Perchè il video di Grillo esalta la cultura dello stupro

Il Tribunale di Tempio Pausania ha condannato in primo grado Ciro Grillo a 8 anni e 7 mesi e i suoi tre amici a pene che vanno dai 6 anni e mezzo agli 8 anni e 8 mesi per violenza sessuale di gruppo. Questa sentenza arriva a distanza di anni da un video del 19 aprile 2021 in cui Beppe Grillo, fondatore del M5S, sbraitava: “Perché non li avete arrestati? […] Vi siete resi conto che non è vero che c’è stato uno stupro”.

La condanna di primo grado riaccende i riflettori sulla vicenda, che ha lasciato da tempo i banchi del tribunale per entrare prepotentemente nel dibattito pubblico. I fatti risalgono al luglio 2019, in Costa Smeralda. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici di primo grado, dopo una serata in discoteca, una delle due studentesse incontrate dai giovani è stata costretta a subire rapporti sessuali di gruppo. Parole come quelle di Grillo, rilette oggi, appaiono ancora più stridenti.

Le parole di Grillo e la colpevolizzazione della vittima

Nel suo video, Beppe Grillo sosteneva che il consenso fosse evidente perché “c’è il gruppo che ride, che sono ragazzi di diciannove anni, che si stanno divertendo […] sono quattro coglioni, non quattro stupratori”. E attaccava la ragazza, affermando che non poteva aver subito violenza perché “è strano che una persona stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf e dopo otto giorni fa la denuncia”. In altre parole: mente. Un tentativo di trascinare la vittima sul banco degli imputati, sminuirne il dolore e usare la propria portata mediatica per influenzare il giudizio pubblico. Affermazioni che, rilette oggi dopo la condanna di primo grado, assumono un peso ancora maggiore.

Dalle parole di Grillo alla condanna: un’analisi sulla cultura dello stupro

In quel video, Beppe Grillo condensò molti dei pregiudizi che costituiscono la cultura dello stupro: un sistema di credenze che normalizza la violenza di genere e ne attribuisce la responsabilità alla vittima. La sentenza del Tribunale non cancella quelle parole, anzi, le rende un caso di studio su come la percezione pubblica possa divergere dalla realtà processuale.

Mito diffuso (sostenuto dalle parole di Grillo) Realtà psicologica, sociale e legale
La denuncia deve essere immediata. Lo shock e la paura possono ritardare la denuncia. La legge italiana prevede 12 mesi di tempo per la querela.
La vittima deve apparire disperata dopo la violenza. Le reazioni a un trauma sono soggettive. Tentare di tornare alla normalità può essere un meccanismo di difesa, non una prova di menzogna.
Se c’erano risate e divertimento, non può essere stupro. Il consenso deve essere esplicito e continuo. Un’atmosfera apparentemente allegra non esclude la violenza.
Sono “ragazzi”, “coglioni”, non stupratori. La minimizzazione dell’atto (“ragazzata”) è un pilastro della cultura dello stupro. L’età non è un’attenuante per la violenza.

Il mito della denuncia immediata

Uno dei miti più dannosi, ripreso da Grillo, è la convinzione che la vittima debba denunciare subito per essere credibile. Nella realtà, come evidenziato da numerosi studi, lo stato di shock, la paura e la vergogna spesso ritardano la decisione. Dati ufficiali dell’ISTAT mostrano che la maggioranza delle violenze non viene denunciata, un silenzio alimentato proprio dal timore del giudizio sociale e del “victim blaming”.

Cos’è la vittimizzazione secondaria?

La vittimizzazione secondaria è il processo attraverso cui la vittima subisce un’ulteriore sofferenza non a causa del reato, ma in seguito al contatto con istituzioni, media o società. L’idea che il proprio dolore possa essere negato o che la responsabilità venga rovesciata è un deterrente fortissimo. Questo fenomeno è così grave da essere citato nella Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con la Legge n. 77/2013, che impegna gli Stati a proteggere le vittime da questo tipo di trauma aggiuntivo.

La “rape culture” e il suo contesto

La “cultura dello stupro” (rape culture) è un concetto sociologico, introdotto negli anni ’70 dal movimento femminista, che descrive un sistema sociale in cui la violenza sessuale è normalizzata. Questo non significa che la società approvi lo stupro, ma che è permeata da atteggiamenti, battute sessiste e colpevolizzazione della vittima che creano un ambiente in cui la violenza prospera. Il movimento “Me Too” ha riportato questo concetto al centro del dibattito, lottando contro la concezione che gli abusi siano casi isolati e non parte di un sistema culturale che, come dimostra questa vicenda, è ancora necessario smantellare.

Fonte immagine: Pixels

Articolo aggiornato il: 25/09/2025

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