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Eroica Fenice

Voli Pindarici

TRESY G. – episodio 3: Cagna paisu ca cagni f’rtuna!

“Tresy G.”, la rubrica narrativa seriale lucana ambientata a Tito. Tresy G., Episodio 3 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. “*.* SBATTI DUE VOLTE LE CIGLIA :* BACIA LA TUA MANO DESTRA :0 SOFFIA SULLA SINISTRA <3 CHIUDI GLI OKKI ED ESPRIMI UN DESIDERIO. SE NN MANDI AD ALMENO 6 XSN QUESTO MEX, IL TUO SOGNO NN SI AVVERERÀ. ***ATTENZIONE*** NON IGNORARE QST CATENA FUNZIONA VERAMENTE!!“ «Sandandoniu miu, ca t’pozzn…!» Tresy stava andando a scuola di ballo quando squillò il suo Siemens A 55 che era tutto rosso come l’adesivo a forma di coccinella che gli aveva appiccicato dietro il giorno della sua Prima Comunione, occasione in cui le avevano regalato quel suo primo cellulare. Dovette fermarsi e riprendere fiato, sbattere le ciglia, baciare una mano e soffiare sull’altra per non spezzare la catena di Sant’Antonio. Lo aveva sempre temuto, Sant’Antonio, per quello sguardo severo con cui la sua pregevole statua sembrava guardarla dall’altare del Convento, quando lei si affrancava dal far la chierichetta e andava a messa più per “ciarlatare” con le compagne che per partecipare alla celebrazione liturgica. Le venne in mente quell’anno in cui fece la brava e non si perse una sola predica d’ la Nuvena: il 13 giugno, Sant’Antonio la premiò con una tale dose di coraggio da dichiararsi ad Emidio, lu figliu d’Peppu d’la Mundagna – quello con gli occhiali enormi neri della V B! – e riuscì pure a strappargli un timido bacio a stampo nel bel mezzo del Calvario. O meglio, nel chiaroscuro del “triangolo”, vicino alla seconda villetta. (‘Mbò s’abbr’ugnav’n tutti e doi.) Sentì una specie di tarlo rosicchiarle ogni cassettiera della sua anima scricchiolante che custodiva gelosamente i ricordi di quella magica serata di festa. Si sentiva in colpa, sfacciatamente ingrata nei confronti del suo santo protettore. «Sandandò, sa’che t’divu, ì p’sicurezza n’mannu dieci d’messaggi. T’vuogliu bbe’.» Che poi, forse-forse, sandandoniu le aveva dato quel coraggio più per carità cristiana nei confronti di quell’abbonato di Emidio, che per farle un piacere. Quello portava pure il nome di un santo che a Tito veniva celebrato lo stesso giorno di San Donato, il 7 agosto, per motivi di risparmio economico e di organizzazione. Emidio era lo sfigato della V B e il disagio se lo portava stampato a caratteri cubitali sul documento d’identità, di fianco alla sua fototessera, alla voce “NOME”. Lo bullizzavano tutti: lo chiamavano “Quattrocchi” e gli urlavano continuamente appresso che era diventato miope a furia di farsi le pippe e che si faceva le pippe perché lui era innamorato di sé e che lo era in modo così spropositato da non riuscire a farsi amico manco un cane. Tresy era attratta da tutto ciò che era strano, irregolare, rotto. Sovrappensiero più del solito, arrivò a scuola di ballo. “Suavesito para abajo, para abajo, para abajo…” La maestra Pina faceva sgobbare le sue bimbe a ritmo latino-americano, in quel periodo. Tresy odiava ballare, ma le femminucce quello avevano per hobby, mentre i maschietti andavano a […]

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TRESY G. – episodio 2: Amici, amici…e po’t’fott’n la bici!

“Tresy Gambacorta”, la rubrica narrativa seriale lucana ambientata a Tito. Tresy Gambacorta, Episodio 2 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. È alla Spinosa, nella casa in campagna della sorella Felina, che la Manilunga aveva deciso di festeggiare il battesimo della figlia. L’organizzazione meticolosa del banchetto avrebbe fatto impallidire persino gli alti dignitari di corte che, in passato, partecipavano ai party delle più illustri dinastie. Mariannina aveva trascorso mesi a confezionare bomboniere, a scegliere il menu del celebre giorno e gli allestimenti fioriti per la chiesa. Era stata così impegnata che quasi non faceva più caso alla perenne assenza di mastu Cicciu. Ma ciò che le aveva praticamente tolto il sonno fu la scelta “d’ li cumbari”. Ci teneva che fosse Felina a far da madrina a Tresy, ma si sa, il comparatico è quasi più importante della parentela, va oltre il rapporto di sangue, è una specie di alleanza, una cosa sacra. Talmente sacra che quando la scelta ricadde sull’amica d’infanzia, Carmelina, quest’ultima pensò bene di suggellare ‘sto legame speciale invitando un po’più spesso mastu Cicciu da lei. Suo marito Tonino stava ormai con un piede sulla Terra e un altro nell’oltretomba, considerato il suo stato di salute sempre più cagionevole. C’era da decidere se prenotare una lapide in granito o una lapide in marmo, per omaggiare il futuro defunto. Ed è così che si fa tra compari, ci si promettono a vicenda favori e disponibilità, motivo per cui mastu Cicciu prese davvero a cuore l’immagine di Tonino che avrebbero lasciato ai posteri. In onore d’ “lu cumbariziu”, assunse persino l’abitudine di non rincasare più: del sepolcro c’era da studiare la forma, e poi il colore, e le incisioni, e le decorazioni, e le immagini…non erano assolutamente scelte facili, quelle. Ma tutto questo pareva non tangere Mariannina, presa com’era con i preparativi della cerimonia che avrebbe inflitto il nome di Teresa alla sua piccina a forza di getti d’acqua benedetta sul capo. Il gran giorno – quando il prete tracciò il segno della croce sulla fronte di Tresy – Carmelina, incredibilmente emozionata, sbattette le sue ciglia, e un paio di lacrime rigarono il suo trucco alla Moira Orfei. La bocca di mastu Cicciu si aprì come una caverna per liberare uno sbadiglio, nell’impresa titanica di reagire allo stato di torpore nel quale era sprofondato, e Mariannina – in preda a palpitazioni improvvise, vertigini e dolori al petto – urlò, esausta ed esaurita. Le corna che aveva in testa iniziavano a farsi pesanti e, inaspettatamente, il suo corpo decise di non riuscire a reggerle più. Il prete aveva appena finito di dire: «CARA TERESA, CON GRANDE GIOIA LA NOSTRA COMUNITÀ CRISTIANA TI ACCOGLIE!» e Sant’ Antonio da Padova – dall’alto del suo altare policromo tardo barocco nella navata laterale del Convento – parve inarcare le sopracciglia e mettersi le mani nei capelli.   Fonte immagine: Maria Giosa

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TRESY GAMBACORTA – episodio 1: Che travagliu!

