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Eroica Fenice

Attualità

G8: vent’anni dopo i fatti di Genova

Antonio Gramsci odiava gli indifferenti. Io odio l’odio. Genova, luglio 2001. Mancano poche ore al vertice del G8 e la città ha già assunto le forme di un fortino, soprattutto nei quindici chilometri quadrati comprendenti la zona rossa. Il cuore del vertice è Palazzo Ducale, sede ufficiale dell’incontro. Dunque la zona del porto è praticamente deserta ed è presidiata dalla polizia. A detta dei residenti, almeno di quella parte che ha deciso di non lasciare momentaneamente la città, “sembra di essere sotto assedio durante una guerra”. E in effetti, conoscendo la storia delle ore successive, possiamo dire che non hanno peccato di lungimiranza. L’oggetto della protesta anti-G8 A Genova sono attesi più di centomila manifestanti (se ne conteranno il triplo) con l’obiettivo di realizzare un vero e proprio controvertice fatto di stand informativi, dibattiti e conferenze stampe. Il motivo? Protestare contro la globalizzazione o almeno contro il lato oscuro in essa contenuto: lo sfruttamento e il conseguente impoverimento dei Paesi meno ricchi e industrializzati. Il 19 luglio va così in scena, senza grandi disordini, una prima manifestazione con circa cinquantamila persone. Nel frattempo arrivano in città decine di migliaia di manifestanti e alle buone intenzioni di molti si contrappone il comportamento distruttivo di pochi. Ai balli in piazza dei più, infatti, si affiancano gli scontri del black bloc con la polizia a nord della zona rossa. In poche ore la guerriglia coinvolge l’intero centro della città. Nei pressi di piazza Alimonda una camionetta dei carabinieri resta bloccata fra dei cassonetti dell’immondizia e viene presa di mira da un gruppo di manifestanti: dall’interno Mario Placanica, un carabiniere di vent’anni, spara due colpi di pistola e ferisce a morte Carlo Giuliani. La notizia fa il giro del mondo e gli scontri non si placano. Numerosi manifestanti e giornalisti finiscono sotto i colpi dei manganelli. Ricordiamo, ad esempio, la testimonianza di John Elliot, un reporter inglese che descrive i poliziotti che si accaniscono sul suo corpo come eccitati dalla violenza.   Ecco gli strascichi del G8 di Genova che non riusciamo a scrollarci di dosso: l’eccitazione per la violenza e per l’odio. Lo stato di diritto  Quello che accade nella notte fra il 21 e il 22 luglio all’istituto Diaz sospende in Italia lo stato di diritto. Odio e violenza si abbattono su 93 ragazzi. Ragazzi a cui è stata poi negata o insabbiata la giustizia: nessuno dei rappresentanti della legge presenti quella notte (oltre ai fatti dell’istituto Diaz vanno ricordati anche quelli di Bolzaneto) è stato condannato per tortura, visto che questo reato è stato introdotto in Italia soltanto nel 2017. In ogni caso le condanne, per gli agenti che sono stati riconosciuti, hanno sfiorato al massimo i cinque anni, a fronte delle decine di condanne di 10-12 anni a carico dei manifestanti per reati di devastazione e saccheggio, lesione e resistenza a pubblico ufficiale.   “L’odio è un sentimento autolesionista. Ci toglie dignità e grandezza, è come una catena” ha detto qualche anno fa Ingrid Betancourt, un’attivista e politica colombiana. E […]

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Culturalmente

Francesco Coco: l’uomo che disse di no alle Brigate Rosse.

