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Kurdistan sotto attacco della Turchia: è un massacro

Kurdistan sotto attacco della Turchia: è un massacro

Il Kurdistan è sotto attacco. Il 9 ottobre scorso, dopo una negoziazione tra il Presidente Turco Recep Tayyip Erdoğan e quello Americano, Donald Trump, le forze USA nel Nord della Siria si sono ritirate dalle aree lungo il confine con la Turchia, dando di fatto il via libera all’intervento militare di Ankara a Est del fiume Eufrate. Un intervento su cui Ankara insisteva da tempo, mirando all’eliminazione delle postazioni dei Curdi del Pyd-Ypg, e richiesto con ancora più accanimento in seguito alle sconfitte subìte dal partito del Presidente Erdoğan ad Ankara e Istanbul nelle scorse elezioni amministrative.

“È il momento per noi di sfilarci da ridicole guerre senza fine, molte delle quali tribali. È il momento di riportare i nostri soldati a casa. Turchia, Europa, Siria, Iran, Iraq, Russia e i curdi dovranno risolvere la situazione e capire cosa voglio fare con i soldati dell’Isis catturati.” – il tweet del Presidente Donald Trump.

“Dall’inizio della crisi in Siria abbiamo sostenuto l’integrità territoriale di questo Paese e continueremo a sostenerla. Siamo determinati ad assicurare la sopravvivenza e la sicurezza del nostro Paese liberando la regione dai terroristi” – la dichiarazione del ministro degli Esteri Turco Mevlut Cavusoglu.

Immediata è stata la risposta preoccupata della comunità internazionale. “Un massacro annunciato”, le dichiarazioni dell’ONU e dell’Unione Europea. Al punto da spingere Donald Trump a specificare che “se la Turchia farà qualcosa che superi i limiti, la distruggerò totalmente e annienterò la sua economia”.

Un massacro annunciato

I bombardamenti e l’invasione delle truppe corazzate Turche nel Kurdistan sono iniziati nel primo pomeriggio di mercoledì, nei pressi di Serekaniye, e sono proseguiti contro Ain Issa e diversi altri villaggi, causando le prime vittime a Misharrafa. Le forze Turche hanno poi preso di mira la diga nei pressi di Derik, che fornisce acqua potabile a 2 milioni di persone. Nel frattempo, nel campo di Al-Hol, dove si trovano circa 60mila tra miliziani dell’ISIS e loro familiari, è iniziata una vera e propria rivolta. La Turchia ha colpito anche Kobane, la città che ha sconfitto l’ISIS.

I bombardamenti sono ripresi nella giornata di giovedì 10 ottobre, contro Tal Abyad / Gire Spi, dove l’esercito Turco non era riuscito a penetrare per la resistenza SDF. A Serekaniye, le forze di autodifesa civile del Kurdistan hanno catturato 5 miliziani jhiadisti, sostenuti dalla Turchia, che provavano a infiltrarsi in città. Tante le vittime e i feriti, tra cui diversi bambini.

I combattimenti tra l’esercito Turco e le SDF sono poi proseguiti, nella giornata dell’11 ottobre, vicino a Tal Halaf, Tal Arqam e Aziziyeh (tutti nei dintorni di Serekaniye). Nonostante la disparità di mezzi in campo, la resistenza delle SDF ha messo a dura prova l’invasione Turca. A Kobane, diverse centinaia di persone sono scese per strada danzando e cantando, come forma di Resistenza. I residenti del campo di Mabrouka, che ospita 4000 profughi arabi, sono stati trasferiti con urgenza nel campo di Arishah, vicino a Hasekah. L’ospedale cittadino è stato bombardamento e fuori servizio e i cecchini turchi sparano sulle persone in fuga.

L’operazione Turca, che prende il nome di “Primavera di Speranza”, ha già creato le circostanze nelle quali l’ISIS potrebbe riorganizzarsi e commettere crimini contro l’umanità (diventando ancora una volta una minaccia per tutto il Medio Oriente, l’Europa e il mondo intero), e causato morte e distruzione, costringendo milioni di persone a fuggire dalle loro case.

“Ieri mattina sono uscito per strada e per la prima volta non ho visto nessuno. È stato terrificante, erano tutti asserragliati dentro le proprie case in attesa della morte” – racconta il dottor Garces, che lavora in Kurdistan da due anni per l’ONG italiana “Un ponte per” – “Già prima dell’offensiva, il 95% della popolazione aveva bisogno di supporto per accedere ai servizi sanitari di base, ora siamo alle porte di un disastro umanitario. Siamo stati costretti a riposizionare il nostro team medico e le ambulanze lungo il confine, lasciando scoperti i principali campi profughi”.

Le reazioni internazionali

Unanime la condanna alla Turchia da parte del mondo politico e culturale di tutto il mondo. In Italia, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha convocato l’Ambasciatore Turco alla Farnesina, mentre il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha intimato di non sottostare alle minacce di Erdoğan. Il Presidente Turco, infatti, ha annunciato l’arrivo di 3,6 milioni di rifugiati in Europa, qualora questa ostacoli la sua operazione militare. La Francia ha annunciato sanzioni sul tavolo dell’Unione Europa, mentre la Russia ha dichiarato, per bocca del Ministro degli Esteri Serghei Lavrov,  che la Russia promuoverà il dialogo “tra Damasco e Ankara”. I Paesi Bassi, seguiti da Svezia, Danimarca e Norvegia, hanno deciso di non rendersi complici dell’azione di Erdoğan, fermando le esportazioni di armi verso la Turchia. Come ha dichiarato il Vicepremier Olandese Hugo de Jonge “le forniture di armamenti sono sospese finché proseguiranno gli attacchi delle forze armate di Ankara”.

La Rete Italiana Disarmo si è appellata al Ministro Di Maio per fare altrettanto. La Turchia è uno dei principali clienti dell’industria bellica italiana, con vendite autorizzate per 360 milioni di euro solo nel 2018. Con l’avvio delle operazioni militari in Kurdistan, la Turchia diventa un Paese in stato di conflitto armato, a cui secondo la legge 185/90 non è possibile vendere armi.

Michele Rech, in arte Zerocalcare, ha inoltre lanciato un appello a non lasciare solo il Kurdistan: nel 2015, il fumettista partì per il confine Turco-siriano, dando vita a “Kobane Calling”, in cui racconta le esperienze vissute con il popolo curdo. Nel frattempo, migliaia di cittadini si stanno organizzando a scendere in piazza a sostegno della Resistenza.

L’agenzia Onu per i rifugiati ha lanciato l’allarme umanitario: l’escalation del conflitto può causare ulteriori sofferenze e nuovi esodi nell’area di maggiore crisi di movimento forzato di popolazioni. Migliaia di civili fuggono dai combattimenti (almeno 100mila sfollati) e l’Unhcr chiede alle parti di rispettare il diritto umanitario internazionale, anche garantendo l’accesso alle agenzie umanitarie.

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