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Eroica Fenice

Food

Pizze fantastiche e dove trovarle: i 5 gusti di pizza più strani

Gusti di pizza, 5 accostamenti veramente bizzarri! Dimmi quale pizza scegli e ti dirò chi sei: preferisci la pizza classica, la certezza di ogni menù, oppure sei sempre alla ricerca dei gusti di pizza più strani da provare? Se appartieni a quest’ultima categoria allora preparati, perché se la pizza dolce con la Nutella ti è sembrata un’innovazione e le pizze gourmet avanguardistiche, la fantasia di chef e pizzaioli non si è fermata innanzi a nulla. Né la tradizione né i canonici accostamenti di sapori hanno loro impedito di servire, sulle tavole di tutto il mondo, la regina di Napoli in mille vesti diverse. Che siate stanchi della solita Margherita, o forse in cerca di emozioni gastronomiche forti, vi presentiamo i 5 gusti di pizza più strani in cui ci siamo imbattuti. Pronti a rivedere il vostro concetto di “gusto particolare”? I 5 gusti di pizza più strani da assaggiare (o forse no) Evitando la menzione d’onore per la pizza della discordia, quella con l’ananas, tanto amata dagli americani e altrettanto odiata dagli italiani, il nostro viaggio inizia dalla pizza banana e curry. All’apparenza hawaiana, ma svedese di nascita, banana e curry è senz’altro un accostamento che non ci aspettiamo di trovare nelle pizzerie italiane. L’ananas non manca neanche in questa ricetta, né tanto meno formaggio grattugiato, salsa di pomodoro, mentre i più temerari aggiungono anche pancetta o prosciutto. Uno dei gusti di pizza più strani mai sentiti, che facciamo fatica ad immaginare di assaporare: eppure è una delle predilette e più apprezzate in Svezia! Vi stupirebbe, invece, una pizza raffinata con limone, finocchi e gamberi? Per non lasciare scontento chi preferisce le verdure o non mangia carne. Gli amanti della cucina “green” dovrebbero apprezzare questo ardito tentativo: un condimento che, per sé preso, non dispiace i palati degli italiani, ma su un letto di pasta di pizza, chi lo sa… Si chiama pizza Berlusconi, ma non è italiana: è finlandese ed è condita con carne di renna affumicata! Il papà di questa pizza tutt’altro che comune è la Kotipizza Oyj, una delle più grandi catene di ristorazione dei Paesi nordici. Perché questo nome? Era il 2005 quando Berlusconi intervenne per far sì che Helsinki ritirasse la sua candidatura a sede dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare in favore di Parma, argomentando che non c’era possibilità di confronto tra “il culatello di Parma e la renna affumicata”. Il cavaliere toccò l’orgoglio dei locali al punto da portarli a tentare il boicottaggio dell’importazione di prodotti italiani e stuzzicò una loro creativa risposta all’affronto subito: la pizza che porta il suo nome non solo è al gusto di carne di renna, ma ha anche vinto il primo premio dell’America’s Plate International nel 2008. Nel 2010, la famosa catena di fast food Burger King ideò la pizza burger, che fece storcere il naso a tanti e forse non meriterebbe neanche un posto in questa top 5. Questo perché la pizza burger è a tutti gli effetti un panino, dalle dimensioni e dalla forma (circolare) […]

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Fun & Tech

Una tv alternativa: 5 bizzarri show televisivi giapponesi

Un pudore ben lontano dagli standard europei, quello degli show televisivi giapponesi. Gli spettatori italiani sono abituati a quiz show dai toni relativamente pacati e, per quanto avvincenti, statici nella struttura: si pensi allo storico Chi vuol essere milionario. Ora, guardando alle “sfide” che i partecipanti ai game show giapponesi devono affrontare, possiamo senz’altro affermare che il pubblico in studio e da casa si annoierebbe guardando i programmi delle reti italiane! Infatti, se Ciao Darwin vi è sembrato spietato e a tratti disgustoso, in Giappone i livelli di stravaganza e immoralità raggiungono vette intangibili per la televisione continentale. Tagliando deliberatamente game show in cui si baciano “cose” poco convenzionali e karaoke che coinvolgono le più intime parti del corpo, vi proponiamo i 5 show televisivi giapponesi più bizzarri che la televisione nipponica trasmette in barba alle domande di cultura generale degli show che spopolano nel resto del mondo. I 5 bizzarri show televisivi giapponesi che vi sbalordiranno Takeshi’s Castle. Legato all’infanzia di tutti i bimbi sintonizzati su K2 dopo cena, il programma ideato dal regista e attore Takeshi Kitano è stato trasmesso in Giappone dal 1986 fino al 1989, per poi approdare anche in Italia per la prima volta all’inizio degli anni novanta, commentato dalla Gialappa’s Band nel suo Mai dire Banzai. Il nome dello show è anche l’obiettivo del gioco: espugnare il castello di Takeshi (e vincere un premio di un milione di yen). In ogni puntata, un gruppo di 100 concorrenti capitanati dal Generale Lee deve superare una serie di improbabili prove come il Deep Float, in cui i partecipanti devono cercare di rimanere in equilibrio su delle piccole piattaforme sull’acqua, o Skittles, in cui i concorrenti travestiti da birilli giganti devono rimanere in piedi mentre uno scagnozzo di Takeshi cerca di colpirli con un’enorme palla da bowling. Pochissimi sono stati i giocatori che, arrivati alla fine del gioco (lo Show Down), hanno sconfitto il conte Takeshi (interpretato dallo stesso regista) e hanno preso il suo castello. Candy or Not Candy? In italiano potremmo tradurlo in Caramelle oppure no?: un titolo parlante considerando che i concorrenti devono indovinare se gli oggetti che vengono loro sottoposti durante il gioco sono o non sono dolci commestibili. Dov’è la difficoltà? I pasticceri del programma preparano delle “caramelle” incredibilmente verosimili agli oggetti più disparati: i giocatori, ad esempio, vengono messi innanzi a due scarpe esattamente identiche, una soltanto, però, è commestibile. Ma poco importa perché qualunque sia la loro scelta, fortunata o meno, dovranno mangiarla comunque. Pena: la squalifica. Dero! Dero! Il livello di pericolosità, in questo caso, si alza vertiginosamente. Le sfide che i partecipanti, divisi in due squadre da cinque, sono chiamati ad affrontare, infatti, non hanno nulla a che fare con percorsi ad ostacoli o domande a cui rispondere a tempo: devono, ad esempio, disinnescare ordigni, risolvere il cubo di Rubik mentre parti del pavimento della stanza in cui sono rinchiusi spariscono, oppure attraversare strisciando o correndo cunicoli strettissimi mentre le pareti si restringono. Downtown no gaki no tsukai ya arahende!! Conosciuto […]