“TRESY GAMBACORTA” è il nome della rubrica narrativa seriale che – tramite la finzione – andrà a indagare prototipi umani, difetti, pregi e particolarità di un territorio specifico, “lu Titu”. Tito è un piccolo centro, un borgo montano lucano, sito in provincia di Potenza. Un lucano fuori regione si ritrova sempre a puntualizzare: Ma che hai capito?! Non vengo da Lugano… Non sono un “basilichese”! Ma nooo, neanche un “basilico”!!! La Basilicata è, di fatto, una terra ancora tutta da scoprire. Poco si conosce del suo popolo, della sua genuina cultura contadina, delle sue tradizioni, delle sue suggestive lande desertiche e altri paesaggi che si presentano, tutt’oggi, nudi e crudi ai nostri occhi. Tresy Gambacorta, Episodio 1 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. Nome: Teresa. Per gli amici: Trёsina. Quelli stretti: Tresy. Cognome: Gambacorta. Età: psicologica. Occhi: azzurri. Pelle: cerea. Pel: di carota. Insofferenza: al pettine. Tresy è stata partorita in casa da Mariannina “la manilunga”, in una notte di febbraio alle 3.00 in punto, mentre fuori scrosciava un acquazzone impetuoso. Il sonno tranquillo de “la manilunga” fu rotto dalle prime contrazioni. Era sola. Era sempre sola quando aveva bisogno di qualcuno, e rubava per questo quando andava a far la spesa, perché in cuor suo si era sedimentata l’idea che il mondo le doveva qualcosa. Aveva sposato un buon uomo, Mariannina; lei ci credeva fermamente. Il problema di mastu Cicciu era il bar della piazza, tutto qui. Quando usciva, beveva sempre abbondantemente e con smisurato piacere, poi tornava a casa e lei non lo riconosceva più, perché diventava un altro: attaccabrighe, arrogante, spavaldo. Si autoproclamava “lu rrè” e iniziava a tiraneggiare senza porsi alcun limite, come se – puntualmente – quella messa in scena nella vita gli servisse per consolarsi un po’, e per ricaricarsi. Mastu Cicciu era conosciuto da tutti come “lu beccamortu” e la morte altrui era per lui fonte di reddito, fonte di vita. Al suo cospetto, i maschietti venivano sempre sopraffatti da un incontrollabile prurito nelle mutande e le fanciulle non facevano altro che molestarsi la tetta sinistra. Nessuno gli dava corda, erano tutti molto freddi con lui. Più freddi del gelo del marmo dei tavoli nei sotterranei dell’ospedale di Potenza, dove il sole “lu beccamortu” non lo aveva mai visto. Mariannina era sola nel letto, quella notte. Come sempre, quando aveva bisogno di qualcuno. Non aveva un telefono fisso, non potevano permetterselo lei e suo marito, e al suo cellulare mancava il credito. Allora si alzò, si rimboccò le maniche e sterilizzò un paio di forbici da cucina. Riempì la vasca da bagno con acqua tiepida e prese due asciugamani – uno da mordere e uno per avvolgere il neonato – e, quando le contrazioni si fecero più fitte, iniziò a spingere. Sapeva benissimo come comportarsi perché la sorella Felina, Internet, ce l’aveva! E quando andava a trovarla ai Calangoni, trascorreva ore ed ore su YouTube a guardare parti, perché aveva sempre sognato di essere mamma, ma il Signore pareva non […]

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Quella COSA: quella sensazione di stop nello stomaco

Appena prima di spiccare il volo, quando i motori danno potenza allʼaereo e senti il pavimento vibrare sotto i piedi come uno di quei vecchi giocattoli con carica a molla, ti capita sempre di sentire QUELLA COSA. La avverti come una specie di sensazione di stop, di sospensione; la senti nello stomaco. Rivolgi automaticamente lo sguardo verso il finestrino e osservi la parte anteriore dellʼaereo librarsi in aria, poi chiudi gli occhi e disegni mentalmente qualcosa che ti mette serenità: nel mio caso, giovedì ho tratteggiato il profilo delle isole dellʼarcipelago napoletano e quello del Vesuvio, che mi avrebbero aspettato immobili e fedeli come cuccioli di cani e si sarebbero palesati ancora prima di farmi toccare terra, sin dal momento in cui avrei potuto accarezzarli dallʼalto col solo sguardo. QUELLA COSA, le metropoli e i fatti belli Hai la stessa sensazione quando vivi una città che ancora non conosci: quando viaggi, ma nelle reti sotterranee delle sue metropolitane o in una mortifera carrozza di seconda classe di un treno che percorre un suo personalissimo binario, ti perdi nel suo tran tran quotidiano e tutto ti è estraneo. Percepisci proprio quella STESSA COSA allo stomaco e non fai che aggrapparti ai ricordi più belli che hai, finché, nel bel mezzo di una stazione ferroviaria, un paio di tuoi coetanei pugliesi trapiantati come te a Milano ti chiedono “Come stai?” e “Da dove vieni?” e “Dove vai?” e “Qual è il tuo numero?”, e succede che ti senti come quando quellʼaereo sul quale hai messo piede si stacca tutto dal suolo e pian piano torna in posizione orizzontale, iniziano le virate, ma poi va in quota, non senti più niente e sorridi. Perché è in momenti come questi che capisci che senza pause né tempi sospesi, né VUOTO, ma soprattutto senza ricordi, non ci sarà mai spazio per certe trasformazioni, occasioni e significati nuovi. Riprendo a leggere da dove avevo lasciato: “(…) Non erano dei veri viaggiatori perché partivano per tornare. E tornavano con un senso di sollievo e la sensazione di aver compiuto il proprio dovere. Tornavano per prendere dalla credenza una pila di lettere e di bollette e fare un gran bucato. Per annoiare a morte gli amici mostrando le loro foto delle vacanze, mentre questi sbadigliavano senza farsi notare: qui siamo noi a Carcassonne, qui c’è mia moglie e sullo sfondo l’Acropoli. Poi, per tutto l’anno conducevano una vita sedentaria, quella strana vita in cui al mattino si ritorna su quanto si è lasciato incompiuto la sera prima, dove i vestiti si impregnano dell’odore dell’appartamento e i piedi infaticabili tracciano sentieri d’usura sul tappeto. Evidentemente mi mancava quel gene che fa sì che quando ti trattieni a lungo in un certo luogo ci metti le radici. Ci ho provato molte volte, ma le mie radici erano sempre troppo corte e bastava un soffio di vento per farmi ribaltare. Non riuscivo a germogliare, ero sprovvista di quella dote vegetale. Non assorbo nutrimento dalla terra, sono il contrario di Anteo. Traggo […]

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O’Barone del centro storico, piezz’e core

