raggruppati in una piazzetta, sia i miei genitori che gli anziani del posto. Piangevano e […]

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Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Lina Fermo

L’intervista che segue ha come protagonista Lina Fermo, cittadina di Tito (PZ) – sito in Basilicata – con la quale si è discusso circa il sisma dell’Ottanta che segnò indelebilmente la gente colpita. In un clima come quello che i cittadini titesi si sono cimentati a descrivere finora, si fatica a percepire il futuro e ci si sente smarriti dinanzi al depennamento di tracce del passato. A Tito i più anziani morirono di crepacuore mesi e anni dopo il terremoto, avendo visto i sacrifici di una vita mutarsi in macerie. Accettare la prepotenza con cui un evento così violento s’impossessò della quotidianità e della normalità è stato certamente il passo più difficile da compiere per queste persone. Il terremoto del 23 novembre 1980 causò danni rilevanti a Tito: le unità edilizie danneggiate più o meno gravemente furono 901 e le persone rimaste senzatetto furono 599 (12,5%) su un totale di 4834 abitanti. Numerose abitazioni del centro storico furono danneggiate, con crolli parziali e danni gravissimi nella zona centro-occidentale compresa tra Via Federici e Via San Nicola, mentre crolli parziali si verificarono nella zona nord-orientale delimitata tra Via Vittorio Emanuele e Via Municipio. Grave danneggiamento si ebbe nei pressi di Largo Castello, così come nella zona più settentrionale del paese, rione Notargallotto. Per quanto attiene l’edilizia religiosa, ancora una volta nella storia la Chiesa Madre di San Laviero subì danni ingenti con il crollo totale delle coperture e delle parti terminali delle murature perimetrali, oltre alla caduta della parte sommitale del campanile e a gravi lesioni alle sue strutture verticali. La Chiesa delle Grazie, o di Sant’Antonio, con l’annesso Convento riportò un grave stato di fessurazione con lesioni nell’ultima campata della volta a crociera della chiesa, oltre che lesioni leggere e diffuse a volte, archi e architravi. Seriamente danneggiata fu anche la Chiesa della Congrega del Carmine, dove si ebbe il crollo della copertura e della volta sottostante insieme a parte delle strutture verticali, tanto da causarne la successiva demolizione. Analoga sorte subì la Chiesa di San Vito, completamente rasa al suolo e in seguito ricostruita nello stesso luogo. Più di qualcuno ricorda che si trattò di una tiepida serata, quella del 23 novembre dell’Ottanta. Non tutti avevano già provato la sensazione di sentire la terra muoversi sotto i piedi. La gente racconta di un forte boato, accompagnato da un grande movimento prima sussultorio e poi ondulatorio. Le persone erano come impazzite per la paura, si faceva fatica a realizzare cosa stesse succedendo. Per il timore degli sciacalli c’era chi rientrava a casa a recuperare qualcosa d’importante prima di fuggire al sicuro. Ciò che traspare chiaramente da tutte le interviste è un’intensa sensazione d’impotenza dinanzi a un evento così improvviso e annientante. L’angoscia iniziale per le ipotetiche morti accomunava un po’ tutti e quella situazione assurda appariva come irreale. Il sisma dell’Ottanta, il caso di Tito Intervista a LINA FERMO; (48 anni – casalinga) a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato […]

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Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Rocchina Giosa

