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Eroica Fenice

Culturalmente

Schema Ponzi: la storia del modello economico di vendita truffaldino

Lo Schema Ponzi è un modello economico di vendita truffaldino ideato da Charles Ponzi, un immigrato italiano degli Stati Uniti, dalla quale il sistema prende il nome e la tecnica. Questo schema promette forti guadagni alle vittime, a patto che queste reclutino nuovi “investitori”, a loro volta vittime della truffa. La truffa ebbe luogo prima su larga scala nei confronti della comunità di immigrati e poi in tutta la nazione e coinvolse circa 40mila persone partendo dalla cifra di due dollari fino a raccoglierne oltre i 15 milioni.  Da aggiungere, però, che anche se Ponzi non fu il primo ad usare questa tecnica, ebbe tanto successo da legarvi il suo nome. Schema Ponzi: la modalità della truffa Lo Schema Ponzi si divide in quattro fasi: Al potenziale cliente viene promesso un investimento con rendimenti superiori ai tassi di mercato, in tempi ravvicinati. Dopo poco tempo viene restituita parte della somma investita, facendo credere che il sistema funzioni veramente. Si sparge la voce dell’investimento molto redditizio; altri clienti cadono nella rete. Si continuano a pagare gli interessi con i soldi via via incassati (la finanziaria ha capitale sociale zero, ma gli investitori non lo sanno). Lo schema si interrompe quando le richieste di rimborso superano i nuovi versamenti. Il sistema permette a chi comincia la catena e ai primi coinvolti di ottenere alti ritorni economici a breve termine, ma richiede continuamente nuove vittime disposte a pagare le quote. La diffusione della truffa spesso diventa di tale portata da renderla palese, portando alla sua interruzione da parte delle autorità. Le caratteristiche principali sono: Promessa di alti guadagni a breve termine. Ottenimento dei guadagni da escamotage finanziari o da investimenti di “alta finanza” documentati in modo poco chiaro. Offerta rivolta ad un pubblico non competente in materia finanziaria. Investimento legato ad un solo promotore o azienda. Evidente è che il rischio di investimento in operazioni che sfruttano questa pratica è molto elevato. Il rischio è crescente al crescere del numero degli iscritti, essendo sempre più difficile trovare nuovi adepti. In Italia, Stati Uniti e molti altri Paesi, questa pratica è un reato, essendo a tutti gli effetti una truffa. Numerosi sono stati i casi di truffa messi in atto seguendo lo Schema Ponzi. In Italia il più celebre e clamoroso è stato negli anni cinquanta il cosiddetto “caso Giuffrè“, ma uno dei più gravi casi e, probabilmente, uno dei maggiori nella storia degli Stati Uniti è stato quello del dicembre 2008 quando fu arrestato Bernard Madoff (ex presidente del NASDAQ ed uomo molto noto nell’ambiente di Wall Street). L’accusa era di aver creato una truffa compresa tra i 50 e i 65 miliardi di dollari proprio sul modello dello schema Ponzi, attirando nella sua rete molti fra i maggiori istituti finanziari mondiali. Il 12 marzo 2009 Bernard Madoff si dichiarò colpevole di tutti gli undici capi d’accusa a lui iscritti e fu condannato a 150 anni di carcere. Fonte immagine: Pixabay

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Culturalmente

Arte araba in Italia: i più suggestivi capolavori architettonici della penisola

L’arte araba in Italia si diffuse nell’epoca normanna e principalmente in Sicilia e in Italia meridionale nel XII secolo. Quest’arte è identificata principalmente come ”arabo-normanna” dove per “arabo” si intende l’uso di alcuni elementi architettonici-decorativi riconducibili al mondo arabo-musulmano, mentre per ”normanno” si intende l’influenza dell’architettura, della cultura e della stirpe reale dominante il cui apice viene raggiunto quando i Normanni conquistarono la Sicilia nel 1071 ed i nuovi reali cercarono di creare un proprio stile che racchiudesse le varie culture presenti sull’isola. Arte araba in Italia: i monumenti più significativi Tra i monumenti più significativi di arte araba in Italia si nota, principalmente, “Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale“. Questo sito seriale è stato inserito nel 2015 dall’Unesco nella Lista dei patrimoni dell’umanità e comprende ben due palazzi, tre cattedrali, quattro chiese ed un ponte suddivisi tra le città di Palermo, Cefalù e Monreale. Palazzo dei Normanni: inaugurato nel 1130, il palazzo è la più antica residenza reale d’Europa, dimora dei sovrani del Regno di Sicilia, sede imperiale con Federico II e Corrado IV e dello storico Parlamento siciliano. Al primo piano del palazzo sorge la Cappella Palatina, mentre invece l’ala ovest è assegnata all’Esercito Italiano. Cappella Palatina: si trova all’interno del Palazzo dei Normanni a Palermo, consacrata il 28 aprile del 1140 da Ruggero II e adibita a cappella privata della famiglia reale dell’arcivescovo. Particolare è un’iscrizione trilingue (latino, greco-bizantino ed arabo) sull’esterno della cappella che commemora la costruzione di un horologium nel 1142. Palazzo della Zisa: il palazzo sorge fuori le mura della città di Palermo e la parola “Zisa” deriva dall’arabo e significa ”splendida”. Questo palazzo fu costruito tra il 1165 ed il 1166 sotto il regno di Guglielmo I ed è un dato certo poiché. nell’anno della sua morte, il palazzo era stato per la maggior parte costruito. Proprio per la breve durata della costruzione e la grande spesa fu dato a questo palazzo il nome di “Zisa”, progettato come residenza estiva dei re. Cattedrale di Palermo: la Cattedrale di Palermo, nota anche come “Basilica cattedrale metropolitana primaziale della Santa Vergine Maria Assunta“, è il principale luogo di culto cattolico della città di Palermo, nonché sede arcivescovile dell’omonima arcidiocesi metropolitana. Fu fatta costruire nel 1185, ma fu completata solo in età medievale anche se, successivamente, la cattedrale fu arricchita con delle aggiunte fino al XVIII secolo. Chiesa di San Giovanni degli Eremiti: nei pressi del Palazzo dei Normanni, in pieno centro storico di Palermo, è situata questa chiesa, distrutta inizialmente nell’842 dai saraceni, ma riedificata da re Ruggero nel 1132 e completata nel 1136. Chiesa della Martorana: la “chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio”, sede della “parrocchia di San Nicolò dei Greci”, nota come Martorana, è una chiesa situata nel centro storico di Palermo adiacente alla chiesa di San Cataldo. Fu fondata nel 1143, ma seguirono anche delle aggiunte. Chiesa di San Cataldo: iniziata a costruire nel 1154 e terminata nel 1160, la chiesa di San Cataldo è situata nei pressi di piazza […]

