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Eroica Fenice

Cecenia: la tortura degli omossessuali nei campi di prigionia figli del XXI secolo

Cecenia: la tortura degli omossessuali nei campi di prigionia figli del XXI secolo

Titoli e pagine di giornale delle ultime settimane dipingono tempi in cui si fa fatica a credere in un sempre più ideale rispetto verso l’altro, nella stessa tolleranza che – si è detto – avrebbe potuto salvare il mondo: l’ultimo orrore ha luogo in Cecenia, dove centinaia di omosessuali (o presunti tali) sono stati torturati e uccisi in veri e propri centri di detenzione. No, non è la trama di un film di guerra e apocalisse, non c’è finzione scenica su cui cullarsi né schermo televisivo da poter spegnere.

Incubo in Cecenia: torna l’orrore dei campi di prigionia

A diffondere la notizia è stato il quotidiano indipendente russo Novaya Gazeta, che denuncia: “Cento uomini gay scomparsi in Cecenia“. Teatro di una delle più preoccupanti manifestazioni di intolleranza degli ultimi anni è un campo di prigionia ad Argun, a pochi chilometri dalla capitale Groznyj. Il periodico russo ha raccolto le testimonianze di alcuni fuggitivi, sopravvissuti a quell’incubo senza risveglio: “Ci picchiavano con dei tubi. Sempre sotto la vita. Ci dicevano che siamo cani che non meritano di vivere”. Hanno raccontato di essere stati ammassati a gruppi di 30 e più persone in un’unica stanza, torturati con l’elettroshock, frustati e seviziati. Si parla circa quanto avviene all’interno di queste prigioni di un programma di purificazione sessuale dal quale ci si salva soltanto fuggendo via. In tanti già sul finire del mese scorso hanno chiesto di lasciare la regione, mentre Novaya Gazeta scrive anche di alcune famiglie che si sono ritrovate costrette a vedere i propri beni pur di raccogliere il denaro sufficiente a corrompere gli agenti e ad assicurare la libertà ai propri parenti. Da precisare è che non tutti hanno potuto far ricorso a questa possibilità. Non tutti sono fuggiti; non tutti ce l’hanno fatta: il numero di morti ammonterebbe già a tre.

La persecuzione affonderebbe le sue radici al momento dell’arresto di un uomo per possesso di stupefacenti: sarebbe stato rinvenuto sul suo cellulare del materiale pornografico rivelatore della sua omosessualità, nonché un elenco di contatti di presunti omosessuali, ai quali le autorità sono risalite grazie al cellulare sequestrato. È stata così attivata una reazione a catena culminata in un massiccio fermo di omosessuali: chiunque venisse associato a quella rete di contatti veniva fermato e perquisito dagli agenti di polizia per permettere alle forze dell’ordine di recuperare indizi utili a scovare altri “simili”. Una seconda operazione sarebbe scattata invece dopo la richiesta di un gruppo di attivisti (facenti capo alla comunità di GayRussia.ru) di organizzare una serie di gay prides nelle più grandi località del Caucaso settentrionale a prevalenza musulmana, tra cui anche la stessa Cecenia. Strategia questa che avrebbe consentito agli attivisti di ricorrere alla Corte Europea per i diritti dell’uomo in caso di diniego dell’autorizzazione da parte delle autorità. I permessi sono stati, infatti, prevedibilmente negati, ma impronosticabile è stata invece la reazione dello Stato, che ha represso questa e simili iniziative nel più selvaggio dei modi: attentando alla vita.

Reazioni e risposte all’orrore in Cecenia

Oltre alla denuncia del giornale russo, anche lILGA (l’associazione internazionale per la tutela dei diritti di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali) ha raccolto le segnalazioni di chi ha visto e toccato l’orrore di un campo di concentramento, figlio del progredito XXI secolo, e ha attivato un numero a cui vittime e testimoni possono fare riferimento.

In più Tanya Lokshina, direttrice di Human Rights Watch per la Russia, ha denunciato la mancata presa di posizione da parte del Cremlino e la scandalosa indifferenza esposta in un contesto in cui avrebbe dovuto schierarsi per la difesa di diritti inalienabili in prima linea. Non sono mancati, d’altro canto, casi in cui un’indecente noncuranza sarebbe stata nettamente il male minore da incriminare; un colpo al cuore del genere umano tutto sono state infatti le parole del presidente della Repubblica cecena, Ramzan Kadyrov: “Non si possono detenere e perseguire persone che semplicemente non esistono nella Repubblica Cecena. Se ci fosse gente simile in Cecenia, le forze dell’ordine non avrebbero bisogno di avere a che fare con loro, perché i loro parenti li manderebbero in un luogo da cui non c’è più ritorno”.

Bloccata in una dimensione disumana che pare non aver preso le distanze dagli stermini dei lager nazisti, l’umanità perde fiducia in se stessa e diventa un riflesso consapevole che violenze di tale calibro non sono più testimonianza inascoltata di un libro di storia ma invivibile attualità che soffoca chi resta fuori dagli standard di una fantomatica normalità. Oggi, il mondo fa rumore quando piange sulla tomba del futuro di pace che la historia magistra vitae aveva ai suoi eredi promesso.