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Eroica Fenice

Notizie curiose

Starbucks tra storia, curiosità e l’apertura dello store milanese

Dopo le tante voci di corridoio e le altrettante contrattazioni, è stata, finalmente, fissata per il 6 settembre 2018 l’inaugurazione del primo punto Starbucks in Italia. La città fortunata? Nonostante la più quotata fosse la capitale, sarà Milano a vantare la presenza del primo negozio Starbucks italiano, che funzionerà a pieno regime dal 7 settembre. Starbucks Milano, situato in piazza Cordusio, non sarà una semplice caffetteria, o meglio, non sarà come la maggior parte di quelle che siamo abituati a trovare in giro per il mondo. Un Paese come il nostro, nel quale si tramanda una vera e propria cultura del caffè, è risultato ideale per l’apertura della terza Reserve Roastery del gruppo (le altre due sono a Seattle e a Shanghai): oltre allo storico bancone delle ordinazioni, al vostro nome scritto con alta probabilità male dal cameriere e al salvifico wi-fi, in questo tipo di negozio troveremo anche laboratori di torrefazione a vista, spazi per la degustazione e per la produzione di caffè artigianale in edizioni limitate. Inoltre, la già di per sé appetitosa vetrina di prodotti da forno, che vanta dai muffin ai cookies, dalle fette di torta ai brownies al cioccolato, si arricchirà nel negozio italiano delle squisitezze della storica panetteria milanese Princi, che conta un punto vendita anche a Londra e che, secondo gli accordi conclusi proprio con Starbucks, venderà le sue creazioni anche nelle altre Reserve Roastery del colosso americano. Tra la curiosità e il richiamo della mondanità, non ci resta che visitarlo di persona (con poche pretese relative al gusto dell’espresso). Prima di organizzare la gita da Starbucks Milano, però, facciamo un po’ di storia su una delle catene di caffè più famose del globo. Dalla torrefazione di provincia allo Starbucks fenomeno mondiale Tutto iniziò il 31 marzo del 1971, quando un insegnante di inglese (Jerry Baldwin), un professore di storia (Zev Siegl) e uno scrittore (Gordon Bowke) aprirono a Seattle una piccola torrefazione, di nome Starbucks. No, non è né l’inizio di una barzelletta né un sintetico racconto fine a se stesso: è l’incipit della storia di quello che diventerà il colosso che nel 2017 ha fatturato 22,3 miliardi di dollari. Lo Starbucks delle origini era però lontano anni luce dalla caffetteria di tendenza che conosciamo oggi. Infatti, l’azienda produceva soltanto chicchi di caffè interi, non vendeva caffè né offriva la possibilità di fare colazione. La svolta ci fu con l’incontro con l’uomo d’affari a cui Starbucks deve molto, anzi tutto: Howard Schultz. Al tempo manager di una compagnia svedese di produzione di prodotti in plastica, Schultz vede del potenziale nella piccola torrefazione di Seattle: dopo un viaggio proprio nella nostra Milano, pensò di replicare anche in America, partendo dalla piccola realtà di Starbucks, il modello della caffetteria italiana che aveva avuto modo di vedere e sperimentare. Dopo la risposta negativa dei tre fondatori alla sua proposta, l’imprenditore provò a realizzare l’ambizioso progetto da solo, sotto il nome de “Il Giornale”. L’iniziale sfiducia da parte dei papabili investitori stava per porre fine al […]

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Culturalmente

Vello d’oro e Giasone: origine e storia di un mito

Il viaggio è un tema molto caro all’antica mitologia greca: dopo quello di Ulisse verso Itaca, il più famoso è senz’altro quello di Giasone e gli argonauti alla ricerca del vello d’oro. Le origini del mito del vello d’oro La storia del vello d’oro affonda le sue radici (come da regola) in una controversia tra divinità. Si tramanda, infatti, che Nefele, la dea delle nubi, fu ripudiata dal marito Atamante, re beota, poiché costui s’innamorò di un’altra donna, Ino, e la sposò. La nuova moglie di Atamante odiava profondamente i figli che l’uomo aveva avuto dal precedente matrimonio con Nefele, Elle e Frisso, al punto da tentarne l’omicidio per permettere a suo figlio di divenire erede al trono. Così, Ino convinse il re che i due giovani andavano sacrificati agli dei, per far cessare la grave carestia che stava avanzando nel regno. Intanto, Nefele, venuta a conoscenza dei piani della donna, chiese aiuto ad Ermes per salvare dalla disgrazia i suoi figli: il dio le inviò così Crisomallo, un ariete dal vello d’oro dotato di poteri magici, come guarire le ferite, col compito di mettere in salvo i due fratelli trasportandoli in volo in Colchide. Elle, però, non arrivò mai a destinazione: durante il volo, precipitò nel punto che, in suo onore, venne chiamato Ellesponto. Frisso, invece, una volta giunto in Colchide, fu accolto dal sovrano Eete, al quale donò Crisomallo in cambio della mano di sua figlia, la principessa Calciope. La tradizione è concorde nel raccontare che l’ariete magico fu offerto a Zeus (si pensa, inoltre, che la costellazione dell’ariete sia nata proprio dal sacrificio di Crisomallo), ma discorde nel definire cosa ne fece Eete del suo manto d’oro: infatti, c’è chi sostiene che lo inchiodò ad una quercia e chi che, invece, lo nascose in un bosco mettendovi un drago (o secondo altre versioni, un serpente) alla guardia. Ad ogni modo, non c’è fonte che contesti che la storia del vello d’oro incontri quella di Giasone nella saga degli argonauti. Il vello d’oro e Giasone: la saga degli Argonauti È Apollonio Rodio che, ne Le Argonautiche, racconta la storia di Giasone, storia che nasce da un trono conteso, quello della città tessala di Iolco. La lotta al potere era tra i fratellastri Esone, legittimo sovrano e padre di Giasone, e Pelia, che uccise l’avversario e si incoronò re. Il piccolo Giasone, in pericolo per le persecuzioni che lo zio aveva avviato per far sì che nessuno minacciasse la sua sovranità, venne affidato al centauro Chirone e crebbe lontano dal palazzo. Una volta cresciuto, Giasone rivendicò il trono, incontrando l’opposizione dello zio, che rispose alla pretesa del nipote con una condizione: ritrovare e consegnargli il vello d’oro. Questo il fine della spedizione degli Argonauti, i 50 eroi che Giasone radunò per il viaggio verso la Colchide a bordo della nave Argo (da qui, argonauti e argonautiche). Raggiunta, con non poche difficoltà, la terra di Eeta, il re mette il valoroso Giasone davanti all’ennesima sfida prima di consegnargli il vello […]