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Culturalmente

Burqa significato: la storia dal punto di vista culturale e religioso

Il Burqa ha un significato molto profondo dal punto di vista sia culturale che religioso. La parola Burqa è l’arabizzazione della parola persiana purda (parda) che significa “cortina”, “velo”. È un indumento prevalentemente usato dalle donne in Afghanistan e in Pakistan ed è noto in Asia centrale oltre che come “burqa” o “burka” anche come “chadri” o “paranja“. Burqa: significato e varie tipologie Il burqa si distingue in due tipi di indumenti diversi: il primo è un velo fissato al capo che copre l’intera testa permettendo di vedere solo da una finestra all’altezza degli occhi che li lascia scoperti o che lascia scoperti occhi e bocca che rimane comunque coperta da una sorta di mascherina detta “bandar burqa“. Il secondo tipo invece è un abito, denominato “burqa completo” o “burqa afghano“, che solitamente è di colore o nero o blu e che copre sia la testa che il corpo e che possiede all’altezza degli occhi una retina che permette di vedere parzialmente, senza però scoprire gli occhi della donna. Esistono tipi di burqa diversi poiché sono strettamente legati all’appartenenza geografica della donna e alla sua essenza culturale e religiosa. A prescindere dall’Islam, l’obbligo di indossare il burqa è conseguenza di tradizioni locali poiché nelle norme coraniche vi è riconosciuto normalmente l’obbligo di indossare un velo, anche se l’argomento è molto controverso poiché non esiste pena in caso di trasgressione. Il burqa è stato introdotto in Afghanistan all’inizio del 1890 durante il regno di Habibullah Kalakani che lo impose alle duecento donne del suo harem, in modo tale da “non indurre in tentazione” gli uomini qualora esse si fossero trovate fuori dalle residenza reale. Da lì in poi è divenuto un capo per le donne dei ceti superiori, da usare per essere protette dagli sguardi del popolo. Dagli anni ’50 però, cambiò lo scenario poiché le donne dei ceti elevati cominciarono a non farne più uso e nel frattempo diventò un capo ambito dai ceti poveri. Nel 1961 venne proclamata una legge che ne vietò l’uso alle pubbliche dipendenti anche se, durante la guerra civile, venne instaurato un regime islamico e sempre più donne tornarono ad indossarlo fin quando non fu dettato il divieto assoluto di mostrare il volto imposto a tutte le donne dal successivo regime teocratico dei taleban che durò meno di cinque anni. Attualmente, sia in Afghanistan che nel resto del mondo (tranne che in Arabia Saudita, dove l’obbligo è stato abolito solo nel marzo del 2018) non vige obbligo sanzionato dalla legge di indossare il burqa. Fonte immagine: Pixabay

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Culturalmente

Tempus edax rerum: dalle Metamorfosi ovidiane, un detto latino attuale

Tempus edax rerum è una locuzione latina che, tradotta letteralmente, vuol dire “Il tempo che tutto divora” ed è tratta dal verso 234 del XV libro delle Metamorfosi di Ovidio. Il poeta, con questa espressione, vuole evidenziare il trascorrere inesorabile del tempo, indipendentemente dalle vicende umane. Poiché indipendentemente il tempo influenza ogni cosa, ogni fatto umano, ma allo stesso tempo, non si fa influenzare da nulla e vola via, portando con sé tutti quelli che sono gli attimi e le esperienze vissute. Tempus edax rerum: il detto latino del XV libro delle Metamorfosi ovidiane Molti sono i detti latini che sono entrati nel parlare comune e tra questi anche la celebre citazione delle Metamorfosi. Le metamorfosi di Ovidio è un poema epico-mitologico incentrato sul fenomeno della metamorfosi nella quale l’autore rende celebri e trasmette ai posteri numerosissime storie e racconti mitologici della classicità greca e romana con lo scopo non solo di meravigliare il lettore, ma anche di appassionarlo e di condurlo in un mondo che non era mai stato esplorato prima. Proprio per questo motivo, egli verrà ricordato attraverso i secoli ed, essendo fin da subito cosciente dell’enorme fama di questa sua opera e del fatto che rimarrà per sempre viva e, scriverà infatti “si quid habent veri vatum praesagia, vivam” che significa “se qualcosa di vero c’è nelle predizioni dei poeti, vivrò”. Con questi presupposti, Publio Ovidio Nasone nell’8 d.C. scrive quest’opera lasciando all’interno passi che toccano profondamente l’animo dei lettori, che stimolano emozioni toccanti e che invitano alla riflessione come, ad esempio, i versi iniziali del libro X nella quale si narra dell’addio struggente tra Orfeo ed Euridice o anche nell’inizio del libro XI dove viene ripresa la storia d’amore tra i due, ma nel momento della morte di Orfeo quando, dopo essere stato ammazzato, si ricongiunge finalmente alla sua amata. Sentimenti contrastanti quindi vivono all’interno di quest’opera come anche per il detto del libro XV nella quale viene descritta in tre semplici parole l’importanza del tempo. Il tempo che tutto muta poiché quasi nulla resta in eterno costante, il tempo che tutto vive poiché ogni attimo possiede un’esperienza diversa, il tempo che tutto guarisce poiché ogni ferita col tempo risana, il tempo che tutto influenza poiché ogni cosa è condizionata dallo scorrere del tempo, il tempo che tutto divora (tempus edax rerum) poiché le cose mutate, le cose vissute, le cose risanate, le cose influenzate sono tutte divorate dal tempo che le prende con sé e continua ad andare avanti e a scorrere dando un’illusione di percezione all’esistenza.   Fonte immagine: https://pixabay.com/photos/bookshelf-old-library-old-books-1082309/