Immaginate di vivere negli anni Settanta e di star entrando in quel vortice che soltanto successivamente verrà chiamato anni di piombo. Immaginate di aver giurato fedeltà al diritto e alla Costituzione italiana, dopo aver vissuto la brutalità di due guerre mondiali e del ventennio fascista. Immaginate di essere Francesco Coco e di star vivendo un evento che, inevitabilmente, cambierà la vostra vita: il rapimento del giudice Mario Sossi. È il 18 aprile del 1974: il “momento giusto” per quella che passerà alla storia come l’operazione girasole.  Un gruppo di venti terroristi, con sette auto e un furgoncino, sequestra Sossi, al suo rientro a casa in via Forte San Giuliano a Genova. Il magistrato è appena sceso dall’autobus della linea 42.  Dopo qualche ora le Brigate Rosse rivendicheranno l’atto. Mario Sossi è stato rapito con uno scopo: inviare un messaggio allo Stato italiano circa la detenzione di otto compagni. L’obiettivo, infatti, è quello di rilasciare Sossi solo in cambio di otto membri delle Brigate Rosse, i cosiddetti uomini del XXII ottobre, condannati all’ergastolo per svariati reati. La linea che emerge sin da subito risulta omogenea fra le due forze politiche maggiori dell’epoca: la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Comunista Italiano (PCI): non si tratta con i terroristi.  C’è una voce, però, che seppur in modo informale, si distacca da questo coro: è quella di Aldo Moro, più aperto verso la trattativa con le Br. Conoscendo la storia, questo particolare fa correre un brivido lungo la schiena, non trovate? Dopo qualche settimana di detenzione le Brigate Rosse passano all’azione: inviano allo Stato italiano un ultimatum: «o gli otto vengono rilasciati o Sossi muore». Sono giorni di tensione e l’unico organo che può fare qualcosa di concreto è la Corte d’Appello di Genova che decide di mutare la pena in carcere in una domiciliare per gli otto terroristi. In questo contesto si inserisce il procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco, aggiungendo un particolare importantissimo alla trattativa: l’elemento dell’incolumità riguardante la persona di Mario Sossi. Così si passa al rilascio di Sossi che viene subito portato in ospedale. Lì emerge che le condizioni fisiche del giudice non sono al meglio. Il bollettino medico è chiaro: due costole rotte. Coco non aspetta altro: porta la questione in Cassazione e fa saltare la trattativa. Gli otto terroristi, così, non vengono rilasciati e finiscono per scontare la propria condanna. Coco, forse, sa che quel gesto gli costerà la vita. E così sarà l’8 giugno del 1976 quando verrà freddato, a pochi metri dalla porta di casa, da alcuni uomini delle Brigate Rosse. Ma Coco era l’uomo che aveva giurato fedeltà al diritto e alla Costituzione italiana. Coco era l’uomo che aveva vissuto la brutalità di due guerre mondiali e del ventennio fascista. E di sicuro Coco era consapevole di star cambiando il corso della storia italiana.   Immagine di copertina: Rai Storia

