Di fronte al prolungarsi del conflitto a Gaza, molti si chiedono “cosa posso fare?”. Quando la diplomazia appare distante, la risposta può trovarsi in un gesto quotidiano come l’acquisto. Sostenere i marchi e i brand pro Palestina diventa un modo per inviare un messaggio di solidarietà e per esercitare una piccola ma significativa influenza. Numerose imprese, infatti, hanno deciso di non rimanere in silenzio, agendo tramite donazioni e prendendo posizione contro l’oppressione.
Indice dei contenuti
- Marchi pro Palestina: una sintesi per categoria
- Come riconoscere i marchi che sostengono la Palestina
- Una lista di marchi pro Palestina settore per settore
- Marchi neutrali o senza connessioni dirette con Israele
- Quali marchi boicottare secondo le campagne pro-Palestina?
- Il caso Coop in Italia: una posizione chiara
- L’impatto reale del consumo consapevole
Marchi pro Palestina: una sintesi per categoria
Categoria | Marchi e brand pro Palestina |
---|---|
Cosmetica e bellezza | Huda Beauty, FARSÁLI, Kayali, Simihaze Beauty, Topicals. |
Abbigliamento e accessori | PaliRoots, Nol Collective, Darzah, Meera Adnan, Kuvrd, Sunbula. |
Prodotti alimentari | Gaza Cola, Zaytoun, Al’Ard Palestinian Agri-Products, Canaan Palestine. |
Casa e lifestyle | Watan, Hilweh Market, El Bustan. |
Come riconoscere i marchi e i brand che sostengono la Palestina
Identificare le aziende con un sostegno autentico richiede attenzione. Per sapere con certezza se un marchio sostiene la Palestina, il modo più affidabile è verificare le fonti dirette: i canali social ufficiali, i comunicati stampa e le dichiarazioni dei fondatori. Oltre a questo, si possono seguire alcuni criteri:
- Dichiarazioni pubbliche e azioni concrete: un brand che prende una posizione chiara, come ha fatto Huda Kattan di Huda Beauty con la donazione di un milione di dollari, mostra un impegno tangibile.
- Coerenza con le campagne BDS: un indicatore utile è la consultazione delle liste del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni). Si tratta di un’iniziativa globale che esercita pressione non violenta su Israele, invitando al boicottaggio di aziende complici nelle violazioni dei diritti dei palestinesi. Verificare se un marchio è assente da tali liste è un buon punto di partenza.
Una lista di marchi pro Palestina settore per settore
Cosmetica e bellezza
Nel settore beauty, nomi come Huda Beauty e FARSÁLI si sono distinti per le loro donazioni. A questi si uniscono Kayali, Simihaze Beauty (fondato da gemelle di origine palestinese) e Topicals. Esistono anche realtà come la Palestinian Soap Cooperative, che valorizza le tradizioni locali.
Abbigliamento e accessori
Marchi come PaliRoots e Kuvrd sono nati per celebrare la cultura palestinese. Altri, come Nol Collective e Darzah, promuovono l’artigianato locale collaborando con cooperative in Cisgiordania e a Gaza.
Prodotti alimentari e bevande
Aziende come Gaza Cola sono nate come alternativa etica, donando i profitti per la ricostruzione. Realtà come Zaytoun e Canaan Palestine lavorano per creare un mercato equo e solidale per i prodotti agricoli palestinesi.
Marchi neutrali o senza connessioni dirette con Israele
Oltre ai brand attivamente pro-Palestina, esistono aziende considerate alternative “sicure” in quanto prive di legami noti con l’economia israeliana. Le liste seguenti sono aggregate da fonti di monitoraggio come amirahzaky.com e disoccupied.com.
Abbigliamento: Aab, Lyra Swim, Stradivarius, Boohoo.
Caffè: Caffe Nero, Taylors of Harrogate, Peet’s Coffee.
Cosmetici: Lush, The Inkey List, Farsali, FW Beauty.
Cibo e Supermercati: Aldi, Chicken Cottage, The Halal Guys, Co-op.
Tecnologia: Lenovo, eBay, Telegram, DuckDuckGo, Canva, Pinterest.
Quali marchi boicottare secondo le campagne pro-Palestina?
Parallelamente, è in corso un vasto movimento di boicottaggio contro i marchi accusati di supportare Israele. Come documentato da fonti come The Islamic Information, le campagne prendono di mira diverse multinazionali:
- Fast food e bevande (es. McDonald’s, Starbucks, Coca-Cola): criticati per le iniziative delle loro filiali israeliane a sostegno dell’esercito.
- Tecnologia (es. HP): accusata di fornire servizi che supportano l’infrastruttura di controllo israeliana nei territori occupati.
- Abbigliamento sportivo (es. Puma): criticata per la sponsorizzazione della Federcalcio israeliana.
Il caso Coop in Italia: una posizione chiara
Un esempio di posizionamento etico in Italia è Coop. Come chiarito in una nota ufficiale, Coop da tempo non vende prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Questa scelta, in linea con le risoluzioni ONU, non è un boicottaggio generalizzato verso Israele, ma un’azione mirata basata sul diritto internazionale.
L’impatto reale del consumo consapevole
Ma supportare questi marchi ha un impatto reale? Sì. L’azione individuale, sommata a quella collettiva, può avere conseguenze significative. Come riportato da un’analisi de Il Fatto Quotidiano, le campagne di boicottaggio contro i marchi percepiti come vicini a Israele stanno iniziando a produrre risultati concreti. Aziende multinazionali come McDonald’s e Starbucks hanno registrato cali nelle vendite, spingendole a prendere le distanze dalle filiali locali. Questo dimostra che la pressione dei consumatori può influenzare le strategie aziendali, sostenere economicamente le comunità locali e inviare un forte messaggio politico.
Fonte immagine: Wikipedia