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Eroica Fenice

La presa di Kabul e la condizione femminile: cosa accadrà alle donne?

La presa di Kabul e la condizione femminile: cosa accadrà alle donne?

È terribilmente e angosciosamente nota la condizione in cui versa l’Afghanistan negli ultimi giorni, dopo la presa di Kabul con l’insediamento dei talebani il 15 agosto scorso nella capitale, annunciando la rinascita dell’Emirato islamico e la fine della guerra, in seguito allo spodestamento del governo nazionale e al ritiro delle truppe americane già precedentemente annunciato dal Presidente americano Joe Biden.

Un rinnovato e comprensibile terrore permea le coscienze afghane in questi giorni di riconquista del potere talebano, terrore alimentato dalla precedente esperienza dell’insediamento del governo islamico dal 1996 al 2001, che ha letteralmente soggiogato e martirizzato la popolazione, con i rigidi dogmi politico-religiosi, e in particolare le donne. Sono loro in un Paese a governo oscurantista e retrogrado, misogino e teocratico, a pagare le peggiori conseguenze. Loro che, dopo le piccole grandi conquiste dell’ultimo ventennio, avvertono l’alba di una nuova sconfitta. Loro che, dopo anni di studio e lotte per la conquista dei diritti e dell’emancipazione femminile, temono di veder calare nuovamente sui volti, sulla dignità, sull’istruzione e sulla libertà il velo della barbarie misogina e anacronistica, della crudeltà in nome di una pseudo religione avallata da desideri di possesso e autocrazia.

Per cui è necessario che diventi centrale la questione femminile afghana dopo la scalata al potere talebano. Perché urgente è la possibilità e il dovere di non lasciare queste donne sole, in preda a un nuovo brutale destino. Perché sono loro il cuore pulsante del Paese, loro con le loro capacità, la loro forza morale, le loro fragilità e il loro amore. A loro si deve la vita, lo spirito di sacrificio e a loro è dovuta la sensibilizzazione ad un argomento tanto delicato quanto determinante, ora nuovamente minacciato dalla potenza talebana.

D’altro canto tali timori vengono fatti passare come infondati dalle parole del portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, che in conferenza stampa descrive il cambiamento del nuovo Emirato islamico rispetto al passato, promettendo il rispetto dei diritti delle donne nell’ambito della Sharia, consentendo loro l’accesso all’istruzione e al lavoro, la possibilità di uscire di casa da sole e persino l’abolizione dell’obbligo di indossare il burqa in luogo del solo hijab che lascia scoperto il volto. Ma le donne, così come tutti, restano scettiche di fronte a tali apparentemente innocue dichiarazioni, dal momento che nell’annunciare il nuovo governo, i talebani specificano che si tratterà di una teocrazia islamica, ed è risaputo come la rigida interpretazione dell’Islam concepisca le donne come “merci”. D’altronde non sono poche le testimonianze di donne che in questi giorni vivono momenti di puro terrore, rinchiuse in casa, nascoste come fossero responsabili di chissà quali crimini, di essere “donne”, desiderose di scappare e bisognose di aiuti per difendersi dalle prime minacce già perpetrate nei loro confronti.

La presa di Kabul e la condizione femminile: i primi effetti

Nell’Afghanistan post 2001 di passi avanti ne erano stati percorsi abbastanza da poter guardare al futuro di ragazze e donne con un cauto ma speranzoso ottimismo, in seguito alla caduta dei talebani. Pur permanendo uno status di Repubblica Islamica, il Paese aveva investito nell’istruzione femminile e nella difesa dei diritti delle donne afghane. Nasce così il tenace attivismo femminile, che non ha mai mollato la presa, perpetuando un duro lavoro atto a garantire alle donne un futuro sempre più roseo, giusto, “normale”.