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Eventi/Mostre/Convegni

Il Tempio di Serapide riapre al pubblico

Dopo la storica riapertura del Tempio di Serapide avvenuta qualche giorno fa a Pozzuoli, domenica 20 giugno è stata organizzata anche la prima mostra al suo interno: Kême. Kême nasce da una collaborazione tra diverse realtà culturali e sociali presenti sul territorio: Aporema onlus, il Parco archeologico dei Campi Flegrei e la Scuola di Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Comprendere il tema e l’obiettivo della mostra è possibile già analizzando il suo titolo. Kême, infatti, si traduce dall’egiziano come terra nera o materia prima. In arabo diventa poi al-kimya, trasformandosi così in alchimia, la disciplina finalizzata al cambiamento della materia attraverso l’uso del fuoco. Capiamo, dunque, come la terra e il fuoco siano gli elementi principali della mostra, a cui si aggiunge l’acqua, forse il più rappresentativo del territorio di Pozzuoli. Da questi presupposti i quattordici artisti della Scuola di Scultura hanno creato le loro opere, rendendo possibile l’animazione e l’arricchimento del Tempio di Serapide con della pura creatività contemporanea. Perché il Tempio di Serapide come luogo della mostra? Il Macellum di Pozzuoli, denominato poi Tempio di Serapide, è uno dei maggiori esempi di antico mercato alimentare romano, quindi luogo di scambi per eccellenza. La mostra si propone di continuare proprio questa tradizione: in passato si scambiavano gli alimenti; oggi i saperi e la cultura. Ed è proprio la ripartenza culturale a ricevere un’iniezione di fiducia grazie alla mostra Kême e al dialogo che si è instaurato sin da subito fra il Tempio e le opere dei quattordici artisti della Scuola di Scultura. Le opere Abbiamo avuto il piacere di interagire con due artisti in particolare: Francesca Arduino e Salvatore Mancino. Salvatore Mancino presenta la suggestiva opera “Ankh”, antico simbolo della tradizione egizia, realizzata combinando diversi materiali: argilla, stucco di marmo, legno e plastica. L’opera rappresenta il viaggio che una persona dovrebbe compiere nell’arco della propria vita per elevarsi spiritualmente e culturalmente. Non a caso, dunque, è presente nella composizione il volto di Serapide, divinità greco-egizia. Francesca Arduino presenta, invece, l’opera “Rubedo”, in onore dell’ultima grande trasmutazione alchemica. Vengono rappresentate così delle uova di struzzo e delle sfere di materia: alcune di queste riposano all’interno delle prime; le restanti sono posizionate a pochi passi. L’intento è quello di sottolineare la trasformazione della materia, in questo caso argilla, che avrà dimora nel Tempio per tre mesi, fino al 30 settembre.   Ci sentiamo, dunque, di lasciarci con l’invito dell’artista: visitare la mostra in un primo momento per poi ritornare a ridosso della fine dell’evento, così da controllare la trasformazione degli elementi e vivere un’esperienza da alchimista!   Se hai già visitato la mostra lasciaci un commento con la tua esperienza, se ancora non l’hai fatto ti ricordiamo che hai tempo fino al 30 giugno!   Per approfondire: Macellum Pozzuoli 

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Eventi/Mostre/Convegni

Jago: la sua arte arriva al Complesso Monumentale di Sant’Anna

Brividi e smarrimento. Ecco le prime reazioni alla vista delle opere di Jago presenti nel suggestivo Complesso di Sant’Anna dei Lombardi. Dal 20 giugno Muscolo minerale e Reliquia hanno cambiato infatti residenza, trasferendosi per un anno a Piazza Monteoliveto. Lo annunciano con entusiasmo il Presidente del Comitato di Gestione delle Arciconfraternite Commissariate, il Sac. Salvatore Fratellanza, e Ambra Giglio, vicepresidente della Cooperativa sociale ParteNeapolis. Ambra Giglio, presente all’inaugurazione, ci spiega l’obiettivo della cooperativa: rendere la cultura un’opportunità accessibile a tutti. Perché l’arte è di tutti. E, dunque, di tutti dev’essere la possibilità di meravigliarsi di fronte a un’opera. Impegnata nel sociale, ParteNeapolis offre poi un’opportunità anche a tutti quei giovani che hanno deciso di intraprendere gli studi artistici, facendoli immergere, da un punto di vista pratico e concreto, in questo meraviglioso mondo. Si capisce, dunque, l’elevato grado di affinità della cooperativa con Jago. Affinità sfociata poi in questa collaborazione annuale che vedrà le due opere dell’artista come valore aggiunto del Complesso di Sant’Anna, in vista della ripartenza culturale della città. Colpisce particolarmente la storia di Muscolo minerale, nato da un blocco prelevato direttamente da un fiume e lavorato sul posto in poche settimane. Con quest’opera, dunque, Jago ci mostra come sia possibile creare un valore pur non avendo nulla. Ma non finisce qui: durante l’incontro si mostra sin da subito disponibile e umano. Tenete ben in mente questa parola, la ritroveremo tra poco e capirete la scelta di usarla ora come aggettivo. Gli poniamo, infatti, due domande a forte trazione interiore e intima, le cui risposte ci aiutano a comprendere meglio l’uomo che c’è dietro l’artista. Chiacchierata con Jago Qual è stato, se c’è stato, il momento in cui hai capito di voler fare questo -tutto questo- nella tua vita? Sì, c’è stato un momento e risale alla mia infanzia. Ero un bambino e ricordo che mi mostrarono le opere dei grandi di questo mondo (la scultura) e qualcosa dentro di me si illuminò, proprio come una lampadina. E più mi raccontavano della difficoltà che si celasse dietro la realizzazione di quelle opere e più questo qualcosa dentro di me si alimentava, cresceva. Osservando le tue opere non si può far altro che notare come emerga spesso il tema dell’umanità. Un valore che forse oggi viene un po’ troppo sottovalutato. Se potessi, dunque, lasciare un solo insegnamento, pensiero o gesto che educhi all’umanità quale sarebbe? Come si alimenta l’umanità? Semplicemente non dimenticando di essere umani, espressione che già di per sé nasconde una potenza unica. Tutto questo perché tra essere ed essere umano passa un’infinità di dettagli che non possiamo trascurare. Umanità, dunque, che da queste parole si trasferisce poi alle sue opere. Due di queste saranno visibili al Complesso Monumentale di Sant’Anna a Napoli e noi vi consigliamo di non perdervele. Perché l’arte suscita emozioni. E l’essere umano, senza emozioni, muore.     Fonte immagine in evidenza: https://jago.art/it/opere/muscolo-minerale/