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Culturalmente

Le 10 frasi d’amore più belle da dedicare e condividere

10 frasi d’amore, all you need is love! Accartocciate all’interno dei Baci Perugina, salvate tra le bozze del cellulare o sottolineate con la matita nel libro sul comodino: che le si voglia dedicare a quel qualcuno speciale o che le si voglia conservare per sé, le frasi d’amore – come il binomio “aforismi amore”, non passeranno mai di moda. “Amore che vieni, amore che vai”, cantava De André del sentimento che più di tutti sa farci emozionare e sentire al centro della vita. L’amore dei “mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento” di Catullo, proprio quello, quell’amor “che a nullo amato amar perdona” ha toccato le pagine e le labbra della storia, l’amore che spinge verso l’impossibile, (e l’illustre innamorato Jack Dawson lo sa bene) l’amore del “salti tu, salto anch’io”.   10 frasi d’amore, frasi belle da dedicare Eccovi, dunque, una selezione delle 10 frasi d’amore che meglio dipingono la più straordinaria e universale delle emozioni. Qualcuna sicuramente la conoscerete già, altre forse saranno una scoperta, ma tutte hanno assolto e assolvono allo stesso compito: condividere l’amore. “Se per baciarti dovessi poi andare all’inferno, lo farei. Così potrò poi vantarmi con i diavoli di aver visto il paradiso senza mai entrarci.” (“If I were to kiss you then go to hell, I would. So then I can brag with the devils I saw heaven without ever entering it.”). Da dove iniziare se non dal padre degli innamorati per antonomasia, Romeo e Giulietta. Non c’è vocabolo, non c’è verbo che William Shakespeare non abbia saputo caricare di passione e tormento. All’amore che non teme aldilà, all’amore eterno, dedichiamo parole come queste. “Se niente ci salva dalla morte, che almeno l’amore ci salvi dalla vita” (“Si nada nos salva de la muerte, al menos que el amor nos salve de la vida”). Che l’amore ci salverà la vita lo dicono in tanti, che ci salverà dalla vita, che sarà per ognuno rifugio e speranza nel caos del male quotidiano lo ha detto solo lui: Pablo Neruda. “L’amore? Non so. Se include tutto, anche le contraddizioni e i superamenti di sé stessi, le aberrazioni e l’indicibile, allora sì, vada per l’amore. Altrimenti, no.”  Frida Khalo, la magnetica, la passionale. La donna che ha ripudiato la mediocrità, l’icona che ancora salva generazioni di coraggiose, l’amante che inventa verbi nuovi, l’artista che, l’amore, l’ha sempre saputo raccontare. “Tieni un capo del filo, con l’altro capo in mano io correrò nel mondo. E se dovessi perdermi, tu tira.” La citazione è di Margaret Mazzantini ed è una poesia contenuta nel romanzo Venuto al mondo: chi ha letto il libro sa bene (mentre chi non lo ha letto è bene che sappia) che tempo e spazio sono misure relative, sono solo curve in quel rettilineo in salita che si azzarda a definire amore. “Omnia vincit amor et nos cedamus amori”. “L’amore vince tutto e noi cediamo all’amore” ha scritto il latino Virgilio. Ha provato amore chi ha scordato la razionalità, chi si è abbandonato all’amore, chi […]

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Cinema & Serie tv

A Milano nasce FeST Il festival delle serie tv

Milano, avanguardistica capitale dell’innovazione, ha di recente ospitato il festival delle serie tv, il FeSt, che dall’11 al 14 ottobre ha attirato l’attenzione dei giovani di tutta Italia. Il Santeria Social Club è stata la location che ha fatto da palcoscenico a panel, anteprime, spettacoli e addirittura dj set: con il suo bistrot e le sue sale accoglienti, sembra, infatti, che sia stato progettato proprio per contenere un’esplosione di cultura popolare e svago. “Per la prima volta sotto lo stesso tetto, i prodotti televisivi seriali più amati, indipendentemente dall’emittente o piattaforma impegnata a trasmetterle, troveranno una speciale collocazione per regalare ai milioni di appassionati un’esperienza immersiva e coinvolgente” si legge sui profili social del FeST, e difficilmente troveremmo parole più adatte, perché il festival delle serie tv è esattamente questo: comunicazione, passione, intrattenimento. Direttori artistici e ideatori del progetto sono, non a caso, esperti del settore come Marina Pierri e Giorgio Viario: l’una articolista presso il Corriere della Sera nell’ambito serie tv e personaggi annessi, l’altro direttore artistico del Cine&Comic Fest di Genova e del mensile Best Movie. Ma scopriamo insieme gli eventi salienti di questi giorni, così da poter dire di averli vissuti almeno da lontano e da poterci fare un’idea di quello che ci aspetterà (se il riuscito festival delle serie tv verrà riproposto) l’anno prossimo. Il FeST dalle mille voci L’evento si è svolto nella prima metà di ottobre, ma l’avvicinamento al pubblico e il dialogo con gli appassionati è iniziato molto prima: c’è stata il 7 giugno la prima tappa del Road to FeST, il progetto che ha anticipato e accompagnato il pubblico alle quattro giornate autunnali del FeST. Primi ospiti sono stati Maccio Capatonda e Luigi Di Capua che hanno presentato THE GENERI, di cui Capatonda è attore e regista, seguiti da Alessandro D’Ambrosi, Giorgio Mastrota, Federica Cacciola e gli Actual per l’incontro dedicato alla nuova serie Sky Romolo + Giuly. Ma veniamo alla prima edizione del FeST. Parallelamente al ricco programma di incontri e spettacoli correva l’area free (così nominata perché, appunto, ad ingresso gratuito, a differenza delle giornate del FeST alle quali si poteva partecipare previo acquisto di un biglietto, o giornaliero dal valore di 10 euro o dal costo di 20 euro valido per tutto il weekend, o ancora direttamente mediante abbonamento di 30 euro). Padrone di casa dell’area free è stato il sagace Marco Villa, conosciuto soprattutto per essere la simpatica spalla di Alessandro Cattelan del suo show EPCC. A proposito dello spazio da lui condotto, nelle Instagram stories del profilo del FeST, Villa dice “È un area di libero accesso per chi vorrà stare qui, bersi una birra e intanto ascoltare qualcosa di interessante”. Non stupisce, infatti, che in questo caso l’aspetto social abbia avuto il suo peso: consentendo di raggiungere un pubblico ben più vasto (basti pensare che dal 12 ottobre è stato possibile seguire gli eventi dell’area free in diretta facebook), i social network hanno tanto contribuito alla diffusione degli eventi ed ospiti del FeST, oltre ad aver […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Ad Aversa la quattordicesima edizione del Premio Bianca d’Aponte

