L’alba di un nuovo Caravaggio: Presentazione della Mostra

L'alba di un nuovo Caravaggio: Presentazione della Mostra

La mostra L’alba di un nuovo Caravaggio si propone come una mostra dal carattere unico ed irripetibile: include due opere di Caravaggio, poste l’una accanto all’altra, l’Ecce Homo di Madrid, quadro solo recentemente attribuito all’autore e la Flagellazione di Cristo, dipinta a Napoli. Insieme a questi, una terza tela di Battistello Caracciolo, che conobbe il modello caravaggesco personalmente. Stefano Causa, docente di Storia dell’arte moderna e contemporanea presso l’Università Suor Orsola Benincasa, introduce così l’esposizione che resterà a disposizione degli ospiti del museo di Capodimonte fino al 2 novembre 2025. La presentazione ha avuto luogo il giorno 25 settembre 2025 presso la sala numero 20 del Museo di Capodimonte, sito eletto anche per la presenza di una tela in particolare: un quadro forte, violento e rivoluzionario, un’ allegoria fluviale del 1600, un nudo sgarbato e urticante, di Annibale Carracci. Queste le parole del professore Causa che, cresciuto tra le mura del Museo di Capodimonte ne conosce gli angoli più nascosti e tutti gli aspetti più interessanti come la presenza, tutt’oggi, di abbinamenti di opere molto particolari quali le tele caravaggesche e i dipinti di Warhol sapientemente accostati perché, sebbene diversi, in grado di creare nuove connessioni. 

In foto la descrizione dell’evento e dei suoi partecipanti

Il racconto delle due opere caravaggesche

Dopo aver ringraziato Stefania Albini, direttrice di Amici di Capodimonte, il professore passa alle tele: la prima che viene analizzata, nella sua storia, La Flagellazione di Cristo, nel 1972 viene spostata dalla chiesa di S. Domenico Maggiore, a Napoli, presso il Museo di Capodimonte e, a detta del professore Stefano Causa, è cresciuta con Capodimonte: è un suo punto saldo, e un quadro che acquista un nuova vita lontano dall’ambiente religioso, per cui era stato realizzato, e che sicuramente pur perdendo il contesto, acquisisce un’esistenza più sicura. Infatti, la particolarità dell’opera in questione risiede nel fatto che essa era in grado di acquisire prospettiva grazie alla schiena curva del soggetto centrale, aspetto che però poteva essere colto solo se si fosse osservata l’opera nel suo contesto originale. La seconda, invece, l’ Ecce Homo di Madrid  è stata scoperta solo quattro anni fa quando Mariacristina Terzani, invia la tela, in foto, allo stesso Stefano Causa vedendolo comparire in un’asta spagnola al prezzo di 1500€. Non conoscendo l’autore dell’opera, il professor Causa prova ad immaginare a chi potesse essere attribuita e l’elemento che attira la sua attenzione è una nota squillante del panneggio rosso che lo aveva fatto pensare a Caravaggio. Nonostante pensi anche ad una possibile attribuzione del quadro a Battistello Caracciolo o a Ribera, celebre esponente del Seicento Napoletano, sono tutte ipotesi che sembrano poco aderenti alla realtà dell’opera. Quello che lo colpisce del dipinto, infatti, è l’architettura: in particolare, il parapetto, che è un’idea fiamminga o quattrocentesca e chiaramente attribuibile alla conoscenza del Caravaggio. Secondo Stefano Causa, la scoperta di un nuovo Caravaggio è stata una delle notizie più importanti della Storia dell’Arte Italiana degli ultimi venticinque anni, e più ampiamente, una delle notizie più rilevanti della cultura generale in Italia, nello stesso periodo.

In foto il professor Stefano Causa, docente di Storia dell’arte moderna e contemporanea presso l’Università Suor Orsola Benincasa

L’alba di un nuovo Caravaggio

L’alba di un nuovo Caravaggio vuole raccontare di una storia, appunto quella di Caravaggio, che è una storia recente: il professor Causa, infatti, sostiene che il pittore, nonostante sia vissuto secoli fa, tra il 1500 e il 1600, e abbia prodotto opere in un tempo lontano, sia stato inventato o reinventato solo nel 1950 da alcuni eventi ed opere contemporanee che gli hanno garantito finalmente la ribalta. Tra queste possono essere annoverate la mostra di Roberto Longhi, sessantenne piemontese che a Milano portò un’esposizione di Caravaggio la quale riscosse un immediato successo in un’Italia da poco uscita dalla guerra, che sembrò scoprire per la prima volta l’artista. Ancora, negli anni a seguire, Caravaggio diventò un mito, precisamente nel 1986 quando il regista inglese Derek Jarman, realizzò il film Caravaggio in grado di proporre una lettura critica del mito in cui l’artista non è più un pittore ma diventa un omosessuale, sociopatico, rissoso e omicida. La storia di Caravaggio era descritta come esageratamente colorita e, mentre, chi lo giudicava dall’ottica dei pittori del Quattrocento fiorentino, lo riteneva un’artista poco talentuoso, così come il libro di Berenson sottolinea, includendo nel titolo un termine in particolare, ossia incongruenza che non indicava null’altro che omosessualità, il Caravaggio non fa altro che eliminare dal piatto lo stile ed il virtuosismo, in poche parole tutto il superfluo. Il paradosso che lo riguarda, però, è un altro: diventato uno dei pittori più famosi al mondo non c’entra nulla con la cultura napoletana. Lui ha dipinto a Napoli ma non ha niente di Napoli e quello che produce non viene emulato ma usato come esempio da superare e non ripetere. Il Seicento napoletano vuole togliere Caravaggio dalla pittura, e con Ribera avviene la mediazione, ossia la diffusione da parte di un artista del proprio modo di vedere un altro autore,  che quindi assume le sembianze che gli vengono conferite dalle interpretazioni altrui.

 

Fonte Foto in Evidenza e nel Testo: Francesca Anna Caccavo

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