Oggi sarà Rocchina Giosa, cittadina lucana di Tito (Pz), a portarci indietro nel tempo. Il 23 novembre fu una domenica di caldo insolito. In novanta secondi, due scosse diedero luogo a feriti, morti e disperazione. La prima, furibonda, si avvertì alle 19.36. I telegiornali della sera fecero in tempo a dare la notizia, ma nessuno aveva idea di quanto fosse grande la tragedia. Alle 20.00 si parlava di qualche decina di morti, appena un’ora dopo erano già centinaia. Le comunicazioni risultavano difficili o impossibili. Le scarse notizie erano affidate, in molti casi, alla sola voce dei radioamatori. Ciò che maggiormente colpì gli inviati di tutti i giornali e le televisioni d’Italia fu il fatto che ad essere danneggiata era una popolazione che aveva sempre scontato una condizione di arretratezza e di totale carenza dei più elementari servizi e infrastrutture. Si è trattato del terzo terremoto in ordine di gravità nel XX secolo in Europa: la scossa, di magnitudo 6,8 della scala Richter, ha avuto una forza che può definirsi pari all’energia di dieci, quindici bombe atomiche, come quelle sganciate nella seconda guerra mondiale su Hiroshima e Nagasaki. L’epicentro del sisma si trovava nelle profondità sottostanti al complesso montano del Cervialto (m. 1809) e, quindi, fu investito per primo e più violentemente il centro dell’Appennino campano e lucano. A Potenza, si legge sui giornali dell’epoca, le immagini furono quelle della Grande Peste. Le strade deserte, i negozi chiusi e l’esodo. A vernice rossa, sulle porte delle case, c’era scritto “Sì” oppure “No”. Per ogni “Sì” vi era una presunzione di abitabilità e per ogni “No” un decreto di chiusura. Le case rimasero quasi tutte vuote. Il livello di disordine e la mancanza di coordinamento arrivarono ad uno stadio inaudito. La gente si contese i primi rifugi di fortuna con aspre discussioni, mentre si guardava con invidia e rabbia una roulotte celeste parcheggiata nei pressi degli uffici provvisori del Comune, riservata al Sindaco, laddove ci sarebbe dovuto essere il cuore pulsante dei soccorsi in Basilicata. A peggiorare le cose arrivò il maltempo che, con una bufera di pioggia e vento, fece crollare molti edifici lesionati, trasformò le strade in torrenti e le tendopoli in pantani. Quando la bufera si placò, in quei giorni, si visse al freddo, nel fango, nelle tende o nelle automobili, battendo i denti, piangendo e stringendosi l’un l’altro per darsi calore. Potenza fu definita città fantasma. La maggior parte dei cittadini effettuò una vera e propria fuga verso i campi sportivi, le colline che fronteggiavano il centro antico, la seconda casa al mare o la campagna. La città si svuotò letteralmente. Per quanto concerne il caso titese, la vera tragedia del terremoto è rappresentata dalla perdita del focolare domestico perché, fortunatamente, non ci furono morti, ma senza casa l’uomo è indifeso, come una tartaruga che non ha più il suo guscio. La storia di Tito è un piccolo frammento di questa realtà e nessuno, meglio di chi l’ha vissuto in prima persona, può rendere il dolore e lo […]

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Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Carlucci Graziella

Siamo giunti alla terza intervista in merito al sisma dell’Ottanta che colpì Irpina e Basilicata, che ha come protagonista un nuovo cittadino lucano appartenente al Comune di Tito (PZ). Il suolo e il sottosuolo lucano sono fragili. Si tratta di una fragilità che condiziona anche la stessa esistenza dell’uomo. I terreni sono di formazione recente, spesso impermeabili, e sono caratterizzati da forti pendenze, soprattutto nelle zone interne. Da ciò derivano le frane, le inondazioni, lo scorrimento di vaste superfici, l’instabilità degli abitati. C’è da aggiungere che l’uomo, nell’ultimo secolo, ha distrutto foreste secolari, ha provocato l’estinzione di numerose specie di animali e ha denudato interi complessi montuosi, accentuando il processo di disgregazione del territorio. Il dramma del territorio lucano è provocato, quindi, dalla trascuratezza degli uomini, da leggi inique e dalla distrazione di governi. In linea generale si può affermare che man mano che si è sviluppata una scienza delle catastrofi naturali – la quale ha permesso agli uomini di andare oltre una spiegazione mitica delle cause – non si è sviluppata tanto la capacità di prevederle o di minimizzarne gli effetti, quanto piuttosto l’abilità di trarne vantaggi materiali, spesso a detrimento delle vittime stesse. Purtroppo, più si sono consolidate le strutture pubbliche e organizzative intese a portare i soccorsi e a facilitare le ricostruzioni, più tale abilità si è andata raffinando. Lo sciacallaggio istituzionale si è moltiplicato in Italia. Il terremoto in Campania e Basilicata è tristemente noto per la ricostruzione che ha fatto seguito in un paese dotato ormai, rispetto al passato, di ben altre possibilità e di ben altri fondi. In seguito all’incessante sforzo degli uomini nel tempo, volto a comprendere la natura e a dominarla, ciò che oggi è certo è che sono migliori i principi su cui si fonda la scienza delle costruzioni e vi sono i presupposti per fare attenzione ai terreni su cui si costruisce, agli spazi intercorrenti tra gli edifici e agli effetti dei sismi sulle costruzioni. Historia magistra vitae! Il sisma dell’Ottanta a Tito Intervista a CARLUCCI GRAZIELLA; (46 anni – casalinga); a.2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati.) Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? La sera del 23 novembre 1980 ricordo che avevo appena finito di cenare con la mia famiglia, quando sentii un fruscio e, immediatamente dopo, ebbi la sensazione di sprofondare e tutto intorno a me iniziò a muoversi e a ruotare. Non avevo percezione di cosa stesse succedendo. Mio nonno e mia madre gridarono che c’era il terremoto e lasciammo di corsa la casa. Una volta fuori notai che anche i vicini si erano riversati in strada. Chi gridava, chi piangeva, chi pregava, era un fuggi-fuggi generale. Noi più piccoli guardavamo gli adulti cercando rassicurazioni che non arrivavano perché a loro volta erano impauriti, spaventati e sperduti. Ci sentivamo tutti impotenti di fronte agli eventi. Erano saltate le linee telefoniche e non c’era elettricità. Sembrava tutto irreale. Iniziammo a organizzarci per […]