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Cinema e Serie tv

Cinema d’autore: i capolavori mondiali dei registi più grandi di tutti i secoli

Il Cinema d’autore comprende tutti quei film che rispecchiano la personalità del proprio regista che alle volte è anche lo sceneggiatore dell’opera. Si tratta di un concetto soggettivo, di cui non esiste una definizione rigorosa. I registi di questo tipo di film sono considerati come gli autori, nonché detentori del copyright originale poiché, in termini legali, questo è trattato come una vera e propria opera d’arte. Cinema d’autore: i più grandi registi di tutti i tempi Il Cinema d’autore nasce a cavallo tra il Neorealismo italiano e la Nouvelle Vague francese, anche se il termine viene coniato proprio in Francia, in quanto lì venne riconosciuta la prima paternità di un film inteso come ”opera d’arte”. Quando si parla di film d’autore, non si parla di un qualcosa di adatto al grande pubblico poiché comunque privo di elementi di interesse come architrama o svolgimento lineare degli eventi; si parla piuttosto di un cinema colto poiché si dedica alla struttura psicologica dei personaggi, alla loro evoluzione, a rappresentare la realtà e non necessariamente con scopi narrativi. Proprio per questo motivo questo genere di film non ha un grande successo con la massa, ma resta comunque nella storia del cinema in quanto pietra miliare. Anche se questo genere è molto singolare, vi sono comunque degli elementi comuni a tutti, ad esempio: le fasi di produzione e l’attenzione alla sceneggiatura, la somiglianza ad un romanzo o un’opera teatrale, un’originalità espressiva dell’autore, il poco peso al ”puro intrattenimento” e la maggiore focalizzazione sulla riflessione dello spettatore, spesso il film è inserito in un complesso di opere dell’autore stesso. Tra i primi autori, probabilmente il primo in assoluto, si ricorda l’inglese Charlie Chaplin col suo ”cinema muto” di cui ricordiamo capolavori come: “Il grande dittatore”, “Tempi moderni” o “Il monello”. Tra gli statunitensi si ricordano, principalmente, Alfred Hitchcock celebre per aver diretto film come “Nodo alla gola”, “Il delitto perfetto” e “Psyco”; ed anche Stanley Kubrick e Frank Capra. Tra gli europei lo svedese Ingmar Bergman con “Il settimo sigillo”, “Persona” o “Scene da un matrimonio”; i russi Sergej Ejzenstejn e Andrej Tarkovski, i francesi Jean Renoir e Jean-Luc Godard di cui si ricordano intense ed immense opere cinematografiche come “A bout de souffle”, “Masculin féminin” o “Deux ou trois choses que je sais d’elle”. Tra gli italiani come non citare Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Roberto Rossellini con “Roma città aperta” o “Paisà”, tra i tedeschi Fritz Lang con “Metropolis” oppure “Destino”, Friedrich Wilhelm Murnau con “Tabù” oppure “Tartufo” e il danese Carl Theodor Dreyer con “Il presidente” o anche “C’era una volta”. Spostandoci in Asia, possiamo ricordare Akira Kurosawa, Yasujiro Ozu e Kenji Mizoguchi, oltre a Takeshi Kitano (giapponese), al coreano Kim Ki-duk con opere dal calibro di “L’isola” o “Ferro 3-La casa vuota”, il regista di Hong Kong Wong Kar-wai e il regista di Taiwan Hou Hsiao-hsien. Quindi continuando ad andare avanti nei secoli non si possono non menzionare celebri autori/registi come Quentin Tarantino con “Pulp fiction”, Tim Burton, David Lynch, Pedro Almodovar con “La […]

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Culturalmente

Maledizione di Tutankhamon: la leggenda legata alla tomba del Faraone

La Maledizione di Tutankhamon è una presunta maledizione, più che altro una leggenda, che si ipotizza abbia colpito coloro che parteciparono alla spedizione di ricerca dell’archeologo Howard Carter, che portò alla scoperta della tomba del Faraone nel 1922. Proprio questa scoperta si dice abbia infastidito il defunto Faraone che, come castigo per la violazione del luogo di sepoltura, abbia fatto morire tutti loro. Si narra che però questa storia fosse più che altro una trovata pubblicitaria dell’epoca, soprattutto perché vi furono date pochissime notizie in merito che trapelavano sia per la lentezza delle operazioni di ”svuotamento” della tomba (dato che il corpo di Tutankhamon fu analizzato solo tre anni dopo la scoperta), sia per l’esclusiva mondiale data al Times di Londra da Lord Carnarvon (finanziatore del ritrovamento), che tagliò fuori tutti gli altri quotidiani dell’epoca da ogni informazione, innescando così una violenta campagna denigratoria nei confronti della scoperta. Maledizione di Tutankhamon: la morte colpirà chi disturba il sonno del Faraone La Maledizione del Faraone, dunque, doveva colpire con la morte tutti quelli che erano entrati nella sua tomba. L’equipe finanziata da Lord Carnarvon era composto da: Howard Carter, capo della spedizione, morto diciassette anni dopo la scoperta; Arthur Cruttenden Mace, collaboratore, morto sei anni dopo; Alfred Lucas, chimico, morto ventitré anni dopo; Harry Burton, fotografo, morto diciotto anni dopo; Arthur R. Callender, ingegnere e disegnatore, morto quattordici anni dopo; Percy Newberry, egittologo, morto ventisette anni dopo; Alan H. Gardiner, egittologo filologo, morto quarantuno anni dopo; James H. Breasted, egittologo storico, morto tredici anni dopo; Walter Hauser, architetto, morto trentasette anni dopo; Lindsley Foote Hall, architetto, morto quarantasette anni dopo e Richard Adamson, poliziotto, morto sessanta anni dopo. Analizzando, quindi, tutti i componenti della squadra iniziale, solo la morte di Lord Carnarvon potrebbe coincidere con la scoperta della tomba, nonostante il fatto che anche quella avvenne per cause naturali poiché nel febbraio 1923, tre mesi dopo la scoperta, egli fu punto da un insetto e, dato che il clima egiziano è caldo e umido e la salute del nobile era già cagionevole a causa di un incidente, l’infezione gli risultò fatale. Dopo pochissimo venne costretto a letto da una fortissime febbre che presto si trasformò in polmonite ed egli morì, dopo una lunga agonia, il 5 aprile del 1923 al Cairo. Solo lui morì poco tempo dopo l’apertura ed altri due entro dieci anni, ma il resto degli studiosi e specialisti presenti trascorse la sua vita tranquillamente. A distanza di quasi cento anni, dunque, è possibile affermare che la famosissima storia che per quasi un secolo ha affascinato turisti e creato un’aura di mistero attorno alla tomba del celebre Faraone, è in realtà una semplice leggenda metropolitana. Fonte immagine: https://pixabay.com/photos/ancient-egypt-golden-mask-egyptology-1290752/

