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Eroica Fenice

Culturalmente

Frasi d’amore in francese: parole attraverso la lingua del romanticismo

Se c’è una lingua che più di tutte si presta a parlare d’amore e ad esprimere sentimenti ed emozioni romantiche, quella lingua è il francese. Molti scrittori, poeti ed intellettuali, nel corso degli anni, hanno usato il francese per esprimere i loro messaggi d’amore. Ecco una serie di frasi d’amore in francese, aforismi che contengono all’interno di quelle parole tutta la passione e la dedizione tratte dai più celebri personaggi di tutti i secoli. Frasi d’amore in francese: le più intense e toccanti Toi que j’aime, je t’aime sans passé, je t’aime sans connaitre l’avenir, mais je t’aime comme je respire. (Ti amo, ti amo senza passato, ti amo senza conoscere il futuro, ma ti amo come respiro), Xavier de Montépin. Depuis que je t’aime, ma solitude commence à deux pas de toi. (Da quando ti amo la mia solitudine inizia a due passi da te), Jean Giraudoux. Aimez, aimez; tout le rest n’est rien. (Amate, amate; tutto il resto non conta), Jean De La Fontaine. Je t’aime mille et mille fois mieux qu’on n’a jamais aimé. (Ti amo mille e mille volte meglio di quanto non si sia mai amato), Eléonore de Sabran. C’est à partir de toi que j’ai dit oui au monde. (É a partire da te che ho detto sì al mondo), Paul Eluard. Partons, dans un baiser, pour un monde inconnu. (Partiamo, in un bacio, per un mondo sconosciuto), Alfred de Musset. Elle disait je t’aime et je disais je t’aime! Elle disait toujours et je disais toujours. (Lei diceva ti amo ed io dicevo ti amo. Lei diceva sempre ed io dicevo sempre), Victor Hugo. Aime-moi, car, sans toi, rien ne puis, rien ne suis. (Amami, perché, senza te, niente posso, niente sono), Paul Verlaine Je n’ai qu’un instant. Je t’envoie l’éternité dans une minute, l’infini dans un mot, tout mon coeur dans: je t’aime. (Ho solo un momento. Ti mando l’eternità in un minuto, l’infinito in una parola, tutto il mio cuore in questo ”ti amo”), Victor Hugo. Des milliers et des milliers d’années ne sauraient suffire pour dire la petite seconde d’éternité où tu m’as embrassé, où je t’ai embrassée. (Milioni e milioni di anni non mi daranno ancora abbastanza tempo per descrivere quel piccolo istante dell’eternità in cui mi abbracciasti ed io ti abbracciai), Jacques Prévert. Vous qui pénétrez dans mon coeur, ne faites pas attention au désordre. (Tu che entri nel mio cuore, non far caso al disordine), Jean Rochefort. Rappelle-toi toujours que je t’aime pour l’éternité. (Ricorda sempre che ti amo per l’eternità), Maxime Du Camp. Je ne sais où va mon chemin, mais je marche mieux quand ma main serre la tienne. (Non so dove vada la mia strada, ma cammino meglio quando la mia mano stringe la tua), Alfred du Musset. Mais ce qu’a lié l’amour même, le temps ne peut le délier. (Ciò che ha legato l’amore, il tempo non lo può slegare), Germain Nouveau. Je t’aime si tendrement que jamais tu ne pourras m’oublier. (Ti […]

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Culturalmente

Medicina tradizionale cinese: tutto ciò che c’è da sapere

La medicina tradizionale cinese è una tipologia di medicina nata nel bacino del Fiume Giallo oltre 2500 anni fa: questa pratica comprende varie forme di fitoterapia, agopuntura, massaggio (tuina), esercizio (qigong) e terapia dietetica. Il principio fondamentale della medicina tradizionale cinese è che ”l’energia vitale del corpo (qi) circola attraverso dei canali chiamati meridiani che si ramificano collegandosi agli organi e alle funzioni corporee”. Questo tipo di medicina si basa su un’interpretazione della fisiologia e dell’anatomia che non ha nessun riscontro medico ed empirico, ma si basa principalmente su principi filosofici; proprio per questo motivo essa rientra nella classe della ”medicina alternativa”. Medicina tradizionale cinese: strumenti e fondamenti principali La medicina cinese è differente da quella occidentale per il suo approccio olistico, in base al quale le malattie e le disfunzioni fisiche sono correlate agli aspetti psichici e spirituali della persona che ne soffre. Ne deriva un preciso sistema di collegamenti che fa uso di termini come Qi, Yin e Yang, Meridiani, Cinque Fasi… La medicina cinese si basa su un approccio deduttivo che mette al principio del proprio sistema terapeutico il fondamento filosofico del Tao, ossia l’Uno primordiale, situato oltre il tempo e lo spazio, da cui tutto ha origine. Il Tao si esplica in una coppia di forze complementari, una passiva e l’altra attiva, che dividendosi a loro volta, sono giunte a permeare ogni singolo elemento del creato. L’armonia universale del macrocosmo, a cui nel microcosmo corrisponde la salute dell’organismo umano, consiste nell’equilibrio tra queste forze parziali. Rielaborata e aggiornata, la medicina tradizionale oggi viene insegnata nelle università cinesi e praticata negli ospedali accanto alla medicina convenzionale. Essa ricorre principalmente ai seguenti strumenti terapeutici: la diagnostica energetica che consiste in un sistema di esame del paziente che usa come punti diagnostici polsi, occhi, cute, lingua o chiedere al paziente come si sente e altri simili; la farmacologia cinese che utilizza piante, minerali e animali in diverso modo da quello della medicina convenzionale; l’agopuntura, ovvero l’introduzione di sottili aghi in particolari punti dei meridiani, dove scorre l’energia; il massaggio che può agire sul sistema tendino-muscolare, osteo-articolare, dei meridiani e dei singoli punti di agopuntura; la ginnastica medica: il paziente esegue esercizi, sia lenti che vigorosi, coordinati ad una corretta respirazione. Sono inoltre previste tecniche complementari tra cui: la moxibustione ottenuta stimolando i punti di agopuntura col calore di un cannello di erbe (generalmente artemisia) infiammato chiamato moxa; la coppettazione: sulla pelle del paziente vengono applicate delle ”coppette”, dopo che l’aria al loro interno è stata riscaldata, in questo modo si crea una pressione negativa che solleva la cute come una ventosa; la digitopressione che interviene sui punti dei meridiani da trattare con la semplice pressione delle dita. Al giorno d’oggi esistono molti nuovi approcci della medicina tradizionale cinese che vanno dalla stimolazione elettrica (o laser), all’integrazione con altre terapie alternative come fitoterapia, omeopatia, fiori di Bach, osteopatia, yoga e shiatsu. Vasta ed ampia è la medicina tradizionale come vasta ed ampia è la cultura cinese. Fonte immagine: https://best5.it/post/medicina-cinese-i-5-concetti-fondamentali-2/

