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Eroica Fenice

Gabriel Garcìa Màrquez: per sempre Gabo

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume delle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito

Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcìa Màrquez

Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì non appena entrato nella casa ancora in penombra, dove si era recato d’urgenza per occuparsi di un caso che per lui aveva smesso di essere urgente già da molti anni”

L’amore ai tempi del colera, Gabriel Garcìa Màrquez

L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Carbarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i sui buoni clienti quando aveva una novità disponibile. Non avevo mai ceduto a questa nè ad altre delle sue molte tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei princìpi. Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso maligno, te ne accorgerai” 

Memorie delle mie puttane tristi, Gabriel Garcìa Màrquez

Senza presentazione, senza preamboli, senza bisogno di dover spiegare altro, Gabriel Garcìa Màrquez ti fa immergere direttamente nella narrazione e a te resta solo il compito del buon lettore: seguirlo rapito. Ti prende per mano e ti accompagna tra i sentieri inesplorati dei suoi romanzi, svelandoti ogni volta nuove verità. Sembra così di sentire il profumo delle mandorle amare, di ascoltare il lavorìo incessante della costruzione della ferrovia, di assistere alle lunghe notti del novantenne giornalista alla ricerca di sè. È impossibile parlare di Gabriel Garcìa Màrquez se almeno una volta nella vita non hai letto una sua pagina o se non ti sei mai perso nel turbinìo della sua scrittura e, soprattutto, nella sua capacità unica di oscillare tra la denuncia dell’usurpazione dei diritti di un popolo, alla follia di amare una donna per “cinquantatrè anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese” , fino ad arrivare alla consapevolezza dell’amore solo attraverso la singolare storia con un’adolescente vergine.

La necessità da parte della critica di incasellare ogni autore in una determinata categoria ha fatto di Gabriel Garcìa Màrquez uno dei pionieri del realismo magico: una voce autentica della letteratura ispanoamericana che  rivendicava, attraverso la “sua” Macondo, la storia, i riti e le verità della sua terra. Ma i suoi romanzi, autobiografici e non, sono tanto altro ancora. Possono considerarsi come l’urlo composto di tutta l’umanità tesa verso un futuro possibile proprio perché “le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda possibilità sulla terra”. Conservano in sé qualcosa di antico e mai dimenticato dando la possibilità, in tal modo, di camminare come un funambolo sul sottile filo che divide il reale dalla magia. Sono la certezza che attraverso la penna sia ancora possibile denunciare il potere dittatoriale di Pinochet, i soprusi, la pena di morte, le guerriglie di un’America Latina, forse, ancora troppo lontana dall’ideale di libertà. Sono il vivo respiro di un luogo incontaminato di cui dubiti l’esistenza. 

Magia e realtà. Magia e impegno politico. Lotta e libertà. Sono queste le storie che si intrecciano nell’incrocio di Fermina Daza e Ursula Iguaran, Bogotà e Macondo, José Arcadio Buendìa e Florentino Ariza, di esistenze diverse, ma con un medesimo fine.

Il personale incontro con Gabriel Garcìa Màrquez risale a molti anni fa. Un periodo in cui non sapevo nemmeno che esistesse in letteratura un “realismo magico” ma le sensazioni lasciate sulla pelle bruciano ancora a distanza di anni. Ormai non sarà più possibile far uscire dalla sua penna nuove storie e nuovi personaggi. Quello che possiamo augurarci è che la fiamma della sua inesauribile forza espressiva non stanchi mai le generazioni future di giovani.

Grazie Gabo!

Jundra Elce

-Gabriel Garcìa Màrquez: per sempre Gabo-

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