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Riflessioni culturali

Codice Barbaricino: la legge secondo i pastori ed i banditi sardi del passato

Il Codice Barbaricino è un codice morale e comportamentale, tramandato oralmente dal tessuto pastorale e dal Banditismo sardo fin dai tempi antichi e di cui ne parla, negli anni Cinquanta, il filosofo Antonio Pigliaru con la pubblicazione del libro La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico che fece una prima analisi di ciò, dato che in precedenza mai nessuno ne aveva parlato o messo qualcosa su carta che riguardasse questo argomento. Codice Barbaricino: le leggi a trasmissione orale Il Codice Barbaricino, detto anche ”della vendetta”, è composto da 23 articoli suddivisi a loro volta in 3 capitoli: ”I princìpi generali” (dall’articolo 1 al 10), ”Le offese” (dall’articolo 11 al 17) e ”La misura della vendetta (dall’articolo 18 al 23). La parte iniziale è un’introduzione, la parte centrale di queste leggi definisce le offese subite, dall’insulto personale al furto e all’omicidio mentre l’ultima parte spiega le relative sanzioni. Il tema principale, dunque, sulla quale è focalizzato questo ordinamento giuridico è, senza dubbio, la vendetta. Di questo non se ne avvale solo la comunità dei fuorilegge, bensì tutta la società è venuta ad osservare questa norma e, ovviamente, tutto ciò è ben diverso dal processo penale dello Stato Italiano. Si parla infatti, fin dai primi anni del Novecento di ”Processo Sardo” che si oppone in fase processuale al processo Italiano. L’ambito agro-pastorale in cui questo codice si è sviluppato è dunque un po’ degradato, distante dal centro urbano dell’isola e facente parte di quella zona sarda in cui vigeva la mentalità il cui scopo della legge era quello sì di rendere giustizia, ma tutelando in primis l’onore e la dignità dei singoli individui. Ad esempio una famiglia che riceveva un furto di bestiame da un’altra, era autorizzata a commettere lo stesso furto per tornare ad una situazione di parità. Alcuni studiosi hanno analizzato il fenomeno e ritenuto che ciò sia un codice naturale di diritto, riconosciuto dalla popolazione ed attivato contemporaneamente alla ”Carta de Logu” (che è invece l’atto istituzionale dei due). Alla base della creazione si crede che ci sia un vissuto psicosociale sofferente per quella che venne considerata una colonizzazione e, nei periodi migliori, una scarsa tutela dell’individuo da parte dello Stato, che negli anni in questione non era presente o lo era troppo poco. Un Codice di leggi, dunque, di una popolazione abbandonata a se stessa e costretta a dirigersi e a difendersi da sola secondo questo tipo di processo che, seppur molto primitivo, costituiva il loro solo punto valente di appoggio. Fortunatamente però nel XXI secolo, grazie alla presenza più forte dell’ordinamento giuridico della Repubblica italiana, questo Codice ha perso di significato anche se, in alcuni casi, come spiega l’antropologo Barchisio Bandinu, si fa ancora ricorso a questo sistema. Immagine in evidenza: Pixabay

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Culturalmente

Perbenisti: l’etimologia di una parola molto frequente nella società attuale

Perbenisti: parola che significa atteggiamento, modo di vivere di chi desidera apparire una persona raccomandabile secondo la morale borghese, comportandosi perlopiù in modo conformista. Deriva dalla parola ”perbenismo”, che a sua volta indica la persona perbene, “che è retta”. Nonostante questo significato originale, la parola perbenisti è mutata molto durante i tempi, poiché oggi non è usata per descrivere una persona soltanto onesta, seria e morale, ma è utilizzata principalmente per indicare chi assume questo atteggiamento in maniera negativa, ipocrita, ambigua e non sincera. Perbenisti e l’influenza nella società antica ed attuale Come si è visto, quindi, la parola perbenisti ha avuto una parziale evoluzione dalla sua etimologia iniziale; con la trasformazione di significato, la persona a cui viene attribuito questo aggettivo esprime un atteggiamento perbenista per ”mostrare” di avere qualcosa che “è giusto” agli occhi del contesto sociale e culturale ma che in sostanza non possiede o di “essere” parte della società anche comportandosi in maniera non sincera. Questo modo di fare, nel passato, lo si ritrovava principalmente negli ambienti nobili o in quelli borghesi, in cui una persona cercava di mostrare il suo volto migliore e cercava di nascondere dietro una parrucca, dietro un trucco particolare, dietro un finto sorriso da alta nobiltà/borghesia tutto quello che era il “marcio”. Secoli fa il perbenismo era usato anche per ingraziarsi il re, per avere il suo favore, cercando di dare a vedere le qualità migliori e alle volte anche per trarre in inganno lo stesso sovrano. Nella società attuale, invece, il perbenismo è, sì, usato ”a tu per tu”, ovvero in un dialogo faccia a faccia tra due o più persone ma, dato che nel corso degli anni c’è stato un progresso a livello soprattutto tecnologico, con l’avvento degli smartphone e dei social, gran parte della vita di ogni persona è anche mostrata sul proprio profilo Instagram, Facebook, Twitter etc… in cui ognuno cerca di mostrare il lato migliore di sé, con tutto il ”finto perbenismo” che ne deriva, postando determinate foto o frasi e cercando di apparire in un determinato modo. Come se una bacheca Facebook o Instagram si fosse trasformata in una serata di gala dei tempi antichi in cui ognuno sfuma o nasconde quella che è la realtà. Con l’arrivo dei social, infatti, questo modo di fare si è accentuato, anche se non è sempre detto che su queste piattaforme siano tutti perbenisti, nonostante sia davvero molto frequente.   Fonte immagine: Google immagini

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Culturalmente

Christopher McCandless: uno dei più grandi viaggiatori di tutti i tempi

Christopher McCandless, anche noto come Alexander Supertramp è stato un viaggiatore statunitense che dopo aver concluso gli studi, è partito per un viaggio in tutta la parte ovest degli Stati Uniti d’America e che aveva come unico obiettivo l’Alaska. Località che egli raggiungerà dopo un bel po’ di mesi nell’aprile del 1992 e che però sarà per lui fatale. Christopher McCandless: Nelle terre selvagge Christopher McCandless è un giovane americano che abita in Virginia, proveniente da una famiglia benestante e che nel 1990 si laurea con un voto molto alto all’Università Emory con una specializzazione in Storia ed Antropologia. Appena dopo la laurea decide di mollare tutto e di partire con la sua auto (una Datsun B210 gialla del 1982) con la quale amava fare viaggi, dopo aver donato 24mila dollari di risparmi all’Oxfam. L’auto dopo poco però fu ritrovata nel deserto del Mojave e molto probabilmente il ragazzo aveva abbandonato l’auto poiché inutilizzabile a causa di un’inondazione proveniente dal fiume accanto al quale si era accampato. Continuò il suo viaggio portando con sé solo i suoi documenti d’identità e camminando a piedi e facendo l’autostop, girovagò tra Stati Uniti occidentali e Messico settentrionale. Fino ad arrivare poi nell’aprile del 1992 nei boschi dell’Alaska, nel parco nazionale del Denali, dove trovò un bus abbandonato che soprannominò ”Magic Bus” e nella quale trovò oggetti semplici da campo, ma utili alla sopravvivenza come un fucile, una sacca di riso, un libro sulle piante commestibili del luogo ed una mappa del luogo. Dopo alcuni mesi, verso luglio, il giovane decise di ritornare a casa, ma dopo aver camminato per due giorni arrivò al fiume che aveva attraversato qualche mese prima, ma si rese conto che a causa del disgelo dei ghiacciai, il fiume era in piena e quindi non gli fu possibile oltrepassarlo e fu costretto a ritornare al Magic Bus. Nel settembre del 1992, due cacciatori ritrovarono il cadavere di Christopher McCandless che era già morto da due settimane e pesava circa 30 kg. La versione ufficiale sulla morte di Christopher è che egli sia morto di fame, ma alcuni parlano anche di freddo o del fatto che egli abbia potuto ingerire dei frutti di una pianta velenosa confondendoli con dei fagioli. Accanto a lui, nel vecchio autobus, furono ritrovati numerosi appunti scritti da lui, una macchina fotografica con cui aveva effettuato degli autoscatti, alcuni libri ed altri oggetti utili alla sopravvivenza. «Non amo di meno l’uomo, ma di più la Natura» Con questa frase di Lord Byron inizia il film diretto da Sean Penn sulla vita di Christopher McCandless: Into the wild – Nelle terre selvagge. Un film, di sicuro meno dettagliato del libro originale Nelle terre estreme scritto da Jon Krakauker e pubblicato nel 1997, ma che è stato molto discusso poiché il regista ha dovuto aspettare dieci anni prima di poter girare il film dato che la famiglia del giovane era restia a portare nelle sale cinematografiche la storia di loro figlio. Ma dietro tutto ciò vi era nascosto anche […]