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Recensioni

Certe vite: storie e intrecci sulle note di Rino Gaetano al Piccolo Bellini

Continuano, al Teatro Piccolo Bellini di Napoli, gli spettacoli del progetto ”Take four” della Bellini Teatro Factory con ”Certe vite” in scena dal 15 al 17 novembre di e con Luigi Adimari, Michele Ferrantino, Luigi Leone, Salvatore Nicolella e Carlo Vannini, regia di Rosa Masciopinto. Il racconto di quattro diverse vite, ognuna con la propria storia ed ognuna originale e singolare, ma tutte contenute nello stesso ed unico format: ogni vita è una storia? Ed è proprio in questa domanda che gli attori si imbattono cercando delle risposte. Certe vite: diverse e lontane fra loro, anche se non così tanto La scena si apre con un palcoscenico privo di qualsiasi oggetto, solo gli attori sul palco che iniziano a raccontare, ognuno di loro, la propria storia. Storie toccanti, storie forti, storie divertenti. Storie diverse tra loro, ma non così tanto. Fra loro vi è il ragazzo che ha una grande passione per il calcio, ma solo molto tardi scoprirà di essere un grande portiere anziché un attaccante; vi è l’uomo preso dal suo lavoro che è però, allo stesso tempo, frustrato e tormentato; vi è l’uomo immerso nel suo mondo, ma che solo molto tardi scoprirà che la moglie lo tradisce; ed infine l’uomo che vuole a tutti i costi ritornare nella propria città, a qualsiasi costo, anche la vita stessa. Tante vicende diverse che portano però tutte a chiederci se sia possibile che ogni vita abbia davvero una storia. Tutte storie forti e toccanti che arrivano all’animo dello spettatore che oscilla per 75 minuti di spettacolo tra risate simpatiche e riflessioni interiori. ”Certe vite” è il racconto di persone di tutti i giorni sulle note di ”Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano suonato da Carlo Vannini che ha accompagnato in maniera impeccabile tutto lo spettacolo creando atmosfere particolari e singolari per ogni monologo. Ma il cielo è sempre più blu… Così cantava Rino Gaetano nel 1975, anno di uscita del brano, e così stasera sul palcoscenico del Piccolo Bellini, i quattro allievi attori della Bellini Teatro Factory si sono messi in gioco cercando di dare voce a delle vite raccontando storie proprio come nella canzone del celebre cantautore. Raccontare e rendere vivi i sentimenti, le emozioni e i turbamenti dell’anima: era questo il compito più che riuscito dai nostri giovani attori che, grazie alla loro bravura, hanno saputo cogliere ogni singola sfumatura del personaggio da loro interpretato mettendola in scena con grande naturalezza.

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Recensioni

Le supplici: ribellione, libertà e tragedia in scena al Piccolo Bellini

Ritornano sul palcoscenico del Piccolo Bellini, il 12 ed il 13 novembre, gli allievi attori della Bellini Teatro Factory con lo spettacolo ‘Le supplici‘ tratto da una tragedia di Eschilo con riscrittura e regia di Salvatore Scotto D’Apollonia e con Luigi Adimari, Claudia D’Avanzo, Maria Francesca Duilio, Andrea Liotti, Eleonora Longobardi, Salvatore Scotto D’Apollonia e Arianna Sorrentino. La tragedia tratta da una trilogia tragica di Eschilo di cui facevano parte anche Gli Egizi e Le Danaidi (andati perduti), narra della ribellione di un gruppo di donne che si oppongono a quella che è l’usanza del luogo in cui vivono che le vuole mogli e schiave dei loro mariti/padroni. La ribellione che finirà poi in tragedia con la morte delle donne attraverso flussi di coscienza, atti coraggiosi e paure che si fondono in un mix di emozioni per tutta la durata dello spettacolo. Le supplici: la ricerca della libertà contro la schiavitù Le supplici si ribellano contro chi le vuole schiave, ma loro schiave non sono. Sono nate libere e per questo scappano dalla loro terra per cercare accoglienza ed ospitalità in una terra diversa, in una terra straniera dove faranno i conti con il re di Argo, Pelasgro, il quale, insieme a tutto il popolo, è molto restio nell’aiutare queste giovani donne per il timore di dover scatenare poi, a breve, una guerra contro gli Egizi che sono alla ricerca di queste supplici fuggite via e non ancora tornate. Però purtroppo la sorte delle supplici non sarà come loro speravano: nell’isola dove si sono rifugiate arrivano gli Egizi i quali le riportano a casa, rendendole schiave e mogli. Ma loro non si arrendono e decidono tutte insieme, la prima notte di nozze, di uccidere i loro mariti, i cinque principi. Tutte eseguono l’omicidio tranne una: solo una, la più giovane la quale confessa tutto al marito che tramuterà la vita delle supplici in una morte cruenta. La più giovane che vivrà il resto della sua vita in un eterno ed incolmabile rimorso. I ricchi comandano, i poveri domandano Una frase che risuona un po’ come sconfitta, ma anche e soprattutto come punto di partenza e di svolta in cui anche quando tutto sembra finito, vi è sempre un cambiamento, una spinta che fa cambiare il corso degli eventi. Eterna corsa, lotta contro il tempo, voglia di libertà, passione, paura, tormento ed energia: sono queste le emozioni che le supplici portano in scena trascinando lo spettatore in un misto di sentimenti che tengono incollati gli sguardi sul palcoscenico per tutta la durata dello spettacolo. Struggenti interpretazioni, monologhi toccanti e tanta dedizione messa in scena dagli allievi attori della Bellini Teatro Factory che passo dopo passo diventano una realtà sempre più sorprendente del teatro dei nostri giorni. Fonte immagini: teatrobellini.it