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Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Ostuni Michele

Come anticipato nel precedente articolo, seguiranno interviste che ho realizzato nel 2015 rivolte a cittadini lucani del comune di Tito (PZ) in merito al sisma dell’Ottanta che colpì l’Irpinia e la Basilicata. Diceva bene, Cesare Pavese. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti. Solenne come un monito, questo bellissimo stralcio del memorabile libro “La luna e i falò“ ci esorta a conoscere le nostre origini. È indagando su noi stessi che possiamo confrontarci con la pluralità d’identità di cui la società è costituita, al fine di accettarla, arricchirci e collaborare. Il Comune di cui si parlerà, Tito, era un paese. Dal 2011, città. Si tratta di un lembo lucano di settanta chilometri quadrati, a 650 metri sul livello del mare. Ha la forma di una sfinge che si erge in posizione d’attesa per incutere timore in difesa degli abitanti. Si distende ai piedi del Monte Carmine, nel mezzo dell’Appennino lucano, ed è lambito dalle acque boschive del torrente detto “delle Noci”, o più semplicemente “Noce”. Il parroco di Tito, don Nicola Laurenzana, in passato lo ha definito un luogo di pace, lontano dai rumori di una città caotica, dov’è possibile sentire il richiamo della natura. Sarebbe necessario risalire al principio della storia di questo luogo per avere un quadro chiaro della città attuale, ma non mi basterebbe un articolo. Mi limito a dire che gli stemmi di Tito sono due: il primo contiene un campo color giallo, due stelle di colore argento – simboli dei poteri ecclesiastico e civile – una grossa T con un punto aggiunto e un sole d’oro; il secondo – inserito nel Catalogo generale degli Stemmi dei Comuni d’Italia – presenta una T dorata affiancata da due stelle e sormontata da un sole dorato in un campo azzurro, sotto cui è stata aggiunta una frase latina, Post nebula Phoebus o Post nubila Phoebus, che richiama un’espressione riportata in un’Epistola di Plinio, Dopo la tempesta viene il sereno. La metafora sintetizza tutta la storia di Tito, nella sua origine tempestosa e nel sole della certezza per tempi migliori. Intervista a OSTUNI MICHELE (58 anni – meccanico); a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati). Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? Di quel drammatico giorno ricordo che erano le 19.37 e mi trovavo con gli amici in un locale di Tito Scalo, dove eravamo soliti trascorrere le serate in compagnia. Avevo appena ventitré anni. Mentre si ballava, si è sentito un forte boato e poco dopo mi sono sentito ondeggiare come se fossi su una barca. In quell’attimo ho avuto come l’impressione che, avendo bevuto un bicchiere di troppo, quell’ondeggiare fosse semplicemente una reazione; in realtà il pavimento tremava e la luce era andata via. Ho avuto paura che […]