Ricordando Antonio Varvella, o’Barone del centro storico di Napoli Febbraio, 2020 L’ho intravisto oggi fissando nell’interno cinereo del mio trolley, piazzato nell’angolo semioscuro della stanza. Un po’ come quando volgevo lo sguardo oltre la foschia che domina il mare di questa città e riuscivo a scorgere l’isola di Capri. O’ Barone mi si è parato davanti mentre sedevo sul letto a una piazza e mezzo della camera di una casa lesionata dall’umidità di un quartiere senz’aria. Quello che fino a ventiquattr’ore fa era il mio posticino nel mondo, abbarbicato su una delle vecchie arterie che irrorano il petto della mia Napoli, Vico Gerolomini. Ho acciuffato O’Barone e l’ho ficcato in valigia, sotto i panni ammucchiati e pallide tracce di un presente che sta per passare. Per alcuni era stato un nobile. Per altri uno che, da quando si tuffò da “Palazzo degli spiriti”, perse la testa. Per molti, semplicemente un adolescente pieno di vita mai cresciuto dall’aria indisponente. O’Barone, quella sera che… A me raccontò di avere avuto una famiglia e di essere stato innamorato di una signora, da cui ebbe due bambine. Ma il mondo andava alla velocità della luce e lui perdeva tutto. Così divenne l’anima libera del centro storico. A un tetto preferì per sempre il cielo e alle mattonelle di un pavimento i sampietrini. La Terra avrebbe potuto continuare a fuggire indisturbata, casa sua sarebbe passata prima o poi di lì. Voglio portarmi dietro il suo spettro sporco e sbronzo come quella serata ottobrina del 2012, quando lo incontrai per la prima volta in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, di fronte al “Kestè”. Quella sera, fece un lungo sorso di vino e, con la voce cadenzata dall’alcool, mi chiese una sigaretta. Mi accingevo a pareggiare il tabacco all’interno della cartina, quando mi si sedette accanto, sul muretto di pietra. Gli sorrisi, ma mi sentii affogare nell’oceano di quegli occhi traboccanti di follia che non distoglievano l’attenzione dai miei. “Ho un chiodo nello stomaco”. I riflessi di quelle iridi mi bloccarono il respiro. “Anch’io…ehm…Barone. So che ti chiamano così.” Stavo per rollargli la sigaretta. Poi lasciai perdere. Urgeva un brindisi. Alzai in aria la mia Peroni che giaceva sulla fioriera e sfiorai il cartone di Tavernello che lui imbracciava come un musicista avrebbe fatto con la sua chitarra. “Chest’è, Baro’. Cin!” Caro Barone, arrivai a Napoli con un chiodo nello stomaco dalla terra lucana, in quel lontano 2012, ma oggi lascio questa città serena. Perché la bellezza cambia la vita delle persone e, anche se non so dove andrò a finire ora, “Se ‘o munno gira e va’, ‘a casa mia ‘cca addà passa’” Chest’è, Baro’. “Kestè”.   Foto: https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/cronaca/18328-napoli-dice-addio-a-o-barone-istituzione-del-centro-storico/

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Culturalmente

Faber e il Dark Side della canzone italiana

Vincenzo Mollica, in un’intervista del 1988, chiese al nostro Faber se si considerasse più cantautore o poeta e quali fossero le differenze che esistono tra canzone d’autore e poesia, se esistono. La sua risposta: “Mah, a questa domanda ti devo rispondere come tante altre volte ho risposto. Benedetto Croce diceva che fino all’età di diciotto anni tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.” Faber ha sempre sostenuto che la musica dovesse avere un contenuto: deve essere balsamo, riposo, liberazione, catarsi, espressione dei propri sentimenti, a volte addirittura un tentativo di autoanalisi. Le canzoni per lui servono a formare una coscienza. Sono svariati i temi affrontati nei brani di Faber e, sebbene lui non si definisse un poeta, la sua anima lirica e sensibile gli ha permesso di scandagliare comunque mirabilmente svariati argomenti, facendo leva sulle sue fragilità, creando versi, pensieri, trovando ispirazione nella musica francese, americana, nel folk e nei poeti maledetti. Fabrizio De Andrè è stato, infatti, un profondo conoscitore di musica popolare e ha sempre considerato fondamentale l’interconnessione tra musicalità dei versi e potenza narrativa della musica. Niente, nelle sue canzoni, è lasciato a caso. Niente è sottomesso alla parola. Lui ha la capacità del tutto unica e originale di mostrare alla maggioranza distratta la magia, la bellezza e il dolore che passano inosservati ai loro occhi. Non al denaro non all’amore né al cielo, terzo concept di Faber L’album esce nel 1971 ed è un crocevia d’incontri: la semplicità scarna dei versi dell’Antologia di Spoon River di Masters arriva in Italia grazie a Cesare Pavese che la commissiona all’amico Antonio Chiumatto (un italo-americano che abitava negli Stati Uniti) e la suggerisce a Fernanda Pivano, prima storica traduttrice dell’opera. Il disco nasce grazie allo spunto di Sergio Bardotti e alla collaborazione con Bentivoglio per quanto riguarda i testi, oltre a Piovani, per quanto concerne le musiche. La copertina è di Deanna Galletto: è apribile a libretto e sul retro è visibile il testo dell’intervista rilasciata da De Andrè alla Pivano. Si dice che Faber non sopportasse le interviste, e che lei sia riuscita a intervistarlo solo nascondendo un registratore sotto il letto durante una lunga conversazione! Ci sono, poi, la busta interna con i testi delle canzoni, i crediti sui musicisti e il testo di un’intervista virtuale a Edgar Lee Masters ricostruita dalla stessa Pivano. De Andrè mette in musica nove poesie di Masters, dando vita a una galleria di personaggi soffermandosi sulla vis non convenzionale, sull’umanità e sulla portata allegorica dei ritratti umani, caratterizzati ognuno da un aspetto diverso, ognuno felice e sofferente a modo suo. Due temi principali svettano sulle poesie scelte: l’invidia, come ignoranza e molla del potere esercitata sugli altri (vedi “Un matto”, “Un giudice”, “Un blasfemo”, “Un malato di cuore”) e la scienza, come contrasto tra l’aspirazione del ricercatore e la repressione del sistema (vedi “Un medico”, “Un chimico”, “Un ottico”). Il […]