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Cinema & Serie tv

Film romantici degli anni 2000: quali guardare almeno una volta nella vita

Film da guardare mano nella mano, quali sono i migliori degli anni 2000? Gli anni 2000 sono stati e sono ancora anni caldi per le poltrone dei cinema in città, anche in virtù del fatto che stiamo assistendo all’evoluzione di uno dei generi cinematografici più apprezzati: quello dei film romantici. Da tempo immemore considerati una categoria di genere, i film romantici sono, infatti, assimilati alla cinematografia chick flick, cioè quella serie di film che si rivolgono prevalentemente al pubblico femminile. Ma il cinema romantico e passionale ha saputo reinventarsi e andare oltre lo stereotipo delle trasposizioni su pellicola di Romeo e Giulietta, avvicinandosi alle storie d’amore di ogni giorno ma senza mai snaturarsi, senza rinunciare a quel tocco di magia che “succede solo nei film!”. Così, vi proponiamo una carrellata dei migliori film da guardare mano nella mano usciti negli anni 2000: ce n’è per tutti i gusti e l’unico dramma sarà scegliere quello da cui iniziare la maratona. I film romantici ai tempi di Jennifer Lopez e del cinema francese Quali sono i film d’amore da vedere assolutamente? Grandi titoli provengono soprattutto dal cinema straniero, nonostante il cinema disimpegnato delle commedie all’italiana e quello delle introspettive pellicole drammatiche trovino sempre spazio per una storia d’amore: tra i grandi nomi, si pensi a Sergio Castellitto e ai suoi film tratti dai romanzi della scrittrice Margaret Mazzantini, sua moglie (uno tra tutti Venuto al mondo). Ad ogni modo, che il cinema sentimentale sia stato creato per soddisfare l’immaginazione delle donne lo si deduce dal successo che hanno raggiunto film romantici con grandi protagoniste femminili: dalle bionde come la Bridget Jones di Renée Zellweger e la Elle Woods di Reese Witherspoon (protagonista de La rivincita delle bionde), alle ragazze che fanno squadra e che hanno conquistato il mondo, come le Quattro amiche e un paio di jeans, e la Grande Mela, come in Sex and the City. Ma i due estremi del cinema sentimentale sono, da un lato, le commedie romantiche e, dall’altro, i film strappalacrime: da un lato l’amore impacciato e imperfetto che fa sorridere, dall’altro l’amore dei cuori spezzati e delle lacrime amare. Insomma, l’amore che ognuno si è, per sbaglio o all’improvviso, versato addosso almeno una volta nella vita sta tutto lì, incastrato tra i titoli di coda di un film. Per chi ama l’amore agrodolce che non si prende troppo sul serio, quello che strappa una risata perché surreale e al contempo parecchio vicino alla nostra quotidianità, tra i più amati dal pubblico ci sono sicuramente Love Actually, che vanta un cast di grandi nomi (da Hugh Grant a  Keira Knightley) le cui storie si intrecciano in una romantica Londra natalizia, e La verità è che non gli piaci abbastanza, in cui altrettante storie parallele trovano il loro comun denominatore nell’amore e negli innamoramenti. Menzione d’onore anche alla storia “che non è una storia d’amore”, quella di (500) giorni insieme, e alle avventure di Cameron Diaz e Kate Winslet in L’amore non va in vacanza. Mente, inoltre, l’amante […]

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Libri

Tra poesia e quotidianità: un inedito Valentino Zeichen in Diario 1999

A due anni e poco più dalla sua scomparsa, Valentino Zeichen rivive nella raccolta Diario 1999, pubblicata dalla Fazi editore. Un’opera di poesia e riflessioni, ma non solo: stralci di vita quotidiana che permettono al lettore di viverla con gli occhi di Zeichen. Chi è Valentino Zeichen? Il poeta, che conosciamo come Valentino Zeichen all’anagrafe e che porta il nome di Giuseppe Mario Zeichen, è nato a Fiume nel 1938 ed è venuto a mancare il 5 luglio del 2016, per colpa di un infarto. Zeichen, che lasciava spesso che tanto la mente quanto l’istinto parlassero al suo posto, è stato uno dei personaggi letterari più affascinanti e controversi che la nostra storia moderna abbia conosciuto. Parliamo di un uomo il cui tratto distintivo erano degli improbabili sandali di cuoio, un uomo che da quando si traferì a Roma fino all’ultimo dei suoi giorni ha vissuto in una baracca sulla via Flaminia (oggi la Casa del Poeta, spazio gestito dalla Capitale, presso cui è stata organizzata, lo scorso 4 lulgio, la prima presentazione proprio della raccolta Diario 1999), un uomo che si autoelesse giudice unico della prima edizione del riconoscimento poetico che ancora oggi è il Premio Zeichen. Un uomo unico, che ha vissuto, sperimentato e raccontato di tutto ciò che gli attraversava la pelle. Nessuno, neanche la storia, potrà toccarlo con i suoi giudizi. “Non parlo di mondi onirici. Nella mia poesia entra la comicità, l’ironia, la precisione. Ci sento lo zampino della matrigna, e quindi la diffidenza verso il sentimento. O meglio: verso la menzogna del sentimento. Esiste una purezza della poesia alla quale sono fedele: l’esclusione del cuore. Non mento mai”, confessava ad Antonio Gnoli in un’intervista per Repubblica, e non ha tradito il suo modo di pensare e percepire la poesia neanche nelle sue riflessioni di ogni giorno. L’amarezza del tempo che passa coesiste con la voglia di stare al centro del proprio tempo, così come il sole che sorge e “la luna che tramonta”, come si legge in uno stralcio di poesia raccolta nell’opera messa su dalla Fazi editore, sono momenti di naturale bellezza che non va assimilata come scontata, sono punti da cui partire, sono spunti per la mente per vagare ancora. I versi di Zeichen sono ragionati, sono frutto dell’istinto della ragione, sono la verità che non conosce sovrastrutture e abbellimenti. Unico nel suo genere, di quell’onestà che ricorda D’annunzio e di quell’impegno intellettuale che nasce con Petrarca, il modo in cui Zeichen fa poesia è spontaneo e al contempo mai superficiale: una profondità che Diario 1999 non smentisce, bensì conferma. Un eterno Zeichen, quello del Diario 1999 Diario 1999 è un album di dettagli, di appunti di vita quotidiana, un insieme di pezzi che hanno composto un anno tra i tanti: da venerdì 1° gennaio, festeggiando l’inizio dell’anno nuovo a casa di Carla Accardi (la pittrice delle “Pietrose distanze”, la raccolta di suoi dipinti accompagnati dai testi di Zeichen e dell’amico Achille Bonito Oliva), fino al 30 dicembre, con gli auguri per […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Anime partenopee al PAN: al via la IV edizione di Napoli Expò Art Polis