Premio Bianca d’Aponte Città di Aversa si legge a chiare lettere sulle locandine rosse nei pressi del Salone Romano del Teatro Cimarosa di Aversa, location di una bellezza che sorprende, che ospiterà il 26 e 27 ottobre la quattordicesima edizione del festival e concorso dedicato alla canzone d’autore femminile: il Premio Bianca d’Aponte. La cantautrice prematuramente scomparsa quindici anni fa continua a vivere nell’anima della manifestazione a lei dedicata: un’occasione per ricordare una delle voci più belle a cui il casertano (proprio la città di Aversa) ha dato i natali e un’opportunità per le cantautrici che conservano nel cassetto un testo in italiano o in dialetto da condividere, da far conoscere. Tra le 150 donne che hanno risposto al bando di partecipazione al concorso, il Comitato di garanzia del premio (formato da produttori, giornalisti, cantautori) ne ha selezionate soltanto 10, che parteciperanno alle finali di sabato 27 ottobre (al Teatro Cimarosa, ingresso libero su prenotazione obbligatoria). I premi in palio sono, quest’anno più che mai, appetibili: alla vincitrice del premio assoluto, il Premio Bianca d’Aponte, andrà una borsa di studio di 1.000 euro offerta dalla cooperativa nazionale DOC Servizi, il premio della critica, invece, dedicato allo storico direttore artistico Fausto Mesolella, sarà di 800 euro. Sono poi previste menzioni d’onore per il miglior testo, la migliore musica e la migliore interpretazione con numerosi riconoscimenti esterni, tra cui la possibilità di un tour di otto concerti (finanziato con i fondi previsti dalla legge 93/92). Le dieci finaliste di quest’anno del Premio Bianca D’Aponte Argento da Brindisi con il brano “Goccia” Roberta De Gaetano da Messina con “Va tutto benissimo” Francesca Incudine da Enna con “Quantu stiddi” Irene da Napoli con “Call center” Kim da Padova con “Un cane e una moglie” Meezy da Foggia con “Temporale” Giulia Pratelli da Pisa con “Non ti preoccupare” Chiara Raggi da Rimini con “Lacrimometro” Chiara Ragnini da Genova con “Un angolo buio” Elisa Raho da Roma con “Bello” Inoltre, solo durante la serata finale, presentata da Max Tommasi di Radio1 Rai e Carlotta Scarlatto, sarà possibile acquistare la compilation della quattordicesima edizione del Premio: il ricavato della vendita sarà poi interamente devoluto ad Emergency. Le novità della quattordicesima edizione del Premio Bianca d’Aponte In un clima di rispetto per l’impostazione data al premio dal suo storico direttore artistico Fausto Mesolella, scomparso nel marzo del 2017, a prendere il suo posto è il collega contrabbassista Ferruccio Spinetti, con il quale ha fatto parte del gruppo pop-jazz Piccola Orchestra Avion Travel, vincitrice del Festival di Sanremo nel 2000 con “Sentimento”. È stato lui ad aver voluto fortemente la talentuosa Simona Molinari come madrina di quest’edizione. La cantante di “In cerca di te” e “La felicità” (brano con cui ha partecipato al festival di Sanremo del 2013 in duetto con Peter Cincotti) ha scelto, come consuetudine per le madrine del concorso, il brano di Bianca d’Aponte (che sarà inserito nel cd compilation di questa edizione) da interpretare sul palco della serata conclusiva: la scelta è caduta su “Bagarozzo Re”. […]

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Fun & Tech

5 attori famosi che non hanno mai vinto l’Oscar (quantomeno non ancora)

L’orgoglio di Leonardo Di Caprio nel sollevare nel 2016 il tanto ricorso premio Oscar ha segnato la fine di un’era: senza dubbio l’interprete di Jack Dawson, dall’alto delle sue 6 nominations, era il primo a cui si pensava con una certa malinconia quando si parlava di attori che non hanno mai vinto la statuetta d’oro, ma di certo non l’unico. Il numero, infatti, di attori e attrici navigati e talentuosi che non hanno mai avuto l’onore di stringere tra le mani il premio Oscar è più alto di quanto i cinefili possano immaginare (alcune icone come Marylin Monroe e Marlene Dietrich ci resteranno per sempre). Tra tutti, vi proponiamo 5 attori famosi che non hanno mai vinto l’Oscar che ci hanno stupito di più! 5 attori famosi che non hanno mai vinto l’Oscar: tra Jack Sparrow e Mia Wallace Tra i più inflazionati senz’altro c’è Johnny Depp. 10 volte candidato al Golden Globe di cui una trionfante come miglior attore in una commedia o film musicale grazie al ruolo ricoperto in Sweeney Todd, Il diabolico barbiere di Fleet Street. Questo film gli valse anche l’ultima candidatura agli Oscar come Miglior attore protagonista, nel 2008, dopo quelle del 2004 e del 2005, rispettivamente per Pirati dei Caraibi- La maledizione della prima luna e Neverland- Un sogno per la vita. Vi farà esclamare “Com’è possibile!?” anche il nome di Will Smith. Attore apprezzato dai migliori registi e dal pubblico mondiale, il principe di Bel-Air ha conquistato anche il mondo della musica: ha infatti vinto ben 4 Grammy Awards, che vengono considerati l’equivalente dei premi Oscar in ambito musicale. Candidato come miglior attore protagonista nel 2002 per Alì e nel 2007 per La ricerca della felicità, Will Smith non ha mai vinto la statuetta d’oro. Ha, però, portato a casa 4 Razzie Award, l’ironico riconoscimento assegnato ogni anno il giorno prima della cerimonia degli Oscar per eleggere i peggiori attori, film, registi e sceneggiatori della stagione cinematografica precedente. Vi stupirà sapere che neanche la musa di Tarantino, Uma Thurman, ha mai vinto un Oscar. L’iconico ruolo di Mia Wallace in Pulp Fiction le ha regalata una nomination come miglior attrice non protagonista nel 1995 (anno in cui, però, Quentin Tarantino e Roger Avary vinsero nella categoria Miglior sceneggiatura originale). Trionfante, invece, a tutti gli MTV Movie Awards a cui venne candidata: nel 1994 per la miglior sequenza di danza in Pulp Fiction, nel 2003 per la migliore attrice e il miglior combattimento con Kill Bill: Volume 1, categoria in cui dominò anche nel 2004 con Kill Bill: Volume 2. A differenza della collega Julia Roberts (Miglior Attrice nel 2011), Richard Gere e Hugh Grant non hanno mai vinto un Oscar. Due dei più apprezzati e affascinanti sex symbol di Hollywood non hanno ottenuto neanche una candidatura da parte dell’Academy. Tra i tanti riconoscimenti, Richard Gere è stato il miglior attore straniero ai David di Donatello del 1979 (con I giorni del cielo) e il suo ruolo in Chicago lo portò alla vittoria di un […]