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Culturalmente

Musica e letteratura, spazio a Fabrizio De André

Fabrizio De André: il cantore-poeta Quello tra musica e letteratura è una fusione antica quanto il mondo. Se intendiamo come prima forma letteraria quella del canto che si accompagnava all’esecuzione musicale, ecco che per reperire le prime attestazioni di questo connubio dobbiamo risalire agli albori della storia umana. Già nella Genesi, infatti, (4, 21 – IV secolo a. C.) si fa riferimento a un discendente di Caino, Jubal, definito il “padre” di tutti coloro che suonavano la lira; e più tardi, nell’Esodo, (15, 1 – 21), Mosè e gli ebrei, in occasione della sconfitta del Faraone, cantano un inno al Signore, accompagnati dal tamburello suonato da Miriam assieme alle altre donne. E quando il popolo israelita andò in esilio a Babilonia, portò con sé una raccolta di 150 salmi, orazioni religiose attribuite a re David, da recitare con l’accompagnamento di strumenti a corda. Ma già al X sec. a. C. risaliva il celeberrimo “Cantico dei Cantici”, una schermaglia amorosa tra un uomo e una donna alla quale fu attribuito un significato allegorico, come un dialogo d’amore tra l’uomo e Dio. Analizzando il contesto sette-ottocentesco e gli sviluppi più rilevanti della fusione tra musica e poesia, Calvin Brown (capostipite della ricerca musico-letteraria) spiega in maniera chiara il suo punto di vista sul rapporto che regola le due arti. “Musica e letteratura (…) sono simili in quanto ambedue sono arti che giungono a noi attraverso l’udito, che si estendono nel tempo e che richiedono un’ottima memoria per la loro comprensione. (…) La musica è l’arte del suono in e per se stesso, del suono “in quanto” suono. Le note musicali hanno tra loro relazioni complesse, ma non hanno relazioni con niente che si trovi al di fuori della composizione musicale (…). La letteratura, d’altro canto, è un’arte che utilizza suoni ai quali sono stati arbitrariamente apposti significati estrinseci. (…) Il poeta, con strumenti della sua tecnica come il metro, la rima, l’assonanza e l’allitterazione, riesce nella pratica a creare un’intima analogia col lavoro del compositore: ma il fatto che i gruppi di suoni su cui egli opera non si limitino a creare solo semplici sensazioni uditive, ma possiedono ben precisi significati esterni, rende sotto molti aspetti i suoi problemi completamente differenti”. Fabrizio De André, la musica e l’impronta letteraria Nel panorama italiano, il cantautore che più di chiunque altro può essere avvicinato alla professione di poeta è Fabrizio De André. La capacità “pittorica” di rappresentare una scena, una situazione con poche parole estremamente precise fanno di De André un artista a tutto tondo. Sono tanti i testi della sua produzione che possono essere analizzati sia dal punto di vista musicale che da quello poetico. In molte occasioni lo chansonnier ligure si ispira alla letteratura: nel 1971 pubblica l’album Non al denaro non all’amore né al cielo, interamente ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Possiamo definire quest’album il “Dark Side” della canzone italiana: è il terzo concept di De André, imparentato con il nuovo rock italiano, e si tratta di […]

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Libri

Michelangelo Iossa, lo scrittore di 007 Operazione Suono

Ricorderemo il 2020 come un anno funesto, ma finalmente una luce in fondo al tunnel si accende grazie alla Rogiosi Editore, che pubblica 007 Operazione Suono: un viaggio intrapreso dal giornalista e scrittore Michelangelo Iossa, che fagocita i lettori in un mondo fatto di musica, cinema, narrazione e fotografia, toccando con maestria le corde dell’emotività degli appassionati del mito-Bond. Si tratta di un volume unico nel suo genere, alla portata di tutti, dedicato alla memoria di Sir Sean Connery, primo e indimenticabile interprete cinematografico di James Bond, scomparso lo scorso 31 ottobre. Michelangelo Iossa, con 007 Operazione Suono, celebra tre figure-simbolo della storia di Bond (racconto di spionaggio, ma anche pastiche sonoro): il padre letterario di Bond, Ian Fleming, il compositore John Barry (artefice delle più celebri colonne sonore dei film della saga cinematografica di 007) e il Maestro Monty Norman, che ha scritto la prefazione di questo lavoro, e ha colto l’occasione per raccontare la genesi del leggendario tema strumentale dedicato a James Bond. In attesa del film No Time to Die, venticinquesimo capitolo della saga cinematografica di James Bond, 007 Operazione suono rende omaggio ai creatori di un suono divenuto ormai leggendario, capace di ispirare ed emozionare grandi e piccini, e di diventare patrimonio collettivo. 007 Operazione Suono di Michelangelo Iossa: il mito Bond James Bond nasce dalla penna di Ian Fleming, che è l’autore inglese più celebre del mondo e il più influente del XX secolo, insieme a William Shakespeare, Agatha Christie e J.K.Rowling. La fantasia e creatività di Fleming dà vita all’agente segreto più famoso del mondo, il cui codice identificativo – 007 – è oggi sinonimo di “spionaggio”. «Un nome il più comune possibile. Breve, freddo, anglo-sassone e molto maschile»: in una sua intervista per i lettori del Reader’s Digest, Fleming rivela di aver preso in prestito il nome dell’ornitologo Bond per battezzare la spia britannica che stava per nascere in una stanza di “Goldeneye”, la residenza che si ergeva sulla baia di Oracabessa, in Giamaica. Fleming contattò l’ornitologo per informarlo della questione e, ricevuto il placet dal ricercatore statunitense, lo scrittore inglese – per contraccambiare – lo autorizzò ad adottare il suo nome per qualunque finalità, anche per battezzare l’uccello più orribile del mondo! Ecco come nasce il mito dell’elegante, infallibile e iconico Bond, che s’impone nell’immaginario collettivo con le sue mirabolanti avventure, gli ambienti suggestivi, le femmes fatales, l’intramontabile Vodka Martini agitato non mescolato e i suoi sofisticatissimi orologi. I romanzi della saga hanno superato la soglia dei 100 milioni di copie vendute. 14 sono i libri firmati da Ian Fleming, 25 sono i film della saga cinematografica ufficiale, 3 le pellicole non ufficiali inclusa una riduzione televisiva per la CBS, numerose le graphic novel, moltissimi i radiodrammi ricavati dai romanzi bondiani, decine le biografie e le serie televisive dedicate anche al solo Ian Fleming e poco meno di 30 libri incentrati sulle imprese di Bond sono quelli firmati da autori scelti dai curatori dell’eredità di Ian Fleming, da Jeffery Deaver a John […]