Il caldo di una soleggiata Napoli non ha fermato i tanti interessati dal partecipare all’inaugurazione della rassegna Napoli Expò Art Polis, tenutasi il 14 luglio al Palazzo delle Arti di Napoli. Saranno le sale del PAN, infatti, ad ospitare fino al 27 agosto la quarta edizione del Napoli Expò Art Polis, che quest’anno si arricchisce con un sorprendente calendario di eventi che coinvolge alcune delle più importanti personalità artistico-culturali della nostra città. Alla domanda “Che cos’è Napoli Expò Art Polis?” ha risposto il professor Gianpasquale Greco, che ha curato il catalogo e i testi critici e che, insieme all’organizzatrice Daniela Wollmann, ha selezionato gli artisti partecipanti: “È una mostra? Sì, ma non solo. È un grande contenitore di storia dell’arte a tema napoletano”. A voi il compito di trovare ragione in queste parole, nel labirinto di meraviglia e spettacolo che animerà l’estate napoletana di quest’anno. Dal 14 luglio al 27 agosto: cosa aspettarsi da Napoli Expò Art Polis Al vernissage di inaugurazione del 14 luglio era presente la curatrice del progetto (elaborato in collaborazione con l’assessorato alla cultura del Comune di Napoli), Daniela Wollmann, che ha illustrato il filo conduttore e lo spirito che animano questa edizione. “Anime partenopee” è il tema scelto per quest’anno, il comune denominatore che unisce le opere degli 80 e più artisti in esposizione, tra pittori, scultori, illustratori, installatori. Dalla magia del golfo di Napoli che incontra Van Gogh nel quadro di Paola Fenelli fino all’espressività delle fotografie di Bruno Ciniglia e ai colori di Sandra Statunato: tanti i richiami e le reinterpretazioni in chiave napoletana delle grandi opere del passato, altrettante le manifestazioni d’arte sentite ed eloquenti, specchio del nostro oggi, narratrici dei sentimenti più veri che accomunano gli uomini. Inoltre, anima partenopea d’eccellenza è Tina Pica, attrice e commediografa napoletana scomparsa nel 1968, a cui è dedicato il documentario di Lucilla Parlato e Federico Hermann, prodotto da Identità Insorgenti, che sarà possibile vedere, per tutta la durata della rassegna, nella Sala Video del secondo piano del Palazzo delle Arti di Napoli. Non solo dotato di ampi e luminosi spazi, ma anche aperto a nuovi linguaggi sperimentali, lo storico PAN, con i suoi 100mila visitatori l’anno, spiega l’assessore Gaetano Daniele, è il luogo più adatto ad ospitare una rassegna come Napoli Expò Art Polis: una palestra per artisti che vogliono crescere, un punto fermo per immergersi in un mondo altro, quello dell’arte. Presente al taglio del nastro anche la madrina dell’evento, la cantante Monica Sarnelli, che, sulle note della sua “Chesta sera”, ha con la sua voce riempito d’arte anche la conferenza di presentazione. La canzone è stata dedicata al ricordo di Luigi Necco, a cui sarà dedicata la giornata del 23 luglio, durante la quale interverranno anche la figlia Alessandra, Nino Daniele, Paolo Giulierini, Giuseppe Maggi, Massimo Perna. Tra gli eventi in calendario anche la presentazione del libro “Il giallo di Van Gogh” di Marina Albamonte d’Affermo, il 16 luglio alle ore 17.00, le performances di body painting di Giulia Avallone il 30 […]

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Notizie curiose

Effetto Forer: lo psicologo che ha spiegato perché crediamo all’oroscopo

Tra astri e scienza: l’effetto Forer che si manifesta ogni giorno “Che caratterino, sarai sicuramente sagittario”. Quante volte ci sono state dette frasi di questo tipo. Perché se lo dice l’oroscopo allora i nati nella seconda decade di luglio sono degli inguaribili romantici e quelli che hanno come ascendente lo scorpione si riconoscono dalla loro diffidenza. Allo stesso modo, se alla radio annunciano che gli astrologi hanno previsto una settimana difficile per il nostro segno zodiacale, in quanti affronteranno le vicende del giorno col piede sbagliato? Le stelle hanno sempre ragione e chi sa leggerle è custode di una verità incontestabile, o forse no? C’è chi ritiene siano solo fortunate previsioni che influenzano il nostro agire e chi lo legge ogni mattina in treno altrimenti non può dare inizio alla sua giornata. Eppure, dietro il misticismo degli astri si cela la scienza: è proprio questo nostro credere alle previsioni dell’oroscopo la manifestazione più lampante dell’effetto Forer. Uomini di scienza, creduloni e sognatori: eccovi svelata la verità sul destino che arriva dalle stelle. L’effetto Forer e la suggestione: da Barnum a Forer L’effetto Forer è anche conosciuto come effetto Barnum. Tra i primi a riconoscere e affermare il valore della suggestione, infatti, ci fu Phineas Taylor Barnum (1810 – 1891), un brillante imprenditore americano, ideatore del celebre circo Barnum, caratterizzato da un gran numero di attrazioni talmente varie e assurde (dallo scheletro di Cristoforo Colombo ad una sirena creata cucendo il busto di una scimmia alla coda di un pesce) che, secondo il suo creatore, chiunque poteva trovare almeno un numero che riuscisse a divertirlo. Tutt’altro che rari i casi di spettatori che hanno creduto che quei mostri provenissero davvero da tempi e luoghi lontani, i casi di uomini stupefatti che hanno pensato che quel mondo di fantasie fosse vero. Nella metà degli anni ’50, invece, lo psicologo Bertram Forer ha sottoposto ai suoi studenti un test della personalità, al termine del quale ha redatto un profilo psicologico per ciascuno. Ha poi chiesto loro di dare un giudizio sull’accuratezza dell’esito, e quasi la totalità dei ragazzi esaminati si è riconosciuta tanto nel risultato del test, da restare increduli nell’ascoltare ciò che disse Forer al termine dell’esperimento. Lo psicologo svelò, infatti, che a tutti era stata assegnata un’analisi psicologica identica. Come si spiega, allora, che una moltitudine di ragazzi dalle storie e dai caratteri diversi si siano ritrovati in un’unica descrizione? Dietro lo specchio dell’effetto Forer c’è questo: espressioni generiche, formulazioni vaghe dalle cento letture, per comporre un profilo universale, valido per tutti (che, non a caso, venne scritto unendo tra loro frasi tratte da una rivista di astrologia). In altre parole, più la descrizione che leggiamo sarà generica, più saranno le persone che in essa si riconosceranno. Affermare, ad esempio, che i nati sotto il segno del cancro sono persone ansiose che all’occorrenza sanno vincere le loro paure, oppure che le stelle consigliano cautela nei prossimi giorni perché potremmo imbatterci in novità, significa, rispettivamente, attestare un comportamento che comunemente gli uomini […]