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Notizie curiose

Starbucks tra storia, curiosità e l’apertura dello store milanese

Dopo le tante voci di corridoio e le altrettante contrattazioni, è stata, finalmente, fissata per il 6 settembre 2018 l’inaugurazione del primo punto Starbucks in Italia. La città fortunata? Nonostante la più quotata fosse la capitale, sarà Milano a vantare la presenza del primo negozio Starbucks italiano, che funzionerà a pieno regime dal 7 settembre. Starbucks Milano, situato in piazza Cordusio, non sarà una semplice caffetteria, o meglio, non sarà come la maggior parte di quelle che siamo abituati a trovare in giro per il mondo. Un Paese come il nostro, nel quale si tramanda una vera e propria cultura del caffè, è risultato ideale per l’apertura della terza Reserve Roastery del gruppo (le altre due sono a Seattle e a Shanghai): oltre allo storico bancone delle ordinazioni, al vostro nome scritto con alta probabilità male dal cameriere e al salvifico wi-fi, in questo tipo di negozio troveremo anche laboratori di torrefazione a vista, spazi per la degustazione e per la produzione di caffè artigianale in edizioni limitate. Inoltre, la già di per sé appetitosa vetrina di prodotti da forno, che vanta dai muffin ai cookies, dalle fette di torta ai brownies al cioccolato, si arricchirà nel negozio italiano delle squisitezze della storica panetteria milanese Princi, che conta un punto vendita anche a Londra e che, secondo gli accordi conclusi proprio con Starbucks, venderà le sue creazioni anche nelle altre Reserve Roastery del colosso americano. Tra la curiosità e il richiamo della mondanità, non ci resta che visitarlo di persona (con poche pretese relative al gusto dell’espresso). Prima di organizzare la gita da Starbucks Milano, però, facciamo un po’ di storia su una delle catene di caffè più famose del globo. Dalla torrefazione di provincia allo Starbucks fenomeno mondiale Tutto iniziò il 31 marzo del 1971, quando un insegnante di inglese (Jerry Baldwin), un professore di storia (Zev Siegl) e uno scrittore (Gordon Bowke) aprirono a Seattle una piccola torrefazione, di nome Starbucks. No, non è né l’inizio di una barzelletta né un sintetico racconto fine a se stesso: è l’incipit della storia di quello che diventerà il colosso che nel 2017 ha fatturato 22,3 miliardi di dollari. Lo Starbucks delle origini era però lontano anni luce dalla caffetteria di tendenza che conosciamo oggi. Infatti, l’azienda produceva soltanto chicchi di caffè interi, non vendeva caffè né offriva la possibilità di fare colazione. La svolta ci fu con l’incontro con l’uomo d’affari a cui Starbucks deve molto, anzi tutto: Howard Schultz. Al tempo manager di una compagnia svedese di produzione di prodotti in plastica, Schultz vede del potenziale nella piccola torrefazione di Seattle: dopo un viaggio proprio nella nostra Milano, pensò di replicare anche in America, partendo dalla piccola realtà di Starbucks, il modello della caffetteria italiana che aveva avuto modo di vedere e sperimentare. Dopo la risposta negativa dei tre fondatori alla sua proposta, l’imprenditore provò a realizzare l’ambizioso progetto da solo, sotto il nome de “Il Giornale”. L’iniziale sfiducia da parte dei papabili investitori stava per porre fine al […]

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Culturalmente

Vello d’oro e Giasone: origine e storia di un mito

Il viaggio è un tema molto caro all’antica mitologia greca: dopo quello di Ulisse verso Itaca, il più famoso è senz’altro quello di Giasone e gli argonauti alla ricerca del vello d’oro. Le origini del mito del vello d’oro La storia del vello d’oro affonda le sue radici (come da regola) in una controversia tra divinità. Si tramanda, infatti, che Nefele, la dea delle nubi, fu ripudiata dal marito Atamante, re beota, poiché costui s’innamorò di un’altra donna, Ino, e la sposò. La nuova moglie di Atamante odiava profondamente i figli che l’uomo aveva avuto dal precedente matrimonio con Nefele, Elle e Frisso, al punto da tentarne l’omicidio per permettere a suo figlio di divenire erede al trono. Così, Ino convinse il re che i due giovani andavano sacrificati agli dei, per far cessare la grave carestia che stava avanzando nel regno. Intanto, Nefele, venuta a conoscenza dei piani della donna, chiese aiuto ad Ermes per salvare dalla disgrazia i suoi figli: il dio le inviò così Crisomallo, un ariete dal vello d’oro dotato di poteri magici, come guarire le ferite, col compito di mettere in salvo i due fratelli trasportandoli in volo in Colchide. Elle, però, non arrivò mai a destinazione: durante il volo, precipitò nel punto che, in suo onore, venne chiamato Ellesponto. Frisso, invece, una volta giunto in Colchide, fu accolto dal sovrano Eete, al quale donò Crisomallo in cambio della mano di sua figlia, la principessa Calciope. La tradizione è concorde nel raccontare che l’ariete magico fu offerto a Zeus (si pensa, inoltre, che la costellazione dell’ariete sia nata proprio dal sacrificio di Crisomallo), ma discorde nel definire cosa ne fece Eete del suo manto d’oro: infatti, c’è chi sostiene che lo inchiodò ad una quercia e chi che, invece, lo nascose in un bosco mettendovi un drago (o secondo altre versioni, un serpente) alla guardia. Ad ogni modo, non c’è fonte che contesti che la storia del vello d’oro incontri quella di Giasone nella saga degli argonauti. Il vello d’oro e Giasone: la saga degli Argonauti È Apollonio Rodio che, ne Le Argonautiche, racconta la storia di Giasone, storia che nasce da un trono conteso, quello della città tessala di Iolco. La lotta al potere era tra i fratellastri Esone, legittimo sovrano e padre di Giasone, e Pelia, che uccise l’avversario e si incoronò re. Il piccolo Giasone, in pericolo per le persecuzioni che lo zio aveva avviato per far sì che nessuno minacciasse la sua sovranità, venne affidato al centauro Chirone e crebbe lontano dal palazzo. Una volta cresciuto, Giasone rivendicò il trono, incontrando l’opposizione dello zio, che rispose alla pretesa del nipote con una condizione: ritrovare e consegnargli il vello d’oro. Questo il fine della spedizione degli Argonauti, i 50 eroi che Giasone radunò per il viaggio verso la Colchide a bordo della nave Argo (da qui, argonauti e argonautiche). Raggiunta, con non poche difficoltà, la terra di Eeta, il re mette il valoroso Giasone davanti all’ennesima sfida prima di consegnargli il vello […]

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Cinema & Serie tv

15 film d’amore da vedere assolutamente

Film d’amore da vedere nella mano, quali sono i migliori? Da tempo immemore considerati una categoria di genere, i film romantici sono assimilati alla cinematografia chick flick, cioè quella serie di film che si rivolgono prevalentemente al pubblico femminile. Ma il cinema romantico e passionale ha saputo reinventarsi e andare oltre lo stereotipo delle trasposizioni su pellicola di Romeo e Giulietta, avvicinandosi alle storie d’amore di ogni giorno ma senza mai snaturarsi, senza rinunciare a quel tocco di magia che “succede solo nei film!”. Così, vi proponiamo una carrellata dei migliori film da guardare mano nella mano: ce n’è per tutti i gusti e l’unico dramma sarà scegliere quello da cui iniziare la maratona. Facciamo un tuffo nel vecchio millennio: film d’amore da vedere assolutamente 1953. Vacanze Romane – il film, diretto da William Wyler, con Gregory Peck e Audrey Hepburn racconta l’avventura di Anna, principessa di una non specificata nazione, che fugge ai suoi doveri per qualche tempo, nella speranza di poter vivere tutto ciò che ad una principessa è proibito. Incontrerà nella sua fuga Joe, giornalista statunitense che non riconoscendola sarà suo compagno di avventure, e una volta riconosciuta come principessa, si dimostrerà suo complice innamorato. 1978. Grease – diretto da Randal Kleiser, con  John Travolta e Olivia Newton-John, è da considerarsi il musical di maggior successo nel cinema. Ambientato negli anni ’50, il film mostra come prima scena l’amore tra due giovani, Danny Zuko e Sandy Olsson, durante la loro romantica estate. Al concludersi di questa però Sandy, australiana in vacanza negli Stati Uniti, deve ripartire e i due sono costretti a dirsi addio, non mancando però di giurarsi amore eterno. Ma la vita riserva sempre delle sorprese, e così Danny ritrova il fantasma della sua estate, lì in carne ed ossa, proprio nella scuola che frequenta.  Sarà un ritorno di fiamma, seppur anticipato da qualche pioggerella canterina. 1987. Dirty Dancing – diretto da Emile Ardolino, con Patrick Swayze e Jennifer Grey, è un must per gli amanti del genere ‘film danzanti’. Il film vede protagonista Frances “Baby” Houseman, diciassettenne, in viaggio con la famiglia nelle Catskill Mountains. È qui, ed in particolare nell’hotel in cui la famiglia risiede durante le vacanze, che Baby incontrerà Johnny Castle, maestro di ballo per gli ospiti dell’hotel. Sarà un mambo a far scoccare l’amore tra i due e a cambiare, forse per sempre, il futuro e gli obiettivi di lei. Film d’amore da vedere ai tempi di Jennifer Lopez e del cinema francese Grandi titoli provengono soprattutto dal cinema straniero, nonostante il cinema disimpegnato delle commedie all’italiana e quello delle introspettive pellicole drammatiche trovino sempre spazio per una storia d’amore: tra i grandi nomi, si pensi a Sergio Castellitto e ai suoi film tratti dai romanzi della scrittrice Margaret Mazzantini, sua moglie (uno tra tutti Venuto al mondo). Ad ogni modo, che il cinema sentimentale sia stato creato per soddisfare l’immaginazione delle donne lo si deduce dal successo che hanno raggiunto film romantici con grandi protagoniste femminili: dalle bionde come la Bridget Jones di Renée Zellweger e la Elle Woods di Reese […]