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Culturalmente

Ceci n’est pas une pipe: la genialità del pittore surrealista René Magritte

Ceci n’est pas une pipe: o anche una delle opere che più hanno segnato la storia del surrealismo in epoca moderna. Si tratta di un quadro (olio su tela) dell’artista belga René Magritte, più noto con il titolo ”La trahison des images”, creato tra il 1928-29 ed attualmente esposto nel Los Angeles County Museum of Art in Los Angeles (Stati Uniti D’America). L’opera fu realizzata quando l’artista aveva trent’anni e rappresenta una pipa dipinta su uno sfondo monocromo e sotto la scritta (che ha creato enormi discussioni): Ceci n’est pas une pipe (in italiano: questa non è una pipa). Ceci n’est pas une pipe: la rivoluzione surrealista Citando lo stesso Magritte, egli sottolinea questa dicotomia ed afferma: ”Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa”. Da ciò si può spiegare quello che era il reale intento dell’artista, ovvero quello di marcare la differenza tra una rappresentazione ed un oggetto reale poiché la pipa rappresentata non è una pipa reale bensì una raffigurazione pittorica dato che se si osservasse il quadro, senza la rivoluzionaria didascalia, alla domanda ”che cos’è?”, ognuno risponderebbe ”è una pipa”; invece l’artista vuole marcare il concetto che le due cose hanno proprietà e funzioni spiccatamente differenti. Egli punta il tutto sulla differenza di tangibilità e consistenza che il mondo della realtà ha con quello dei segni, invitando nello stesso tempo alla riflessione sulla complessità del linguaggio. Magritte con quest’opera va oltre gli schemi della pittura classica secondo cui vi era un legame indissolubile tra l’immagine e la realtà. L’artista non solo lo nega, ma dà la chiara dimostrazione del contrario, andando contro tutti i preconcetti e portando anche con sé, invece, un concetto profondo sul linguaggio e sulla comunicazione umana in quanto molto spesso i codici verbali e non verbali, per essere quanto più pratici ed operativi possibili si adeguano alla realtà e si ”semplificano”. Queste semplificazioni portano poi nell’oggetto un deficit comunicativo che è quello che Magritte continuerà sempre a sottolineare la differenza tra le due cose che, per quanto possa risultare banale, non lo è assolutamente se si analizzano i fattori linguistici che fanno di questa dicotomia una delle rivoluzioni più forti dell’arte moderna. Il quadro mette in contrasto l’atto di leggere e l’atto di guardare, facendo dell’uno la negazione dell’altro ed, inoltre, fa da stimolo per l’intelletto poiché pone un enigma così intrinseco di fondamenti logici e linguistici che fa della pittura un mezzo di conoscenza.   Fonte immagine: https://www.tumblr.com/privacy/consent/begin?redirect=https%3A%2F%2Fwww.tumblr.com%2Ftagged%2Fquesta-non-%25C3%25A8-una-pipa

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Cinema e Serie tv

Attori italiani del momento: i più importanti del panorama cinematografico

Gli attori italiani del momento sono davvero tanti; l’Italia, negli ultimi anni, sta vivendo un momento molto importante per la storia del cinema. Basti pensare a Paolo Sorrentino e subito ricordiamo la vittoria agli Oscar, o a tanti e numerosissimi personaggi che sono amati in tutto il mondo, come ad esempio Luca Guadagnino. Si tornano a produrre grandi film e tra nuove scoperte e vecchie conferme, il cinema italiano continua a ricevere premi e riconoscimenti. Ricordiamo ora alcuni dei volti che, con la giusta grinta e determinazione, sono presenti nella scena cinematografica italiana ed internazionale. Attori italiani del momento: gli interpreti più famosi Stefano Accorsi: attore under 50 con una carriera ultraventennale alle spalle, l’artista bolognese può vantare di grandi successi sia in Italia che all’estero. Vincitore di due David di Donatello, tre Nastri d’argento (di cui uno come regista), due Ciak d’oro, un Globo d’oro ed il premio per la miglior interpretazione maschile alla Mostra del Cinema di Venezia. Alessandro Borghi: vincitore nel 2019 del David di Donatello come miglior attore protagonista per l’interpretazione di Stefano Cucchi nel film di Alessio Cremonini ”Sulla mia pelle”, l’attore romano è sicuramente uno degli interpreti più richiesti degli ultimi tempi. Pierfrancesco Favino: dopo l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico di Roma, la sua carriera è iniziata fin da subito arrivando a recitare in ben 50 pellicole e portando a casa la vittoria di due David di Donatello, tre Nastri d’argento, due Ciak d’oro ed altri numerosi riconoscimenti che lo portano ad essere uno degli attori italiani del momento più apprezzati anche per le sue interpretazioni come showman e presentatore televisivo. Elio Germano: vincitore di tre David di Donatello, un Nastro d’argento e tre Globi d’oro, inizia la sua carriera già da piccolo e collabora con i più grandi registi come Paolo Virzì, Ettore Scola, Michele Placido, Ferzan Ozpetek e Mario Martone. L’attore pluripremiato, per il ruolo di Giacomo Leopardi nel film ”Il giovane favoloso” di Mario Martone, vince – oltre al David e al Nastro d’argento – il Premio Pasinetti al miglior attore alla 71esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Carolina Crescentini: è una delle attrici più in voga negli ultimi anni; riconosciuta da tutti come ”Azzurra” di ”Notte prima degli esami”, l’interprete romana è stata coinvolta in numerosi film che l’hanno portata a raggiungere importanti riconoscimenti come il Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista per ”Boris – Il film”. Luisa Ranieri: donna dalla grande tempra e dalla forte presenza scenica, l’attrice napoletana non solo è un grandissimo volto nel mondo del cinema, ma è anche un grande riscontro nel teatro e nella televisione. Protagonista di numerose fiction, ma anche protagonista di molti film, Luisa Ranieri è stata anche madrina del Festival del Cinema di Venezia nel 2014. Valeria Solarino: dopo aver frequentato la celebre scuola del Teatro Stabile, inizia una carriera rapidissima costellata da numerosi successi come anche il premio come miglior attrice femminile al Festival di Cannes del 2009 per l’interpretazione di Angela nel film ”Viola di mare”. Fonte […]