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Notizie curiose

Dipendenza da videogiochi, secondo l’OMS è una malattia mentale

Dipendenza da videogiochi, l’OMS la riconosce come disturbo L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente riconosciuto la dipendenza da videogiochi come patologia mentale, inserendola ufficialmente nell’International Classification of Diseases (ICD), l’elenco ufficiale e internazionalmente riconosciuto delle malattie e dei problemi che da queste derivano. La dipendenza da gioco digitale consiste in “una serie di comportamenti persistenti o ricorrenti che prendono il sopravvento sugli altri interessi della vita”. Non sorprende, infatti, che la categoria più colpita sia quella dei maschi a partire dai 12 fino ai 15-16 anni, dunque in una fase particolarmente delicata del processo di crescita, in cui non mancano le pressioni dall’esterno e dell’interno, i timori nel relazionarsi con gli altri e con se stessi. Dipendenza da videogiochi: sintomi e conseguenze del gaming disorder Non sono mancate le critiche degli scettici, che non concepiscono come la dipendenza dai videogiochi possa essere accostata alle altre malattie, ben più gravi e “tangibili”, contenute nell’ICD (si pensi che i primi tre capitoli della classificazione riguardano rispettivamente patologie infettive, tumori e malattie del sangue). Il gaming disorder è stato, infatti, inserito nel capitolo sulle patologie mentali, dati i suoi sintomi e le sue ripercussioni sulla vita del soggetto che ne soffre. La motivazione alla base dell’attenzione dell’OMS circa la dipendenza da videogiochi è stata riportata da Vladimir Poznyak, un esperto del dipartimento per la salute mentale, ed è risultata perfettamente coerente con l’evoluzione delle conoscenze in merito oltre che con l’aumento dei casi di specie. Infatti, l’inserimento nell’elenco dovrebbe aiutare i medici a formulare più facilmente una diagnosi, in considerazione delle conseguenze negative che si riflettono nei comportamenti tenuti da chi ne è affetto e nelle sue relazioni con gli altri. “La patologia porta a problemi nella vita personale, familiare e sociale, con impatti anche fisici, dai disturbi del sonno ai problemi alimentari”, ha spiegato Poznyak. Dunque, quella da gioco digitale è a tutti gli effetti una dipendenza, e come tale, il gaming disorder, è associato ad una vera e propria assuefazione dal gioco, un totale assorbimento nella dimensione virtuale che determina un allontanamento da quella reale. Al di là del rifiuto di ogni interazione e della ricerca della solitudine, il malato di gaming disorder trae piacere soltanto dal gioco, anzi si rivela irritabile e aggressivo quando è messo nella condizione di non poter giocare per un tempo più o meno prolungato. In una videointervista pubblicata da Sky News, Cam Adair, fondatore di GameQuitters.com, la più grande comunità di supporto per i dipendenti da videogames, ha deciso di raccontare la sua esperienza: “Quando ho iniziato a giocare non era male, ero un ragazzo in salute, un ragazzo felice, giocavo ad hockey, ma col tempo iniziò a diventare un problema. Così, finii per essere bocciato al liceo, non una ma due volte. Non mi sono mai diplomato, non sono mai andato al college, arrivai al punto di fingere di avere un lavoro, mentre giocavo ai videogiochi più di 16 ore al giorno. In verità, scrissi anche una lettera d’addio, di suicidio. Ed è stato […]

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Culturalmente

Populismo, populista e popolo: l’empatia tra politica e democrazia

Populismo e populista,  qual è il significato di questi inflazionati termini? L’allarme populismo suona forte e attualissimo in quest’ultimo periodo. Che sia usato come offesa o come connotazione, che ci si affermi populista fiero o che si dissocino i propri affari da definizioni come questa, c’è bisogno, tra le tante cose, di chiarezza. Se la famiglia degli –ismo fa sempre un po’ paura, allora perché con tanta facilità si ricorre a questo termine? Dove finisce il suo significato e ne inizia l’abuso? Il populismo tra passato, presente e futuro Per prima cosa, facciamo un po’ di storia. Narodničestvo direbbero in Russia, populismo diremmo noi in Italia, per indicare un movimento polito-culturale sviluppatosi tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX con l’obiettivo di ottenere l’emancipazione delle masse contadine e di migliorare le condizioni di vita e lavoro dei ceti sociali dimenticati dalla fortuna e dallo Stato, appunto soprattutto quello dei contadini e degli ex servi della gleba (già affrancati, senza concreti miglioramenti, nella seconda metà dell’800 dallo zar Alessandro II). Negli Stati Uniti, invece, era il 1891 quando dal malcontento di operai e coltivatori nacque il People’s Party, il Partito del Popolo, conosciuto anche come Partito Populista (Populist Party), partito che trovava il suo fondamento e il suo scopo nella lotta contro la casta dei più abbienti. Intanto, nella seconda metà del ‘900, tra le pagine italiane affiora la cosiddetta letteratura populista: autori come Elio Vittorini e Pierpaolo Pasolini hanno raccontato la verità nelle inquietudini del quotidiano, nelle vite di chi viveva ogni giorno lavorando, combattendo col sudore contro il marciume. Populista era chi, come loro, si faceva portavoce di chi voce non ha. Mentre in Argentina, la prima presidenza di Juan Domingo Perón ha dato i natali al cosiddetto peronismo (justicialismo in spagnolo), movimento politico non a caso definito populista, sintesi di ideali socialisti e nazionalistici: si pensi che i suoi sostenitori erano chiamati “gli scamiciati”, perché appartenenti allo strato “popolare” della società. Non è passata inosservata allo sguardo degli storici, però, l’analogia con il corporativismo dell’età fascista: la giustizia sociale si persegue, secondo Perón e i suoi seguaci, con la cooperazione tra classi, il popolo diventa tutt’uno, non ha zone grigie né intermediari. Populista, quale retta unisce politica e masse? La linea retta che unisce il politico e la massa popolare è diventata, infatti, col tempo, la caratteristica principale dall’accezione negativa con cui si parla di populismo: populista è colui che sa parlare alla pancia, e che cioè che sa far leva sull’emotività e l’emozionalità, colui che dice ciò che la gente vuole sentirsi dire, colui che riempie bocca e programmi elettorali di garanzie e rivoluzioni, tese al raggiungimento di quell’isola che non c’è in cui i più vorrebbero abitare. Nonostante in tempi recenti, invece, si è tentato di riportare la retorica vuota associata al populismo alla vicinanza al popolo delle origini, la scienza della comunicazione parla chiaro, e parla del fenomeno dell’overpromising: spia rossa indicante un politico populista è l’insieme di programmi e giuramenti rassicuratori, […]

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Libri

“Nugae” di Marika Addolorata Carolla: le piccole cose da non sottovalutare

Vedono la luce su carta stampata per la prima volta nel dicembre 2016, nella collana “Gli emersi” della Aletti Editore, ma nascono molto tempo prima dall’esigenza di esprimere se stessi, nella versione più vera possibile: sono i versi della raccolta di poesie Nugae di Marika Addolorata Carolla. Immediatamente la memoria corre ai banchi di scuola, alle Nugae (dal latino, letteralmente “cosucce”) di Catullo, le sue ”cose da poco” che la letteratura non ha mai sminuito. Sono poesiole che parlano d’amore, del fascino di Lesbia e della passione per la vita. Sono sciocchezze dal valore inestimabile. Sono i dettagli che mettiamo a tacere. Così le Nugae di Marika Addolorata Carolla. Marika Addolorata Carolla e le Nugae in cui riconoscersi “Credo nel sentire e dare importanza a quella voce che arde nel mio cuore che mi spinge a lottare a dirmi che non è mai troppo tardi. Non posso fermarmi, permettere la caduta sarebbe la fine.” Recitano i primi versi della poesia Di notte, svelando la tensione a cui la penna dell’autrice gira intorno. La beneventana Marika Addolorata Carolla è nata nel 1995, ancora una studentessa universitaria e già costruttrice del suo futuro: tra la timidezza delle prime volte e lo sguardo agli anni che verranno, queste Nugae sono la voglia di crescere e la paura di non essere all’altezza, sono lo stupore delle cose nuove e l’abitudine alle cose belle. “Non rubare nulla se non sei capace di restituire”, recita il componimento dal titolo che parla da sé: Amore. Una poesia che è anche preghiera di chi cerca il suo equilibro e lo trova nel più antico dei sentimenti: tra le “cosucce” con cui entriamo in contatto ogni giorno, i cuori degli altri occupano il primo posto. Il cuore è l’occhio con cui scandiamo i colori di ogni cosa, è il filtro di cui aver cura, è la piazza in cui si scambia il male e il bene. L’amore è il filo conduttore della vita, men che meno lo è di queste poesie. Che sia nascosto dallo sconforto, vestito di malinconia, ferito dalla cruda realtà dei nostri tempi in cui sembra che lo spazio riservato ai sogni sia ora occupato dalla fretta dell’apparire, l’amore è una costante ricerca. L’amore ci ricorda che al mondo non si sta mai troppo stretti per sognare. Tra le incertezze del presente e le insicurezze del futuro, Marika dà voce al silenzio a cui i vent’anni condannano i dubbi e i perché. Come esorcizzare le ansie dei primi passi nel mondo se non scrivendone, se non trasformandole in poesia? E come negare che sia proprio l’essere donna, l’essere giovane ed empatica, il canale da percorrere per arrivare a creare poesia?  “Eppure in questo cumulo di “Non” qualcosa riesce a far resistere ciascun individuo alla quotidianità. È un sentimento cieco, forte, alle volte doloroso, difficile da gestire. È la ninfa vitale si chiama: Amore.“ Così si chiude Voglia di un senso, la poesia che a sua volta conclude la raccolta e insieme il cammino che il lettore […]