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Culturalmente

Il terremoto del 1980 in Basilicata: il caso di Tito

Il terremoto che provò duramente l’Irpinia e la Basilicata la sera del 23 novembre del 1980 è un ricordo ancora vivo. Lo si constata chiacchierando con la gente. I superstiti sono baluardi di testimonianze. Le testimonianze sono fondamenta della storia che è stata. La storia la scriviamo noi. Quella che mi accingo a raccontare è una storia politica e umana, complessa per i problemi affrontati, per l’urgenza di soluzioni e per l’enorme carico di responsabilità. Rendo pubblico un mio contributo (per una Tesi di Laurea in Storia Contemporanea – aa. 2014-2015 – con relatrice Renata De Lorenzo, docente della Federico II di Napoli) alla ricerca sulla ricostruzione del Comune di Tito terremotato nel 1980 – sito in Basilicata in provincia di Potenza. Questo perché un evento come il terremoto, fenomeno naturale ed evento sociale, va studiato prendendo in considerazione la varietà delle identità colpite, in quanto ognuna ha in serbo il suo dramma. Beni dispersi, rovine e vite spezzate sono solo le immagini emotive che evocano una descrizione limitata del fenomeno del sisma. L’analisi dei dati relativi a esso ci permette di conoscere la storia di un’identità territoriale circoscritta, d’inserirla in un rapporto dialettico con la storia generale e di dare spazio alle testimonianze dei sopravvissuti. Il terremoto e la ricostruzione a Tito La ricostruzione post-sisma ha inciso sull’assetto di Tito e sulla sua conformazione umana e sociale. In una zona sismica come la Basilicata, un approfondimento sul post terremoto dell’Ottanta non può che proporre risposte e soluzioni possibili in base all’analisi delle esperienze negative e positive del passato, per lasciare poco spazio a improvvisazioni in caso di un prevedibile sisma e a una scarsa prevenzione. Discutere di questo tema può evitare che tutto si risolva in un mero efficientismo senza strategia e con dubbi risultati. Sembra essere mancata una linea guida per la ricostruzione a Tito. Oltre ad aver subito una ricostruzione lenta, il Comune ha perso perlopiù il suo valore storico. È fallito anche il progetto di farne il perno dell’industrializzazione nel potentino, oltre che del suo più circoscritto territorio. I fondi non sono mancati per poter restituire dignità ai sopravvissuti, a Tito e in Basilicata ma, senza dar adito a sospetti, va denunciato l’uso strumentale da parte della stampa dei motivi del fallimento di varie iniziative. Non si può, dunque, inquinare ingiustamente l’immagine della ricostruzione e sviluppo nella regione lucana, in quanto nel post terremoto c’è stata un’evoluzione che ha portato sicuramente a una crescita economica e urbanistica. La ricostruzione di Tito, ad esempio, non ha sortito gli effetti sperati, non avendo tenuto conto di parametri ottimali nelle scelte dell’uso del territorio e della mobilità sociale, ma il Comune è migliorato notevolmente e si è operato a norma di legge. Inoltre si è maggiormente sensibili alla necessità di una cultura diffusa in merito alla responsabilità civica e della prevenzione. Oggi si è meno impreparati rispetto a un evento prevedibile quale è il terremoto e gli amministratori hanno una consapevolezza maggiore nel gestire una situazione d’emergenza. Il 23/11/1980 […]

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Voli Pindarici

Diario di una quarantena – Caro amore ti scrivo

Caro amore ti scrivo, per chi non ti scrive mai. Perchè in fondo capisco chi non lo fa. Perché trovarti significa accettare il rischio che tu un giorno possa voltare le spalle. Caro amore ti scrivo, perchè siamo fragili, perchè rischiamo di romperci e di andare in mille pezzi. Caro amore ti scrivo, lo faccio affinchè possa prestarti i miei occhi, le mie orecchie e farti vedere e sentire quello che forse ti è sfuggito. Non so se per distrazione o perchè sei stronzo, in fondo. Caro amore ti scrivo… Lo faccio perchè tu possa tornare indietro a qualche giorno fa, in questo preciso istante: è lʼultima volta che pranzo insieme a due persone che fanno lʼamore da più di mezzo secolo. Non parlo di amore fesso, amore scimmiottato, amore falso, come Giuda. Sto parlando dellʼammore ʼo vero, così lo chiamerebbero a Napoli. «Gʼrass lu monnu pʼtʼtruvaʼla testa ca e pers. Lu monnu!!» Detto ciò, nonno dà una pacca sulla spalla a nonna, riprende in mano la forchetta e si rimette a mangiare. Lei gli posa gli occhi addosso con unʼespressione di ostinata impassibilità, che un attimo dopo scoppia in un sorriso dolcissimo e poi in una risatina quasi demoniaca. Non so quale pasticcio lei avesse combinato poco prima, so però che lʼuomo che lʼaffianca ha sempre avuto il potere di farla ridere, a discapito di tutto. Lui vive per questo da quando un ciuccio che gli scappò di mano mentre caricava dei sacchi fu riportato alla base da nonna, parandosi davanti ai suoi occhi come una specie di allucinazione dalle tinte oniriche. Il fascino indiscreto della sua capigliatura egocentrica, spettinata, nera come la pece, lo folgorò. Mosso da non so quali fili invisibili, lui si mise immediatamente a scavare negli angoli più reconditi del suo cuore e ci piazzò dentro il seme del sentimento nascente per quella donna bellissima e a tratti luciferina, che avrebbe coltivato per tutta la sua vita. Col tempo, la memoria dellʼintrepida selvaggia iniziò a vacillare assieme alla sua bellezza, e oggi a stento ricorda lʼincontro col suo zito. Arrivò il momento in cui piegò la schiena, si mise a braccia conserte e inziò a battere i piedi a terra. Tornò ad essere una bambina. Divenne una “criatura” dal volto leonino e i capricci per chioma. Allora nonno si mise a fare con lei quello che si fa con le cose delicate e preziose, la amò più forte. Fece della loro casa un portagioie, armandola di rivestimenti morbidi per impedire che il suo gioiello si graffiasse, si scolorisse o perdesse di lucentezza. Cucì sulle pareti una fodera dʼamore vellutata e ogni volta che la vita si permise di agitare la loro scatola sacra, la bimba non subì mai alcun danno irreparabile. Caro amore, dopo il mio ultimo pranzo insieme a loro, hai lasciato camminare a piede libero un ictus nel nido di questi due amanti, spalancandogli le porte di casa e permettendogli di scalfire il tesoro di nonno. Lo hai fatto proprio ora che il […]