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Attualità

Lavorare: davvero i giovani si sono arresi?

La stagione estiva è ormai iniziata: le restrizioni vanno via via allentandosi e tutte quelle attività rimaste chiuse nei mesi scorsi e a forte vocazione estiva hanno ripreso a lavorare o almeno sono in procinto di farlo. Tuttavia sembra persistere un paradosso, così come è stato definito da alcuni addetti ai lavori. Se da un lato, infatti, la macchina del turismo si sta rimettendo in moto dopo un lungo stop, dall’altro sembra mancare la benzina: i lavoratori stagionali. Di fronte a questa disparità fra offerta e domanda di lavoro molti hanno puntato il dito verso le nuove generazioni, additandole come sfaticate e poco inclini alla gavetta. In rete è rimbalzata poi l’accusa nei confronti del reddito di cittadinanza, ritenuto uno dei maggiori “responsabili” di questa situazione. Il problema, però, necessita di essere sviscerato perché meritevole di interesse. Innanzitutto cosa intendiamo per lavoro stagionale? Cosa significa lavorare solo in alcuni periodi dell’anno? Parliamo di opportunità cicliche, che seguono l’andamento delle stagioni e che comunque rappresentano una fonte di guadagno. Capiamo dunque che la natura del lavoro stagionale si presta poco a una stabilità sul lungo periodo. Questo, però, non deve distogliere la nostra attenzione da un aspetto fondamentale: il lavoro stagionale, così come il lavoro “stabile”, merita e necessità delle garanzie, sia dal punto di vista economico che in termini di sicurezza.  In Italia ci sono circa cinquecento mila lavoratori stagionali, per la maggior parte parliamo di giovani, pagati tre euro l’ora, vittime dei cosiddetti contratti pirata, che si caratterizzano per la natura del prendere o lasciare. E forse quest’anno “il problema” è stato proprio questo: dire di no a questi contratti fraudolenti, che minano il rispetto della persona. Perché lavorare sette giorni su sette o con un giorno di riposo ma con orari estenuanti non dovrebbe nemmeno essere concepibile in un ordinamento che, nell’apertura della propria Costituzione, ribadisce di essere democratico e fondato sul lavoro. Tuttavia i giovani sono stati presi di mira per questa scelta. Sul tema il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, risponde: “I giovani, ma non solo, non possono essere retribuiti con una miseria, e immagino che non siano più disposti ad essere sfruttati per il profitto di qualche imprenditore senza scrupoli”. “Il lavoro deve essere sicuro, dignitoso e retribuito il giusto”, continua poi toccando il tema della sicurezza in un paese in cui, solo nel 2020, sono morte 1270 persone per infortuni e incidenti sul lavoro. Il “problema”, dunque, non è la poca voglia dei giovani ma la loro consapevolezza e autodeterminazione. E forse è arrivato il momento di non definirlo più un problema ma una soluzione. Una soluzione ad anni di speculazione da parte di pochi a danno di molti. Perché il lavoro è uno scambio fra la moneta e il tempo di un individuo, il bene più prezioso, e non è ammissibile che sfoci in abusi e sfruttamenti.       Fonte foto: <a href=’https://it.freepik.com/foto/cibo’>Cibo foto creata da serhii_bobyk – it.freepik.com</a>  

