Studiare medicina convivendo con la schizofrenia: la storia e il sogno di Luca

È venerdì mattina. Tra mille comunicati stampa, autocelebrazioni AI generated e qualche tentativo di phishing, a colpirmi davvero sono state le parole scritte nella mail che ci indirizza Luca C., un poco più che ragazzo, un quasi coetaneo, un quasi concittadino che, nonostante le mille difficoltà, ha deciso di non arrendersi, di fare delle sue fragilità una forza e, soprattutto, di studiare e lavorare per aiutare l’altro.

Ci sono messaggi che non chiedono attenzione, ma ascolto. Messaggi che non reclamano pietà, ma rispetto. Quello di Luca è uno di questi: una storia raccontata con lucidità e coraggio, senza enfasi né vittimismo, che costringe a fermarsi e a riconsiderare molte delle semplificazioni con cui, troppo spesso, guardiamo al disagio mentale.

Luca convive con la schizofrenia da anni, studia medicina e sogna di diventare medico proprio a partire da ciò che ha attraversato, immaginando uno spazio in cui la fragilità possa finalmente avere voce, dignità e possibilità di incontro. Ho deciso, quindi, di intervistarlo, così da dare voce al suo progetto in divenire, risonanza alla sua storia e alla sua persona. Perché esempi di questo tipo, soprattutto sotto Natale, non servono a commuovere, ma a ricordarci cosa significhi davvero resistere, prendersi cura e non smettere di credere nel valore umano.

L’intervista a Luca: convivere con la diagnosi

Guardando indietro ai tuoi nove anni dalla diagnosi, qual è stato il momento in cui hai capito che la schizofrenia non avrebbe definito la tua identità, ma sarebbe diventata una parte del tuo percorso di crescita?

Su di me indagano da tanto. Già dalla tarda adolescenza, seppur con i tempi del servizio sanitario, ho iniziato a vedere i primi professionisti che cercavano di capirmi. Ma ci sono voluti più di nove anni. Nove anni fa fu il momento in cui, per tutta una serie di circostanze, ebbi un blocco, una chiusura totale.

Si definirono i tratti della presenza di un disturbo psicologico profondo, che però venne definitivamente diagnosticato e certificato solo tre anni fa. Il non sapere, probabilmente, mi ha fatto più male del sapere. Subito dopo l’effettiva diagnosi, una parte di me si sentì sollevata, come se finalmente qualcosa si fosse presentato, avesse un nome e fosse più accessibile.

Da quel momento ho iniziato a sentirmi sempre meno in balia dei miei mostri mentali e sempre più propenso all’accettazione, alla presa di coscienza e al cambiamento. Se dovessi definire il momento in cui ho capito che sarebbe stata parte del mio percorso di crescita, è stato questo: parlarne. Sviscerare con i terapeuti e averne parlato con le persone a me care mi ha aiutato a capire che non sarebbe più stata una punizione, ma un’occasione di riscatto.

Il percorso accademico tra ostacoli e successi

Come è cambiata la tua esperienza universitaria nel tempo, tra difficoltà e conquiste, e quali sono stati i fattori o le persone che più ti hanno aiutato a restare nel percorso di medicina?

Prima del manifestarsi dei picchi della patologia, il percorso studentesco procedeva piuttosto bene: ero in regola con gli esami e avevo spesso voti anche abbastanza alti. Poi ho avuto alcune crisi, momenti veramente bui, scatenati da una miscela di eventi negativi che non sono riuscito a gestire.

In un attimo è diventato un percorso di alti e bassi, di sregolatezza, di incostanza. Era più forte di me: non potevo, non riuscivo a fare diversamente. La persona che più mi ha sostenuto è stata mia madre, che si rompe la schiena da sempre per mandare avanti tutto e permettermi di studiare.

Con i farmaci e con la terapia riesco a gestire molto meglio la realtà, coadiuvato anche dalla presenza di alcuni amici intimi di vecchia data che mi hanno sempre sostenuto e, recentemente, dalla mia compagna.

C’è un episodio particolare — un incontro, un ostacolo, una vittoria — che secondo te racconta bene cosa significhi convivere con la schizofrenia mentre si costruisce una carriera accademica?