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Libri

Vivere la musica – Il libro di Francesco Motta

“Vivere la musica – Affrontare gli ostacoli, i cattivi maestri e le folli regole del gioco”, pubblicato da Il Saggiatore il 19 marzo 2020, è il frutto dell’urgenza, dell’impulso del cantautore e polistrumentista toscano Francesco Motta a voler parlare a tutti quelli che, come lui, hanno deciso di dedicare la loro vita alla musica, ma non sanno bene cosa fare. Perché la musica è empatia, e Motta ne ha da vendere. Il libro del cantautore si potrebbe definire un reportage di viaggio, un diario di appunti di vita che fungono da ispirazione a tutti coloro che sentono la musica come lui, quelli che pensano che la musica non sia (solo) riflettori, applausi, interviste, palazzetti pieni, ma molto, molto di più, intimamente. Vivere la musica, viaggiare con Francesco Motta in tempo di coronavirus Da più di una settimana ormai siamo in quarantena, come il resto del mondo. Ma chi ha avuto la fortuna di leggere già il libro di Motta di sicuro non ha mai smesso di vedere chilometri di asfalto sfrecciare sotto i propri piedi. Li avrà visti scorrere fino all’ultima pagina, dove l’orizzonte si è certamente colorato di rosso e il sole ha lasciato il posto a miriadi di stelle. Chiunque abbia intrecciato una storia d’amore con la musica, a lettura terminata, avrà automaticamente ripulito il magazzino della propria memoria a lungo termine, per fare spazio a nuove salvifiche parole che si porterà nella tomba. Tutti ad indossare un grembiule, scarpe comode e guanti in gomma gialla, lunghi fino all’avambraccio; aprire persiane e spalancare finestre per far entrare aria. Li si può sentire gettare cose rotte. Cose ingombranti. Senza alcuna ombra di dubbio e con un panno, avranno asciugato e lucidato tutto. Avranno preso una matita e disegnato un segno su una parete, poi avranno afferrato un trapano e una vite e praticato un foro al centro del segno per avvitarla, e magari avranno stampato proprio le pagine 105 e 106 di “Vivere la musica”. Le avranno incorniciate, e infine avranno appeso il quadro. Le parole affisse? Eccole. «La cosa che meno sopportavo a scuola erano proprio quelli che facevano di tutto per andare bene, quelli sempre sul pezzo, dritti sul trampolino, pronti a tuffarsi a candela nel grande stagno dei voti alti. Invidia? No, credo fosse un’affettuosa antipatia: non capivo a cosa servisse impegnarsi così tanto a studiare geografia o italiano, a risolvere equazioni senza senso e imparare a memoria i nomi di tutte le capitali, passare pomeriggi interi sui libri, in mezzo a centinaia di righe sottolineate e pagine di appunti, quando poi, nella vita «reale», molti di loro mi sembravano privi di qualsiasi altro tipo di passione. Per non parlare dei professori. La maggior parte di loro se ne stava lì in piedi a rovesciarci addosso date, nomi, nozioni, tutte cose che si perdevano nell’aria e di cui mi sfuggiva la necessità. Dentro di me viaggiavo chissà dove con la testa e mi domandavo: «Ma tutto questo, alla fine, a che cazzo serve?». A che cazzo […]