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Fun e Tech

Cosa sono e come nascono i tornado

Cosa sono e come nascono i tornado, scopriamolo insieme Un tornado è un fenomeno meteorologico improvviso e forte: un vortice dall’ampiezza di circa 300 metri in cui il vento, all’epicentro, raggiunge una velocità pari a 600 chilometri l’ora e l’aria ha una pressione bassissima, inferiore ai 900 millibar. Il fenomeno ha una forma di imbuto e si muove per circa trenta chilometri spostandosi in linea retta. Capace di radere edifici al suono, sradicare alberi e sollevare automobili, il tornado è considerato uno dei fenomeni più violenti in assoluto e che si origina, di solito, durante forti temporali. Cosa sono e come nascono i tornado? I tornado si originano da particolari strutture temporalesche nominate ”supercelle”. Le supercelle si differenziano dagli altri tipi di temporali per la presenza di una corrente ascensionale rotante al loro interno chiamato mesociclone. Le condizioni favorevoli allo sviluppo di una supercella si verificano quando la direzione e la velocità del vento variano con la quota (wind shear), accrescendo la turbolenza. Quando tale circostanza avviene, le correnti ascensionali (updraft) che caratterizzano i cumulonembi possono entrare in rotazione e creare così i presupposti per la formazione di temporali particolarmente violenti, portatori di alluvioni, lampi, grandinate di grosse dimensioni, violente raffiche di vento (downburst) ed anche tornado. Le condizioni più ottimali si generano all’approssimarsi di una massa d’aria fredda in una zona dove è presente dell’aria molto calda ed umida. Il violento contrasto ha già di per sé l’effetto di produrre fenomeni violenti che se poi trovano anche le adatte condizioni di turbolenza in quota (wind shear), sono in grado di dar luogo a questi estremi e devastanti fenomeni. Prima del tornado, la base del cumulonembo comincia a mostrare un inquietante rigonfiamento verso il basso chiamato nube a muro (wall cloud), dal quale poi si diparte una nube ad imbuto (funnel clouds) che se tocca terra prende il nome di tornado. I tornado possono provocare ingenti danni alle costruzioni civili, alla vegetazione e costituire un serio rischio per la vita delle persone in quanto sono in grado di generare venti furiosi fino ad oltre 400 chilometri all’ora. Una volta raggiunto il suolo, l’imbuto assume una colorazione dipendente dai detriti che aspira (dal giallognolo fino al grigio scuro). Come gli uragani, i tornado vengono classificati in base alla velocità dei venti prodotti che va da F0 a F5. Questi ultimi sono i più catastrofici con intensità dei venti che oltrepassano i 500 chilometri all’ora. I tornado durano in genere da qualche minuto a mezz’ora, ma ne sono stati osservati alcuni perdurare per ore. Inoltre possono presentarsi in forma isolata o in gruppo, specialmente quando sono associati a condizioni di instabilità prefrontale. È possibile prevenire l’arrivo dei tornado? Non è possibile prevenire, ma negli USA (dove il fenomeno è frequente ed intenso) si ricorre a dei sistemi di sorveglianza che consentono di diramare alla popolazione ed alle autorità l’allarme tornado. Come per gli uragani, l’uso dei radar e l’osservazione satellitare consente ai meteorologi di seguire lo sviluppo e la traiettoria dei sistemi […]

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Recensioni

La ronda degli ammoniti di Enzo Moscato | Recensione

Ritorna, dopo il successo al Napoli Teatro Festival, ‘La ronda degli ammoniti‘ in Sala Assoli, un intenso spettacolo di e con Enzo Moscato accompagnato in scena da Benedetto Casillo, Simona Barattolo, Salvatore Chiantone, Ciro D’Errico, Giovanni Di Bonito, Tonia Filomena, Amelia Longobardi, Francesco Moscato, Antonio Polito, Michele Principe. La storia di un viaggio temporale nel 1917 in cui adulti ritornano bambini, fantasmi dei segni del futuro che li ha fatti soffrire facendo condurre loro un’esistenza di lunga lontana dalle aspettative di ognuno. I sogni frantumati di cent’anni fa Proprio questo il tema centrale dello spettacolo: i sogni distrutti. Una classe di bambini/adulti, stanca di vedere morire pian piano i propri sogni e per questo, ad uno ad uno, i ragazzi si gettano dalla finestra del terzo piano della Scuola Elementare Emanuele Gi della città di N.; bambini, quindi, che pur di fuggire a tutto questo trovano la morte spiccando l’ultimo volo verso il vuoto, verso un qualcosa che li rende di certo più spensierati rispetto alla vita terrena. Sì perché la vita nel 1917, la vita nel periodo della guerra, è molto difficile ed ogni bambino porta dentro sé una ferita, un parente morto o molto malato, un eterno ritorno e aggravamento del malessere. Bambini che pur di evitare la loro seconda morte in guerra, come quella di quando erano adulti, preferiscono suicidarsi e credere che la libertà stia tutta lì: in un salto nel vuoto. L’angoscia del divenire, la consapevolezza, la tristezza, sono tutte sensazioni che con il suo testo de ”La ronda degli ammoniti” il noto drammaturgo napoletano Enzo Moscato, è riuscito a far arrivare in maniera forte e diretta al pubblico sorprendendo e rendendo partecipe gli spettatori in un vortice emotivo senza eguali. La ronda degli ammoniti: la giovine età senza speranza La scena si apre in una classe con un maestro e una classe di bambini/adulti che all’apparenza sembrano condurre una vita normale o comunque una vita da giovani ragazzi di un quartiere popolare della città di N., fin quando ognuno di loro, tra battute e risate, svela quelli che sono i propri scheletri nell’armadio, quei mostri sotto il letto i quali convivono perennemente con loro, ma di cui cercano spesso di liberarsi. Alcuni trovando la morte, altri attraverso profondi flussi di coscienza. Uno spettacolo, quello di Moscato, dalla struggente intensità mista a qualche battuta e qualche gioco di parole, ma col significato sempre apparentemente ben incastrato nella vicenda che si muove in virtù di tutto il senso dell’opera, come tutte le altre opere del noto artista. Un testo ad impatto, forte e allo stesso tempo riflessivo che ci fa capire quanto, nella vita, può dipendere da ciò che ci circonda e quanto da noi stessi.

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Culturalmente

Ebraismo: tutto ciò che c’è da sapere sulla religione ebraica

In cosa credono gli ebrei? Questa è la domanda principale che ognuno si pone quando entra in contatto per la prima volta con la religione ebraica. Gli ebrei credono in Dio, lo stesso Dio che si conosce grazie alla Bibbia nel Vecchio Testamento. A differenza però dei cristiani, gli ebrei non riconoscono in Gesù il ”figlio di Dio”, ma attendono ancora il Messia che salvi il popolo di Israele. Rispetto alle altre religioni monoteiste, come ancora una volta il Cristianesimo, nell’Ebraismo non esistono formalmente i principi di fede ebraica. Nonostante gli ebrei ed i capi religiosi condividano un nucleo di principi monoteisti e ci siano molti principi fondamentali citati nel Talmud per definire l’Ebraismo, non vi è una formulazione tradizionale di principi di fede che siano o debbano essere riconosciuti da tutti gli ebrei osservanti. I concetti fondamentali dell’ebraismo Nonostante comunque la religione ebraica non abbia una formulazione tradizionale riconosciuta di principi di fede, vi sono alcuni concetti fondamentali imprescindibili. La religione ebraica si basa su un primo concetto fondamentale di ”monoteismo unitario rigoroso” e sulla credenza in un solo ”Dio indivisibile”. Secondo gli ebrei, concezioni dualistiche e trinitarie di Dio sono generalmente indicate come ”Shituf” (Associazione) cioè una credenza errata, ma non idolatra. Nella Shemà Israel, una delle preghiere ebraiche più importanti, vi è racchiusa all’interno la natura monoteistica di questa religione: ”Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno”. Il secondo concetto fondamentale della religione ebraica è quello di ”Dio creatore dell’Universo”. Però gli ebrei non credo in un’interpretazione letterale della narrativa creazionista della Genesi e l’Ebraismo non è in contraddizione tramite discussioni, quindi non ancora apertamente affrontate, col modello scientifico che pone l’età dell’Universo a circa 13,75 miliardi di anni. Il terzo concetto fondamentale è quello di ”Dio eterno”, ”senza inizio e senza fine”, un principio che viene affermato in numerosi passi biblici.  L’opinione tradizionale ebraica è che Dio sia onnipotente, onnisciente ed infinitamente buono. Tuttavia, diversi pensatori ebraici hanno proposto un ”Dio finito”, a volte come risposta al problema del male e l’idea del libero arbitrio. Ma resta comunque affermata l’idea iniziale e principale. Il quarto concetto fondamentale è quella dell”’esclusività della divinità” cioè la preghiera diretta a Dio. I riferimenti ad angeli o ad altri intermediari non sono in genere considerati nella liturgia ebraica o nei libri di preghiera (siddur). Tuttavia la letteratura talmudica fornisce alcune prove di preghiera ebraica ad angeli e altri intermediari a partire dal I secolo dell’era volgare (e.v.) ed esistono esempi diversi di preghiera post-talmudica, tra cui un noto piyyut (inno liturgico) intitolato ”Custodi della Misericordia” recitato prima e dopo Rosh haShanah nelle Selichot (preghiere penitenziali ebraiche). Il quinto ed ultimo concetto fondamentale è ”la credenza nell’aldilà”. L’ebraismo riconosce un aldilà, ma non ha un modo unico o sistematico di pensare alla vita dopo la morte. La religione ebraica pone la sua enfasi principale su Olam HaZeh (questo mondo), piuttosto che Olam Ha-Ba (il mondo a venire) e le speculazioni sul Mondo a venire sono marginali […]