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Voli Pindarici

Pausa, please! – Diario di una quarantena

Caro Coviddì, una pausa da questa vita in pausa e perennemente in allarme, è ciò di cui avrei bisogno oggi. Perdona il gioco di parole, ma in testa mi sta nascendo lo sterco. Mi perdo nei miei pensieri e immagino un’estate al mare, la voglia di remare (e di fare il bagno al largo per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni), il sapore di sale, il sapore di mare e persino un reggae – in – spiaggia. Sì Coviddì, sssì! Sto delirando, e pure Giuseppe Conte sta invecchiando male, s’impappina mentre parla. Vorremmo tutti una pausa. Oggi al TG ho sentito dire che siamo al picco dei contagi, ma presto ci sarà il calo. Il fatto è che la notizia non ha destato in me il minimo entusiasmo, perché tanto ormai le buone nuove non sono mai durature, né stabili, perché sappiamo tutti che è l’emergenza perpetua il vero modus vivendi attuale. Ma si potrà mai parlare d’immunità di gregge? E le vacanze di Natale le riusciremo a fare? Quanti congiunti potremo invitare? Gli amici li riusciremo a vedere? Boh, io voglio solo tornare al mare. Mi ritrovo ancora una volta a scrollare le foto sul mio Huawei usurato e – voilà! – m’imbatto in foto di tramonti, chiesette, baie, giardini termali, promontori e scorci d’incomparabile bellezza. Ischia! Maledizione, che sofferenza ‘sti ricordi. Andai a Ischia insieme a mia sorella e una mia cara amica, Antonella, e credo sia proprio il posto che farebbe il mio caso oggi. La pausa di cui avrei bisogno Caro Coviddì, sai, se uno si vuole rilassare, a Ischia deve andare. La vita a Ischia scorre piaaaaano piaaaaaaaaaaaaaaaaaano. Il tempo è dilatato e spostarsi da una parte allʼaltra dellʼisola comporta cambi di fuso orario. Gli autoctoni si distinguono dai turisti per il rivolino di bava attaccato al labbro inferiore e si trascinano per via sbadigliando, con il cuscino sotto al braccio. Durante la mia permanenza sull’isola, mia sorella fu fatta prigioniera insieme agli altri visitatori e fu rinchiusa nellʼenorme dedalo del Castello Aragonese. Devi sapere che gli ischitani reclutano schiavi stranieri che si occuperebbero poi della gestione del turismo, di parchi termali e fiorellini colorati: tutte mansioni che toglierebbero ore di sonno agli indigeni, col rischio di risvegliarne lʼindole selvaggia e bestiale. Le ultime parole di Antonella, all’epoca, furono: «Vado in bagno. Torno subito, ragazze!» e io mi rivolsi al bar per un bicchiere dʼacqua. La mia salma disidratata giace ancora nel porto di Ischia, e personalmente credo di essere il fantasma di me stessa. Sai, Coviddì, a Ischia si sta un po’come quei giorni in cui ti svegli e non hai voglia di fare un corno. Io mi sento proprio così oggi, ma vorrei poter SCEGLIERE di non fare niente, e invece tu mi ci obblighi, e così mi togli ogni gusto. Caro Coviddì, vattene via e fammi tornare sull’isola, dai, almeno per portare un lumino alle mie reliquie. Ti do mezz’ora abbondante, il tempo di farmi la valigia. Sciò! Ah? No? Mah. Muori, criaturemme’. […]

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Amarcord – Diario di una quarantena

Amarcord s. m. [voce romagn., propr. «io mi ricordo», dal titolo dell’omonimo film del 1973 di F. Fellini]. – Ricordo, rievocazione nostalgica del passato. Caro Coviddì, ti è chiaro cosa è un “amarcord”? Amarcord è il mood che mi hai messo addosso con questa seconda ondata di contagi. La gente non si sgola più sul balcone a cantare “Abbracciame” di Andrea Sannino, il cielo è sempre molto cupo e sta arrivando l’inverno. Mi ritrovo a scriverti anche oggi, bimbo scemo che non sei altro. Sai perché? Perché mi costringi a vivere di ricordi e il passato è l’unica cosa che tu non puoi rubarmi. Allora non faccio che rievocarlo, e cerco di cristallizzarlo. Perché mai come oggi il futuro mi si preannuncia come una sfilza di giorni tutti uguali e il mio passato mi sembra super figo, adrenalinico e avvincente almeno quanto un romanzo di Stephen King o quanto quelle montagne russe ad alta velocità che ti mettono in subbuglio lo stomaco e ti gettano i capelli all’aria. Oggi mi è venuta in mente quella volta che mi diedi al volantinaggio. Vivevo ancora a Napoli e lo facevo in modo struggente, viscerale, quasi malsano. Non riuscivo a staccarmi da quella città – solo tu sei riuscito ad allontanarmene, cretino! – e la vivevo con l’ansia di chi, da un giorno all’altro, avrebbe preso coscienza di non avere più motivo di restare e sarebbe morta così, su due piedi. Forse d’infarto. Comunque, arrivai persino a fare volantinaggio pur di restare a Napoli. Percorsi per giorni interi tutta Via Toledo e l’intero centro storico. Non c’erano ancora arcobaleni pacchiani in giro e tra amici, parenti e amanti ci s’incontrava per strada o in un letto, non su Zoom. Amarcord, “io mi ricordo…” Sai, Coviddì, fare volantinaggio mi fece ridere assai. Eh sì, perché richiede spirito dʼavventura, si cammina un sacco, si vedono posti nuovi, ma soprattutto ci si relaziona con gli altri. È tipo un gioco di società. Semmai volessi provarci un giorno – quando maturi un poco, la smetti di fare il criaturo e diventi un cristiano normale che si vuole pigliare le sue responsabilità – sai che devi fare? Ti devi stampare in volto un bel sorriso da babbeo, e poi gli altri ti scanseranno come se fossi la peste bubbonica. Al massimo, faranno i maratoneti, e in questo caso ti passeranno a fianco velocissimissimi lasciando echeggiare un generico “Grazie lo stessooo o o o o!!!”. Se andrai forte, a un certo punto, potresti passare al livello successivo. Praticamente ti puoi improvvisare postino e lasciare volantini nelle cassette della posta, di palazzo in palazzo. Mò attenzione, Coviddì, perché subentra la mitologica figura del portiere! Se sarai abbastanza stanco, sudato e penoso da impietosirlo, questo non ti manderà via a calci in culo, quando si accorgerà che sei lì nel suo tempio per ficcargli i volantini sotto al mento. Si limiterà, però, a ipnotizzarti agitando la testa da destra a sinistra, con l’espressione di un orco che mangia e schiavizza i […]