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Napoli e Dintorni

Maria Mazzotta a Napoli con Amoreamaro

Lo scorso giovedì 13 Febbraio 2020 in una location del centro storico, l’Auditorium Novecento, Maria Mazzotta – una cantante che ha dell’incredibile vocalmente parlando, con un passato nel “Canzoniere Grecanico Salentino” – ha presentato con il fisarmonicista Bruno Galeone il suo nuovo album “Amoreamaro” (Agualoca Records), in anteprima a Napoli, con la produzione di I Zimbra Culture. La musica popolare è il fil rouge della serata – musica di gente che si sporca le mani, che sta a contatto con la terra e con la realtà e conosce il peso delle cose – alla quale prendono parte gli ArsNova, il gruppo dall’anima gipsy che è facile incontrare girando per le piazze del centro storico partenopeo e che propone un repertorio musicale intriso di atmosfera meridionale, senza fronzoli o sovrastrutture. Una formazione che “rilegge la tradizione con occhi moderni” e che è stata superlativa nel condividere più di un’esibizione con la regina della world music europea, giovedì sera. Maria Mazzotta e la sua appassionata riflessione sull’amore amaro Un’intensa e appassionata riflessione, da un punto di vista femminile, sui vari volti dell’amore ha preso corpo sul palco dell’Auditorium. La voce ipnotica di Maria Mazzotta ci ha rivelato la complessità e il mistero di un sentimento dalle mille sfaccettature: grande, disperato, tenerissimo, malato, possessivo e abusato. In un mondo in cui siamo ammaestrati a interpretare svariati stereotipi, finiamo per essere ormai caricature di noi stessi persino sotto le lenzuola. Si cerca disperatamente di anestetizzare l’angoscia che infonde la luce malata del sole e siamo sempre un po’ più tossici in un mondo di tossici. Ogni giorno, perdiamo un po’della nostra umanità e abbiamo quasi dimenticato ormai quale sia la vera essenza dell’amore, quella che ti cambia la vita e che rende il nostro pianeta meno ostile e più colorato. Cerchiamo tutti l’amore, ma lo facciamo poco. Siamo bombardati da grida e insulti in tv, da haters sui social network e da aggressività e rabbia volti ad affermare le proprie idee. La gentilezza e i sentimenti nobili sono considerati “roba da sfigati”, che pare essere passata di moda. Ma probabilmente stiamo sbagliando tutto. Se solo costruissimo più ponti, potremmo essere tutti più felici. E questo è il messaggio che Maria Mazzotta, come un arciere dall’arco dorato, lancia sulla platea scoccando frecce d’amore. [Fonte immagine: v-news.it]