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Attualità

Il Nobel per la letteratura 2018 non verrà assegnato: lo scandalo molestie e la crisi dell’Accademia

Dopo la singolare vicenda di Bob Dylan, vincitore nel 2016 e sostituito alla cerimonia ufficiale di consegna dalla collega Patty Smith, il premio Nobel per la letteratura continua a far discutere: quest’anno non verrà assegnato. “The Nobel Prize in Literature 2018 has been postponed”, twitta l’account ufficiale dell’Accademia svedese: infatti, il premio del 2018 verrà assegnato il prossimo anno, insieme a quello del 2019. Perché l’Accademia non assegnerà il premio Nobel per la letteratura quest’anno? Istituito dal testamento di Alfred Nobel nel 1895 (insieme a quello per la pace, la medicina, la fisica, la chimica e l’economia), il premio Nobel per la letteratura viene assegnato ogni anno dall’Accademia di Svezia: quest’anno, però, farà eccezione. Un caso storico, sì, ma non l’unico. Non è, infatti, la prima volta che il Nobel per la letteratura non viene assegnato, ci sono stati altri sette casi (nel 1914, 1918, 1935 e dal 1940 al 1943), mentre è stato rifiutato ben due volte (nel 1958 da Boris Pasternak, costretto dal governo dell’Unione Sovietica e nel 1964 da Jean-Paul Sartre). Prima nella storia del premio è, invece, la motivazione con la quale è stato giustificato lo slittamento della nomina all’anno prossimo. Lo scorso novembre, il fotografo Jean-Claude Arnault, marito della giurata Katarina Frostenson (poetessa eletta nel 1992 membro dell’Accademia svedese) è stato accusato da 18 donne di aggressioni sessuali. A queste accuse, pubblicate dal quotidiano svedese Dagens Nyheter, se ne somma un’altra, autorevole e pericolosa: quella della principessa Victoria di Svezia che denuncia di essere stata avvicinata e molestata, nel 2006, proprio dal fotografo. Chiare sono, dunque, le intenzioni dell’Accademia di prendere le distanze dall’uomo, anche in virtù dei finanziamenti, interrotti pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo, che questa destinava al centro culturale Forum, gestito da Arnault e dalla moglie Frostenson. Sono tempi duri per l’Accademia, che si trova nella condizione di non avere membri attivi sufficienti alla formazione del quorum necessario per alcune deliberazioni (tra le quali comunque non rientrerebbe quella della scelta del vincitore del premio Nobel): dopo l’allontanamento della della Frostenson, altri membri (tra cui l’ex segretario Sara Danius) sono venuti meno a causa del coinvolgimento nel caso Arnault. Innegabile lo scoppio della crisi che ha portato alla discussa decisione. Un’Accademia macchiata dalle polemiche, un’Accademia che si è sporcata agli occhi dei suoi estimatori. Un’Accademia che ha fatto un passo indietro. “I membri attivi dell’Academia, nel rispetto dell’eredità unica dell’istituzione, considerano necessario modificare il loro modo lavorare”, si legge nel comunicato ufficiale. Non troppo tra le righe, si legge anche la volontà di recuperare la stima e la fiducia dell’opinione pubblica, l’intenzione di essere più attenti. Decidere di rinviare la nomina del vincitore del Nobel per la letteratura del 2018 non è una scelta che va decontestualizzata dalla posizione particolarmente delicata che l’Accademia ha occupato negli ultimi mesi, ma le polemiche non sono comunque venute meno. Quali criteri verranno considerati per designare, l’anno prossimo, il vincitore di quest’anno? Quali cautele verranno prese per far sì che uomini come Arnault non infanghino più le […]

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Libri

Il sentiero degli uomini perduti: il mistery di A. K. Green

Edito dalla Nero Press, per la prima volta nel 2017, nella traduzione a cura di Marialuisa Ruggiero, Il sentiero degli uomini perduti (titolo originale Lost Man’s Lane) è un romanzo giallo scritto nel 1898 da Anna Katharine Green, considerata la pioniera del genere poliziesco. Le due donne de Il sentiero degli uomini perduti: Amelia Butterworth e A. K. Green Nel romanzo, il ruolo decisivo è giocato dalla protagonista nonché voce narrante Amelia Butterworth (comparsa già in un altro libro della Green, That Affair Next Door), donna curiosa e pungente, come il romanzo giallo esige. Infatti, si intrometterà in uno strano caso di susseguenti sparizioni, che aveva già attirato l’attenzione della polizia di New York. Sarà proprio il poliziotto (e compagno d’avventure) Gryce ad informarla e incuriosirla: in un villaggio “piccolo quanto interessante” (il cui nome non viene mai rivelato), nel corso degli ultimi cinque anni, sono scomparsi quattro uomini, che nulla sembrano avere in comune al di là del sesso maschile, i cui corpi, inoltre, non sono mai stati ritrovati. In verità, un elemento determinante è rappresentato dal fatto che le vittime sono scomparse tutte mentre percorrevano la stessa strada: il sentiero degli uomini perduti. Un paesino anonimo, abitanti “rispettabili” e misteriose sparizioni: i conti non tornano per Miss Butterworth che decide, così, di preparare le valige e recarsi sul posto. Ad ospitarla sarà la casa di una sua vecchia amica del collegio, Althea, tutt’altro che accogliente: la casa, in cui vivono i tre figli della donna (Loreen, Lucetta e William), si presenta minacciosa dall’esterno e ancor più terrificante all’interno. Dal suo arrivo in città, Amelia percepisce un clima sospetto, lontano dalla tranquillità che il paesino intendeva comunicare: case agghiaccianti e personaggi dall’atteggiamento sospetto e ostile spingeranno la protagonista fino alla fine del mistero, determinata a far luce sull’oscura vicenda. “Quasi tutti i lettori, quandanche non appassionati del romanzo giallo, conoscono Agatha Christie ma quasi nessuno, persino tra gli amanti del genere investigativo, saprà dirvi chi è Anna Katharine Green” : si legge nell’introduzione al libro scritta da Marialuisa Ruggiero: come nascondere, infatti, lo sguardo interrogativo di chi sente nominare per la prima volta il nome della scrittrice? Con la pubblicazione del suo primo libro, nel 1878, “Il caso Leavenworth”, ad A. K. Green spetta la corona della prima autrice americana di un romanzo giallo, ma il suo nome non ha mai avuto fortuna nel panorama letterario italiano, né in quello internazionale. Eppure, l’appellativo di “mother of mistery” e l’apprezzamento in patria da parte di pilastri del romando giallo (Arthur Conan Doyle e Agatha Cristie tra i tanti) e non solo (anche Wilkie Collins elogiò la sua creatività in una lettera all’editore Putnam) deve esserselo conquistato in qualche modo. Il suo stile è quello di una regista, prezioso il suo talento nel trasportare il lettore sulla scena del crimine, nel renderlo uno degli attori, vincente è la sua capacità di camminare allo stesso passo della storia che racconta. Se è vero che la bravura di uno scrittore sta nell’empatia che crea […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Wine&Thecity 2018: l’ebbrezza creativa torna a Napoli per l’undicesima volta

