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Il coronavirus nel cuore dell’Europa: Danimarca in stato d’emergenza

Lo spettro del coronavirus ha ormai raggiunto l’Europa: il temuto nemico invisibile si è insinuato nel Continente Antico dove miete centinaia di vittime e provoca il più assoluto terrore. Dopo l’Italia, il paese più colpito dichiarato “zona protetta” la sera del 9 marzo, altre nazioni europee prendono le dovute misure per un disperato contenimento del virus. La Danimarca proclama lo stato d’emergenza la sera di mercoledì 11, due giorni dopo il drastico provvedimento italiano. La piccola nazione scandinava è infatti quella in cui il Covid-19 si sta diffondendo con la rapidità ed imprevedibilità maggiore, passando da circa 20 a più di 600 casi nel giro di cinque giorni.

Tra gennaio e febbraio, l’Istituto danese di malattie infettive esegue il tampone ad appena 63 persone che presentano sintomi compatibili con quelli del temutissimo virus. Nessun contagio fino al sessantaquattresimo test: si tratta di un giornalista della rete televisiva TV2 appena tornato dalla settimana bianca in una località sciistica del Nord-Italia. La sua situazione non è però particolarmente grave, “lascia l’ospedale con un po’ di mal di stomaco”, il che contribuisce a creare l’illusione che il tanto decantato coronavirus non sia poi tanto aggressivo, e che in ogni caso tutto è sotto controllo.

Coronavirus in Danimarca: la diffusione

I contagi aumentano, ma sono nella norma: tutti turisti che rientrano dalle vacanze sulla neve in Nord-Italia o da alcune zone ben circoscritte dell’Austria. Anche molti studenti sono andati a sciare con le loro classi o comitive, ed è così che, al loro ritorno, vengono testati e risultano positivi, e – come nel gioco del domino – chiudono le loro scuole, ed i vari familiari e amici vengono anch’essi messi in quarantena. Qualcuno va incosciente a una festa nel weekend, qualcun altro, asintomatico, in un noto locale della capitale, in cui trascorre allegramente quasi dieci ore: il numero di contagi, prevedibilmente, sale. In maniera esponenziale.

La prima ministra Mette Frederiksen dichiara già martedì 10 che la questione va presa con estrema serietà. Il virus si diffonde velocemente, ed è molto più rapido e pericoloso di una comune influenza. Molti tra coloro che ne saranno colpiti avranno bisogno di un trattamento adeguato in terapia intensiva per poter sopravvivere. Sono le 20:30, mercoledì 11 marzo, quando viene fissata una conferenza stampa speciale: la Danimarca pubblica chiude, a partire da venerdì 13, per due settimane.

Sui social media impazzano foto e video di code chilometriche al supermercato. Il popolo danese, così universalmente pacifico e civile, si ritrova a svuotare scaffali e sgomitare pur di accaparrarsi quelli considerati i “beni primari”: per dover di cronaca, a finire per primi sono il rugbrød, il tanto amato “pane nero” indispensabile per gli appetitosi smørrebrød, e la carta igienica. Dei testimoni raccontano di notevoli somiglianze con le risse tipiche del “Black Friday”, con i clienti che rifiutano di lasciare il negozio all’orario di chiusura e quelli che invece escono galvanizzati con carrelli e provviste sufficienti per un bunker a prova di apocalisse.

Poche ore prima della proclamazione di chiusura progressiva dello Stato danese, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato il pericolo di pandemia per quel virus che, già in stato epidemico, è ormai presente in 114 nazioni su scala globale con all’attivo quasi 5000 vittime. Al di fuori della Cina, in cui il Coronavirus ha avuto origine (pare da una zuppa di pipistrelli proposta al mercato del pesce nella città di Wuhan), i casi della malattia sono raddoppiati di ben tredici volte in due settimane. I dati sono preoccupanti, e pertanto vanno adottate le più rigide e strategiche contromisure e direttive.

Il motto prescelto dalla premier danese è paradossale, e riflette in tutto e per tutto lo stato emotivo generale: “Stå sammen – hver for sig”, letteralmente: “Stare insieme – ognuno per sé. L’invito non è distante dall’appello italiano al “restare a casa“, laddove in terra d’Amleto l’esortazione assume i contorni di un paradigma filosofico che tanto avrebbe appassionato Søren Kierkegaard. Il grande pensatore danese, all’alba del 1849, scrisse un saggio di sorprendente attualità, qualora lo si spogliasse dalle schermaglie religiose del suo tempo e le si volesse invece tradurre in discriminanti socio-psicologiche: “Sygdommen til Døden”, ovvero, senza tanti fronzoli: “La malattia mortale”.

Oggetto del saggio di Kierkegaard era la disperazione, dal filosofo ritenuta il vero e proprio nemico della vita nel momento in cui andasse a rinnegarne il fine dell’esistenza. Lo stare insieme tutti, ma ognuno per conto proprio, diventa allora la necessità del momento in un continente che d’altronde ha già impiegato – e forse perso – abbastanza tempo. il ministro della Sanità danese, Magnus Heunicke, del partito dei socialdemocratici a capo del governo, non fa mistero di aver fatto tesoro dell’esperienza italiana e di esser stato redarguito a dovere sull’urgenza delle misure drastiche da dover attuare.

L’Italia è il paese in Europa più colpito dal virus. La Danimarca è il paese in Europa dove il contagio da Coronavirus è più rapido. Il numero è cresciuto talmente tanto nei giorni scorsi che ora la Danimarca è diventata la nazione europea in cui l’aumento dei casi positivi è stato più drammatico. Siamo ormai vicini al picco di epidemia che il coronavirus ha creato nella nostra società. Quello che facciamo ora è decisivo per l’evolversi delle prossime settimane e dei mesi futuri. Ci si presenterà una situazione serissima, ma se agiamo in questo modo, possiamo evitare quello che vediamo accadere nel sistema sanitario italiano. C’è in atto un’autentica crisi in Danimarca, e siamo noi stessi a decidere come superarla”.

La splendida parola greca κρίσις (krisis) ha il primo significato di «scelta, decisione, fase decisiva di una malattia», e deriva dal verbo κρίνω (krino), che in prima battuta vuol dire «distinguere, giudicare», unitamente all’atto del tagliare, così come esemplificato dall’espressione italiana del “dare un taglio netto”. È proprio questo che la Danimarca ha deciso di fare: chiuderanno per due settimane, da venerdì 13 marzo al 27, tutte le scuole, gli asili, le università, i musei, le biblioteche. I dipendenti pubblici privi di incarichi essenziali saranno sospesi dal servizio. Le chiese, le moschee, le sinagoghe, tutte le confessioni religiose presenti sul territorio nazionale cancellano messe e cerimonie, battesimi e funerali. Bar, ristoranti, mezzi pubblici, assembramenti: come in Italia, le città danesi si apprestano a diventare realtà-fantasma. È la prima volta nella storia della nazione che un governo politico vive una crisi del genere e risponde in maniera così “tagliente”. Chissà, forse Kierkegaard approverebbe una scelta tanto ferma ed aggiungerebbe una postilla ulteriore, non scientifica, alla sua Malattia mortale: un’opera fedelissima all’imprevedibilità dell’esistenza – labirintica, a volte oscura, e magnifica.

Fonte immagine: https://pixabay.com/it/illustrations/virus-corona-mondo-mappa-allarme-4835736/

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