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Voli Pindarici

Caro coviddì ti scrivo – Diario di una quarantena

Caro Coviddì ti scrivo, perché hai frantumato le scatole. Perché non la smetti più. Perché sei come quei bambocci un po’ tardi che non capiscono che certi giochi non sono belli neanche se durano poco. Caro Coviddì ti scrivo… Lo faccio perché sono alla duemilaottocentunesima quarantena dell’anno 2020 e oramai, tra plaid, strimpellate alla chitarra e maratone di film, letture e scrittura, vivo di ricordi. Osservo dalla finestra la natura che si spegne e gli spettri di quei ritmi frenetici – che caratterizzavano un tempo la nostra quotidianità – disperdersi nel vento. Sta scendendo pure il crepuscolo con le sue pennellate di rosso borgogna che la mia mente trasforma in uva spremuta, vino buono da assaggiare che mi accarezza il palato, mmh…maa. Ma. Ma bevo una tisana al finocchio fumante e sento pure la gola in fiamme, mentre scorro le foto della galleria del mio smartphone e mi ritrovo a piangere come una vecchia che aspetta solo di sdraiarsi nella tomba, prima che le gettino sopra la terra. Sono foto di bistrot, music – bar, viuzze strette e acciottolate, casette muticolor, calette rocciose, mare azzurro, spiagge bianche immense. Foto della Costa Blanca. Foto della Sc’pagna. Ohw, mi sembra di sentire il vociare della sua gente. «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Ok», «Perfetto», «Va bene», «Capisco», «Nessun problema», «Chiav**i pure a mamma», in loop! Giuro che ripetevano quest’espressione di consenso in ogni risposta; e lo facevano in un modo assolutamente adorabile. In Costa Blanca ci sono stata in vacanza l’estate del 2019. Ho alloggiato in quella parte della zona costiera che affaccia sul Mar Mediterraneo, tra Capo de la Nao e Capo di Gata, ad Alicante. Tra le mete più belle delle mie gitarelle sc’pagnole, quando ho avuto base ad Alicante, annovero località molto caratteristiche come Altea e Villa Gioiosa. Durante le esplorazioni, presi qualche appunto su questi posticini…che oggi, in preda a nostalgie furenti, voglio condividere qui. Me, passione guida turistica: C’era una volta un arcobaleno iberico. Stava adagiato nella culla delle playas e del sol. In fase di svezzamento, gli sostituirono il latte materno con della sangria e un giorno – ubriaco fradicio – vomitò colori e polvere di fata. Smaltò di blu e bianco le piastrelle di ceramica delle cupole di Altea e dipinse con le tinte più belle che aveva in corpo i gerani e i gelsomini presenti su tutti i balconi delle casette del borgo. Non contento, drogò la popolazione di Villa Gioiosa nel momento in cui stavano per scegliere il nome della propria terra. Le cagate di questa cittadina bellissima incastonata tra colline e montagne s’insaporirono di zucchero, e si materializzò una bella fabbrica di cioccolato. Nel dopo sbornia, l’arcobaleno prese a disegnare unicorni rosa in cielo e mise in bocca agli spagnoli melense canzoni d’amore mooolto seCsi e sensuali e dal ritmo ballabile. Con l’avvento dell’estate, ancor oggi le s’intonano in ogni dove. Wowwooo, ètuttocosìstupefacentee!! Avevo molto caldo, ricordo. Internet mi rassicurava dicendomi che “di norma, […]

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Culturalmente

Modena City Ramblers, intervista a Franco D’Aniello

Modena City Ramblers : intervista a Franco D’Aniello, musicista e flautista di Forlì (aa. 2017/2018) Genere: FOLK, COMBAT FOLK, FOLK ROCK, ROCK Ampia formazione emiliana nata nel 1991 che guarda all’Irlanda e rinnova tutto il vigore politico del combat-folk. Cosa vi ha spinto a interessarvi alla musica e com’è nata l’idea di mettere su una band? La spinta ad interessarsi alla musica inizialmente è sempre un fatto personale. Io fin da bambino ero appassionato di musica e iniziai con il flauto. I Modena City Ramblers verranno tanti anni dopo, in età adulta. Alcuni ragazzi che facevano parte di una band che suonava musica anni ’80 fecero un viaggio in Irlanda e furono folgorati dalla sua musica e dal modo di suonarla. Senza sovrastrutture, senza bisogno di dover apparire bravi per forza. Il lato puramente estetico nella musica irlandese è un fattore secondario. La stessa folgorazione che avevo avuto io tanti anni prima durante un viaggio in Irlanda. Ci conoscemmo e iniziammo a suonare esclusivamente per divertimento, passando di pub in pub. L’idea era quella di passare belle serate insieme ad amici che ci seguivano ovunque. Non avevamo nessuna velleità di sfondare e non immaginavamo che questo sarebbe poi diventato un lavoro vero e proprio. Mi parli della scelta del vostro nome. Il nome “Modena City Ramblers” è preso dai “Dublin City Ramblers”, un gruppo irlandese di folk simile al liscio. Significa “I girovaghi, vagabondi della citta di Dublino”. Ma ci sono anche i “Galway City Ramblers”, che sono un’altra band simile. Dovevamo suonare in un locale a Modena e allora ci siamo inventati questo nome che era molto musicale. Da allora non l’abbiamo più cambiato. Quanto conta per una band creare un proprio stile/identità? Per una band rock l’identità musicale è tutto, l’originalità sta alla base della musica pop/rock. Noi musicalmente abbiamo attinto dai gruppi folk-rock, soprattutto dai “Pogues”. Nel folk è molto più facile e soprattutto accettato l’essere molto vicini ad un’altra band. Nel nostro caso, però, ci siamo costruiti una vera identità nei contenuti. Fin da subito ci siamo interessati ai temi sociali e ci piace raccontarli nelle nostre canzoni. La resistenza, la lotta alla mafia sono quelli che ci hanno maggiorente ispirato nella nostra carriera. Grandi e piccole storie, spesso dimenticate o poco conosciute. Soprattutto storie di persone che hanno fatto la storia. Vicende di partigiani, di chi combatte la mafia e la vive sulla propria pelle ogni giorno. Sono queste le cose che ci interessano di più. Il brano che rappresenta i Modena City Ramblers? Il brano che rappresenta di più i Modena City Ramblers è sicuramente i “Cento Passi”, la storia di Peppino Impastato. Incarna tutto quello che dei giovani vorrebbero essere ma che purtroppo è difficile da conseguire. La libertà, in tutte le sue accezioni. La libertà di pensiero, di parola, di stile di vita. Quello che ci ha dovuto “insegnare” la storia di Peppino, che si prese letteralmente tutte queste libertà in un ambiente in cui, invece, non avrebbe dovuto. La mafia è […]