“Siamo arrivati all’undicesimo anno e devo confessarvi che arrivati al decimo, l’anno scorso, ho pensato di chiudere tutto: è forse la richiesta di tanti partecipanti a motivarci ad andare avanti”, ha esordito così Donatella Bernabò Silorata, una delle menti creatrici di Wine&Thecity, alla conferenza di presentazione, tenutasi al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) nella mattina del 24 Aprile, dell’undicesima edizione della fortunata rassegna partenopea che ha eletto protagonisti il vino, la cultura e creatività. “Coltiviamo ebbrezza creativa” recita il sottotitolo della manifestazione, che quest’anno si svolgerà dal 3 al 25 Maggio con un ricchissimo programma di eventi dal comun denominatore: il vino. Come ha sottolineato anche l’assessore Annamaria Palmieri durante la conferenza stampa, il valore aggiunto di Wine&Thecity sta nell’essere il connubio perfetto tra la cultura del gioco e la cultura del vino, con una coloratissima Napoli a fare da sfondo (e prima attrice). Abituati a pensare al vino come un eccesso a cui stare attenti, la manifestazione propone, da undici anni, una diversa prospettiva: il vino come strumento, come punto di partenza per liberare idee, creare. Perfetto sembrerebbe, a tal proposito, essere il tema scelto per questa undicesima edizione: il gioco. Dice tanto anche soltanto la grafica scelta per la locandina: tanti mattoncini dello storico Tetris che fanno spazio al volo di palloncini, è l’ebbrezza che rompe le regole, è il divertimento che Wine&Thecity chiama a sé. Wine&Thecity: il programma e le novità Giornate di degustazioni, cultura e divertimento aspettano gli amici di Wine&Thecity. Il team creativo (interamente in rosa) creativo composto da Donatella e Irene Bernabò Silorata, Giustina Purpo, Marina Martino, Claudia Colella, Paola Cotugno, Teresa Caniato, Francesca Belmonte e Carmen Cozzolino, con l’aiuto dei tanti sponsor che hanno sostenuto il progetto, ha redatto un programma vario e interessante, che mette al bando la noia e accoglie chiunque voglia mettersi alla prova, voglia godersi una Napoli nuova col suo volto unico e sempre sorprendente, chiunque, cercando divertimento, spera sempre di trovare qualcosa in più. Il programma dettagliato giorno per giorno lo si trova sul sito ufficiale di Wine&Thecity, ma vi segnaliamo comunque alcuni dei più intriganti appuntamenti di questa edizione. Si parte il 3 Maggio al Museo Nitsch con un incontro sulla figura di Dioniso e della suo ruolo nella letteratura greca, una vera e propria lezione tenuta da Cesare Pietroiusti e Andrea Lanini, con la collaborazione di Iacopo Seri, in cui l’unico vincolo da rispettare per intervenire durante il discorso sarà bere un bicchiere di vino! Ruolo centrale avranno anche le colossali scalinate di Chiaia, che il 15, il 18 e il 19 saranno occupate da curiosi e performances artistiche, così come sui generis sarà l’inedito talk cooking show del 14 Maggio con il pluristellato chef Gennaro Esposito al Palazzo San Teodoro. Inoltre, i partecipanti non vengono lasciati soli neanche a colazione: con il buongiorno di Wine&Thecity, nella settimana dal 14 al 19 Maggio, in un circuito di bar selezionati chiunque presenterà l’apposito coupon avrà offerta una tazza di caffè o un cappuccino. Mentre, in collaborazione […]

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Attualità

Arriva lo Street store a Napoli per i senzatetto: cos’è e perché è importante

Non bisognerebbe mai frenare l’istinto di generosità e solidarietà che anima il buon cuore, men che meno bisognerebbe farlo giovedì 19 aprile: nel pomeriggio, verrà temporaneamente allestito nella facilmente e comodamente raggiungibile piazza Garibaldi, uno Street Store a Napoli per le persone senza fissa dimora. Si tratta a tutti gli effetti di un negozio di strada (lo Street Store a Napoli sarà il 753esimo al mondo) messo in piedi con le donazioni di abiti (e non solo) che chiunque può destinare ai senzatetto e a chi ne abbia bisogno. L’iniziativa è partita dall’associazione Leo Club (l’associazione giovanile del Lions Clubs International) del Distretto 108Ya, dalla sua nascita impegnata nell’ambito della cittadinanza attiva e dell’assistenza nelle realtà sociali più deboli e in difficoltà. Cosa c’è da sapere sullo Street Store a Napoli Abbiamo fatto qualche domanda a Mariapia Napoletano, studentessa e giovanissimo membro del Leo Club di Aversa, che ci ha detto qualcosa in più sul viaggio dello Street Store a Napoli, partendo dall’origine dell’iniziativa. Dov’è nata l’idea dello street store? E soprattutto, dov’è nata quella di esportarlo anche a Napoli? L’idea degli street store è nata a livello globale in Sud Africa. Lì i senzatetto hanno grandissime necessità e scarsissima assistenza sociale, per questo i volontari hanno dato vita a questa idea. Io l’ho vista in un corso sull’innovazione sociale che ho seguito online e me ne sono innamorata, proprio perché l’idea di base è quella di restituire dignità a queste persone, dato che anche quando vengono donati loro degli abiti, glieli buttano addosso, non li ricevono mai in modi appropriati. Questo è un modo per coinvolgere pubblicamente più persone a donare e per rendere anche le persone beneficiarie totalmente partecipi ad iniziative di questo tipo. È un’idea finalizzata ad influire in modo positivo anche a livello morale sull’umore di queste persone. Non appena ne sono venuta a conoscenza non ho potuto non pensare di portarla anche a Napoli. Anche perché ogni giovedì, i Leo e Lions organizzano in piazza Garibaldi a Napoli, dietro la stazione, l’evento Stelle in strada, che consiste nella distribuzione di pasti caldi e medicinali, vestiti quando ce ne sono, molto spesso anche visite mediche. Allora, conoscendo già la situazione che c’è alla stazione centrale non potevo perdere quest’occasione di coinvolgere più persone e spingerle a partecipare. Più persone possono venire più persone possono essere aiutate. Parlaci del Leo club, qual è il ruolo che ha svolto e svolgerà in questa iniziativa? Il Leo club è un’associazione no profit che si trova in tutto il mondo. C’è ad Aversa, c’è a Napoli e nei paesi di provincia, tanto di Napoli quanto di Caserta. Si occupa di tutte le tematiche relative alla cittadinanza attiva, il nostro obiettivo principale è quello di migliorare la società, in tutti i modi possibili: io sono socia da 6 anni e ho avuto modo di vedere tutti i lati di questa associazione. In questo caso, il ruolo di Leo club è quello di creazione e supporto del progetto. Come si svolgerà, nei fatti, […]