Ma lo scorso 15 agosto sembra annunciare l’affievolirsi di quell’ottimismo conquistato, in quanto uno dei primi obiettivi sul quale i talebani nuovamente al potere sembrano essersi lanciati sono proprio le donne, che la visione oscurantista dell’Islam vuole sottomesse, inermi e schiave. È facile comprendere dunque come le dichiarazioni di Mujahid non siano affatto sufficienti a rassicurare le donne afghane, che temono a ragione un futuro oscuro, consapevoli del precedente modus operandi della teocrazia islamica. Che ne sarà dunque dei sudati risultati raggiunti e dei significativi cambiamenti apportati dalla Costituzione post-talebana, grazie anche e soprattutto al prezioso contributo offerto dalle coraggiose attiviste sul suolo nazionale? Che ne sarà della conquistata condizione socio-economica delle donne afghane dopo il 2001? Cosa sarà del loro accesso all’istruzione primaria, secondaria e universitaria, aumentato più del 30% in quattordici anni? Che ne sarà delle quote rosa nelle cariche pubbliche e dirigenziali? Cosa accadrà alla loro vita adesso? Alle loro libertà di azione e pensiero? Che ne sarà del loro onore e dell’orgoglio di essere donne? Attualmente non è ancora possibile sapere se i talebani si impegneranno realmente a rispettare le promesse enunciate e in quale misura. Ciò che è certo è il terribile ricordo che il loro “operato” ha tatuato indelebilmente nelle coscienze afghane e non, quando le donne erano trattate alla stregua di bestie e schiave, percosse, molestate e lapidate in pubblico per essere uscite senza supervisione maschile o per aver commesso adulterio. Proprio tali ricordi generano scetticismo e paura, nonostante l’apparente cambiamento dei toni dei talebani. Tale pseudo “tolleranza” e apertura da parte del nuovo governo è presto vanificata, come riportato dalle testimonianze del The Guardian da parte di giovani donne afghane anche impegnate nel sociale. Molte donne già nei primi giorni del nuovo insediamento talebano sono costrette a lasciare il luogo di lavoro; gli accessi alle università sembrerebbero stati proibiti; in diverse città i miliziani girano casa per casa con l’obiettivo di stanare le donne comprese tra i 12 e i 45 anni per offrirle come “bottino di guerra” ai soldati vincitori. Anche tutti gli account social vengono progressivamente disattivati, rendendo ancor più difficile poter seguire lo svolgimento della situazione femminile in tale area. Tutte testimonianze che non promettono nulla di buono.

La presa di Kabul e la condizione femminile: terrore e speranze perdute

L’Afghanistan non sembra essere un Paese per donne, nonostante costituiscano l’anima costruttiva, emotiva e progressista di una patria allo sbando. I miliziani non fanno che diffondere rinnovato terrore, instaurando una sorta di medioevo all’avanguardia tecnologica, in cui si approfitta delle interconnessioni social e dei media per comprare la fiducia nazionale e internazionale quale strumento per tornare poi a stravolgere la vita di afghani ed afghane, perseguitare giornaliste, attiviste e collaboratrici delle organizzazioni straniere.

Già nei primi giorni riempiono le strade della capitale, percorrendole a bordo di veicoli militari statunitensi conquistati durante l’avanzata, e sventolando la bandiera bianca, stendardo nazionale del vecchio governo (1996-2001). Molte donne rimangono in casa per il terrore di essere maltrattate, uccise o obbligate a rindossare il burqa, che equivale a morire lentamente.

Accorato l’appello, ora con lieto fine, dello chef Hamed Hamadi per la sorella attivista rimasta in patria, giunto da anni a Venezia come rifugiato politico e proprietario dei ristoranti Orient Experience. Queste le parole della sorella Zahra Ahmadi nei giorni scorsi: “La mia vita è in pericolo e sto ricevendo minacce dai talebani… Vivo da sola e lavoro per il mio Paese ogni giorno, non voglio scappare, ma la paura di venire rapita e data in matrimonio ad un talebano non mi fa dormire la notte. Per favore aiutatemi subito, potrei essere uccisa”.

In rete inoltre è diventata virale l’immagine di donne in pose “occidentali” sulle saracinesche di un salone di bellezza, pronte per essere coperte di vernice bianca prima dell’arrivo degli studenti coranici armati.

Le ragazze uscite dall’università il primo giorno d’insediamento erano impossibilitate a tornare a casa, perché gli autisti non volevano assumersi la responsabilità del trasporto di una donna. Per non parlare degli scherni di uomini intorno, ridendo e urlando: “Vai e mettiti il chadari (burqa)”. “Sono i tuoi ultimi giorni in giro per strada”. “Sposerò quattro di voi in un giorno”. La studentessa afghana anonima, testimone di cotanto abominio, racconta ancora di aver nascosto insieme alle sorelle i loro documenti d’identità, diplomi e certificati, per il terrore di essere trovate e uccise per ciò che sono diventate: “Mi sento come se non potessi più ridere ad alta voce, non posso più ascoltare le mie canzoni preferite, non posso più incontrare i miei amici nel nostro caffè preferito, non posso più indossare il mio vestito giallo preferito o il rossetto rosa. E non posso più andare al mio lavoro o finire la laurea. Non mi aspettavo che saremmo state private di nuovo di tutti i nostri diritti fondamentali e che saremmo tornate indietro a 20 anni fa. Che dopo 20 anni di lotta per i nostri diritti e la nostra libertà, saremmo dovute andare a caccia di burqa e saremmo state obbligate a nascondere la nostra identità”.