Sì. Durante i tirocini ero ancora nel pieno della patologia, in un periodo caratterizzato da crisi di nervi, pensieri cupi e percezioni distorte della realtà. Sentivo le spiegazioni, leggevo gli appunti. Da un lato i dati, la teoria, la scienza; dall’altro, contemporaneamente, la mia mente ricavava metafore da associare alla mia realtà distorta.

Mi sentivo perseguitato dai professori, dalla gente, come se fossi al centro di un mondo creato per farmi sentire inadeguato, per distruggermi. Così procedeva la mia vita da molto tempo: spaccata tra due realtà che non mi permettevano di fare bene in nessuna delle due.

La diagnosi e la conseguente terapia adeguata hanno aiutato molto: oggi è tutto più gestibile. Nei momenti di forte stress tendo ancora a perdere il controllo, però ora ne parlo. Parlare aiuta, sempre.

Qual è l’aspetto più frainteso della schizofrenia che vorresti finalmente correggere nel dibattito pubblico, anche attraverso la tua esperienza personale?

Si pensa che tutte le persone schizofreniche siano violente e scattino all’improvviso, capaci di chissà quali gesti inconsulti. Non è esattamente così. Anzi, molti di noi — probabilmente la maggioranza — tendono a essere persino più docili, rivolgendo tutto il male e tutta la deriva dei propri pensieri verso se stessi, per non ledere la comunità.

La schizofrenia può manifestarsi anche con raptus e violenza, certo, e ricordo di aver avuto anch’io alcuni comportamenti inadeguati. L’ipersensibilità durante le crisi mi faceva vivere in uno stato di allerta costante. Dialogo, diagnosi, terapia, calma: sono queste le parole chiave.

Quale bisogno concreto ti ha fatto capire che uno spazio come la Casa del Valore era necessario e urgente?

Senza parlarne liberamente con gli altri non sarei riuscito a ottenere quel vantaggio sulla mia patologia che mi ha permesso di ripartire. Il sostegno altrui — amici, affini, persone che condividono la patologia — e i loro consigli mi hanno aiutato, in certi casi, più di quanto avessero fatto prima alcuni professionisti.

Anche capire di aver bisogno di un terapista non è un passaggio scontato. Avere tante storie, tanto vissuto, aiuta altri a trovare la chiave per aprire la porta del dialogo e andare avanti. La sensazione di liberarsi da un peso e i suggerimenti per mantenere il pensiero razionale sono stati fondamentali.

Ciò che è stato più deleterio, e più volte quasi fatale, è stato il tempo. Mi ci è voluto molto per trovare — o essere trovato — dalle persone, dai consigli, dalle medicine giuste. Credo che la Casa del Valore serva proprio ad accorciare questi tempi, mettendo in connessione storie, strategie, sogni e progetti.

La visione per il futuro: hub digitale e fisico

Hai già un’idea di come vorresti strutturare questo hub e quali sono i primi passi realistici?

Per la parte digitale partiremo con un forum, un punto di ascolto e condivisione, dove ognuno potrà partecipare alle conversazioni, ai gruppi già esistenti o crearne di nuovi in cui sentirsi più rappresentato e tutelato. Cercheremo la moderazione e la partecipazione di diversi terapisti, così da intercettare segnali o richieste di aiuto non esplicitamente dichiarate.

Mi piacerebbe riuscire ad aiutare anche chi non ha il coraggio o i mezzi per chiedere aiuto. L’hub fisico richiederà tempo e fondi, ma vorrei che fosse la community stessa a definirne alcune caratteristiche. Un gruppo di amici e collaboratori sta preparando un progetto per un ambiente polifunzionale, pensato per agevolare il dialogo in tutte le sue forme, verbali e non: un luogo accogliente, con spazi comuni e ambienti riservati, in cui sentirsi protetti e accolti nel modo più personale possibile.

Contatti social di Luca:
https://linktr.ee/FightMentaldiseases

 

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A proposito di Marcello Affuso

Direttore di Eroica Fenice | Docente di italiano e latino | Autore di "A un passo da te" (Linee infinite), "Tramonti di cartone" (GM Press), "Cortocircuito", "Cavallucci e cotton fioc" e "Ribut" (Guida editore)

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