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Libri

Tra poesia e quotidianità: un inedito Valentino Zeichen in Diario 1999

A due anni e poco più dalla sua scomparsa, Valentino Zeichen rivive nella raccolta Diario 1999, pubblicata dalla Fazi editore. Un’opera di poesia e riflessioni, ma non solo: stralci di vita quotidiana che permettono al lettore di viverla con gli occhi di Zeichen. Chi è Valentino Zeichen? Il poeta, che conosciamo come Valentino Zeichen all’anagrafe e che porta il nome di Giuseppe Mario Zeichen, è nato a Fiume nel 1938 ed è venuto a mancare il 5 luglio del 2016, per colpa di un infarto. Zeichen, che lasciava spesso che tanto la mente quanto l’istinto parlassero al suo posto, è stato uno dei personaggi letterari più affascinanti e controversi che la nostra storia moderna abbia conosciuto. Parliamo di un uomo il cui tratto distintivo erano degli improbabili sandali di cuoio, un uomo che da quando si traferì a Roma fino all’ultimo dei suoi giorni ha vissuto in una baracca sulla via Flaminia (oggi la Casa del Poeta, spazio gestito dalla Capitale, presso cui è stata organizzata, lo scorso 4 lulgio, la prima presentazione proprio della raccolta Diario 1999), un uomo che si autoelesse giudice unico della prima edizione del riconoscimento poetico che ancora oggi è il Premio Zeichen. Un uomo unico, che ha vissuto, sperimentato e raccontato di tutto ciò che gli attraversava la pelle. Nessuno, neanche la storia, potrà toccarlo con i suoi giudizi. “Non parlo di mondi onirici. Nella mia poesia entra la comicità, l’ironia, la precisione. Ci sento lo zampino della matrigna, e quindi la diffidenza verso il sentimento. O meglio: verso la menzogna del sentimento. Esiste una purezza della poesia alla quale sono fedele: l’esclusione del cuore. Non mento mai”, confessava ad Antonio Gnoli in un’intervista per Repubblica, e non ha tradito il suo modo di pensare e percepire la poesia neanche nelle sue riflessioni di ogni giorno. L’amarezza del tempo che passa coesiste con la voglia di stare al centro del proprio tempo, così come il sole che sorge e “la luna che tramonta”, come si legge in uno stralcio di poesia raccolta nell’opera messa su dalla Fazi editore, sono momenti di naturale bellezza che non va assimilata come scontata, sono punti da cui partire, sono spunti per la mente per vagare ancora. I versi di Zeichen sono ragionati, sono frutto dell’istinto della ragione, sono la verità che non conosce sovrastrutture e abbellimenti. Unico nel suo genere, di quell’onestà che ricorda D’annunzio e di quell’impegno intellettuale che nasce con Petrarca, il modo in cui Zeichen fa poesia è spontaneo e al contempo mai superficiale: una profondità che Diario 1999 non smentisce, bensì conferma. Un eterno Zeichen, quello del Diario 1999 Diario 1999 è un album di dettagli, di appunti di vita quotidiana, un insieme di pezzi che hanno composto un anno tra i tanti: da venerdì 1° gennaio, festeggiando l’inizio dell’anno nuovo a casa di Carla Accardi (la pittrice delle “Pietrose distanze”, la raccolta di suoi dipinti accompagnati dai testi di Zeichen e dell’amico Achille Bonito Oliva), fino al 30 dicembre, con gli auguri per […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Anime partenopee al PAN: al via la IV edizione di Napoli Expò Art Polis

Il caldo di una soleggiata Napoli non ha fermato i tanti interessati dal partecipare all’inaugurazione della rassegna Napoli Expò Art Polis, tenutasi il 14 luglio al Palazzo delle Arti di Napoli. Saranno le sale del PAN, infatti, ad ospitare fino al 27 agosto la quarta edizione del Napoli Expò Art Polis, che quest’anno si arricchisce con un sorprendente calendario di eventi che coinvolge alcune delle più importanti personalità artistico-culturali della nostra città. Alla domanda “Che cos’è Napoli Expò Art Polis?” ha risposto il professor Gianpasquale Greco, che ha curato il catalogo e i testi critici e che, insieme all’organizzatrice Daniela Wollmann, ha selezionato gli artisti partecipanti: “È una mostra? Sì, ma non solo. È un grande contenitore di storia dell’arte a tema napoletano”. A voi il compito di trovare ragione in queste parole, nel labirinto di meraviglia e spettacolo che animerà l’estate napoletana di quest’anno. Dal 14 luglio al 27 agosto: cosa aspettarsi da Napoli Expò Art Polis Al vernissage di inaugurazione del 14 luglio era presente la curatrice del progetto (elaborato in collaborazione con l’assessorato alla cultura del Comune di Napoli), Daniela Wollmann, che ha illustrato il filo conduttore e lo spirito che animano questa edizione. “Anime partenopee” è il tema scelto per quest’anno, il comune denominatore che unisce le opere degli 80 e più artisti in esposizione, tra pittori, scultori, illustratori, installatori. Dalla magia del golfo di Napoli che incontra Van Gogh nel quadro di Paola Fenelli fino all’espressività delle fotografie di Bruno Ciniglia e ai colori di Sandra Statunato: tanti i richiami e le reinterpretazioni in chiave napoletana delle grandi opere del passato, altrettante le manifestazioni d’arte sentite ed eloquenti, specchio del nostro oggi, narratrici dei sentimenti più veri che accomunano gli uomini. Inoltre, anima partenopea d’eccellenza è Tina Pica, attrice e commediografa napoletana scomparsa nel 1968, a cui è dedicato il documentario di Lucilla Parlato e Federico Hermann, prodotto da Identità Insorgenti, che sarà possibile vedere, per tutta la durata della rassegna, nella Sala Video del secondo piano del Palazzo delle Arti di Napoli. Non solo dotato di ampi e luminosi spazi, ma anche aperto a nuovi linguaggi sperimentali, lo storico PAN, con i suoi 100mila visitatori l’anno, spiega l’assessore Gaetano Daniele, è il luogo più adatto ad ospitare una rassegna come Napoli Expò Art Polis: una palestra per artisti che vogliono crescere, un punto fermo per immergersi in un mondo altro, quello dell’arte. Presente al taglio del nastro anche la madrina dell’evento, la cantante Monica Sarnelli, che, sulle note della sua “Chesta sera”, ha con la sua voce riempito d’arte anche la conferenza di presentazione. La canzone è stata dedicata al ricordo di Luigi Necco, a cui sarà dedicata la giornata del 23 luglio, durante la quale interverranno anche la figlia Alessandra, Nino Daniele, Paolo Giulierini, Giuseppe Maggi, Massimo Perna. Tra gli eventi in calendario anche la presentazione del libro “Il giallo di Van Gogh” di Marina Albamonte d’Affermo, il 16 luglio alle ore 17.00, le performances di body painting di Giulia Avallone il 30 […]