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Culturalmente

Autori greci e latini a confronto: le analogie fondamentali

Camminando a ritroso nella storia è possibile individuare con grande facilità quelle che sono le analogie tra la cultura greca e la cultura latina. Senza dubbio, infatti, gli autori latini sono stati influenzati da quelli greci e, quando non ne subivano influenze positive, se ne distaccavano completamente. Si possono categorizzare queste somiglianze se si analizzano principalmente i generi letterari che hanno messo a paragone più volte questi due mondi così ricchi di cultura e di storia. Tra i principali generi, ricordiamo su tutti la commedia e la tragedia. Autori greci e latini a confronto: Commedia La commedia latina, anche nota come “commedia palliata” e derivante dalla Commedia Nuova greca. Ha tra i suoi massimi esponenti Plauto e Terenzio, due personaggi tra loro molto differenti in quanto Plauto puntava principalmente sul riso immediato, sui colpi di scena e sul meravigliare lo spettatore, mentre le commedie di Terenzio, in numero minore rispetto a quelle di Plauto, erano l’opposto in quanto bisognava prima riflettere e poi la battuta suscitava una qualche ilarità. Proprio per questo motivo le opere terenziane, non furono subito apprezzate dal pubblico, ma solo dopo numerose rappresentazioni. Da ricordare inoltre che a Roma ebbe molto più successo la palliata anziché la togata in quanto la palliata aveva costumi greci. Tra i principali autori di commedia greca ricordiamo invece Menandro. Menandro è molto più innovativo rispetto ai suoi predecessori e fa parte di quella corrente di autori greci che maggiormente influenzò i latini e che si distaccava dalla commedia originaria, ad esempio quella di Aristofane, che era considerata “primitiva” e che non praticava l’uso delle maschere che furono inserite solo successivamente. Nei costumi come nella maschera, nella caratterizzazione dei personaggi che di solito erano fissi (il vecchio, il giovane, la meretrice), vediamo che i latini raccolsero dai greci numerosi spunti. Tragedia La tragedia latina di influenza greca, anche nota come fabula cothurnata (che prende il nome dai “cothurni”, gli stivali indossati dagli attori greci durante le rappresentazioni), insieme alla fabula praetexta (tragedia latina di ambientazione latina), sono i due pilastri del genere romano. Tra i principali autori di tragedie ricordiamo, su tutti, Livio Andronico, Nevio, Ennio, Pacuvio, Accio (di cui solo gli ultimi due scrissero, nella loro vita, esclusivamente tragedie, mentre gli altri furono anche autori di commedie). Le opere latine, nascevano da una rielaborazione delle opere greche tra cui i massimi esponenti ricordiamo Eschilo, Sofocle ed Euripide. Seppur molto simili a quelle greche, sia per i temi che per le ambientazioni e altre caratteristiche principali, le opere latine tendevano però ad adattarsi al pubblico per cui si esibivano che prediligeva, su tutto, il gusto per il macabro e per l’orrido. Fonte immagine: https://images.app.goo.gl/rqyyVhaykMCgCCDY7

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Musica

Il Muro del Canto: il gruppo musicale volto del folk rock romano

Il Muro del Canto è un gruppo musicale, genere folk rock, fondato a Roma nel 2010 quando ha esordito con il singolo “Luce mia” a cui è seguito poi un EP. La band romana è di uno stile musicale molto particolare. Un’unione tra tradizioni popolari e contaminazioni rock e dark; le loro canzoni sono la testimonianza forte e pungente di tematiche incentrate sull’amore, sulla morte e sull’anticlericalismo. Il gruppo è composto da Daniele Coccia Paifelman (voce), Alessandro Pieravanti (voce narrante, batteria e percussioni), Alessandro Marinelli (fisarmonica), Ludovico Lamarra (basso), Eric Caldironi (chitarra acustica, pianoforte), Giancarlo Barbati (chitarra elettrica e cori fino ad ottobre 2018), Franco Pietropaoli (chitarra elettrica e cori a partire da novembre 2018). Il Muro del Canto: le origini ed il percorso della band Dopo la pubblicazione nel 2010 del loro primo EP, nel 2011 continuano il loro percorso con la vittoria del Premio “Stefano Rosso” come miglior arrangiamento del brano “E intano il Sole si nasconde”. Proseguono, poi, nel 2012 pubblicando il loro primo album, ”L’ammazzasette (Goodfellas)”, che ha ottenuto ottime recensioni sia da parte della stampa specializzata che dalla stampa nazionale. Successivamente hanno partecipato insieme ad artisti come Ardecore e BandaJorana per la compilation della nuova musica Mamma Roma. Nell’ottobre del 2013 Il Muro del Canto pubblica il secondo album, ”Ancora ridi”, mixato da Tommaso Colliva dei Calibro 35. L’anno seguente il gruppo pubblica un 7 pollici prodotto da Hellnation: Lato A Vivere alla grande inedito recitato, Lato B Le mantellate, cover della canzone di Giorgio Strehler. Sempre nel 2014, per i 25 anni della trasmissione Blob su Rai3 viene trasmesso in anteprima il video ”Il lago che combatte” frutto della collaborazione con gli Assalti Frontali. La canzone racconta la storia del lago dell’ex Snia di Roma salvato dalla speculazione edilizia. Ancora nel 2014, Daniele Coccia Paifelman, Eric Caldironi ed Alessandro Marinelli de Il Muro del Canto, registrano a nome Montelupo il “Canzoniere Anarchico”, 17 brani della tradizione anarchica Italiana prodotto da Goodfellas, con introduzione di Alessio Lega. Tre anni più tardi, nel 2017, il brano ”7 vizi capitale” di Piotta e Il Muro del Canto diventa la sigla di coda della serie televisiva di Netflix Suburra. Inoltre partecipano alla colonna sonora del documentario Piccolo Mondo Cane di Claudio Casale e Matteo Bennati. Nel 2018 partecipano alla colonna sonora del film horror Go Home – A casa loro, diretto da Luna Gualano con il brano ”Luce mia”. Nell’ottobre 2018, pubblicano ”L’amore mio non more” per Goodfellas. Il video del primo singolo ”La vita è una” vede la partecipazione dell’attore Marco Giallini e il secondo ”Reggime er gioco” quella di Vinicio Marchioni. Inoltre, i monologhi recitati dalla band sono stati raccolti nel libro ”500 e altre storie” scritto da Alessandro Pieravanti. Fonte immagine: https://www.google.com/search?q=il+muro+del+canto&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=2ahUKEwiQytfax-3rAhVFwQIHHW3bAMAQ_AUoAnoECBoQBA&biw=1366&bih=657#imgrc=YI0A7-dTeXn_SM

