19 aprile 1987. Prima tv dei Simpson

19 aprile 1987

La sera del 19 aprile 1987 all’interno del Tracey Ullman Show, un noto varietà televisivo americano, viene trasmesso un corto dal titolo Good Night. I telespettatori americani fecero la conoscenza di una famiglia dalla pelle gialla nota come I Simpson e nulla sarebbe stato più lo stesso nel panorama delle sit-com.

Creati dal disegnatore Matt Groening, I Simpson debuttano dapprima con una serie di corti per poi divenire protagonisti di una serie tutta loro due anni dopo con l’episodio Un Natale da cani (Simpsons Roasting on an Open Fire, in originale).

Fin dalla prima apparizione di quel 19 aprile, I Simpson si impongono come una parodia della famiglia americana media, figlia dell’età di Ronald Regan e propinata da sit-com quali I Robinson e Otto sotto un tetto. Basta dare un’occhiata ai personaggi per averne conferma.

Homer è il capofamiglia obeso, pigro, scansafatiche, amante della birra e della tv. Lavora come impiegato alla sicurezza della centrale nucleare di Springfield senza averne la qualifica, ma nel corso della serie ha praticato diversi mestieri quali il bodyguard, il pugile, lo spazzaneve (o come si fa chiamare lui: “Mr Spazzaneve”) e persino l’astronauta.

La moglie Marge, dai lunghi capelli blu, è la classica casalinga paziente e comprensiva davanti alle stramberie del marito (entro un certo limite!), nonché iperprotettiva nei riguardi dei tre figli: Il ribelle Bart, dai capelli a spazzola e sempre pronto a cacciarsi nei guai; Lisa, amante del jazz, vegetariana e pronta a battersi contro ogni ingiustizia e Maggie che, nonostante sia una neonata, mostra di possedere un’intelligenza precoce (oltre a una particolare passione per le armi).

Il buon vecchio Matt e i suoi collaboratori hanno aggiunto altri personaggi iconici: l’ultrareligioso vicino di casa Ned Flanders, detestato da Homer; il nonno Abhram “Abe” Simpson, perennemente parcheggiato in una casa di riposo; Montgomery Burns, avido proprietario della centrale nucleare in cui lavora Homer e il suo devoto assistente Smithers; il preside Skinner, vittima prediletta degli scherzi di Bart e succube dell’anziana madre che intralcia la sua relazione con la maestra Edna Caprapall; Troy Mclure, attore fallito che si ritrova a lavorare in filmati istruttivi; Telespalla Bob, raffinato e colto criminale che ce l’ha a morte con Bart per avergli rovinato la carriera televisiva. Questi e altri personaggi si muovono nell’immaginaria città di Springfield, nota come la “più grassa“ e quella “che vota di meno”, oltre a essere riconosciuta come “il secchio di immondizia d’America”.

Con la loro satira arguta e mai banale, I Simpson sono uno specchio della società americana degli anni ’90  di cui si indagano i lati non sempre migliori: la corruzione della politica che trova la sua espressione nel sindaco Quimby, la scarsa qualità della stampa e dell’informazione, sempre di parte e concentrata su notizie frivole come fa il giornalista Kent Brockmann, lo sbando in cui l’istruzione e il mondo della scuola riversano con la già citata Edna Caprapall, emblema di tutti quegli insegnanti senza passione che lavorano unicamente per lo stipendio.

Altri temi trattati sono l’ecologia, la religione, l’inefficienza della polizia (vedi alla voce: Commissario Winchester) e la satira verso il mondo dello spettacolo e delle celebrità al punto che la stessa Fox, la rete che trasmette i Simpson negli USA, è essa stessa oggetto della loro satira.

Ma non manca spazio anche per temi più intimi come i rapporti familiari, le crisi di coppia, l’amicizia e, immancabile, l’amore.

Il successo de I Simpson risiede anche nelle gag studiate e geniali, con riferimenti diretti e indiretti alla cultura pop americana, al cinema, all’arte e alla storia. A tal proposito sono riuscitissimi gli episodi dedicati ad Halloween noti come Treehouse of horror (nell’adattamento italiano: La paura fa novanta), costituiti da parodie di film e racconti dell’orrore.

E, come ogni sit-com che si rispetti, anche I Simpson possono vantare una lunga serie di guest stars che hanno visitato Springfield.

Qualche nome? Paul McCartney, Barry White, Bill Clinton, Leonard Nimoy, Stephen Hawking, J.K. Rowling, Lady Gaga e gli Aerosmith.

Con l’avvento di nuove serie animate come South Park, i Griffin e Futurama (quest’ultima, ideata dallo stesso Matt Groening), I Simpson hanno perso lo smalto delle origini. Trame troppo surreali, comicità bassa, scarsità di idee e volontà di volersi adattare per forza ai tempi odierni rappresentano il declino di una serie che continua a essere spremuta, quando sarebbe un dovere morale concederle una degna conclusione mantenendo intatti i bei ricordi legati a essa.

19 aprile 1987 – 19 aprile 2022. Trentacinque anni di Simpson

Sono trascorsi trentacinque anni da quel 19 aprile 1987 in cui Homer, Marge e i loro figli hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie americane. E ne sono trascorsi trentuno da quando I Simpson sono giunti in Italia, trasmessi prima da Canale 5 e poi da Italia 1 dando vita al rito, tutto millennial, dell’episodio da guardare in famiglia durante l’ora di pranzo.

E se I Simpson hanno avuto tanto successo nel nostro paese lo dobbiamo soprattutto al doppiaggio italiano, la cui direzione ha dato vita a frasi, battute e neologismi ancora oggi capaci di far sorridere come “Brutto bacarospo”, “Salve salvino”, “Vitellone al vapore” e “Ciucciami il calzino”, senza dimenticare l’importante apporto dato dalle voci di Tonino Accolla, Monica Ward, Ilaria Stagni, Liù Bosisio e di tutti coloro che hanno dato colore e spessore, anche tramite espedienti quali l’uso dei dialetti, ai personaggi di Springfield.

Immagine di copertina: Serial Minds

A proposito di Ciro Gianluigi Barbato

Classe 1991, diploma di liceo classico, laurea triennale in lettere moderne e magistrale in filologia moderna. Ha scritto per "Il Ritaglio" e "La Cooltura" e da cinque anni scrive per "Eroica". Ama la letteratura, il cinema, l'arte, la musica, il teatro, i fumetti e le serie tv in ogni loro forma, accademica e nerd/pop. Si dice che preferisca dire ciò che pensa con la scrittura in luogo della voce, ma non si hanno prove a riguardo.

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