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Teatro

Come neve sopra il mare, Maldestro al Piccolo Bellini

Come neve sopra il mare, portato in scena il 14 gennaio al Piccolo Bellini, è un racconto musicale che abbraccia la sfera teatrale e parla di una vita violenta, quella di Antonio Prestieri, in arte Maldestro. È un viaggio caratterizzato da illusioni ed errori, da una lenta e faticosa risalita dal fondo, sfuggendo dall’abbaglio delle lampare che ingannano i pesci. Racconti personali e riguardanti gli amici storici costellano lo spettacolo-concerto, che dona al pubblico sorrisi amari, in perfetto equilibrio tra umorismo e drammaticità. La storia di Antonio è figlia adottiva della musica e del teatro, ma nasce lì dove la pioggia lava il sangue dalle mura. A Scampia. Sua madre e l’arte hanno tracciato ad Antonio la via da seguire per raggiungere la libertà, per salvarsi da un mondo che sembrerebbe non lasciare alcuna alternativa. Antonio non è da solo sul palco, ad accompagnarlo nei suoi racconti autobiografici ci sono la recitazione, la musica e il canto di Salvatore Esposito, Dario Sansone dei Foja, Sara Sgueglia e Luigi Pelosi. Un connubio di artisti teso alla bellezza e capace di creare il bello anche lì dove non c’è. Non c’è furbizia nell’architettura dello spettacolo di Antonio Prestieri, non c’è posto per le bugie o le cose dette a metà. Il nostro cantautore conferma il suo talento genuino e la sua arte sincera, senza fronzoli, orpelli o espedienti per aggirare carenze e punti deboli. Come neve sopra il mare: inseguire la bellezza per rendersi liberi Antonio Prestieri si spoglia dei suoi occhiali da sole e lascia a casa ogni maschera per cantare e recitare la sua storia. Ci fa sorridere con la stessa leggerezza dei fiocchi innevati che cascano giù come piume mentre veniamo condotti negli abissi dei suoi ricordi lividi, sedi di un ragazzino dalla spina dorsale forte, che si piega alle intemperie della vita, ma non si spezza. Il palco del Piccolo Bellini è un fondale marino dall’acqua torbida, gelida. Antonio inizia a parlare e una spruzzata di neve, di gioco e ironia annega nelle onde scure. In platea volgiamo gli occhi al cielo e godiamo della magia del momento, la magia della neve, che non dura mai per sempre – forse è per questo che l’aspettiamo con foga e la guardiamo con attenzione, prima di tornare alla nostra quotidianità – e si stampa un sorriso sul volto di ognuno di noi. Ma presto le nostre emozioni si sfracellano contro uno scoglio frastagliato, le risate si spezzano, i cavalloni ci travolgono e finiamo tutti in balia delle acque della vita di Antonio Prestieri, insieme alla neve già dissolta. Naufraghiamo in un mare di situazioni difficili e insostenibili, ci dimeniamo e urliamo insieme ad Antonio mentre il vento profumato di sale soffia con forza, finché ci aggrappiamo a un ciocco di legno trasportato dalla corrente che ci permette di restare a galla, di continuare a respirare, seppure con affanno. È il suo pianoforte a salvarci dal freddo glaciale penetrato fin dentro le ossa, così come ha sempre fatto con Antonio quando […]

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Napoli e Dintorni

Le scale del Petraio di Napoli: rotolando verso il mare

Domenica 12 gennaio, Heart of the city ci ha proposto una mattinata sorprendente in giro per le scale del Petraio di Napoli, che si arrampicano su un vero e proprio borgo nascosto, fatto di bassi, strette viuzze, archi, piazzette, piante, fiori, vigneti, agrumeti, eleganti palazzi in stile liberty, con le caratteristiche “edicole” – simbolo della devozione religiosa degli abitanti del posto – e caratterizzato da panorami mozzafiato, lontano dal caos della città, senza auto, il tutto avvolto da una calma struggente. La guida ci ha accompagnati poi a Casa Tolentino per visitare il monastero seicentesco di San Nicola da Tolentino, ai piedi della collina di San Martino, dove ci è stato concesso di rifocillarci con un aperitivo all’aria aperta, immersi nel verde. L’agenzia di promozione turistica del territorio campano Heart of the city è riuscita ancora una volta a raggiungere il suo scopo, che è quello di regalare ai presenti un’esperienza di viaggio fuori dal comune, “sensoriale”, di quelle che il mondo te lo fanno “sentire”, più che vedere. Ripercorreremo con voi il nostro viaggio insieme a Heart of the ciry. Vi consigliam scarpe comode. Le scale del Petraio: cinquecento gradini circa, un corrimano centrale e mille culure Napoli è una città perfetta se si vuole trascorrere la domenica mattina circondati di bellezza. Non a caso eravamo in tanti presenti all’appuntamento all’uscita della stazione Morghen, situata nell’omonima via e facilmente raggiungibile con la funicolare di Montesanto o con la linea L1 della metropolitana (fermata Vanvitelli). Tutti riuniti intorno a una bandierina gialla con un cuore rosso in mezzo (il logo di Heart of the city), tutti accomunati dalla passione per questa città che non vuole finire mai di stupirci e tutti vogliosi di godere della sua spudorata bellezza, abbiamo imboccato Via Annibale Caccavello e, girando a sinistra, ci siamo praticamente librati nell’universo e abbiamo raggiunto stazioni intergalattiche e varchi spazio temporali che ci hanno condotto in paradiso. Esageriamo? Vi assicuriamo di no. Le scale del Petraio un tempo univano la parte bassa della città(il mare) con la zona collinare. I gradini prendono il nome dalla natura pietrosa del territorio sul quale furono edificati per raccogliere l’acqua che da qui iniziava il suo percorso in discesa. Passo dopo passo, il Golfo di Napoli si lascia ammirare nelle spaccature tra una casa e l’altra, catturando col suo rumore l’attenzione di chi lo guarda, come farebbe il richiamo di un amante, uno di quelli dominatori, tirannici, che sguinzagliano brividi addestrati a percorrerti la schiena. Inizialmente ti accarezzano, ma poi ti travolgono fino a calpestarti e a piegarti in due. Chi tene ‘o mare ‘o sape ca è fesso e cuntento. Lui non dà mai risposte e sicurezze a chi gli fa domande, in punta di piedi, sulla sponda. Chi tene ‘o mare ‘ossaje porta ‘na croce. S’illude di avere tutto, s’inganna, come se fosse marchiato da una sorta di peccato originale da espiare. Si può, per caso, arginare il mare? No. Chi tene o’ mare, ‘o ssaje, nun tene niente, cantava Pinuccio. Io […]