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Eventi/Mostre/Convegni

Raffaello torna in vita a Capodimonte

Pensare a Raffaello vuol dire immergersi in un mare di armonia, delicatezza e intimità. Non a caso il pittore rappresenta un profilo unico e iconico all’interno della storia dell’arte italiana e mondiale. In occasione dei cinquecento anni dalla sua morte, prenderà vita dal 10 giugno al 13 settembre una mostra, con lo scopo di valorizzare il patrimonio raffaellesco del Museo, intitolata: “Raffaello a Capodimonte: l’officina dell’artista”. Essa è a cura di Angela Cerasuolo e Andrea Zezza a cui, com’è stato più volte ricordato alla conferenza stampa del 10 giugno, va integrato un valore aggiunto: si tratta del lavoro interdisciplinare e intersettoriale che ha accompagnato, e accompagna tutt’ora, la mostra. L’evento, infatti, ha coinvolto numerosi profili lavorativi, tra cui ricordiamo storici, chimici e restauratori. Per quanto riguarda l’intersettorialità, invece, sottolineiamo la presenza di diversi enti, come musei e università. Così facendo il Museo di Capodimonte risulta essere un laboratorio, una fucina sempre accesa e dinamica. E in effetti anche l’aria che si respira già all’interno del cortile ne risente positivamente, assumendo una sfumatura che sa di ritorno, seppur parziale, alla normalità. La piccola grande mostra, come l’ha definita il direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte Sylvain Bellenger, si articola in tre sale, ciascuna delle quali rappresenta una sfumatura diversa del genio Raffaellesco. Si parte, nella prima sala, dai maestri a cui un diciassettenne Raffaello guarda con attenzione e, a tal proposito, citiamo le parole che Giorgio Vasari, pittore e storico dell’arte, gli dedica: “Raffaello da Urbino, il quale studiando le fatiche de’ maestri vecchi e quelle de’ moderni, prese da tutti il meglio, e fattone raccolta, arricchì l’arte della pittura di quella intera perfezzione, che ebbero anticamente le figure di Apelle e di Zeusi e più”. Passando poi alla seconda sala, vero nucleo delle opere raffaellesche del Museo di Capodimonte, si entra in contatto con la straordinaria versatilità dell’artista, col suo continuo sperimentare e con il lungo cammino percorso nella sua breve e folgorante carriera. A pochi metri l’uno dall’altra, dunque, si possono ammirare i frammenti di una pala d’altare (la Pala di San Nicola da Tolentino), il Ritratto di Alessandro Farnese, un quadro da stanza (la Madonna del Divino Amore) e, infine, il cartone preparatorio del Mosè e il roveto ardente. L’ultima sala si snoda fra opere e falsi. In particolare ricordiamo la Madonna della gatta, attribuita inizialmente a Raffaello per poi essere considerata il capolavoro di Giulio Romano, suo allievo alla bottega. Le indagini diagnostiche, altro valore aggiunto della mostra, hanno portato alla luce la particolare stratificazione dell’opera e le diverse tappe del complesso iter compositivo: radiografie, riflettografie e MA-XRF ci mostrano l’evoluzione del quadro. Un esempio è dato dai volti dei personaggi principali, già dipinti negli strati inferiori per poi essere completamente trasformati nella stesura finale. C’è inoltre un dettaglio nella Madonna della gatta che ci fa capire l’elevata preparazione di Giulio Romano e la sua meticolosità nella cura dei dettagli. Non ve lo sveliamo, perché siamo sicuri che lo troverete osservando l’opera! Vi lasciamo con […]

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