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Attualità

Il giudice respinge il ricorso della mamma lavoratrice licenziata da Ikea: la lotta di Marica Ricutti

Ai primi di questo Aprile, è stata emessa dal tribunale di Milano la sentenza che sembra aver messo un punto alla discussa vicenda di Marica Ricutti, la mamma di due bimbi, di cui uno affetto da disabilità, ex impiegata dell’Ikea, licenziata per non aver rispettato più volte i turni di lavoro. Ritenute ingiuste le motivazioni addotte dal colosso svedese come giustificazione per la decisione presa, la donna ha impugnato il licenziamento e fatto ricorso, chiedendo, col sostegno del sindacato e dei suoi colleghi, il reintegro e il risarcimento del danno. Il giudice, però, ha rigettato l’appello di Marica, valutando non discriminatorio il licenziamento della donna. Sembra, e non è cosa certa, che si sia giunti all’epilogo dell’accaduto, e non solo per i numerosi riscontri negativi che la sentenza ha avuto nell’opinione pubblica, ma soprattutto perché Marica e i suoi sostenitori non intendono arrendersi. Ma com’è nata l’epopea di Marica? E perché si è trasformata nella lotta di ogni lavoratrice madre? Dal licenziamento disciplinare di Marica Ricutti al sostegno di sindacati e colleghi Innanzitutto, chi è Marica Ricutti? Il riferimento “madre lavoratrice” dice già tanto: Marica Ricutti è una donna di 39 anni, separata e madre di due bambini, di cui uno disabile, che ha lavorato per ben 17 anni presso l’Ikea di Corsico, fin quando, il 21 novembre dello scorso anno, non è stata licenziata. L’accento va necessariamente posto sull’invalidità del figlio, perché è per questa ragione che la signora Ricutti ha potuto usufruire della cosiddetta 104, cioè dei particolari benefici (previsti, appunto, dalla legge quadro 104/92) per i familiari conviventi con un portatore di handicap. L’Ikea era, senz’altro, al corrente delle necessità della donna, così come non era passato inosservato l’impegno della lavoratrice, che l’ha portata alla promozione da addetta al bistrot a coordinatrice del ristorante. Un avanzamento di carriera che Marica ha con piacere accettato, chiedendo però che non le venissero cambiati gli orari dei turni, grazie ai quali riusciva a conciliare il suo impiego con le terapie seguite dal figlio. Una richiesta, da quanto emerge, non pienamente accolta dai suoi responsabili, poiché i turni sono stati effettivamente ridimensionati. Per due volte, così, Marica sarebbe arrivata sul posto di lavoro con qualche ora di ritardo, inadempienza che le è costata prima un richiamo, poi il licenziamento. Stando alle dichiarazioni dell’azienda svedese, infatti, si tratterebbe di licenziamento disciplinare, nello specifico a causa del mancato rispetto dei turni. “Negli ultimi 8 mesi la signora Ricutti ha lavorato meno di 7 giorni al mese e, per circa la metà dei giorni lavorati, ha usufruito di cambi di turno e spostamenti di orario, concordati con i colleghi e con la direzione del negozio, (…) in più occasioni, la lavoratrice, per sua stessa ammissione, si è autodeterminata l’orario di lavoro senza alcun preavviso né comunicazione di sorta, mettendo in gravi difficoltà i servizi dell’area che coordinava e il lavoro dei colleghi, creando disagi ai clienti e disservizi evidenti e non tollerabili”, ha dichiarato l’Ikea, non mancando di sottolineare che gran parte delle assenze […]

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Cinema & Serie tv

Il mio uomo perfetto: il debutto al cinema di Nancy Coppola

“Voglio n’ammor carnale ca s pij l’ anima, una favola vera che può raccuntá” canta Nunzia Coppola, in arte Nancy, nella canzone che porta il nome del suo primo film: Il mio uomo perfetto. In tutte le sale dal 15 marzo 2018, il debutto sul grande schermo della cantante neomelodica ha già fatto parlare di sé. Soprattutto per il cast d’eccezione scelto dalla produzione: oltre a rappresentare la prima prova da attrice di Nancy, il film vede anche Eva Grimaldi (che nel 2017 ha condiviso con la cantante l’esperienza del reality show l’Isola dei famosi) nel ruolo della premurosa mamma veronese e Francesco Testi e Antonio Palmese nei panni dei due protagonisti maschili della commedia. Nancy Coppola e il film: di cosa parla Il mio uomo perfetto? Nancy Coppola esordisce come cantante neomelodica nel 2004 con l’album 21 luglio (la sua data di nascita) e approda quest’anno nel mondo del cinema. Un percorso di cui va fiera, attraverso cui è cresciuta e che dice intenzionata a continuare: non solo pensa già ad un prossimo film, ma è in uscita il suo nuovo album È tutto sotto controllo. La metamorfosi Nancy cantante in Nancy regista è stata al momento accantonata quindi. Prodotto dalla EVO FILMS (società di produzione da lei recentemente fondata) e diretto da Nilo Sciattone, Il mio uomo perfetto è la favola della giovane barista napoletana Antonietta (Nancy), indipendente e sicura di sé, impegnata nella ricerca del suo principe azzurro. I prescelti candidati a occupare il cuore della protagonista sono l’affascinante imprenditore interpretato da Francesco Testi e il dolce operaio Federico, a cui presta il volto Antonio Palmese: chi dei due sarà l’uomo perfetto? La Antonietta di Nancy Coppola, per la cui costruzione è stato determinante l’apporto della sceneggiatrice Giuliana Boni, è la ragazza che, inutile negarlo, tutte siamo o siamo state per almeno una breve parentesi della nostra vita: determinata, piena di vita, innamorata dell’amore e in perenne tensione al futuro. Fili conduttori sono le emozioni della quotidianità, scene di ordinaria follia e tematiche all’ordine del giorno, tutto raccontato con la genuinità e il sorriso che contraddistinguono la voce partenopea nel mondo della settima arte. Nella mattinata del 13 marzo si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del film, a cui era presente tutto il cast e la produzione, presso il cinema napoletano Hart, mentre l’appuntamento per la prima del film è stato fissato lo stesso giorno al The Space Cinema di Napoli. Dopo un rapido cambio d’abito, in seconda serata il cast si è spostato al Panart di Carinaro, per un elegante aperidinner in compagnia di stampa e fotografi. Gli attori, orgogliosi del lavoro svolto, raccontano della vita sul set e dell’impegno profuso con l’umiltà di chi ha messo tanto cuore in questo progetto. Fa da scenario alla vicenda il Sud, col suo sole e la sua spensieratezza, una realtà cui inevitabilmente il film spinge a guardare, una dimensione intensamente vissuta e sentita in primis da Nancy, napoletana doc, che introdurrà, infatti, la proiezione del film in […]

