Alchimia: che cos’è e quando è nata?

alchimia

In questo articolo vi guideremo in un breve excursus attraverso la definizione della parola alchimia, scopriremo di cosa si tratta e quando è nata questa antica e misteriosa disciplina.

Etimologia della parola “alchimia”

Esistono almeno tre etimologie di diversa provenienza che spiegano il significato di alchimia. La prima di esse fa risalire il termine all’arabo al-khīmiyya o al-kīmiyya, un composto contenente l’articolo determinativo al e la parola equivalente per l’italiano “chimica”. L’arabo deriverebbe inoltre dal termine greco khymeia (χυμεία), che porta con sé i significati di “fondere”, “colare insieme”, “saldare” o “allegare”. La seconda etimologia lega “alchimia” ad al-kemi, un composto che deriva dal tempo degli antichi Egizi e si collega a kemet, usato dagli stessi per riferirsi al colore della loro terra (“terra nera”), ma anche alla magia o “arte egizia”, a sottolineare la grande abilità del popolo in queste pratiche. La terza etimologia affonda le sue radici in Cina: infatti “alchimia” potrebbe persino derivare dal cinese kim-iya, parola che significa “succo per fare l’oro”.

Definizione di alchimia e nascita

Si definisce alchimia un sistema molto complesso caratterizzato dalla mescolanza di numerose discipline al proprio interno: dalla filosofia, l’esoterismo, la medicina, la chimica, la metallurgia, fino a trattare anche di temi astrologici. Gli alchimisti si proponevano diversi obiettivi, quali ad esempio riuscire a raggiungere la totale onniscienza in ogni campo del sapere, raggiungere l’immortalità, creare la panacea (un rimedio universale per qualsiasi malattia), fabbricare la pietra filosofale tramite la trasmutazione dei metalli in oro. Tuttavia, sarebbe un errore racchiudere l’alchimia all’interno di una serie di attività meramente materiali, dal momento che le sue vocazioni filosofiche e soteriologiche erano fortissime.

Gli alchimisti, attraverso il susseguirsi dei loro esperimenti, crescevano e maturavano anche da un punto di vista spirituale. In tempi antichi, era impossibile scindere la dimensione materiale da quella spirituale, perché sarebbe stato come concepire una scienza fisica senza la sua componente metafisica, e viceversa.

Come abbiamo potuto già constatare, gli studi alchemici hanno origini antichissime e sono stati praticati in tutto il mondo, ma la cronologia suddivide la storia dell’alchimia in due filoni principali: la linea orientale e la linea occidentale. È plausibile che in Asia il primo Paese ad interessarsi all’alchimia sia stato la Cina, e si dice che le prime pratiche risalgano al IV-III secolo a.C., le quali furono profondamente influenzate dai dettami del Taoismo. In Occidente, invece, furono gli Egizi, ma non ci è possibile ricostruire una linea storica più precisa poiché, sfortunatamente, non esistono documenti originali che attestino una datazione precisa. È possibile, inoltre, che tali scritti, qualora fossero realmente esistiti, siano stati distrutti dall’incendio della Biblioteca di Alessandria d’Egitto nel 391 d.C.

Fra alambicchi e magia: il lavoro dell’alchimista

Il primo fine dell’alchimia era di ottenere dal piombo (essenza negativa) l’oro (essenza positiva), in modo tale da recuperare la reale natura del metallo, il suo dio interiore. L’oro, grazie alle sue proprietà di incorruttibilità, era considerato dagli alchimisti il simbolo della perfezione a cui ogni cosa dell’universo e l’universo stesso tendevano. Dunque, la trasmutazione dei metalli in oro rappresentava il tentativo di raggiungere e oltrepassare i confini dell’umanità e arrestare per sempre i processi di decadimento a cui ogni essere vivente è destinato.

Un ulteriore obiettivo degli alchimisti era quello di creare i cosiddetti homunculus, esseri umani “in miniatura” ma del tutto sviluppati. Una testimonianza di questa attività è ritrovabile anche in letteratura. Ad esempio nella seconda parte del Faust di Goethe, il servitore di Faust, Wagner, è intento a creare un homunculus.

Nata come un’appendice più incentrata sugli studi della metallurgia e medicina della religione, l’alchimia, nel corso dei secoli, si è evoluta fino a comprendere al proprio interno un coacervo di discipline molto diverse fra loro. La duttilità di tale scienza era ritenuta così rilevante, che quando essa cominciò a decadere dopo l’avvento della chimica moderna nel XVIII secolo, molti alchimisti rigettarono il nuovo approccio più razionale e matematico nei confronti delle scienze.

René Guénon, intellettuale ed esoterista francese, definì la chimica moderna “deformazione” e “deviazione” della più nobile alchimia, la quale non era stata pienamente compresa da coloro che avevano utilizzato i suoi simboli mistici in semplici operazioni materiali. C’è da dire che senza gli studi e le scoperte apportati dagli alchimisti, quasi sicuramente la chimica – ma anche molte altre branche scientifiche – non si sarebbero sviluppate come noi le conosciamo oggi.

A causa del coinvolgimento dell’alchimia con pratiche magiche ed esoteriche, gli alchimisti erano spesso costretti a nascondersi allo sguardo della società, quindi usavano simboli e codici conosciuti solo ai membri della loro categoria. Molti sono stati gli alchimisti celebri nella storia, e fra essi anche tanti scienziati e filosofi che hanno gettato le basi per la conoscenza moderna, come Isaac Newton, Roger Bacon, Tommaso d’Aquino o Giordano Bruno.

Il processo alchemico

L’opus alchemicum o magnum opus è il processo attuato dagli alchimisti per fabbricare la pietra filosofale. Esso consisteva di molteplici passaggi che corrispondevano non solo alla trasformazione degli elementi, bensì anche alla metamorfosi spirituale dell’alchimista. I procedimenti erano sette, suddivisi in quattro operazioni – Putrefazione, Calcinazione, Distillazione e Sublimazione – e tre fasi: Soluzione, Coagulazione e Tintura. La “materia prima” era mescolata con zolfo e mercurio (sulphur et mercurius rappresentano un elemento “in combustione” e un elemento “volatile”) e scaldata nell’atanor, tipica fornace alchemica. La trasmutazione passerebbe, quindi, per vari stadi, ognuno contraddistinto da un colore e che seguono il motto latino “solve et coagula”: sciogli e riunisci. Originariamente gli stadi erano quattro e i loro nomi erano nigredo, albedo, citrinitas e rubedo, tuttavia dal Medioevo la fase di citrinitas è stata inglobata all’interno del rubedo.

Nigredo, opera al nero: annerimento o melanosi, stadio di putrefazione e dissolvenza;
Albedo, opera al bianco: sbiancamento o leucosi, stadio di purificazione e sublimazione;
Citrinitas, opera al giallo: ingiallimento o xanthosis, stadio di combustione e illuminazione;
Rubedo, opera al rosso: arrossamento o iosis, stadio di ricomposizione e fissaggio.

Immagine: Pixabay

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A proposito di Sara Napolitano

Ciao! Sono Sara, studentessa iscritta al terzo anno del corso di laurea Lingue e Culture Comparate presso l'università "L'Orientale" di Napoli. Studio inglese e giapponese (strizzando un po' di più l'occhio all'estremo Est del mondo). Le mie passioni ruotano attorno ad anime, manga, libri, musica, sport, ma anche natura e animali! Da sempre un'irriducibile curiosa.

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