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Eroica Fenice

la favola di barbablù

La favola di Barbablù, tra leggenda, realtà e risvolti psicologici

La favola di Barbablù, scritta da Charles Perrault nel XVII secolo, ad oggi l’emblema della curiosità punita, e dei carnefici la cui barba blu si fa finta di non vedere.

C’era una volta un uomo soprannominato Barbablù, il quale aveva numerosi possedimenti, tra cui ville, piatterie d’oro, mobilio di lusso e molto altro ancora. Quest’uomo, tuttavia, aveva una strana barba blu, e questo lo rendeva agli occhi di molti, una persona strana e brutta. Molte, infatti, erano le donne, che pur rimaste abbagliate dai suoi possedimenti, preferivano darsi alla fuga, piuttosto che frequentare un uomo così brutto. Accanto al suo palazzo, viveva una dama, la quale aveva due figlie, Barbablù ne chiese una in moglie, non specificando quale delle due fosse la sua preferita. Le due ragazze non volevano saperne, e non accettarono di buon grado l’interessamento dell’uomo.

Barbablù che era astuto, così, decise di mostrar loro cosa avrebbe potuto offrire, e invitando le due giovani, sua madre, ed alcune amiche nel suo palazzo, iniziarono festeggiamenti senza fine. Per otto giorni seguirono balli, merende, battute di caccia, nessuno si annoiò mai. Tutto quel divertimento e agi, fu così importante, che la figlia più piccola della dama, decise di sposare l’uomo senza più alcuna esitazione. Per la giovane, a quel punto, la barba dell’uomo, “non era poi così tanto blu”. Dopo un mese di vita felice, l’uomo disse a sua moglie, che per un motivo di lavoro si sarebbe assentato per un po’, consegnò lei un mazzo di chiavi che aprivano tutte le porte del palazzo, ma raccomandò lei una sola cosa: era assolutamente vietato usare la piccola chiave del mazzo per aprire la stanzina del pian terreno. La giovane che fino a quel momento aveva goduto a pieno delle sue ricchezze, in assenza del marito, decise di chiamare a palazzo sua sorella e alcune sue amiche per gioire insieme degli agi e delle bellezze che la sua nuova dimora poteva offrir loro.

Furono molte le bellezze che riuscirono a rimirare: tappeti, letti, tavole, specchi, cornici, cristalli, eppure la giovane sentiva un peso dentro, ovvero la voglia incessante di seguire l’istinto, disubbidendo alla raccomandazione del marito, e andare a ficcanasare il contenuto della stanza al pian terreno. Presa dalla curiosità, seppur tremando, decise di entrare nella stanza proibita, potendo da subito scorgere i cadaveri delle numerose mogli di Barbablù, scomparse misteriosamente. Alla vista di quel macabro scenario, la giovane si fece cadere dalle mani la piccola chiave, essa finì in una pozza di sangue, e si macchiò definitivamente. La stessa sera, Barbablù, tornato prematuramente dal suo viaggio, chiese le chiavi alla ragazza, la quale con riluttanza consegnò l’ultima, la più piccola, con molta paura. Quando barbablù vide la macchia di sangue, capì in fretta, che la sua raccomandazione era stata miserabilmente violata. Prima che la giovane potesse replicare, l’uomo disse: « Ebbene, o signora: voi ci entrerete adesso, in quella stanzina, per sempre, e andrete a pigliar posto accanto a quelle altre donne, che avete veduto là dentro ».

La giovane che non sapeva cosa replicare, provò a gettarsi ai piedi dell’uomo, implorando pietà, ma Barbablù era fermo nelle sue decisioni, alchè la giovane chiese dei preziosi minuti di raccoglimento in camera, per raccomandarsi a Dio, per poi soccombere sotto la sua furia. Approfittando di quel tempo concessole, la ragazza, richiamò dalla torre sua sorella Anna, pregandole più volte di vedere oltre il confine se riuscisse a scorgere l’arrivo dei suoi fratelli che avevano annunciato. Quando il tempo si avviò verso la fine, la donna ormai sconsolata, scese al piano di sotto, prossima alla morte, ma prima che Barbablù potesse affondare la sua lama, i fratelli della giovane, entrando trionfanti nel palazzo dei due, trapassarono l’uomo da parte a parte, ferendolo mortalmente.