I timori degli anni precedenti a lotte e conquiste volte all’emancipazione divengono ora sempre più fondati, e tornano a colpire più in profondità di qualunque lama o pallottola. Timori che falcidiano sogni, ideali, libertà parzialmente conquistate e speranze repentinamente disilluse. In nome di cosa? Tutto ora può sgretolarsi irrimediabilmente. E queste donne, queste figlie, madri, amiche, mogli, nonne, compagne, colleghe, sorelle avranno lottato invano se la teocrazia islamica tornerà a spadroneggiare senza esclusione di colpi, senza rispetto alcuno, accecata dall’oscura brutalità misogina!

La presa di Kabul e la condizione femminile: testimonianze e lotte

“Perché dovremmo nascondere le cose di cui dovremmo essere orgogliose?”. Così si esprime una giovane donna afghana terrorizzata di svelare oggi la sua identità. Il Wall Street Journal ha raccontato il caso di una donna che lavorava come impiegata del governo e che il primo giorno dell’insediamento talebano ha bruciato ogni documento che la legava al suo impiego, nel timore che i talebani potessero fare irruzione nella sua casa.

Ancora la testimonianza di Fatima, studentessa universitaria di etnia Hazara, che lavora con gli stranieri, prima e unica guida turistica femmina dell’Afghanistan, “colpevole” di essere ciò che semplicemente è: “Sono tutto ciò che i talebani odiano, se mi trovano mi ammazzano”, dichiara la ventiduenne in videochiamata da Kabul. “Per strada sono stata attaccata verbalmente e fisicamente: parolacce e lanci di pietre. Ma non ho mai perso di vista i miei sogni: fondare la prima agenzia turistica di sole donne, finanziare progetti per l’emancipazione femminile, diventare una giornalista e viaggiare per il mondo”. L’ultimo suo post è agghiacciante: “Sono tornati, non potrò più mostrarvi le nostre meraviglie. Grazie a chi ha ascoltato la mia voce. Beati voi che non vivete in Afghanistan, che non dovete temere che un talebano vi ammazzi. Continuate a inseguire i vostri sogni e a viaggiare. Se rimarrò viva ci rivedremo alla fine di questo attacco, perché voglio credere che presto avremo la pace”. Firmato: “Una donna afghana destinata a lottare”.

E ancora e ancora testimonianze che raggelano il sangue. Se questo è un mondo! Se questi sono uomini!

Eppure queste donne non si arrendono alla brutalità maschilista, sfoderando tutto il loro coraggio e la loro forza, in nome della natura che da sempre le contraddistingue come creature speciali, tenaci, amorevoli, preziose e indispensabili. Donne che a volto scoperto protestano per le strade di Kabul per rivendicare i propri diritti, sbandierando con orgoglio lo slogan “Le donne afghane esistono”.

E ancora la sfida lanciata da Tolo News (uno dei principali media afghani), mostrando in onda nuovamente dopo i primi giorni d’assenza i volti delle “donne coraggio”, conduttrici, reporter e intervistatrici.

La lotta e il coraggio sono gli strumenti a cui queste donne possono appellarsi per tentare di non soccombere alla furia e alla teocrazia islamica. Perché non c’è religione che tenga, né delirio di possesso, né misoginia alcuna che non possa essere vinto dalla tenacia di donne che credono in sé e lottano per sé e per quante la libertà la conquistano con le unghie e con i denti, e che per questo sono in grado più di altri di comprenderne e assaporarne il senso autentico, senza mai sciuparlo e sottovalutarlo, come spesso invece altrove accade, perché tutto è concesso e tutto è a portata di possibilità.

Ma tutto ciò potrebbe non bastare. Pertanto urge un concreto aiuto per non lasciarle alla mercè di un destino crudele e immeritato. Dignità e libertà per loro e per tutte noi! Libertà e dignità per le donne afghane!

E mentre sono libera di infilarmi un vestito leggero.

Di prendermi un cappuccino al bar.

Di leggere un libro.

Di scrivere un post su Facebook.

Mentre sono libera di oppormi, di credere,

di decidere, di urlare.

Di vivere. Mentre pianifico, progetto,

sogno. Penso a quanto sono fortunata a

vivere in questa parte di mondo.

E penso, oggi alle donne di Kabul…

(Laura Dogani)

C’è molto sole

sui paesi dell’Islam:

un sole bianco,

violento che acceca.

Ma le donne musulmane

non lo vedono mai:

i loro occhi

sono abituati all’ombra

come gli occhi delle talpe.

Dal buio del ventre materno

esse passano

al buio della casa paterna,

da questa

al buio della casa coniugale,

da questa

al buio della tomba.

(Oriana Fallaci)

 

 

Foto di: Pixabay

 

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