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Culturalmente

Pi greco, costante di Archimede o costante di Ludolph?

Da non confondere con il numero di Archimede, la costante di Archimede o costante di Ludolph o numero di Ludolph o, semplicemente, “Pi greco” è una costante matematica definita in modo astratto, indipendente da misure di carattere fisico e non è una costante fisica o naturale. La definizione di “Pi greco” indicata dalla lettera greca pi (π) è stata scelta in quanto iniziale di perifereia, termine usato in greco per indicare la circonferenza. Ma che cos’è il Pi greco? Nella geometria piana il pi greco viene definito come il rapporto tra la lunghezza della circonferenza e quella del suo diametro o anche come l’area di un cerchio di raggio 1. Sui libri moderni di analisi matematica viene definito usando le funzioni trigonometriche; per esempio come il più piccolo numero strettamente positivo per cui sin(x)=0 oppure il più piccolo numero che diviso per 2 annulla cos(x). Tutte queste definizioni sono equivalenti. Il valore del pi greco è di 3,14 ed il primo matematico a verificare e definire ciò fu Archimede. Il suo ragionamento partì costruendo un quadrato circoscritto e un esagono inscritto. Successivamente inscrisse e circoscrisse poligoni regolari con un numero sempre maggiore di lati. Con questa sua procedura riuscì a scoprire che il pi greco ha un valore compreso tra 3,140845 e 3,142857 e nella pratica stabilì quindi il valore che noi oggi usiamo cioè 3,14. Ma la scoperta di questa costante è un viaggio attraverso i secoli. Partiamo da epoche molto lontane, infatti il simbolo del pi greco è stato introdotto solo nel XVII secolo, ma i primi calcoli sul suo valore si ebbero già diversi secoli prima. Nel 1650 a. C. uno scriba egizio affermava già a quei tempi che l’area di un cerchio di diametro d è uguale all’area di un quadrato con lato pari agli 8/9 del diametro d. Con questo primo calcolo si arriva a dare un primo valore al pi greco. Ma troviamo delle tracce di storia in riferimento al calcolo di questa costante anche nella Bibbia, con la costruzione del tempio di Salomone nel 968 a. C. e di un bacino di rame usato per i sacerdoti. Facendo un altro salto nel tempo arriviamo al 1610, quando Ludolph van Ceulen calcolò le prime 35 cifre decimali del pi greco, utilizzando poligoni con più di 2 miliardi di lati, e nel 1770, quando il matematico svizzero Johann Lambert dimostrò che questa costante matematica è in realtà un numero irrazionale e quindi un decimale illimitato. Molti matematici in seguito provarono a rappresentare questo numero irrazionale con compasso e riga ma con risultati molto deludenti. Fu solo alla fine dell’800 che il matematico Lindermann dimostrò l’impossibilità di questa costruzione geometrica della costante, essendo anche un numero trascendente. Alcune curiosità che non conosci sulla costante di Archimede: Al cinema è uscito il film “Pi Greco – Il teorema del delirio”: un thriller del 1999 il cui titolo rimanda alla costante di Archimede. Quasi un secolo fa, lo stato dell’Indiana, negli Stati Uniti, cercò di fissare per legge il valore a […]

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Culturalmente

Frasi siciliane: l’anima di un popolo ricco di storia e tradizioni

Frasi siciliane (o in siciliano), le nostre preferite! I proverbi siciliani sono l’anima di un popolo ricco di storia, tradizioni e con un ampio bagaglio di detti che vengono tramandati man mano nel tempo di generazione in generazione. Poche parole associate spesso ad espressioni ad hoc riescono a spiegare la realtà e la filosofia di vita con un colore unico che solo i dialetti possono donare. I temi toccati da queste bellissime massime sono tanti come ad esempio la vita, le donne, il cibo e quasi tutti con un pizzico di umorismo. Frasi siciliane: cibo, vita, donne, amore e quotidianità Per quanto riguarda il cibo, possiamo elencare alcuni tra i detti più importanti come ad esempio: ”Lassa chi mangiari e non chi fari” (Lascia da mangiare, ma mai ciò che devi fare); ”Lu bonu vinu, fa bonu sangu” (Buon vino fa buon sangue); ”A tavula ci voli facci di monicu” (A tavola ci vuole faccia da monaco ossia mai vergogna); ”Cu mangia vavalaggi caca corna e cu mangia carrubbi caca ligna” (Tutto dipende dalla qualità della materia prima che si usa); ”Falla comu la voi sempri è cocuzza” (Cucinala come vuoi sempre zucca rimane). Per la vita e la quotidianità di ogni giorno abbiamo diverse frasi siciliane: ”Cu pava prima, mangia pisci fitusu” (Chi paga prima, mangia pesce marcio); ”Cu’ è picciottu è riccu” (Chi è giovane è ricco); ”Cu’ nesci, arrinesci” (chi esce, riesce); ”Cu’ bedda voli appariri, tanti guai havi a patiri” (Chi bella vuole apparire, tante sofferenze deve subire); ”Occhi chi aviti fattu chianciri, chianciti.” (Occhi che avete fatto piangere, piangerete). Altro argomento molto toccato dai proverbi siciliani è quello dell’amore, ma soprattutto quello finito male, con i seguenti detti: ”Va leviti d’avanti sparapaulu ca l’amuri pri forza e sempri trivulu” (Togliti dai miei occhi poveraccio che amarsi per forza diventa sempre lamento); ”Si amuri novu si pigghia lu locu scurdari non si po’ l’amuri anticu” (Se un amore nuovo piglia posto ad uno vecchio questo non si può scordare); ”Lu veru amuri non senti cunsigghiu” (Chi ama veramente non ascolta i consigli altrui); ”Matrimoni e viscuvati, di lu celu su mammati” (I matrimoni e nomine a vescovo sono doni del cielo); ”Nuddu ti pigghia si non t’assimigghia” (Non ti sposa altro che persona a te simile). Altra ed ultima tematica della nostra carrellata di frasi in siciliano sono le donne: ”Cu la fimmina mancu lu diavulu ci potti” (Con la donna neanche il diavolo può fare qualcosa); ”La donna, lu ventu e la vintura pocu dura” (La donna, il vento e la sorte poco durano); ”Nun c’è sabitu senza suli e nun c’è fimmina senza amuri” (Non c’è sabato senza sole e non c’è donna senza amore); ”Cu scecchi caccia e fimmini criri, facci di paradisu ‘unni vidi” (Chi gli asini rincorre e alle donne crede, la porta del Paradiso non vede); ”Cu si la pigghia picciotta assai, tummina tummina sunnu li vai” (Chi sposa una ragazza molto piccola di età, non passa tempo che vengono […]

