Emilia-Romagna e Italia a confronto: il nodo irrisolto delle vittime senza mezzi di sostentamento

Negli ultimi anni il problema delle donne intrappolate in relazioni violente senza una reale via d’uscita economica è emerso con sempre maggiore urgenza in Italia, ma resta paradossalmente sottovalutato quando si tratta di chi non ha mai lavorato o non ha fonti di reddito proprie. Le statistiche ufficiali mostrano un fenomeno radicato: secondo l’Istat, il 31,9 % delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Ma dietro questi numeri si nasconde una realtà ancora più complessa, quella di chi vive in relazioni di dipendenza finanziaria totale.

In Emilia-Romagna, regione che spesso viene citata come virtuosa sul piano dei servizi antiviolenza, i dati dei centri raccontano un quadro drammatico: nel 2024 il 37 % delle donne accolte ha subito anche violenza economica, pari a oltre mille casi rilevati. Più di un quarto (28,4 %) di queste donne non ha un lavoro, mentre solo il 32,9 % dichiara un reddito sufficiente per mantenersi. Il legame tra dipendenza economica e violenza è evidente e stringente: senza risorse proprie, molte donne restano bloccate, incapaci di immaginare una vita fuori da chi le maltratta.

A livello nazionale, le reti di protezione esistono, ma mostrano limiti evidenti. L’Istat segnala che, nel 2023, sono attive 464 case-rifugio, un numero raddoppiato rispetto al 2017, ma ancora lontano dalla capienza necessaria; solo una parte delle donne accolte può sostenersi autonomamente nel tempo. Il “Reddito di libertà”, misura nazionale introdotta nel 2020 che consiste in un assegno mensile fino a 500 euro per un massimo di un anno, è un aiuto concreto ma temporaneo. In Emilia-Romagna la Regione ha integrato questa misura con risorse proprie, assegnando oltre 4,3 milioni di euro dal 2022 per sostenerla. Eppure, come ha denunciato l’assessora Gessica Allegni, i fondi nazionali sono già andati esauriti, rendendo urgente un ampliamento della platea beneficiaria.  Sociologi ed economisti hanno più volte messo in guardia: la dipendenza economica è forse la forma più pervasiva e insidiosa di violenza. Studi recenti sul mercato del lavoro italiano evidenziano che molte donne rimangono inattive o sono costrette in occupazioni precarie, con contratti part-time o discontinui. Quando non esiste un reddito stabile, la libertà di scelta si restringe drasticamente. Al contempo, il fenomeno della violenza economica alimenta questa spirale, annullando l’autonomia che potrebbe permettere una fuga dalla violenza.

La situazione in Emilia-Romagna, pur avanzata rispetto ad altre regioni, non è immune da criticità. La Regione ha stanziato anche contributi per l’autonomia abitativa, fino a 6.000 euro per chi esce da una casa rifugio o da un alloggio di transizione. Tuttavia, per molte donne questo non basta: servono strumenti pensati per chi, per ragioni anagrafiche o di salute, non può inserirsi facilmente nel mondo del lavoro.

Le proposte per colmare questa lacuna devono partire da presupposti concreti. Una misura potrebbe essere l’estensione del Reddito di libertà non solo in termini di durata ma anche di requisiti: prevedere un sussidio almeno biennale per coloro che non hanno avuto l’opportunità di lavorare mai, magari combinato con percorsi di formazione mirata, tutoraggio, accompagnamento nei servizi sociali. A questo si dovrebbe aggiungere un fondo regionale stabile per il reinserimento abitativo di lungo termine, con affitti calmierati o voucher affitto per donne in percorsi post-rifugio, per evitare che tornino nella violenza per mancanza di alternative abitative.

Inoltre, è fondamentale rafforzare le reti territoriali di supporto: non bastano i centri antiviolenza, serve una collaborazione sistemica con i servizi sociali e il sistema sanitario per individuare le donne economicamente vulnerabili fin dall’inizio del percorso di violenza. Su scala nazionale, si potrebbe pensare a un regime fiscale agevolato per le donne vittime di violenza che desiderano avviare un’attività autonoma (lavoro autonomo o impresa sociale), sostenuto da programmi di microcredito dedicato o garanzie pubbliche. Infine, serve una riflessione culturale, la violenza economica non è solo una questione di soldi, ma un modo di esercitare potere. Le istituzioni devono promuovere una maggiore consapevolezza sulla violenza economica attraverso campagne pubbliche, formazione per operatori sociali e forze dell’ordine, e una raccolta dati più approfondita per misurare l’impatto delle misure adottate.

Se non si interviene su questo nodo – la dipendenza economica di chi ha vissuto violenza per anni – molte donne resteranno imprigionate, non soltanto per le ferite visibili, ma per la mancanza di uno strumento strutturale di libertà. È una questione di giustizia sociale ed equità di genere, che non può più essere rimandata.

Di Yuleisy Cruz Lezcano

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