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Culturalmente

Almamegretta, la musica e la letteratura – Intervista

Oggi ci tuffiamo in una delle più belle realtà “dub” italiane: diamo la parola ai napoletani Almamegretta. Il gruppo nasce nel 1988 e miscela reggae, dub, canzoni napoletane e nenie arabe. La loro attitudine è una ricerca delle radici profonde, migrando da un punto all’altro del pianeta. Dunque: abbattiamo ogni barriera geografica e culturale e cominciamo a ballare sui ritmi mutuati dalla tradizione popolare mediterranea. Via! Almamegretta, intervista (2017/2018) Cosa vi ha spinto a interessarvi alla musica e com’è nata l’idea di mettere su una band? Come spesso accade in casi del genere è stata la musica che ha scelto noi e di conseguenza è nata l’esigenza di suonare insieme e, quindi, di mettere su una band. Mi parlate della scelta del vostro nome? “Almamegretta” vuol dire “anima migrante” in una forma particolare di latino volgare. Quindi è un nome che rispecchia in pieno il nostro progetto di musica bastarda e senza confini. Quanto conta per una band creare un proprio stile/identità? È il primo e fondamentale obiettivo che una band dovrebbe porsi. Altrimenti è difficile costruire una proposta musicale che abbia un minimo di durata. Quali sono le radici della vostra ispirazione? La vita che facciamo, l’osservazione della realtà, ma cerchiamo sempre di evitare slogan facili e rozzi per dare spazio a una dimensione più “poetica”, spesso grazie anche all’uso della lingua napoletana, che si addice molto a questo tipo di dimensione. Mi parlereste del brano che più vi rappresenta? Non è facile rispondere a questa domanda perché riteniamo che tutta la nostra produzione ci rappresenti, ma volendo indicare un brano particolarmente riuscito, possiamo menzionare “Nun Te Scurdá”. Siamo riusciti a condensare in una sola canzone tutta una serie di contenuti musicali e testuali che ci stanno molto a cuore. Quanta importanza date al brano di una canzone rispetto alla musica? La stessa. Cos’è una performance live per voi? Cosa provate sul palco mentre vi esibite? É uno dei momenti più divertenti e impegnativi allo stesso tempo. Nonostante i tanti anni di carriera su palchi di mezza Europa proviamo sempre tantissima emozione sia prima che durante lo show. Questa è una sensazione che vorremmo non perdere mai. Qual è la tappa che ha emozionato di più gli Almamegretta e perché? Quella che si tenne presso la stazione marittima di Napoli nel lontano settembre del ’95 che chiudeva il Sanacore tour, dopo un’ottantina di date sempre gremite di pubblico. Fu un ritorno a casa veramente emozionante e sorprendente. Ci accolsero più di 30.000 persone che ballarono e cantarono con noi per tutta la durata del concerto. Perché la gente dovrebbe ascoltare gli Almamegretta? Parlatemi della vostra massima aspirazione. Perché con la nostra musica vogliamo far stare bene chi ci sta ascoltando e vogliamo evitare sempre di proporre cose scontate. Forse la nostra massima aspirazione è che qualcuno metta su un nostro disco mentre fa l’amore con la persona che ama. Grazie di cuore agli Almamegretta per la loro disponibilità!   Fonte immagine: Wikipedia.

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Culturalmente

Edoardo Bennato e il riscatto di Babele, intervista

Il protagonista dell’intervista di oggi è Edoardo Bennato. Prima di arrivare a lui, c’è da dire che il titolo della tesi che raccoglie queste interviste è Il riscatto di Babele. Il perché di questo nome è presto spiegato: «Tutta la Terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’Oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro – Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero – Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la Terra. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse – Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro. Il Signore li disperse di là su tutta la Terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la Terra e di là il Signore li disperse su tutta la Terra.» (Gen. 11, 1-9) La storia della torre di Babele e della confusione delle lingue, raccontata nel testo della Genesi, può rappresentare uno strumento di lettura della nostra società. Ce lo dimostra Zumthor in Babele. Dell’incomputezza attraverso la lettura filologica, quella ermeneutica e politica del mito e recuperando dalla nostra collettività culturale un simbolo fragile e incompiuto e per ciò stesso vivo e aperto. L’autore ci fornisce un’interpretazione delle vicende umane, segnate sia dalla volontà di dominio e dallo scontro, che dalla volontà di apertura verso l’altro e di comprensione della diversità. La torre di Babele è l’ emblema della confusione, del caos e dell’incomunicabilità. Fa pensare alla stasi, alla mancanza di azione, all’incomunicabilità e alla paradossalità dei dialoghi che rappresentano l’essenza del teatro dell’assurdo di Beckett. La pluralità dei linguaggi, descrivendo una polisemia dell’essere, proibisce di chiudere il sapere in una gerarchia totalitaria, da ciò la necessità di recuperare atteggiamenti mentali improntati al rispetto e al confronto. «Un potente istinto spinge la parola umana a tentare il recupero della sua rettitudine e della sua autenticità originarie: lo fa con la profezia, con ogni poesia (se si comprende sotto questo termine l’essenziale delle nostre letterature) o, in maniera forse netta in quanto più corporea, con il canto» scrive Zumthor. Marcel Proust ci suggerisce che la musica è forse l’unico esempio di quello che avrebbe potuto essere -se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime. Ebbene, la musica dà un’anima all’universo perché è la lingua di cui serbiamo solo l’armonia. Molta parte della letteratura nasce come supporto a melodie e, viceversa, molte melodie sono state composte […]

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Culturalmente

Musica e letteratura, intervista a Carmine Donnola

Quello tra musica e letteratura è un connubio antico, una connessione vecchia quanto il mondo, perciò ho avvertito la necessità di analizzare il loro rapporto tramite studi specifici, al fine di approcciare in maniera efficacia alla conoscenza del rapporto tra le due arti (per una Tesi di Laurea Magistrale in Letterature Comparate – aa. 2017/2018 – con relatore Francesco De Cristofaro, docente della Federico II di Napoli). Ci si è soffermati sulla musica che entra nell’ambito letterario e sulla poesia che si trova, anche se non allo stato puro, nelle canzoni di cantautori, motivo per cui è stata analizzata la storia del cantautorato italiano dagli albori fino agli anni Novanta. Si è approdati alla conclusione che la musica è un linguaggio universale, comprensibile a tutti, e ciò che le parole non possono spiegare può essere riprodotto con la musica. Affrontando la questione del concept-album, si parla del momento in cui la musica si fonde in modo inscindibile con poesia, letteratura e arti visive. The dark side of the moon dei Pink Floyd e Non al denaro non all’amore nè al cielo di De Andrè sono stati i casi di studio presi in considerazione che hanno permesso di visualizzare come la musica si rende balsamo per le parole e si fa occasione per analizzare se stessi e gli altri, occasione di comprensione e libertà. Musica e letteratura, le interviste Ho svolto una serie di interviste a vari musicisti contemporanei e al poeta lucano Carmine Donnola (che mi fece conoscere Eugenio Bennato, a lui molto legato). Si tratta di interviste che voglio tirare fuori dal cassetto perché ci mostrano un aspetto molto importante, a mio parere: se si scelgono le parole giuste, le note giuste, la vita diventa un Tetris. Tutto s’incastra meglio e più volentieri si regge il peso di tutto il resto. Intervista a Carmine Donnola, aa. 2017/2018 Poeta di Grassano di Lucania, si definisce un salvato di strada. La sua è la storia di un animo dotato di profonda sensibilità che si era perso nell’alcool e che ora urla la sua voglia di vivere e la rabbia degli ultimi, perché attraverso la voce della poesia ha trovato il suo riscatto. Una voce che Donnola aveva cercato di soffocare un tempo, scrivendo versi sui tovaglioli dei bar, pezzi di carta che poi gettava via, fino a quando un amico ne ingoiò uno per custodirlo dentro di sé. «Me lo mangiai, e lui rimase così scioccato che cominciò, da allora, a scrivere le sue poesie su quaderni…» Questa la testimonianza di Pasquale Di Nisi, suo amico. Cosa l’ha spinto a interessarsi alla poesia? Il desiderio di dare a me e agli altri le emozioni che a causa dell’alcool si erano ibernate. Dopo la disintossicazione ho scelto la poesia come mezzo di comunicazione, come mezzo di liberazione dei miei anni di prigionia da un nemico che mi sembrava amico. L’ho scelta per liberare quelle urla per troppo tempo chiuse, tappate dentro il fondo di una bottiglia. Urla che lancio dai palchi quando […]