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Culturalmente

Proverbi e detti romani: tra divertimento e cultura della città ”Caput Mundi”

Detti romani, i nostri preferiti Roma è la città dalle mille sfumature, ricca di storia e di cultura come nessun’altra città al mondo. Tra le vie e le vite di questa splendida civiltà, riecheggia uno dei dialetti più divertenti e scanzonati di sempre da cui sono derivati tantissimi modi di dire, detti, proverbi con sfondo quasi sempre ironico che presentano una cartolina della Roma spensierata, della Roma unica. I proverbi e i detti romani sono frasi, modi di dire, aforismi e detti che esprimono un’esperienza millenaria e che riescono a descrivere gli ambiti più diversi dell’esperienza e della saggezza umana in un incontro tra presente e passato. Proverbi e detti romani: storia e tradizione nei modi di dire più comuni Tra i modi di dire più comuni della capitale romana, ne elenchiamo qui alcuni con i rispettivi significati che ancora oggi sono più attuali ed usati che mai: Chi tte fa più de mamma, o tte finge o tt’inganna (Chi fa più di tua madre, o finge o ti frega); Vedé e nun toccà è ‘na cosa da crepà (Vedere e non toccare è un po’ come crepare); Er bisogno fa ffa’ dde tutto (Il bisogno fa fare ogni cosa); Er più pulito cià ‘a rogna (Siamo tutti dei peccatori); Acqua passata nun macina più (Le cose passate non tornano indietro); Troppi galli a cantà, nun se fa mai giorno (Quando parlano in troppi, non si passa mai ai fatti); Mejo dolor de bborsa che ddolor dde core (Meglio avere problemi di soldi che d’amore); Chi a Roma vvò gode s’ha da ffa frate (Chi si vuole divertire a Roma deve farsi prete); Roma è santa, ma er su popolo boja (Roma è una città santa, ma non il suo popolo); Tutte le strade porteno a Roma (Roma è al centro di tutto); Pe’ cconsolasse abbasta guardasse addietro (Per consolarsi basta guardare chi sta peggio di noi); Male nun fa, paura nun avé (Chi non fa del male non ha nulla da temere); Piscia a lletto e ddice ch’ha sudato (Fare la pipì a letto e dire che è sudore); Morto ‘n papa se ne fa un antro (Morto un Papa se ne fa un altro); Sparagna, sparagna, arriva er gatto e se lo magna (Risparmia, risparmia che arriva il gatto e se lo mangia); Chi intigna, se la sbigna, chi scommette ciarimette (Chi si ostina la spunta, chi scommette ci rimette); A Roma Iddio nun è trino, ma quattrino (A Roma il Dio non è la trinità, Padre Figlio e Spirito Santo, ma i soldi). Fonte immagine: pixabay.com

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Culturalmente

Homo di Neanderthal: un enigma scientifico attraverso i secoli

Attraverso i secoli, un enigma scientifico che ha interessato le ricerche degli studiosi è stato quello dell’Uomo di Neanderthal (noto anche come homo di Neanderthal). Dal nome della valle del fiume Neander dove è stato ritrovato il primo esemplare nei pressi di Dusseldorf in Germania, prende il nome questa particolare specie di Homo sapiens. Nonostante i primi reperti di questo ominide siano stati ritrovati in Europa, alcuni resti sono stati scavati anche in Asia, il che ci fa pensare che questa specie sia vissuta in ambedue i continenti. Visse nel periodo paleolitico medio compreso tra i 200000 e i 40000 anni fa e nell’ultimo periodo della sua esistenza ha convissuto con lo stesso Homo sapiens, scomparendo però in un tempo relativamente breve, motivo per cui è un fenomeno attualmente molto studiato. Dal comportamento sociale avanzato e in possesso di tecnologie litiche elevate, quasi al pari dei sapiens, esistono tutt’oggi numerose teorie e spiegazioni sull’origine, la scomparsa e le caratteristiche di questo ominide. L’origine, la scomparsa e le caratteristiche dell’Uomo di Neanderthal (homo di Neanderthal) Esistono al mondo due teorie diverse circa l’origine dell’Uomo di Neanderthal. La prima teoria spiega, secondo alcuni studiosi, che quest’ominide sarebbe una “sottospecie” dell’Homo sapiens, diffusasi in Europa, che con il tempo si è estinta. La seconda teoria, secondo altri studiosi, spiega invece che l’uomo di Neanderthal deriverebbe direttamente da alcuni gruppi di Homo erectus vissuti separatamente rispetto agli altri. Essi sarebbero convissuti, per lunghi anni, con l’Homo sapiens sapiens fino poi ad estinguersi. Per quanto riguarda la scomparsa, invece, sappiamo davvero poco poiché ancora oggi non sono chiare le cause, motivo per cui il fenomeno enigmatico è oggetto di numerosi studi da parte degli scienziati. L’unico dato finora certo è che la specie iniziò a scomparire all’incirca 35000 anni fa. Come detto in precedenza, l’Uomo di Neanderthal visse sicuramente in Europa, ma anche in Asia e le sue caratteristiche erano prevalentemente occhi e pelle chiara con capelli rossicci. Mediamente era molto robusto, con un’altezza che si aggirava intorno ai 160 cm. Il cranio era diverso rispetto a quelle che sono le caratteristiche dell’uomo moderno poiché era allungato posteriormente ed era di dimensioni superiori. Aveva le arcate sopracciliari sporgenti, la testa posta in avanti e le ginocchia leggermente piegate, descrizione secondo cui possiamo immaginare che l’ominide non riusciva ancora ad avere una posizione eretta. Per quanto riguarda, infine, lo stile di vita, possiamo dire che l’Uomo di Neanderthal viveva principalmente in gruppi, lavorava le ossa degli animali catturati per ricavarne utensili e manufatti, lavorava le pelli degli animali per prepararsi degli abiti con i quali ripararsi dal freddo e per costruire le tende, usava il fuoco che racchiudeva in cerchi circondati da pietre, conosceva probabilmente le proprietà curative delle erbe, ma soprattutto seppelliva i morti. Il culto della sepoltura dei morti inizia con l’homo sapiens, che diventa così ”homo religiosus”, il che ci fa capire che quest’ominide credesse in una vita al di là della morte analizzando quelle che furono le pratiche funerarie e quanto, quindi, […]