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Culturalmente

Waterhouse e le sue donne, tra forme e contrasti

La donna è da sempre musa ispiratrice e soggetto prediletto da artisti di ogni epoca, tra i tanti fu il pittore John William Waterhouse a raccontare il gentil sesso dalla sua personale prospettiva. Parole d’ordine? Grazia e femminilità, calate in mille contesti, in mille forme. J. W. Waterhouse nacque a Roma nel 1849, per poi morire a Londra all’età di 67 anni. Viene definito un pre-raffaelita moderno, essendo le sue opere successive allo scioglimento della suddetta società artistica, nonché innegabile l’influenza stilistica e tematica da questi esercitata sul nostro pittore. Il suo lavoro gira intorno alla ritrattistica delle figure femminili, mitologiche e letterarie soprattutto. Ogni donna ha una sua storia, che Waterhouse dipinge sullo sfondo accanto ai loro corpi delicati e visi malinconici. Per l’artista, la donna è sensualità che smuove lunghi capelli, delicatezza che tocca mani sottili, dolcezza che incontra pelli pallide e volti segnati da quella giovinezza a cui le donne dipinte sono condannate per l’eternità. Ve ne presentiamo alcune. Waterhouse, tra grazia e sofferenza: la femminilità dal suo punto di vista Da dove avrebbe potuto Waterhouse trarre ispirazione se non dalla mitologia greca, la galassia della bellezza del corpo e dell’anima? Gli spunti sono tanti e quelli raccolti appartengono soprattutto al panorama delle creature magiche, delle donne non umane, ma divine: da un’Arianna vestita di rosso alla Danae madre premurosa. Come non menzionare la maga Circe, dipinta in più sfaccettature, tutte coerenti con l’aura con cui la tradizione l’ha circondata. La prima è una Circe del 1891, “Circe che porge una coppa a Ulisse”, la coppa che contiene l’inganno, il filtro che ha trasformato i compagni dell’eroe in maiali, la coppa che Odisseo rifiuterà, attirando l’attenzione dell’incantatrice. L’anno successivo, Waterhouse dipinge la “Circe Invidiosa”, avvolta dal blu, col volto che trasuda rancore, colta nell’atto di avvelenare l’acqua che trasfonmerà Scilla, la sua rivale per il cuore di Glauco, nel mostro orribile disegnato da Omero. Circe torna protagonista nel dipinto del 1911-1915, “La Strega (The Sorceress)”, e la troviamo persa in sé stessa, una maga tra le sue pozioni e i suoi incantesimi, da sola, alle prese con la più pericolosa delle magie: l’amore. Le sirene di Waterhouse Mentre Circe è confinata sulla terraferma, le sirene, altrettanto amate dal pittore preraffaelita, albergano nei mari. O quantomeno, questo è quello che emerge nei dipinti del 1900, “A Marmaid” e “The Siren”, in cui la donna ibrido con le squame viene dipinta, rispettivamente, mentre pettina i capelli e mentre incanta col suono di un’arpa uno sfortunato marinaio. Lontana dal nostro immaginario è invece la rappresentazione che ne dà in “Ulisse e le sirene”, del 1891, dove le sirene sono dipinte come uccelli: forse tra tutte la versione più fedele alla tradizione, considerando che nei testi classici le sirene vengono descritte col corpo alato, mentre è soltanto nell’alto Medioevo che vengono associate alle figure metà donna metà pesce alle quali pensiamo ancora oggi. Sempre greche sono le belle ninfe de “Ila e le ninfe”, fatate, dai capelli lunghi e dallo sguardo seducente. […]

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Fun & Tech

Sky e Netflix: alleanza che ci terrà incollati al divano

Dite addio agli aperitivi con gli amici e comprate un nuovo pigiama dalla fantasia ridicola, perché la vostra volontà di seminare e coltivare vita sociale verrà messa a dura prova: Sky e Netflix, che da anni giocano al rialzo per tenerci incollati agli schermi di tablet e televisori, hanno siglato un’alleanza che in pochi giorni ha già accumulato tante reazioni positive. Dal 2019 (non è ancora stata svelata una data certa), gli abbonati Sky potranno scegliere un pacchetto con cui accedere ai contenuti Netflix attraverso la piattaforma Sky Q, già lanciata in Italia da novembre 2017. L’offerta riguarda i Paesi Europei e i primi a poter mettere a disposizione dei consumatori il nuovo abbonamento saranno Gran Bretagna e Irlanda, seguiti da Italia, Germania e Austria: infatti, nei Paesi anglosassoni, Sky Q viene utilizzato già da due anni, mentre in Italia soltanto da pochi mesi e in Germania, addirittura, non è ancora arrivato. Ma, nello specifico, qual è l’oggetto di questo sodalizio di ultima generazione? Cosa sappiamo sull’alleanza tra Sky e Netflix Si legge, in una nota dell’accordo, che “Sky renderà disponibile la vastità dell’offerta Netflix ai clienti nuovi ed esistenti creando un pacchetto TV di intrattenimento ad hoc, che per la prima volta raggrupperà sotto lo stesso tetto i contenuti Sky e Netflix”. I dettagli dell’accordo resi noti sono pochi, oltre a non conoscere con precisione una data di uscita non conosciamo, ad esempio, neanche il costo del nuovo abbonamento, anche se non mancherà di certo né la vastità di offerta né la scelta. Ad ogni modo, l’intesa prevede che gli abbonati Sky possano avere accesso dal menu Sky Q a tutti i contenuti Netflix e che, viceversa, gli abbonati Netflix possano accedere al loro account (quindi senza necessità di crearne uno nuovo) all’interno del nuovo pacchetto Sky, così come non viene preclusa la possibilità ai nuovi abbonati di entrare per la prima volta nelle piattaforme con questo pacchetto. Ma perché proprio la piattaforma Sky Q? Quest’ultima rappresenta un sistema comodo e semplice per poter utilizzare da ogni dispositivo il proprio account Sky e beneficiare di tutti i servizi acquistati a 360 gradi, salvando programmi per guardarli offline, mettendoli in pausa, organizzando l’intrattenimento su propria misura. Ferma restando la distinzione tra le produzioni delle due aziende, con questo servizio integrato si avrà la possibilità di avere sotto controllo e a propria completa disposizione tutte le proposte Sky e Netflix. Inoltre, l’accordo si estende anche ai servizi di streaming di Sky senza abbonamento, dunque si potrà guardare Netflix anche attraverso il portale NowTv, nato proprio per portare l’offerta Sky nelle case di chi non ha un impianto satellitare. “Siamo di fronte a una tappa rivoluzionaria nel nostro percorso di innovazione tecnologica e culturale” ha dichiarato l’amministratore delegato di Sky Italia, Andrea Zappia, e non sarà di sicuro l’affezionato pubblico della pay-tv a dargli torto: dopo l’acquisizione della 21st Century Fox da parte della Disney, quest’altro passo compiuto dai colossi Sky e Netflix ha contribuito non poco alla metamorfosi del volto dell’intrattenimento.

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