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Riflessioni culturali

Testi sacri: le opere religiose più importanti della storia dell’umanità

I testi sacri, anche conosciuti come ”sacre scritture”, sono dei documenti o delle opere letterarie ritenute sacre dalle religioni e movimenti spirituali. Sono ritenute interamente divini o parzialmente ispirati in origine; in alcune religioni i fedeli usano titoli come ”Parola di Dio” per indicare le sacre scritture, in altre, come nel Buddhismo, questi scritti iniziano con l’invocazione ”Così ho udito”, indicando con ciò che tale opera è ritenuta diretto insegnamento del Buddha Sakyamuni. Anche i non credenti spesso scrivono in maiuscolo i nomi delle sacre scritture come segno di rispetto o per tradizione. Gli atteggiamenti riguardo ai testi sacri differiscono da religione a religione: alcune rendono disponibili i propri testi scritti con la massima libertà, mentre altre sostengono che i segreti sacri devono rimanere nascosti a tutti tranne che al leale e all’iniziato (esoterismo); altre ancora fanno entrambe le cose, rendendo pubblici alcuni testi e riservandone altri ad una cerchia ristretta di iniziati. La maggioranza delle religioni promulgano norme che definiscono i limiti dei testi sacri e che controllano o impediscono cambiamenti e aggiunte. Le traduzioni dei testi devono ricevere il benestare ufficiale, ma la lingua originale con cui era stato compilato il testo ha spesso la preminenza assoluta. Testi sacri: i maggiori scritti nel corso dei secoli Tra i testi maggiori ricordiamo: Buddhismo: tradizionalmente indicati come ”Tripitaka” (tre canestri) sono attualmente raccolti in tre canoni ovvero il Canone pali, il Canone cinese e il Canone tibetano, così denominati in base alla lingua degli scritti. I canoni buddhisti raccolgono gli insegnamenti, i sermoni, le parabole e i detti di Siddharta Gautama (il Buddha), le regole di vita all’interno del Sangha (la ”comunità” dei fedeli, sia monaci che laici) e le tecniche per il raggiungimento del Nibbana, ovvero l’ ”estinzione”, intesa come liberazione dal samsara, l’eterno ciclo karmico di nascita, morte e rinascita a cui sono soggetti gli esseri senzienti. Cristianesimo: la Bibbia è il testo sacro della religione cristiana, formata da libri differenti per origine, genere, composizione, lingua, datazione e stile letterario, scritti in un ampio lasso di tempo, preceduti da una tradizione orale più o meno lunga e comunque difficile da identificare, racchiusi in un canone stabilito a partire dai primi secoli della nostra era. Il cristianesimo riconosce nel suo canone ulteriori libri scritti in seguito al ”ministero” di Gesù. La Bibbia cristiana risulta divisa in ”Antico Testamento” corrispondente alla Bibbia ebraica e ”Nuovo Testamento” che descrive l’avvento del Messia e le prime fasi della predicazione cristiana. La parola ”Testamento” presa singolarmente significa ”patto”, un’espressione utilizzata dai cristiani per indicare i patti stabiliti da Dio con gli uomini per mezzo di Mosè (antico testamento) e poi per mezzo di Gesù  (nuovo testamento). Islam: il Corano è considerato dai musulmani il loro testo sacro, trasmesso parola per parola da Dio (Allah). I musulmani ritengono che Maometto abbia ricevuto il Corano da Dio attraverso l’Arcangelo Gabriele, che glielo avrebbe rivelato in lingua araba. Per questo i fondamentali liturgici islamici sono recitati in tale idioma in tutto il mondo musulmano. Dopo la […]

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Riflessioni culturali

Indoeuropeo/protoindoeuropeo: l’origine comune delle lingue indoeuropee

L’indoeuropeo, indicato anche nello specifico ”protoindoeuropeo”, è la protolingua che, secondo gli studi di linguistica comparativa, costituisce l’origine comune delle lingue indoeuropee. A partire dal 2000 a.C. si attestano somiglianze tra queste lingue che hanno imposto agli studiosi di assumere la consapevolezza che vi sia stata una lingua parlata circa 7000 anni fa che è la protolingua preistorica dalla quale derivano tutte le altre e che per convenzione viene chiamata proto-indoeuropeo. Grazie al metodo comparativo, negli anni, i linguisti hanno cercato di ricostruire, se pur in maniera ipotetica, una documentazione più arcaica di questa lingua dandone anche una grammatica ed un lessico. La prima formulazione coerente dell’ipotesi avvenne in Germania. Indoeuropeo: una famiglia linguistica allargata Appartengono con certezza alla famiglia linguistica indoeuropea diverse sottofamiglie linguistiche (come se fossero dei rami che partono dal tronco comune, il protoindoeuropeo) a loro volta differenziate in lingue e dialetti: lingue anatolitiche come il luvio, l’ittita, il palaico, il licio, il lidio, il cario (oggi estinte); i dialetti del greco come lo ionico-attico, il dorico, l’eolico, l’arcado-cipriota, il greco di nord-ovest, il panfilio; l’Indo-iranico comprendente il ramo Indo-ario (lingue indoeuropee parlate in India) e l’iranico (lingue indoeuropee dell’Iran). In età antica è testimoniato dall’avestico e dal sanscrito vedico; le lingue celtiche diffuse dal I millennio a.C. nell’Europa atlantica dalla Spagna all’Irlanda e oggi a rischio di estinzione; le lingue italiche diffuse in origine in Italia centro-meridionale e nord orientale e rappresentate, nel I millennio a.C., dal latino, dall’osco-umbro, dal venetico e da altri dialetti minori; le lingue germaniche, di cui è certo che già intorno alla metà del I millennio a.C. fossero diffuse in Europa centro-settentrionale fra il Baltico e il bassopiano sarmatico, le loro prime attestazioni scritte risalgono al V secolo d.C.; l’armeno, parlato in Armenia e noto a partire dal V secolo d.C.; il tocario, nei suoi due dialetti estinti A e B (tocario orientale e tocario occidentale), si è estinto da molto tempo ed è documentato nel Turkestan cinese intorno al 1000 d.C.; l’illirico, una lingua poco nota e diffusa a suo tempo nei Balcani occidentali; le lingue slave, discese tutte da una protolingua (il paleoslavo), già lingua liturgica della chiesa ortodossa in Europa orientale; le lingue baltiche, comprendenti l’antico prussiano, estinto nel XVIII secolo, nonché due lingue vive, il lituano ed il lettone; l’albanese; infine una serie di parlate estinte e poco note come il frigio, il tracio, il daco-misio, il messapico, il ligure e i dialetti Macedoni e dei Peoni. Analizzando la lingua dal punto di vista tipologico, si può affermare che il proto-indoeuropeo, nella fase tardo-unitaria, era una lingua flessiva o fusiva, con un alto grado di sinteticità (quantità di morfemi per parola). La ricostruzione interna permette tuttavia di intravedere una fase di poco più remota, in cui la protolingua mostrava ancora in gran parte l’aspetto di una lingua agglutinante. Le tendenze che hanno determinato la trasformazione tipologica sembrano ancora in parte attive nella fase più arcaica di molte delle lingue figlie. Fonte immagine: Google immagini