Dopo la morte di Barbablù, tutti i suoi averi finirono nelle tasche della sua giovane moglie, la quale ripartì le ricchezze tra i suoi fratelli e sua sorella, tenendo da parte solo una piccola dote, che potesse assicurarle l’arrivo e l’amore di un galantuomo, epilogo che non si attardò ad arrivare, e che mise un punto definitivo a quella macabra faccenda.

Risvolti psicologici

In risvolti psicologici, la fiaba di Barbablù chiarifica in maniera inequivocabile la rappresentazione delle dinamiche psichiche dell’ingenuità. La prima cosa che salta all’occhio, infatti è come tra le due sorelle, sia la più piccola a lasciarsi incantare dalle ricchezze materiali del “brutt’uomo”. Attraverso l’acquisizione degli agi, la giovane, infatti, riesce a negare l’aspetto preoccupante della realtà, facendo attenzione solo ai lati positivi di quell’unione improvvisata. La sorella più grande, seppur affascinata dalle ricchezze, non cederà in maniera definitiva alla bellissima offerta dell’uomo, rappresentando di fatto, la parte più matura della psiche umana. In termini semplici, la scelta della sorella minore, è quella di molte donne, le quali, sopraffatte dall’ingenuità, tendono a legarsi ad una persona, minimizzando i lati oscuri di esso, e ripetendosi di continuo che in fondo gli aspetti negativi di quella persona non sono poi così drammatici (la sua barba in fondo non è poi così blu). Così come nella fiaba, nella realtà, l’altro sceglie e sposa i sogni lucidi che il partner tende a mostrare, piuttosto che la figura reale di ciò che davvero riusciranno ad offrire in quell’unione. Anche la visione della “stanza proibita” è una chiara metafora alla vita: la visione di quella stanza, infatti, rappresenta in maniera decisa, la voglia di vedere le cose nella piena forma, senza sotterfugi o maschere. La fine della fiaba, mostra, di fatto un percorso psicologico, che parte dall’ingenuità assoluta, per arrivare ad una risolutezza matura, dove dopo la scoperta della realtà, temporeggiando, ci si salva da morte certa. La figura dei fratelli, può quindi incarnare la spinta di “forze nuove” che irrompendo nella realtà definitiva e macabra delle cose, riescono a ribaltare la situazione, decretando la morte del carnefice e la salvezza della vittima. Lasciate le illusioni e le mere ricchezze, la giovane, riesce finalmente ad abbandonarsi ad un amore sano, dove le cose che vede e sente sono davvero le giuste rappresentanti della realtà.

Similitudini con la realtà

Nel corso del tempo, sono molti gli studiosi che hanno cercato di identificare chi fosse realmente il personaggio di Barbablù, convinti che nella fiaba di Perrault ci fosse una buona dose di verità. Qualcuno ha visto in quel personaggio malvagio, la figura del re inglese Enrico VIII, che nella sua vita cambiò sei mogli, facendone condannare a morte persino qualcuna. Qualcun altro ha notato la similitudine perfetta con la leggenda bretone di Conomor il maledetto e Trifina, il quale per scongiurare ad una profezia, che presagiva la sua morte per mano di suo figlio, di tanto in tanto, faceva scomparire misteriosamente sua moglie e i relativi figli. Come ultimo parallelismo, ritroviamo quello con la figura di Shariyar, personaggio fantastico della raccolta arabo-perso-egizio-indiana de Le mille e una notte. Ogni parallelismo, tuttavia, resta una mera fantasticheria, poiché ad oggi non sussistono prove con la precisa trasposizione nella realtà.

Nel corso degli anni, sono state numerose le varianti della fiaba di Barbablù, in alcune la giovane riesce a salvarsi da sola usando astuzia e velocità, in altre, ricorre in maniera tenera all’aiuto dei suoi fratelli, ma qualunque sia l’epilogo, Perrault, intendeva sottolineare una sola cosa: la curiosità va punita, seppur le azioni di Barbablù siano atti di misoginia pura, il messaggio dello scrittore, risulta essere chiaro e preciso.

Da qui, l’esigenza di vedere ad occhio nudo la realtà, perché il carnefice in tutte le storie, possiede sempre una vistosa ed inquietante Barbablù, spesso, però, nessuno si sforza di vederla.

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