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Notizie curiose

Effetto Forer: lo psicologo che ha spiegato perché crediamo all’oroscopo

Tra astri e scienza: l’effetto Forer che si manifesta ogni giorno “Che caratterino, sarai sicuramente sagittario”. Quante volte ci sono state dette frasi di questo tipo. Perché se lo dice l’oroscopo allora i nati nella seconda decade di luglio sono degli inguaribili romantici e quelli che hanno come ascendente lo scorpione si riconoscono dalla loro diffidenza. Allo stesso modo, se alla radio annunciano che gli astrologi hanno previsto una settimana difficile per il nostro segno zodiacale, in quanti affronteranno le vicende del giorno col piede sbagliato? Le stelle hanno sempre ragione e chi sa leggerle è custode di una verità incontestabile, o forse no? C’è chi ritiene siano solo fortunate previsioni che influenzano il nostro agire e chi lo legge ogni mattina in treno altrimenti non può dare inizio alla sua giornata. Eppure, dietro il misticismo degli astri si cela la scienza: è proprio questo nostro credere alle previsioni dell’oroscopo la manifestazione più lampante dell’effetto Forer. Uomini di scienza, creduloni e sognatori: eccovi svelata la verità sul destino che arriva dalle stelle. L’effetto Forer e la suggestione: da Barnum a Forer L’effetto Forer è anche conosciuto come effetto Barnum. Tra i primi a riconoscere e affermare il valore della suggestione, infatti, ci fu Phineas Taylor Barnum (1810 – 1891), un brillante imprenditore americano, ideatore del celebre circo Barnum, caratterizzato da un gran numero di attrazioni talmente varie e assurde (dallo scheletro di Cristoforo Colombo ad una sirena creata cucendo il busto di una scimmia alla coda di un pesce) che, secondo il suo creatore, chiunque poteva trovare almeno un numero che riuscisse a divertirlo. Tutt’altro che rari i casi di spettatori che hanno creduto che quei mostri provenissero davvero da tempi e luoghi lontani, i casi di uomini stupefatti che hanno pensato che quel mondo di fantasie fosse vero. Nella metà degli anni ’50, invece, lo psicologo Bertram Forer ha sottoposto ai suoi studenti un test della personalità, al termine del quale ha redatto un profilo psicologico per ciascuno. Ha poi chiesto loro di dare un giudizio sull’accuratezza dell’esito, e quasi la totalità dei ragazzi esaminati si è riconosciuta tanto nel risultato del test, da restare increduli nell’ascoltare ciò che disse Forer al termine dell’esperimento. Lo psicologo svelò, infatti, che a tutti era stata assegnata un’analisi psicologica identica. Come si spiega, allora, che una moltitudine di ragazzi dalle storie e dai caratteri diversi si siano ritrovati in un’unica descrizione? Dietro lo specchio dell’effetto Forer c’è questo: espressioni generiche, formulazioni vaghe dalle cento letture, per comporre un profilo universale, valido per tutti (che, non a caso, venne scritto unendo tra loro frasi tratte da una rivista di astrologia). In altre parole, più la descrizione che leggiamo sarà generica, più saranno le persone che in essa si riconosceranno. Affermare, ad esempio, che i nati sotto il segno del cancro sono persone ansiose che all’occorrenza sanno vincere le loro paure, oppure che le stelle consigliano cautela nei prossimi giorni perché potremmo imbatterci in novità, significa, rispettivamente, attestare un comportamento che comunemente gli uomini […]

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Notizie curiose

Dipendenza da videogiochi, secondo l’OMS è una malattia mentale

Dipendenza da videogiochi, l’OMS la riconosce come disturbo L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente riconosciuto la dipendenza da videogiochi come patologia mentale, inserendola ufficialmente nell’International Classification of Diseases (ICD), l’elenco ufficiale e internazionalmente riconosciuto delle malattie e dei problemi che da queste derivano. La dipendenza da gioco digitale consiste in “una serie di comportamenti persistenti o ricorrenti che prendono il sopravvento sugli altri interessi della vita”. Non sorprende, infatti, che la categoria più colpita sia quella dei maschi a partire dai 12 fino ai 15-16 anni, dunque in una fase particolarmente delicata del processo di crescita, in cui non mancano le pressioni dall’esterno e dell’interno, i timori nel relazionarsi con gli altri e con se stessi. Dipendenza da videogiochi: sintomi e conseguenze del gaming disorder Non sono mancate le critiche degli scettici, che non concepiscono come la dipendenza dai videogiochi possa essere accostata alle altre malattie, ben più gravi e “tangibili”, contenute nell’ICD (si pensi che i primi tre capitoli della classificazione riguardano rispettivamente patologie infettive, tumori e malattie del sangue). Il gaming disorder è stato, infatti, inserito nel capitolo sulle patologie mentali, dati i suoi sintomi e le sue ripercussioni sulla vita del soggetto che ne soffre. La motivazione alla base dell’attenzione dell’OMS circa la dipendenza da videogiochi è stata riportata da Vladimir Poznyak, un esperto del dipartimento per la salute mentale, ed è risultata perfettamente coerente con l’evoluzione delle conoscenze in merito oltre che con l’aumento dei casi di specie. Infatti, l’inserimento nell’elenco dovrebbe aiutare i medici a formulare più facilmente una diagnosi, in considerazione delle conseguenze negative che si riflettono nei comportamenti tenuti da chi ne è affetto e nelle sue relazioni con gli altri. “La patologia porta a problemi nella vita personale, familiare e sociale, con impatti anche fisici, dai disturbi del sonno ai problemi alimentari”, ha spiegato Poznyak. Dunque, quella da gioco digitale è a tutti gli effetti una dipendenza, e come tale, il gaming disorder, è associato ad una vera e propria assuefazione dal gioco, un totale assorbimento nella dimensione virtuale che determina un allontanamento da quella reale. Al di là del rifiuto di ogni interazione e della ricerca della solitudine, il malato di gaming disorder trae piacere soltanto dal gioco, anzi si rivela irritabile e aggressivo quando è messo nella condizione di non poter giocare per un tempo più o meno prolungato. In una videointervista pubblicata da Sky News, Cam Adair, fondatore di GameQuitters.com, la più grande comunità di supporto per i dipendenti da videogames, ha deciso di raccontare la sua esperienza: “Quando ho iniziato a giocare non era male, ero un ragazzo in salute, un ragazzo felice, giocavo ad hockey, ma col tempo iniziò a diventare un problema. Così, finii per essere bocciato al liceo, non una ma due volte. Non mi sono mai diplomato, non sono mai andato al college, arrivai al punto di fingere di avere un lavoro, mentre giocavo ai videogiochi più di 16 ore al giorno. In verità, scrissi anche una lettera d’addio, di suicidio. Ed è stato […]