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Libri

Romanzi per adulti: un incontro di opere tra presente e passato

Nel corso degli anni, molti sono stati i mutamenti della letteratura, sempre al passo col tempo e con gli ideali della società che un certo libro attraversa o ha attraversato. Sono molti i romanzi per adulti, inizialmente proibiti, che adesso vengono tranquillamente venduti, molti altri ancora i romanzi scritti in epoche passate, ma ancora così attuali per contenuti e concetto di base. Andando sempre più a fondo e facendo un paragone tra passato e presente, notiamo anche come i generi letterari si siano evoluti e moltiplicati nel corso dei secoli, trovando di continuo nuove sfumature per stuzzicare la curiosità dei lettori. Sono infatti numerose le liste stilate dei libri da leggere almeno una volta nella vita per custodire quelle che sono le emozioni più singolari che solo alcuni classici possono trasmettere. Classici, ma non solo! Oltre i più grandi capolavori scritti, sono notevoli anche i best-seller attuali che scavalcano tutte le classifiche, superando tutti i record di produzione e di vendita. Un esempio è la saga del maghetto di Hogwarts che da oltre un decennio è tra i libri più tradotti e venduti, rientrando nella lista dei libri da leggere almeno una volta nella vita. Romanzi per adulti: alcuni consigli tra i classici ed i contemporanei Tra i contemporanei più interessanti consigliamo ”Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo.  Il vincitore del Premio Strega nel 2014 narra in maniera personale, divertente e provocatoria, il viaggio – accidentato e affascinante – che tutti immancabilmente intraprendiamo per incontrare chi diventeremo. Secondo Paolo Sorrentino «Piccolo ci suggerisce anche una via, con sincerità e senza presunzione, sul come starci, in questo mondo e in questo Paese».  «Un racconto innovativo, dove la finzione spesso comica e la capacità spesso spietata di autoanalisi trovano un equilibrio ineccepibile» il pensiero, invece, di Domenico Starnone. Un romanzo, dunque, dai tratti singolari e che non bisogna assolutamente farsi sfuggire! Andando un po’ indietro col tempo, ci soffermiamo e consigliamo uno dei più importanti romanzi della letteratura novecentesca: ”La coscienza di Zeno” di Italo Svevo. Un romanzo dalle mille sfaccettature, che diventa accattivante man mano che la storia continua e che si entra e ci si immedesima nel personaggio di Zeno Cosini in continua lotta con la sua vita malata, il vizio del fumo, la morte del padre, il matrimonio senza amore, un adulterio infelice e l’iniziativa commerciale disastrosa. Il tutto viene descritto con ironia e con l’analisi dei tratti più particolari dell’animo del protagonista, in modo tale da far evincere le dolorose regioni dell’incertezza umana. Continuando ad esplorare i classici novecenteschi che rientrano tra i romanzi per adulti più letti, poniamo l’attenzione su ”Suite francese” di Irene Némirovsky: un romanzo incompleto che cela intrecci e dinamiche molto interessanti. Il romanzo è stato ritrovato e pubblicato postumo dalle figlie della scrittrice poiché la donna è stata rinchiusa, ai tempi della seconda guerra mondiale, nei campi di sterminio perché ebrea. Di tutto il romanzo, noi conserviamo solo le prime due parti. «Quando abbiamo finito di leggere le due prime parti […]

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Culturalmente

Arcipelaghi italiani: le meraviglie del nostro territorio

Il patrimonio costiero italiano si estende per oltre ottomila chilometri, comprendendo quelle che sono le città più singolari, i luoghi con l’acqua più cristallina e le spiagge più movimentate. In questo ampio raggio sono comprese oltre ottocento tra isole ed isolotti che formano quelli che sono conosciuti come gli ” arcipelaghi italiani ”: meta di turisti italiani, ma soprattutto stranieri provenienti da ogni parte del mondo per ammirare le meraviglie d’Italia. Tra gli arcipelaghi più importanti possiamo trovare quello in cui vige la leggenda che Venere, dea della bellezza, fece cadere la propria collana nel mare e da lì nacquero le isole dell’Arcipelago Toscano, uno dei più imponenti parchi marini in Europa, ricco di specie protette marine e non. Comprende quelle che sono le isole d’Elba, Giglio, Montecristo, Gorgona, Capraia, Giannutri e Pianosa che distano pochi chilometri dalla terraferma e quindi sono facilmente raggiungibili, ma soprattutto sono bellissime. Continuando la nostra avventura nel Mar Tirreno, possiamo notare in Sardegna il celeberrimo Arcipelago della Maddalena al largo della Costa Smeralda, per un totale di circa 180 km di coste. L’arcipelago è molto esteso e conta all’incirca 62 fra isole ed isolotti, ma tra i più noti, anche per contenuti storici, ricordiamo: Caprera, La Maddalena, Santa Maria, Razzoli e Budelli. Tra immense distese di acqua cristallina e natura selvaggia, si estendono le meraviglie sarde che possono definirsi l’orgoglio del vasto patrimonio nazionale. Da un’isola all’altra passiamo in Sicilia e ricordiamo l’Arcipelago messinese delle Eolie nel Mar Tirreno che si estende per circa 64 km, ricchi di suggestività e di singolarità tale da essere presente anche nei celebri film di Nanni Moretti e Roberto Rossellini. Le sette importanti isole di quest’arcipelago sono: Lipari, Panarea, Alicudi, Vulcano, Filicudi, Salina e Stromboli. Terre di ispirazione, terre di bellezza e terre d’amore. Cambiando lato e percorrendo il Mar Adriatico, e arrivando in provincia di Foggia, notiamo l’Arcipelago delle Tremiti: una piccola realtà in termini di lunghezza costiera e di abitanti, ma allo stesso tempo molto ricca e grandissimo polo attrattivo di turisti che spesso optano per delle gite in barca attraverso le incontaminate isole di Pianosa e Capraia, dove si può ammirare la bellezza di uno degli arcipelaghi italiani più suggestivi. Ritornando nel Mar Tirreno, notiamo un piccolo angolo di paradiso che si estende per una manciata di chilometri nel golfo di Gaeta, tra le immense distese di blu campane e laziali. L’Arcipelago delle Isole Ponziane, l’ideale per gli appassionati di sub e snorkeling che vogliono immergersi nelle meravigliose isole di Ventotene, Ponza, Santo Stefano, Gavi, Zannone e Palmarola. Restando sempre nel Mar Tirreno, a pochi chilometri dall’Arcipelago delle Isole Ponziane, troviamo un altro capolavoro degli arcipelaghi italiani ovvero l’Arcipelago Campano che si estende in tutta la costiera napoletana e non, e di cui fanno parte Capri, Ischia e Procida. Un itinerario completo di quelle che sono le più importanti bellezze e realtà della penisola italiana!

