5 poesie sul Capodanno per festeggiare il 2026

5 poesie sul Capodanno per festeggiare il 2025

Per festeggiare insieme l’imminente arrivo del 2026 abbiamo deciso di selezionare per voi 5 poesie sul Capodanno che siamo sicuri vi piaceranno!

Riunirsi in famiglia, o semplicemente con chi si desidera, per celebrare l’inizio del nuovo anno è uno dei riti inamovibili della nostra tradizione, ma sapete dove e quando nasce? Con ogni probabilità in Babilonia nel 2000 a.C. in occasione dell’equinozio di primavera, per festeggiare l’arrivo della stagione della “rinascita e fioritura”. Il motivo per cui oggi celebriamo il Capodanno a gennaio (a parte i cinesi e gli islamici) e non a marzo va ritrovato invece nell’Antica Roma e, in particolare, durante gli anni di Giulio Cesare il quale, seguendo il calendario giuliano, fissò nel 46 a.C. l’inizio dell’anno proprio al 1 gennaio.

Adesso, fra un brindisi e l’altro, tra una canzone e un’altra, potrete fare bella figura raccontando la curiosità su Giulio Cesare o recitando una delle 5 poesie sul Capodanno (se avete un po’ di tempo per impararle a memoria!).

Quali sono le poesie di Capodanno più belle?

Poesia e autore Tema principale
Ti auguro tempo – Elli Michler L’importanza di usare bene il proprio tempo
Augurio di Capodanno – Diego Valeri La speranza portata dalla natura
Filastrocca di Capodanno – Gianni Rodari Desideri semplici per un anno sereno
Il primo gennaio – Eugenio Montale Riflessione esistenziale sul vivere e l’esistere
Ode al primo giorno dell’anno – Pablo Neruda La rinascita e la “piccola porta della speranza”

Poesie sul Capodanno: le più belle da dedicare

“Ti auguro tempo” di Elli Michler

Una poesia che invita a riflettere sul valore del tempo non come quantità, ma come qualità da dedicare a se stessi e agli altri.

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

“Augurio di Capodanno” di Diego Valeri

In questi versi, la natura diventa messaggera di buoni auspici attraverso la figura semplice e delicata di un uccellino.

Io credo all’uccellino batticoda:
che ci porti il buon anno.
Scorre liscio su l’umido tappeto
di bruni muschi, alla soglia del mare,
sosta un tratto a beccare, e poi di nuovo
scivola via come una spola, vola,
sparisce in cielo. Neppur ci ha guardati.
Ma è bello, affusolato, grigio e bianco,
porta, certo, il buon anno.

“Filastrocca di Capodanno” di Gianni Rodari

Con la sua consueta leggerezza, Rodari elenca desideri semplici ma fondamentali per un anno all’insegna della serenità e della pace.

Filastrocca di capodanno:
fammi gli auguri per tutto l’anno:
voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.

“Il primo gennaio” di Eugenio Montale

Una poesia profonda che esplora la differenza tra vivere ed esistere, perfetta per chi cerca una riflessione più malinconica e introspettiva.

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

“Ode al primo giorno dell’anno” di Pablo Neruda

Neruda celebra il Capodanno come una porta della speranza, un momento magico in cui tutto sembra possibile e il mondo si rinnova.

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.

Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!

Fonte copertina per le poesie per festeggiare il capodanno 2026: Pixabay

Articolo aggiornato il: 16/12/2025

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A proposito di Salvatore Toscano

Salvatore Toscano nasce ad Aversa nel 2001. Diplomatosi al Liceo Scientifico e delle Scienze Umane “S. Cantone” intraprende gli studi presso la facoltà di scienze politiche, coltivando sempre la sua passione per la scrittura. All’amore per quest’ultima affianca quello per l’arte e la storia.

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