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Teatro

Pink Floyd Legend al Teatro Augusteo di Napoli

Lunedì 16 dicembre 2019, un progetto degno di nota ha respirato sul palco del prestigioso Teatro Augusteo di Napoli: lo spettacolo The Dark Side of the Moon della tribute band Pink Floyd Legend, che ha proposto anche alcune tra le canzoni dei Pink Floyd non presenti nel suddetto album, ma che hanno fatto la storia della musica internazionale (Another brick in the wall, Hey you, Comfortably numb, Wish you were here). La band dei Pink Floyd Legend nasce nel 2015 ed è riconosciuta come il gruppo italiano capace di rendere il miglior tributo alla musica dei Pink Floyd. Come nei concerti originali della band britannica, oltre ai video dell’epoca proiettati sul grande schermo circolare, il loro show si avvale di un incredibile disegno luci e di sorprendenti effetti scenografici. La connessione che i Pink Floyd Legend instaurano con il pubblico è fatta di emozioni, potenza e bellezza, un cocktail di magia personale che si fonde con quella di un grande classico. Impresa ardua, ma davvero ben riuscita. Quello dei Pink Floyd Legend si configura come un progetto dalla gestazione dettagliata e dalle produzioni studiate e innovative. Chi sono i Pink Floyd Legend? Alessandro Errichetti (voce e chitarra), Fabio Castaldi (voce, basso e gong), Simone Temporali (voce e tastiere), Paolo Angioi (voce, chitarra elettrica e acustica), Emanuele Esposito (Batteria), Michele Leiss (sassofono), Andrea Arnese (chitarra acustica ed effetti luci e audio), le coriste Giorgia Zaccagni, Sonia Russino e Martina Pelosi. Pink Floyd Legend: The Dark Side of the Moon e l’altra faccia della medaglia L’immagine della copertina dell’album The Dark Side Of The Moon compare sullo schermo che fa da sfondo ai musicisti: un panorama completamente nero sul quale campeggia un prisma attraversato da un raggio di luce che, per il fenomeno fisico della dispersione ottica, si rinfrange nei colori dell’arcobaleno. Quest’album è per unanime consenso un capolavoro tanto legato al suo tempo quanto ancor oggi attuale. Tratta di una terrificante descrizione della malattia mentale e degli eccessi del capitalismo, ed esprime un giudizio raggelante sul classismo della società britannica. Vengono lodevolmente trattate tematiche come: lo scorrere inesorabile del tempo, che conduce dalla nascita (il battito cardiaco iniziale) alla vecchiaia (la sequenza Speak to me/ Breath/ Time/ Breathe(Reprise) ); la morte (Great Gig In The Sky); l’avidità umana e l’individualismo rappresentati dal denaro (Money); la pazzia e la diversità (Any Colour You Like?/ Brain Damage e Us And Them). All’Augusteo iniziano a srotolarsi nell’aria le note di tracce impregnate dell’altra faccia della medaglia, di ciò che si nasconde dietro l’angolo, del lato oscuro della luna, di ciò che l’uomo tiene nascosto alle apparenze, ma che accomuna tutti. Già, perché ogni cosa è illuminata dal Sole, è fonte di felicità e perfezione, ma noi non possiamo percepirlo sempre perché esso è eclissato dalla Luna, dalla personalità umana con le sue idee pericolose. Ed ecco che Trump, Berlusconi, Renzi, Salvini e chi più ne ha più ne metta rubano la scena del grande schermo circolare. I Pink Floyd Legend propongono un viaggio dalla […]

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