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Eroica Fenice

Isabel Allende, Il gioco di Ripper (Recensione)

Mancano poche ore alla fine. Un altro omicidio sta per compiersi togliendo l’ultima speranza di salvarsi da una fine certa. L’atmosfera è tesa come un filo che sta per spezzarsi e tutto deve ancora accadere.

L’incipit de Il gioco di Ripper, il nuovo romanzo di Isabel Allende, è molto più che in medias res: è un iniziare dalla fine, o meglio da una delle possibili conclusioni di un poliziesco che non ha nulla da invidiare ai grandi classici del genere.

La protagonista  è una tipica adolescente americana dall’atteggiamento irriverente e dalle idee ribelli con un vizio che si rivelerà essere un’utilissima dote. Amanda, figlia del caposezione della polizia di San Francisco, ama tutto ciò che riguarda gli assassini, le indagini, i culti esoterici. Sua madre, Indiana, è una donna procace con la disinibizione di una prostituta d’alto bordo, tanto da meritare un paragone con la Susanna del Tintoretto, e la purezza d’animo del Dalai Lama. Suo nonno Blake è l’unico uomo su cui le due possano davvero contare.

Il nuovo romanzo di Isabel Allende ci presenta la storia come su di un palcoscenico, dove si succede una lunga serie di personaggi che, nonostante l’apparente struttura corale del racconto in cui sono inseriti, rimangono delle realtà a se stanti, in rapporto solo tangente con le altre figure che si alternano sulla scena. L’effetto è quello che siamo soliti trovare nei romanzi della scrittrice cilena in cui l’apparente caos dell’intreccio, dovuto proprio all’alternarsi di persone, cose e luoghi, si risolve magicamente ponendo sotto gli occhi del lettore il disegno nitido di una società multiforme ma equilibrata.

L’equilibrio è esattamente ciò che manca ad Amanda che, inconsapevolmente sofferente per il divorzio dei suoi genitori, cerca a tutti i costi di trovare il suo posto nel mondo attraverso l’amore e la fedeltà che, suo malgrado, non riuscirà ad ottenere nella forma in cui spera. A darle un po’ di tranquillità nel caos della vita è la logica, l’attitudine a risolvere gli enigmi più complicati, a vedere il mondo come un’enorme scacchiera delle cui pedine è facile prevedere le mosse. Stando così le cose è naturale che Amanda si appassioni ad un gioco virtuale, Ripper, che, ispirandosi all’omonimo caso di Jack Lo Squartatore, tenta di risolvere il misterioso bagno di sangue profetizzato per  San Francisco alla vigilia del nuovo anno.

È un romanzo, quello di Isabel Allende, fatto di maschere e identità virtuali: Amanda è la maestra del gioco; Blake è Kabel, poliziotto agli ordini della maestra; un ragazzo paraplegico è «Esmeralda, una gitana astuta e curiosa»; un adolescente agorafobico del New Jersey è «sir Edmond Paddington, un colonnello inglese in pensione, machista e petulante, molto utile nel gioco in quanto esperto di armi e strategie militari»; una ragazza anoressica di Montreal è «Abatha, una sensitiva in grado di leggere il pensiero, far riaffiorare i ricordi e comunicare con i fantasmi»; infine un orfano afroamericano di Reno dal quoziente intellettivo elevatissimo «aveva scelto di essere Sherlock Holmes, perché dedurre e trarre conclusioni non implicava alcuno sforzo per lui».

Il racconto si snoda attraverso cinque capitoli che, scanditi con puntualità diaristica, raccontano la vita dei principali protagonisti da gennaio ad aprile. A leggerlo si prova la sensazione di un piacevole deja vu, senza sentire la noia di qualcosa di già visto o già sentito. Il rimando fortissimo, anche se inconsapevole, è alla scrittura di un grande romanziere nonché sceneggiatore americano, Sidney Sheldon, morto nel 2007 e autore di numerosi best seller. Quello che colpisce è lo stesso impianto teatrale, come si diceva prima, e la presenza di quei personaggi femminili, sempre in primo  piano, sempre coraggiosi oltre ogni aspettativa umana, sempre pronti a lottare con le unghie e con i denti per difendere e dichiarare la propria dignità e libertà di donne.

Di certo questa non è una novità per Isabel Allende che è solita puntare, nei suoi romanzi, su queste figure di eroine caparbie e bellissime come delle amazzoni che vivono a metà tra il mondo terreno e l’aldilà. Non a caso si è parlato spesso, a proposito dell’atmosfera dei suoi libri, di realismo magico, un po’ come quello che emana dagli scritti di Marquez e dei buoni autori sudamericani dove l’aspetto più concreto di un’esistenza si trasforma puntualmente in qualcosa d’altro.

La trama nel suo scorrere limpido e al contempo tortuoso, trascinano il lettore in un vortice di azione, riflessione e passione ai limiti delle possibilità umane. Difficile non leggere le pagine tutti d’un fiato, tanta è l’adrenalina prodotta dal succedersi degli eventi con un ritmo da cardiopalma che lo rende un libro non per cardiopatici. È una scommessa su se stessa quella che Isabel Allende fa nel pubblicare il suo primo romanzo poliziesco, come lei stessa tiene a precisare nelle pagine di ringraziamento. Cos’altro dire se non che la scommessa è vinta pienamente dalla Allende e prelude ad una nuova stagione intellettuale e letteraria di una scrittrice la cui invenzione non delude mai.

Isabel Allende, Il gioco di Ripper, ed. Feltrinelli, 2013, pp. 462, € 19.00. (16 su Amazon)

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