Di specchi e cornici: donne d’arte a confronto

donne d’arte

Riuscireste a contare il numero di donne che vorrebbero essere guardate come si guarda un’opera d’arte? Il numero esatto di quante sognano occhi di meraviglia, di brama, occhi che spogliano per scovare ciò che è oltre. Donne d’arte, appunto.

Da premettere è la facilità con cui si confonde un intimo e inguaribile desiderio come questo col timore di non essere abbastanza per nessun paio d’occhi, o con l’insicurezza di non saper tener testa alle aspettative che si hanno di sé. Che sia arrogante vanità, allora? Più probabilmente, normale amministrazione. In un mondo in cui sul dizionario gli aggettivi son presenti al maschile singolare, la donna sorride dal punto più alto del podio, premiata come soggetto prediletto da artisti di ogni epoca. La bellezza femminile, colta alla sprovvista o messa in posa, ruba respiri e pensieri. Il sorriso dipinto di una donna, le sue labbra bianche scolpite con minuzia, sono una condanna: chi inciampa in una donna resa immortale dall’arte non la dimentica.

Bellezza e sfumature: la donna si veste d’arte

Donne d’arte, un corridoio di tele vuote. Tu, timidamente donna, vestita di bianco, senza tratti né espressione. L’angoscia del nulla, l’opportunità di creare. Quale versione di te vestiresti d’arte? Cosa sceglieresti?

L’evidenza o l’enigma? Ogni quadro è specchio del suo tempo, non c’è che dire. Ma ogni donna sa essere l’elusione di se stessa. Si pensi alla bellezza pulita di una Madonna di Raffaello (lo stesso autore della sfacciata Fornarina a seno scoperto), incarnazione perfetta delle linee perfette che la tradizione ha disegnato per lei. Il primo e l’ultimo amore di una madre, una donna che, raccontano i testi sacri, ha, a suo modo, sfidato gli schemi, li ha vinti, guidata dal ‘Bene superiore’. È il cuore ideale, il suo, com’è ideale la bellezza che secoli di storia le hanno cucito in viso: un incanto che trascende la bellezza di una donna e si trasforma in quella del creato. Ma “Il bello che porta al bene” competerebbe con un viso così lontano dalle convenzioni come la Monna Lisa? Tutt’altro che un affronto sarebbe accostare una donna che si è detto somigli ad un uomo, che in troppi hanno definito “brutta”, all’angelica bellezza di Maria. La Gioconda insegna che bellezza non sono soltanto i dolci tratti del viso, bellezza è anche ciò che non si vede. Bellezza è anche un sorriso appena accennato e uno sguardo che sa reggere quello degli altri. Bellezza è magnetismo, è ciò che spinge a cercare di estorcerle il segreto che custodisce.

L’ingenuità o il peccato? Una pudica Venere emerge dalle acque del mare nella rappresentazione che ne fornisce Sandro Botticelli: pelle candida, sguardo che sfugge, lunghi capelli in balia in vento, mani che con grazia tentano, e non riescono, a nascondere. Non c’è donna più bella, è stato detto. La fragilità con cui la dea ha dominato la storia della bellezza femminile ha un non so ché di straordinario. La divinità della bellezza e dell’eros, ammantata di pudicizia, quasi bisognosa d’essere protetta. La Venere di Botticelli è l’emblema della meraviglia inconsapevole, è la donna che tiene la mano alla purezza di una Madonna. Sfuggente e bellissima anche la ragazza col turbante (o con l’orecchino di perla) di Vermeer: un attimo prima di voltarsi e scomparire, lascia tracce di sé, imprime la sua firma e lo fa con un sorriso appena accennato e inafferrabili occhi. Lontano dall’inconsapevolezza siedono, invece, le Majas di Francisco Goya. La vestida e la desnuda sono gemelle di sguardo, ma non di atteggiamento. L’aggressività della Maja nuda, consapevole dei suoi lineamenti, lancia una sfida e non lascia nulla all’immaginazione. La fierezza della Maja vestita di trasparenze e aderenze, invece, è erotica, è la chiave per indurre l’osservatore a cercare conferme, è desiderio.

L’eleganza o la sfrontatezza? In ogni caso, paradigma di classe. Il fascino non conosce regole. L’ipnotico volto della prima Giuditta dipinta da Klimt, le sue mani come artigli, che afferrano la testa decapitata del suo uomo, è emblema della donna dorata che si è fatta da sé e da sé ha saputo farsi giustizia, mito dell’irraggiungibile seduttrice, la femme fatale che uccide. Fuoco che arde e si erge su una dinastia di donne nate intere, che non cercano una metà che le completi quanto un’eufonia in cui moltiplicarsi. Le fa eco la spudorata Olimpya di Manet, principessa senza titolo e corona, dignitosamente consapevole della dimensione in cui ha scelto di brillare.

Donne d’arte oltre la cornice: non c’è donna che non sia arte

Dalla forma degli occhi alla leggiadria delle gambe, dalle rughe alla gestualità, dall’immaginare il tocco di una mano al sentire la morbidezza di lunghi capelli. Quello che siamo, quello che fingiamo di essere, quello che vorremmo qualcuno vedesse in noi: in un pennellata di colore ad olio c’è il cuore di chiunque che, guardando il suo riflesso, si è visto davvero, con i suoi fianchi larghi e il suo sorriso troppo aperto. In una tela, in un pezzo di marmo, c’è la storia di chi, impercettibilmente, si è sentito e fatto arte. Incanto.

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A proposito di Ilaria Iovinella

Premessa: mai stata di poche parole, eterna nemica dell'odioso "descriviti in tre aggettivi". Dovessi sintetizzarmi, direi che l'ossimoro è una figura retorica che mi veste bene. Studio giurisprudenza alla Federico II, ma no, da grande non voglio fare l'avvocato. Innamorata persa dell'arte e della letteratura, dei dettagli e delle sfumature, con una problematica ossessione per le storie da raccontare. Ho tanto (e quasi sempre) da dire, mi piace mettere a disposizione di chi non ha voce le mie parole. Insomma, mi chiamo Ilaria e sono un'aspirante giornalista, attualmente impacciata sognatrice con i capelli corti.

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