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Riflessioni culturali

Drammi pastorali: dalla cultura greca al Seicento, attraverso i secoli

I drammi pastorali sono dei componimenti che prendono vita dal genere teatrale del dramma pastorale (o anche favola pastorale, commedia pastorale, tragicommedia pastorale), che vide la nascita negli ambienti colti del Manierismo ed ebbe il suo massimo sviluppo nel Cinquecento e nel Seicento. Ebbe un forte influsso sull’intermezzo e fu d’ispirazione anche per il melodramma. La derivazione da un genere letterario è da ricondurre all’egloga di origine virgiliana tramite le Bucoliche, che avevano avuto vasta diffusione ed ampio consenso nelle corti quattro e cinquecentesche. I dialoghi delle egloghe si trasformano poi in strutture drammatiche. Poliziano e Sannazzaro avevano contribuito alla diffusione del genere: il primo con la Favola di Orfeo, il secondo con l’Arcadia, che proprio per la forma adottata più si avvicina al dramma pastorale. Drammi pastorali: le caratteristiche e le opere principali Il dramma pastorale è ambientato in luoghi silvestri o campestri in una natura bucolica e pura. Su questo sfondo, agiscono personaggi che ben si sposano con l’ambiente circostante: pastori, ninfe, satiri e creature del bosco. Era composto solitamente in versi. La fortuna del dramma pastorale è da ricercarsi sia nei contenuti che nelle modalità di rappresentazione in scena. Da una parte, infatti, i raffinati spettatori del genere erano affascinati dall’ambiente rappresentato, di vago sapore esotico e sospeso nel tempo poiché senza precisa connotazione cronologica. Gli elementi scenici si arricchirono di accorgimenti scenografici spettacolari o preziosi, così come i costumi del attori. Gli scenari, inoltre, furono pensati appositamente per l’ambientazione bucolica, fornendo ad architetti come Sebastiano Serlio materia su cui lavorare per ideare nuove e stupefacenti macchine e sfondi per le rappresentazioni. Tra le opere più importanti dei drammi pastorali ricordiamo: Tirsi di Baldassarre Castiglione; Egle di Giraldi Cinzio; Ma i capolavori restarono sempre: L’Aminta di Torquato Tasso che narra di un pastore, Aminta, che si innamora di una ninfa mortale, Silvia, ma non viene ricambiato. Dafne, amica di Silvia, consiglia ad Aminta di recarsi alla fonte dove si bagna di solito la ninfa. Silvia viene aggredita alla fonte da un satiro che si appresta a violentarla, quando interviene Aminta che la salva. Ma lei, ingrata, scappa senza ringraziarlo. Aminta trova un velo appartenente a Silvia sporco di sangue e pensa sia stata sbranata dai lupi. Addolorato per la presunta morte dell’amata decide di suicidarsi gettandosi da una rupe. Silvia, che in realtà non è morta, ricevuta la notizia del suicidio di Aminta, presa dal rimorso e resasi conto di amarlo si avvicina al corpo piangendo disperata. Ma Aminta è ancora vivo perché un cespuglio ha attutito la caduta e riprende i sensi, così la vicenda si conclude con il coronamento dell’amore tra i due. Il pastor fido di Giovan Battista Guarini, ambientato in Arcadia, narra di una maledizione che grava sulla mitica terra dei pastori da quando Diana, per un’offesa subita, ha imposto che ogni anno una fanciulla le venisse sacrificata. La punizione potrà avere fine solo quando due giovani di stirpe divina si sposeranno. Per questo Montano, sacerdote discendente da Ercole, intende unire il figlio […]

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Culturalmente

Fabula ed intreccio: il tempo nella narrazione

La fabula e l’ intreccio sono i criteri che regolano l’ordine degli eventi in una narrazione. Prima di analizzare il rapporto tra fabula ed intreccio, bisogna fare una distinzione tra i due avvenimenti narrativi. In narratologia per intreccio si intende l’insieme degli eventi contenuti in un’opera narrativa, visti però non nel loro susseguirsi cronologico e casuale, ma nel modo in cui sono stati disposti dall’autore. Questi infatti può ricorrere a diversi artifizi narrativi, determinando delle distorsioni rispetto alla sequenza meramente cronologica. Ad esempio, con la prolessi l’autore anticipa al lettore la conoscenza di fatti che sulla linea temporale verranno solo dopo. Viceversa, l’analessi (o flashback) è la narrazione posticipata di fatti che sulla linea temporale venivano prima. In questo senso, l’intreccio si contrappone alla fabula che è invece l’insieme degli avvenimenti che si svolgono seguendo un ordine logico-cronologico che a loro volta compongono una narrazione, considerati nei loro rapporti interni. Fabula ed intreccio: analogie e differenze Fabula ed intreccio, spesso indicati ambiguamente come ”trama”, mettono in evidenza il rapporto dinamico che c’è tra tempo della storia (cioè la temporalità relativa ai fatti narrati) e il tempo del racconto (cioè la temporalità relativa all’enunciazione della storia, alla sua messa per iscritto). Sulla base del rapporto tra questi due diversi orizzonti temporali, è possibile comprendere la possibilità di una distorsione temporale in narrativa. Un esempio può essere il romanzo giallo che rappresenta il tipico caso di rapporto non parallelo tra fabula ed intreccio. Ogni autore, però, ha la libertà di scegliere in quale ordine rappresentare i fatti narrati nel suo testo: può descrivere gli avvenimenti seguendo scrupolosamente il loro ordine cronologico, oppure può decidere di anticipare alcuni eventi futuri o spiegare alcuni eventi passati poiché in un testo narrativo la successione degli eventi non deve rispondere per forza né ad un ordine logico di successione consequenziale, né ad un ordine cronologico di successione temporale. L’autore deciderà di raccontare una storia rispettando la fabula, cioè senza alterare l’ordine naturale degli eventi oppure stravolgere l’ordine, montandoli in modo originale. La fabula è l’ordine reale di una storia, mentre l’intreccio è l’ordine narrativo della storia, deciso dall’autore. E’ chiaro quindi che la fabula è un dato di fatto, rappresenta cosa accade (e le cose accadono in ordine cronologico, le cause prima degli effetti); l’intreccio, invece, è una scelta dell’autore che decide come raccontarci ciò che accade. Se un autore decide di mantenere l’ordine cronologico degli avvenimenti così come sono avvenuti, allora nel suo testo l’intreccio coincide con la fabula e si parla anche di ”intreccio lineare”. Quando ciò avviene, gli eventi della trama sono narrati secondo un rapporto consequenziale di causa-effetto, così come avviene nella realtà.   Fonte immagine: Pixabay.

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