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Culturalmente

Populismo, populista e popolo: l’empatia tra politica e democrazia

Populismo e populista,  qual è il significato di questi inflazionati termini? L’allarme populismo suona forte e attualissimo in quest’ultimo periodo. Che sia usato come offesa o come connotazione, che ci si affermi populista fiero o che si dissocino i propri affari da definizioni come questa, c’è bisogno, tra le tante cose, di chiarezza. Se la famiglia degli –ismo fa sempre un po’ paura, allora perché con tanta facilità si ricorre a questo termine? Dove finisce il suo significato e ne inizia l’abuso? Il populismo tra passato, presente e futuro Per prima cosa, facciamo un po’ di storia. Narodničestvo direbbero in Russia, populismo diremmo noi in Italia, per indicare un movimento polito-culturale sviluppatosi tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX con l’obiettivo di ottenere l’emancipazione delle masse contadine e di migliorare le condizioni di vita e lavoro dei ceti sociali dimenticati dalla fortuna e dallo Stato, appunto soprattutto quello dei contadini e degli ex servi della gleba (già affrancati, senza concreti miglioramenti, nella seconda metà dell’800 dallo zar Alessandro II). Negli Stati Uniti, invece, era il 1891 quando dal malcontento di operai e coltivatori nacque il People’s Party, il Partito del Popolo, conosciuto anche come Partito Populista (Populist Party), partito che trovava il suo fondamento e il suo scopo nella lotta contro la casta dei più abbienti. Intanto, nella seconda metà del ‘900, tra le pagine italiane affiora la cosiddetta letteratura populista: autori come Elio Vittorini e Pierpaolo Pasolini hanno raccontato la verità nelle inquietudini del quotidiano, nelle vite di chi viveva ogni giorno lavorando, combattendo col sudore contro il marciume. Populista era chi, come loro, si faceva portavoce di chi voce non ha. Mentre in Argentina, la prima presidenza di Juan Domingo Perón ha dato i natali al cosiddetto peronismo (justicialismo in spagnolo), movimento politico non a caso definito populista, sintesi di ideali socialisti e nazionalistici: si pensi che i suoi sostenitori erano chiamati “gli scamiciati”, perché appartenenti allo strato “popolare” della società. Non è passata inosservata allo sguardo degli storici, però, l’analogia con il corporativismo dell’età fascista: la giustizia sociale si persegue, secondo Perón e i suoi seguaci, con la cooperazione tra classi, il popolo diventa tutt’uno, non ha zone grigie né intermediari. Populista, quale retta unisce politica e masse? La linea retta che unisce il politico e la massa popolare è diventata, infatti, col tempo, la caratteristica principale dall’accezione negativa con cui si parla di populismo: populista è colui che sa parlare alla pancia, e che cioè che sa far leva sull’emotività e l’emozionalità, colui che dice ciò che la gente vuole sentirsi dire, colui che riempie bocca e programmi elettorali di garanzie e rivoluzioni, tese al raggiungimento di quell’isola che non c’è in cui i più vorrebbero abitare. Nonostante in tempi recenti, invece, si è tentato di riportare la retorica vuota associata al populismo alla vicinanza al popolo delle origini, la scienza della comunicazione parla chiaro, e parla del fenomeno dell’overpromising: spia rossa indicante un politico populista è l’insieme di programmi e giuramenti rassicuratori, […]

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Libri

“Nugae” di Marika Addolorata Carolla: le piccole cose da non sottovalutare

Vedono la luce su carta stampata per la prima volta nel dicembre 2016, nella collana “Gli emersi” della Aletti Editore, ma nascono molto tempo prima dall’esigenza di esprimere se stessi, nella versione più vera possibile: sono i versi della raccolta di poesie Nugae di Marika Addolorata Carolla. Immediatamente la memoria corre ai banchi di scuola, alle Nugae (dal latino, letteralmente “cosucce”) di Catullo, le sue ”cose da poco” che la letteratura non ha mai sminuito. Sono poesiole che parlano d’amore, del fascino di Lesbia e della passione per la vita. Sono sciocchezze dal valore inestimabile. Sono i dettagli che mettiamo a tacere. Così le Nugae di Marika Addolorata Carolla. Marika Addolorata Carolla e le Nugae in cui riconoscersi “Credo nel sentire e dare importanza a quella voce che arde nel mio cuore che mi spinge a lottare a dirmi che non è mai troppo tardi. Non posso fermarmi, permettere la caduta sarebbe la fine.” Recitano i primi versi della poesia Di notte, svelando la tensione a cui la penna dell’autrice gira intorno. La beneventana Marika Addolorata Carolla è nata nel 1995, ancora una studentessa universitaria e già costruttrice del suo futuro: tra la timidezza delle prime volte e lo sguardo agli anni che verranno, queste Nugae sono la voglia di crescere e la paura di non essere all’altezza, sono lo stupore delle cose nuove e l’abitudine alle cose belle. “Non rubare nulla se non sei capace di restituire”, recita il componimento dal titolo che parla da sé: Amore. Una poesia che è anche preghiera di chi cerca il suo equilibro e lo trova nel più antico dei sentimenti: tra le “cosucce” con cui entriamo in contatto ogni giorno, i cuori degli altri occupano il primo posto. Il cuore è l’occhio con cui scandiamo i colori di ogni cosa, è il filtro di cui aver cura, è la piazza in cui si scambia il male e il bene. L’amore è il filo conduttore della vita, men che meno lo è di queste poesie. Che sia nascosto dallo sconforto, vestito di malinconia, ferito dalla cruda realtà dei nostri tempi in cui sembra che lo spazio riservato ai sogni sia ora occupato dalla fretta dell’apparire, l’amore è una costante ricerca. L’amore ci ricorda che al mondo non si sta mai troppo stretti per sognare. Tra le incertezze del presente e le insicurezze del futuro, Marika dà voce al silenzio a cui i vent’anni condannano i dubbi e i perché. Come esorcizzare le ansie dei primi passi nel mondo se non scrivendone, se non trasformandole in poesia? E come negare che sia proprio l’essere donna, l’essere giovane ed empatica, il canale da percorrere per arrivare a creare poesia?  “Eppure in questo cumulo di “Non” qualcosa riesce a far resistere ciascun individuo alla quotidianità. È un sentimento cieco, forte, alle volte doloroso, difficile da gestire. È la ninfa vitale si chiama: Amore.“ Così si chiude Voglia di un senso, la poesia che a sua volta conclude la raccolta e insieme il cammino che il lettore […]