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Recensioni

”Non domandarmi di me, Marta mia”: l’interiorità di Luigi Pirandello e Marta Abba

In scena l’11 ed il 12 luglio 2019 al Napoli Teatro Festival in Sala Assoli, lo spettacolo ”Non domandarmi di me, Marta mia”: l’intensa rappresentazione del conflitto interiore di una donna, Marta Abba, allieva e musa ispiratrice del celebre scrittore e drammaturgo italiano del Novecento Luigi Pirandello. La prima nazionale al NTF per la regia di Arturo Armone Caruso, testo di Katia Appiso e con una coinvolgente ed appassionata Elena Arvigo nei panni della giovane Marta. L’interiorità della musa ispiratrice senza eguali di Luigi Pirandello Collocato temporalmente nel 10 dicembre 1936, è lo spettacolo ”Non domandarmi di me, Marta mia”, data importante poiché segna quella che è la morte di uno dei più celebri artisti del Novecento italiano: Luigi Pirandello. Geograficamente collocato nella città di New York e più precisamente nella camera della giovane attrice Marta Abba, viene così presentata una delle più intense introspezioni nell’animo di una donna profondamente segnata dall’incontro, dalle esperienze vissute insieme e dalla morte del suo maestro. In una notte di veglia insonne vengono fuori tutti i mostri sotto il letto di Marta immensamente turbata e scossa dalla perdita appena subita. E così ripercorre il suo percorso con il maestro, tra lettere ricevute e pensieri mai detti tra il 1926 ed il 1936. Lettere che la donna legge con un tale trasporto ed una tale malinconia, che solo chi ha davvero amato una persona con sincera devozione riesce a provare. A partire dall’ultima ricevuta, scritta a lei qualche giorno prima di morire, alle prime in cui Pirandello stesso si rivolgeva a lei come musa ispiratrice e le dedicava ogni singola parola con attenzione e senza mai dire nulla di non intensamente pensato e sentito. Piovono poi i numerosi ricordi dei testi scritti appositamente per lei e di tutti i personaggi da lei interpretati che l’hanno fatta diventare un’attrice di fama nazionale e non, conquistando in poco tempo sia la critica, che gli spettatori più accaniti. Tra Marta Abba e Pirandello Un personaggio in continua ricerca quello di Marta Abba, magistralmente interpretata da Elena Arvigo che ha saputo cogliere tutte le sfumature di una personalità così singolare come quella dell’attrice. Una personalità che vuole cercare ed allo stesso tempo trovare ogni minimo frammento di ricordo che possa in qualche modo collegarla alla figura del maestro, alla figura di un qualcuno che ormai non c’è più e che ha lasciato un’inguaribile ferita sulla pelle della giovane. Una ferita che solo il ricordo può lontanamente risanare, ma mai definitivamente. Nell’oscurità della sua camera di New York, tra suoni psichedelici e luci ad intermittenza, si trasforma man mano l’inquietudine di Marta Abba in uno spazio che è un ”caleidoscopico comporsi e scomporsi di inquadrature” che influenzano e trascinano il testo e lo spettacolo in un vortice di emozioni sensoriali, ma soprattutto in un turbine di sentimenti così tanto altalenanti, senza eguali e, allo stesso tempo, intensamente forti. Fonte immagine: https://www.napoliteatrofestival.it/spettacolo/non-domandarmi-di-me-marta-mia/

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Teatro

”Processo a Fellini”: la rabbia di una donna in scena in Galleria Toledo

In scena l’11 luglio 2019 al Napoli Teatro Festival presso il Teatro Stabile D’Innovazione Galleria Toledo lo spettacolo ”Processo a Fellini”: uno struggente ed intenso progetto teatrale di Mariano Lamberti con testo di Riccardo Pechini, interpretato da Caterina Gramaglia e Giulio Forges Davanzati, che portano sul palco le mille sfumature dei sentimenti di una donna, Giulietta Masina, moglie del noto regista Federico Fellini e tutte le influenze che essere ciò le comportava. Federico Fellini e Giulietta Masina in Processo a Fellini: un amore al di là dei riflettori In tutta la sua più cruda realtà, in tutta la sua più necessaria esigenza di esprimersi, Caterina Gramaglia porta sul palco l’essenza di una donna frustrata e rassegnata a vivere all’ombra di un marito troppo famoso e allo stesso tempo non propriamente rispettoso della moglie che aveva al suo fianco. Processo a Fellini è un percorso di singolare introspezione della donna, ripercorrendo tutte quelle che erano le sue fragilità, il suo abuso di alcol, i suoi tradimenti, ma soprattutto la sua disperazione nel sapere dei continui tradimenti di un marito poco presente fisicamente, ma troppo presente spiritualmente perché l’eco della sua fama arrivasse alle orecchie di tutti e facesse sì che la moglie fosse quasi completamente spogliata di una propria identità e vista solo come ”la moglie di”. Eccellente interpretazione di Giulio Forges Davanzati il quale riesce a cambiare rapidamente personaggio, ma comunque restando costante in un modo di stare sul palco e di trasmettere determinate emozioni, degno di un vero professionista. Nelle vesti di Federico Fellini o in quelle di Marcello Mastroianni, cambiando modalità e passando da un amico che comprende ad un marito che totalmente ignora il malessere di una moglie che andava man mano regredendo e che portava sul viso, sugli occhi, sulla pelle quelli che erano i segni di una relazione marcia, ma solo al di là dei riflettori e, quindi, del mondo intero. Le lacrime di Giulietta Già interprete di uno spettacolo su Giulietta Masina, ”Le lacrime di Giulietta”, l’attrice ormai riveste il ruolo del personaggio in maniera impeccabile, riuscendo a trasmettere tutto il lavoro che esce fuori quasi come un thriller psicologico nei confronti di una Giulietta delusa, amareggiata, ma allo stesso tempo mai stanca di seguire il marito, eterno ed inguaribile traditore, anche in capo al mondo. Un volto nuovo ad una figura di un’attrice eccellente che era l’iniziale musa ispiratrice del regista, che sotto i riflettori dell’epoca appariva come un essere rivestito di purezza infantile, mentre alle spalle vi era celata una donna consapevole, adulta, vendicativa, umiliata, rabbiosa e piena di mostri sotto il letto man mano che il tempo e gli anni passavano. Mariano Lamberti porta così sul palco del Napoli Teatro Festival ”Processo a Fellini”, uno degli spettacoli-rivelazione di questo Festival, un testo crudo, ma allo stesso tempo così forte, diretto e reale. Fonte immagine: https://www.napoliteatrofestival.it/spettacolo/processo-a-fellini/

