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Eroica Fenice

Comunità matrilineari

Comunità matrilineari: una differente realtà

Constatare che al giorno d’oggi esistano comunità organizzate in strutture matrilineari potrebbe sorprendere non poco. In fondo la storia ci ha insegnato che sin dall’antichità il compito di continuare la discendenza parentale è sempre spettata all’uomo, il quale ha garantito, fino ad oggi, la prosecuzione del cognome attraverso i figli.

Qualcuno sostiene, però, che nell’età primitiva prevalessero le comunità matrilineari in forma di matriarcato e che la famosa storia delle Amazzoni si rifacesse proprio a quel periodo: le Amazzoni, donne guerriere, escludevano dalla loro società qualsiasi uomo e uccidevano o restituivano al padre ogni figlio maschio, non dopo averlo reso incapace di combattere. I greci, noti forse più dei romani per il loro maschilismo, giudicavano negativamente questo mito e relegavano alla donna solo ruoli secondari.

E questo è stato il destino della donna di famiglia nei vari secoli: nel Medioevo come nel Rinascimento, passando per l’Umanesimo, la donna non ha mai avuto potere decisionale. Era inconcepibile pensare a strutture matrilineari. E così fino al secondo Dopoguerra quando è salita a galla la questione dell’autonomia della donna e i suoi diritti.

Seppur in forte minoranza rispetto ai diffusi canoni patrilineari, ancora oggi si possono toccare con mano realtà matrilineari in giro per il mondo. La donna è la figura centrale intorno alla quale gravita tutto: a lei spettano le competenze genitoriali, le decisioni più importanti della famiglia e il prosieguo del cognome.

Comunità matrilineari nel mondo

In Africa le tribù matrilineari sono numerose. A nord del fiume Zambesi le etnie Yao e Makonde hanno preservato una millenaria tradizione di matrilinearità: i figli e il patrimonio appartengono alla madre e, dopo il matrimonio, spetta al marito trasferirsi nel villaggio della moglie. Presso il popolo dei Makua, in Mozambico, al padre non spetta la patria potestà e il cognome dato ai figli sarà quello materno. Nell’Africa occidentale spicca la tribù Kru e in Ghana quella Akan. L’etnia Kongo, presente nell’Africa centrale, era riuscita in passato a costituire il Regno del Kongo su strutture matrilineari, dove i figli appartenevano al lignaggio della madre e allo zio paterno ne erano affidate le responsabilità e l’autorità.

Una tribù con strutture matrilineari è presente anche tra Colombia e Venezuela: è quella Wayùu che conta circa trecentomila persone al suo interno.

In Asia, nella provincia cinese dello Yunnan, risiede la tribù dei Mosuo che oltre ad essere spiccatamente matrilineare, con conseguente ruolo marginale dell’uomo, possiede costumi davvero interessanti e particolari. Le leggi che ne regolano la sopravvivenza non prevedono il matrimonio: la vita sentimentale è totalmente distinta da quella familiare.

Ogni famiglia è presieduta da una capofamiglia detta Dabu, la donna più anziana alla quale spettano tutte le decisioni. Nei Mosuo nascere donna è considerata una benedizione. La figlia femmina fino ai tre anni vive con la madre, poi fino ai tredici con la Dabu che la educa. Raggiunta la maggiore età, i tredici anni appunto, la ragazza riceve le chiavi della camera dei fiori, dove potrà ospitare ogniqualvolta vorrà degli uomini per intrattenere rapporti amorosi. Gli ospiti dovranno porre sulla porta d’ingresso della camera un cappello che lascerà intendere che la camera è occupata e potranno rimanerci all’interno solo fino all’alba, per poi uscirne esclusivamente dalla finestra. I rapporti tra due stessi amanti possono verificarsi anche in modo continuativo -o essere intervallati da altri rapporti o durare una sola notte- ma qualora emergesse un sentimento amoroso, la donna dovrà preoccuparsi di riferirlo alla Dabu, la quale organizzerà una cena per parlare del matrimonio itinerante alle donne più anziane della famiglia. Alla nascita di un figlio, questo sarà di esclusiva proprietà della famiglia materna. Si occuperanno della sua educazione, oltre che alla madre, le altre donne della famiglia e i fratelli materni. Il padre vivrà nella sua casa d’origine, si occuperà a sua volta dei figli delle sorelle, ma sarà libero di incontrarsi con i suoi figli quando vorrà.

Gli uomini, dunque, non sono oppressi: hanno semplicemente un ruolo secondario. Godono di libertà sessuale alla pari della donna. In terra Mosu esiste una buona dose di tolleranza: la gelosia è derisa, la violenza condannata. Secondo la loro cultura sono questi i mali che generano disordini in una società.

Nella parte sud orientale dello Yunnan vive la tribù dei Naxi. Anch’essi in passato avevano regolato la loro società in strutture matrilineari che, però, non riuscirono a sopravvivere alle pressioni esercitate dalle dinastie imperiali cinesi che imposero le loro leggi di matrimonio.

Le stesse leggi furono prescritte anche ai Mosuo ma alla morte di Mao Tse-tung la prescrizione non fu più osservata. L’attaccamento alla tradizione era troppo forte.