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Attualità

Il Nobel per la letteratura 2018 non verrà assegnato: lo scandalo molestie e la crisi dell’Accademia

Dopo la singolare vicenda di Bob Dylan, vincitore nel 2016 e sostituito alla cerimonia ufficiale di consegna dalla collega Patty Smith, il premio Nobel per la letteratura continua a far discutere: quest’anno non verrà assegnato. “The Nobel Prize in Literature 2018 has been postponed”, twitta l’account ufficiale dell’Accademia svedese: infatti, il premio del 2018 verrà assegnato il prossimo anno, insieme a quello del 2019. Perché l’Accademia non assegnerà il premio Nobel per la letteratura quest’anno? Istituito dal testamento di Alfred Nobel nel 1895 (insieme a quello per la pace, la medicina, la fisica, la chimica e l’economia), il premio Nobel per la letteratura viene assegnato ogni anno dall’Accademia di Svezia: quest’anno, però, farà eccezione. Un caso storico, sì, ma non l’unico. Non è, infatti, la prima volta che il Nobel per la letteratura non viene assegnato, ci sono stati altri sette casi (nel 1914, 1918, 1935 e dal 1940 al 1943), mentre è stato rifiutato ben due volte (nel 1958 da Boris Pasternak, costretto dal governo dell’Unione Sovietica e nel 1964 da Jean-Paul Sartre). Prima nella storia del premio è, invece, la motivazione con la quale è stato giustificato lo slittamento della nomina all’anno prossimo. Lo scorso novembre, il fotografo Jean-Claude Arnault, marito della giurata Katarina Frostenson (poetessa eletta nel 1992 membro dell’Accademia svedese) è stato accusato da 18 donne di aggressioni sessuali. A queste accuse, pubblicate dal quotidiano svedese Dagens Nyheter, se ne somma un’altra, autorevole e pericolosa: quella della principessa Victoria di Svezia che denuncia di essere stata avvicinata e molestata, nel 2006, proprio dal fotografo. Chiare sono, dunque, le intenzioni dell’Accademia di prendere le distanze dall’uomo, anche in virtù dei finanziamenti, interrotti pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo, che questa destinava al centro culturale Forum, gestito da Arnault e dalla moglie Frostenson. Sono tempi duri per l’Accademia, che si trova nella condizione di non avere membri attivi sufficienti alla formazione del quorum necessario per alcune deliberazioni (tra le quali comunque non rientrerebbe quella della scelta del vincitore del premio Nobel): dopo l’allontanamento della della Frostenson, altri membri (tra cui l’ex segretario Sara Danius) sono venuti meno a causa del coinvolgimento nel caso Arnault. Innegabile lo scoppio della crisi che ha portato alla discussa decisione. Un’Accademia macchiata dalle polemiche, un’Accademia che si è sporcata agli occhi dei suoi estimatori. Un’Accademia che ha fatto un passo indietro. “I membri attivi dell’Academia, nel rispetto dell’eredità unica dell’istituzione, considerano necessario modificare il loro modo lavorare”, si legge nel comunicato ufficiale. Non troppo tra le righe, si legge anche la volontà di recuperare la stima e la fiducia dell’opinione pubblica, l’intenzione di essere più attenti. Decidere di rinviare la nomina del vincitore del Nobel per la letteratura del 2018 non è una scelta che va decontestualizzata dalla posizione particolarmente delicata che l’Accademia ha occupato negli ultimi mesi, ma le polemiche non sono comunque venute meno. Quali criteri verranno considerati per designare, l’anno prossimo, il vincitore di quest’anno? Quali cautele verranno prese per far sì che uomini come Arnault non infanghino più le […]

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Libri

Il sentiero degli uomini perduti: il mistery di A. K. Green

Edito dalla Nero Press, per la prima volta nel 2017, nella traduzione a cura di Marialuisa Ruggiero, Il sentiero degli uomini perduti (titolo originale Lost Man’s Lane) è un romanzo giallo scritto nel 1898 da Anna Katharine Green, considerata la pioniera del genere poliziesco. Le due donne de Il sentiero degli uomini perduti: Amelia Butterworth e A. K. Green Nel romanzo, il ruolo decisivo è giocato dalla protagonista nonché voce narrante Amelia Butterworth (comparsa già in un altro libro della Green, That Affair Next Door), donna curiosa e pungente, come il romanzo giallo esige. Infatti, si intrometterà in uno strano caso di susseguenti sparizioni, che aveva già attirato l’attenzione della polizia di New York. Sarà proprio il poliziotto (e compagno d’avventure) Gryce ad informarla e incuriosirla: in un villaggio “piccolo quanto interessante” (il cui nome non viene mai rivelato), nel corso degli ultimi cinque anni, sono scomparsi quattro uomini, che nulla sembrano avere in comune al di là del sesso maschile, i cui corpi, inoltre, non sono mai stati ritrovati. In verità, un elemento determinante è rappresentato dal fatto che le vittime sono scomparse tutte mentre percorrevano la stessa strada: il sentiero degli uomini perduti. Un paesino anonimo, abitanti “rispettabili” e misteriose sparizioni: i conti non tornano per Miss Butterworth che decide, così, di preparare le valige e recarsi sul posto. Ad ospitarla sarà la casa di una sua vecchia amica del collegio, Althea, tutt’altro che accogliente: la casa, in cui vivono i tre figli della donna (Loreen, Lucetta e William), si presenta minacciosa dall’esterno e ancor più terrificante all’interno. Dal suo arrivo in città, Amelia percepisce un clima sospetto, lontano dalla tranquillità che il paesino intendeva comunicare: case agghiaccianti e personaggi dall’atteggiamento sospetto e ostile spingeranno la protagonista fino alla fine del mistero, determinata a far luce sull’oscura vicenda. “Quasi tutti i lettori, quandanche non appassionati del romanzo giallo, conoscono Agatha Christie ma quasi nessuno, persino tra gli amanti del genere investigativo, saprà dirvi chi è Anna Katharine Green” : si legge nell’introduzione al libro scritta da Marialuisa Ruggiero: come nascondere, infatti, lo sguardo interrogativo di chi sente nominare per la prima volta il nome della scrittrice? Con la pubblicazione del suo primo libro, nel 1878, “Il caso Leavenworth”, ad A. K. Green spetta la corona della prima autrice americana di un romanzo giallo, ma il suo nome non ha mai avuto fortuna nel panorama letterario italiano, né in quello internazionale. Eppure, l’appellativo di “mother of mistery” e l’apprezzamento in patria da parte di pilastri del romando giallo (Arthur Conan Doyle e Agatha Cristie tra i tanti) e non solo (anche Wilkie Collins elogiò la sua creatività in una lettera all’editore Putnam) deve esserselo conquistato in qualche modo. Il suo stile è quello di una regista, prezioso il suo talento nel trasportare il lettore sulla scena del crimine, nel renderlo uno degli attori, vincente è la sua capacità di camminare allo stesso passo della storia che racconta. Se è vero che la bravura di uno scrittore sta nell’empatia che crea […]

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