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Teatro

Finir en beauté: un percorso tra le macerie dell’esistenza in Sala Assoli

Dopo la rivelazione al Festival di Avignone nel 2015, arriva al Napoli Teatro Festival, in scena il 25 ed il 26 giugno in Sala Assoli, Finir en beauté: un percorso introspettivo tra le macerie dell’esistenza. Protagonista assoluto Mohamed El Khatib, attore francese di origini marocchine, che in circa 50 minuti è riuscito a portare il pubblico in un vortice di emozioni, sensazioni, voglia di ricostruire e, soprattutto, di ricominciare. Spettacolo interamente in francese con sopratitoli in italiano, realizzato con la collaborazione de ”La Francia in scena” e con il sostegno dell’Institut Français e della Fondazione Nuovi Mecenati. Finir en beauté: ricerca interiore tra teatro e sociologia Un percorso, quello dell’artista, che dura da molti anni. Un percorso fatto di ricerche tra teatro e sociologia, in cui lui si immerge e cerca di far rientrare anche aspetti personali. Egli, per questo spettacolo, analizza i movimenti e le azioni della sua famiglia in un determinato momento della loro vita (la morte della madre) e cerca di mettere in scena ogni piccola sfumatura. Dalla voce registrata della madre sul letto di un ospedale, alle sentenze dei medici fino alle condoglianze dei parenti intervenuti al funerale della defunta. Una riflessione interiore che porta alla conoscenza dei tratti più crudi e mai banali della nostra esistenza. Ogni discorso, ogni frase, ogni parola detta in un determinato momento, il significato che vi è dietro ognuna di esse e tutto ciò che possono trasmettere all’altro. L’attenzione che vi è nel dirle, ma allo stesso tempo la potenza con la quale arrivano; tutti questi piccoli dettagli che arricchiscono l’azione e la rendono parte integrante di un processo personale e, allo stesso tempo, condiviso. Finir en beauté è uno spettacolo intrinseco di emozioni in cui ogni spettatore può sentire, capire e, interiormente, commuoversi. ”Mi sento colpevole di averlo detto? Non penso.” Un’effettiva esplorazione del dialogo che parte dalla parola maceria e si collega a ciò che resta di una madre e di un figlio dopo un evento così definitivo come la morte. La ricostruzione dalle macerie di una storia, di scenari, di un rapporto inserito contemporaneamente nella ricostruzione di una lingua madre (l’arabo), della scrittura teatrale e di ogni piccola sfumatura dietro i significati delle parole. Finir en beauté è lo sviluppo di una scrittura intima, secondo l’attore, che tenta di esplorare i modi differenti di esposizione anti-spettacolari. Ma è stato proprio durante la sua ricerca che qualcosa è andato storto poiché mentre lui, nel lontano 2012, realizzava queste analisi registrando la voce della madre per uno scopo linguistico nel tentativo di comprendere il passaggio dall’arabo alla lingua teatrale, il decesso di quest’ultima ha completamente stravolto le intenzioni del lavoro artistico di El Khatib, creandone così uno degli spettacoli più intensi ed emotivamente forti del panorama artistico internazionale.

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Recensioni

Vladimiro mira il mare, lo smarrimento dell’essere al Napoli Teatro Festival

Arriva al Napoli Teatro Festival lo spettacolo ”Vladimiro mira il mare (dell’ingestibile smarrimento dell’essere)”, partitura per voce, corpo e contrabbasso, dal progetto Solit’aria-gestazioni sull’incontenibile andirivieni dell’essere pensante e inquieto. Con Paola Tortora nei panni di Vladimiro, la Capra Dea (Amaltea) e al contrabbasso Stefano Profeta per una messa in scena ricca di riflessioni, ma soprattutto di continui spunti tormentati dell’animo umano.  Presentato il 20 giugno 2019 presso il Cortile delle Carrozze del Palazzo Reale di Napoli per uno spettacolo intrinseco di riflessivi pensieri che creano un rapporto singolare tra l’interprete Vladimiro e la Capra dea Amaltea, accompagnati da alcune suggestioni sonore per contrabbasso. Vladimiro ed i dilemmi più esistenziali dell’animo umano Liberamente ispirata al saggio Hamletica di Massimo Cacciari ed alcune prose di Samuel Beckett, la partitura è affidata a Vladimiro, uno dei più importanti ”easusti” del teatro Beckettiano, per una rilettura particolare e quasi radicalmente trasformata, che conserva solo lievi accorgimenti. Si immagina che il protagonista, rimasto solo, smetta di aspettare Godot e lo va a cercare sulla scena dell’impossibile traducendo il vano tentativo in un vero e proprio sogno. Lo scenario si apre in una sorta di recinto con all’interno della paglia, una capra e Vladimiro. All’esterno del recinto, il contrabbasso con il Profeta come accompagnamento dei pensieri più profondi. Inizia così lo spettacolo di circa un’ora e quindici minuti in cui l’attrice mette in scena la dualità del suo pensiero. Tra Amaltea e Vladimiro, tra l’animo e la mente, tra ragione e sentimento, all’interno di quelle che sono le più sottili sfumature dell’esistenza in rapporto con l’Universo che ci circonda e che influenza le nostre vite. Eccezionale l’interpretazione di Paola Tortora che è riuscita ad entrare pienamente nel personaggio di Vladimiro e ad assumere tutti gli atteggiamenti facendoli arrivare in maniera diretta e precisa al pubblico che aveva davanti, entrando nelle menti e nei cuori di tutti coloro che recepivano quegli spunti e creandone ognuno di propri, facendoli diventare parte integrante del rapporto intimo che si forma tra attore e spettatore. La relatività del tempo ”Vladimiro mira il tempo.” ”Il tempo è relativo, quindi non lo miro.” La relatività del tempo, la costante fuga e ricerca di se stessi: questa è una delle tematiche che viene affrontata, quella per cui il protagonista si strugge arrivando al dialogo estremo con una capra nelle vesti di un clown che sta proprio a significare il punto limite della metamorfosi grottesca. Dal confronto e dal dialogo con quella creatura che simboleggia la Natura ed il Divino, il protagonista si immerge in una dimensione spazio/temporale dilatata alla costante ricerca di nuovi paesaggi interiori. E così continua, anche se con un velo di ironia, per tutto lo spettacolo, un susseguirsi instancabile di gesti, azioni, parole seppur quasi del tutto sconnesse e frammentate, che provano a colmare vuoti interiori ed a rispondere a domande a cui, probabilmente, non si avrà mai un’effettiva risposta.

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