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Musica

Eugenio Bennato, la musica e la letteratura: intervista

Ed è a lui che volevamo e dovevamo arrivare: Eugenio Bennato! Protagonista italiano indiscusso di quel tipo di musica che nasce spontaneamente nelle classi non dominanti di una nazione, la musica popolare o folkloristica. Eugenio Bennato, intervista (2017/2018) Nel 1969 il cantautore napoletano Eugenio Bennato, insieme a Giovanni Mauriello, fonda la Nuova Compagnia di Canto Popolare, dando il via alla ricerca della musica etnica in Italia. Ai due si affiancano altri giovani musicisti provenienti dalla “Scuola Napoletana”, interessati come loro alla rinascita della musica popolare. Eugenio Bennato imbocca la strada per tournée di successo in Italia e all’estero. Cosa l’ha spinta a interessarsi alla musica? Da bambino era quasi un obbligo. Mia madre ci assegnò un maestro di musica per impiegare il tempo libero. Poi, penso che sia Napoli ad avermi indotto una passione per i suoni diretti, reali della chitarra classica, degli strumenti a plettro, della musica che trasuda dalle mura di questa città. Ma soprattutto – a un certo punto – mi sono accorto di avere qualcosa da dire in musica e ci ho fatto caso seguendo un filo che si ricollega alla mia formazione di liceo classico ma anche alla mia frequentazione dell’università, dove ho studiato fisica. La musica è quest’equilibrio tra il sentimento e la ragione. Cosa vuole comunicare attraverso la musica? Non c’è l’intenzione di comunicare ma la necessità di esprimere qualcosa. Poi ti ritrovi dei temi. Io sicuramente dei temi precisi ce li ho, sono innanzitutto il Sud e la scoperta di qualcosa che non era venuto a galla prima. Mi viene in mente il primo lavoro che feci da compositore, che riguarda la regione Basilicata. Era ambientato lì e si trattava de L’eredità della priora di Carlo Vaganello, sceneggiato televisivo di Rai Uno. Veniva fuori la lotta dei briganti della Basilicata e il mistero di questa regione, le sue streghe, le sue fattucchiere, i suoi riti magici ma soprattutto la voglia di riscatto. Quindi, i temi che comunico nella musica sono innanzitutto il Sud e poi un Sud sempre più a Sud, a cominciare dalla risonanza della musica araba della costa dal Marocco all’Egitto, per finire nel Sud dell’Africa nera. Questi sono presenti nella mia musica, non solo attraverso i temi ma anche attraverso le sonorità. Sono stato il primo a inserire le voci di altri Sud nella musica. Perché le sta a cuore il tema del Sud? All’inizio è un fatto puramente estetico. La musica non può prescindere per me dalla ricerca della bellezza. Perciò, sin da ragazzino trovavo che le sonorità di questo Sud sommerso fossero più affascinanti di quelle del Nord-Ovest vincente. Inoltre nel Sud c’è questa verità maggiore, dovuta al fatto che si parla di un universo, di una parte di mondo che è sempre stata sottomessa e repressa. Quanto conta per un musicista avere un’identità ben definita? Penso che sia una cosa fondamentale. Questo in tutte le manifestazioni della vita ma, soprattutto, in tutte le manifestazioni dell’arte. L’arte è qualcosa che rappresenta il nuovo. I grandi artisti – mi […]

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Culturalmente

Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Luciano D’Auria

Proseguiamo con un’altra intervista che ho realizzato nel 2015 rivolta a un altro cittadino lucano di Tito (PZ) in merito al sisma dell’Ottanta che colpì Irpinia e Basilicata. Oggi diamo la parola a Luciano D’Auria. Se ogni parola spesa sul terremoto del 23 novembre potesse trasformarsi in un mattone, forse la ricostruzione sarebbe già completata. Purtroppo è più facile parlare o scrivere che posare mattoni, diceva Vittorio Sabia (giornalista di Potenza). Nella situazione di emergenza creatisi immediatamente dopo il sisma, i problemi più urgenti furono relativi ai soccorsi e alle prime iniziative per affrontare l’evento. In un primo momento, essi furono soprattutto di carattere organizzativo. Centinaia di migliaia di italiani accolsero l’appello del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che invitò la gente a mobilitarsi per soccorrere le popolazioni più colpite. Moltissimi si misero in viaggio per portare beni di prima necessità: tende, roulotte, ambulanze, materiale medico, ecc. ; a questi volontari si aggiunsero coloro che nelle proprie città organizzarono raccolte di aiuti, fondi e coperte. La loro opera fu così proficua che si posero le basi di un’istituzione che agisse in casi di emergenza. Infatti, come primo effetto delle polemiche scoppiate subito dopo il sisma per i mancati interventi preventivi, ci fu l’adozione – dopo dieci anni – del regolamento attuativo della legge del 1970 istitutiva di un sistema di Protezione Civile Nazionale. Ci si sensibilizzò, quindi, intorno alla necessità di una cultura diffusa in questo campo proprio in seguito all’esperienza dell’Irpinia. Si cominciò a integrare il lavoro dei volontari nel sistema istituzionale dei soccorsi, favorendo in tutto il paese la crescita di una cultura della responsabilità civica e della prevenzione. Il sisma dell’Ottanta a Tito Intervista a Luciano D’Auria (72 anni – pensionato); a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati.) Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? Ero a tavola con la mia famiglia quando sentimmo tremare all’improvviso. Il terremoto ci colse impreparati, non sapevamo come comportarci. Prendemmo immediatamente qualche vestito e uscimmo spaventati. La notte dormimmo in quattordici persone circa in un casolare di campagna, dove restammo per più di qualche giorno. Ponendo la suddetta data come spartiacque tra il “prima” e il “dopo”, secondo lei cosa è cambiato a Tito? Dopo il terremoto diventammo comm’ sc’bandati e fu così per più di qualche tempo. La maggior parte delle abitazioni fu distrutta e la gente soffrì molto per questo. Il Comune offrì contributi alla popolazione che aveva subito danni e io in prima persona ho usufruito di un po’ di soldi, con i quali mi sono potuto costruire una casa in campagna. Ero un muratore, quindi a me non andò poi così male, nonostante tutto. Nel mio campo c’è stato molto lavoro in più dopo l’Ottanta, infatti a quel tempo ebbi vari lavori da eseguire. Prima del terremoto le case erano costruite solo con terra e pietre, non c’era cemento, in seguito invece i materiali utilizzati furono sabbia, blocchetti antisismici, ferri nei […]

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